Le Metamorfosi possono essere considerate
rappresentazioni di miracoli laici senza provvidenza o guida trascendente.
Anche per questo motivo sono giunte fino a noi e costituiscono dei modelli che
hanno segnato profondamente l’esperienza dell’uomo occidentale e rappresentano
l’angoscia del ventesimo secolo.
Ovidio aveva concepito la cosiddetta enargeia, tecnica diffusa
soprattutto nell’ ekfrasis che si può tradurre con chiarezza visiva.
L’intento di questo artificio retorico era quello di rendere le immagini con le
parole, di tradurre una figura o un’opera d’arte in linguaggio verbale nel modo
più evidente possibile.
In sostanza queste descrizioni, anche se non fanno riferimento ad una dottrina
religiosa, sono miracoli spiegati in tutti i particolari, come se il poeta mostrasse
esitazione nel presentarli al lettore e cercasse con la sua arte dell’evidenza
di tranquillizzare il lettore e persuaderlo del reale accadimento di questi
miracoli.
L’intento persuasivo e didascalico è particolarmente evidente nella prima parte
del poema, come se Ovidio esitasse e affrontasse il miracolo con la massima
cautela preoccupandosi di renderlo verosimile attraverso il massimo della
chiarezza
Met. I, 550 e segg.
In frondem crines, in ramos bracchia crescunt;
pes modo tam velox pigris radicibus haeret,
ora cacumen habet: remanet nitor unus in illa.
Non viene detto semplicemente che la ninfa si
trasforma in lauro, ma come ciascuna parte del corpo è trasformata in una
singola parte dell’albero quasi corrispondente I grandi pittori del Rinascimento
hanno colto questa tensione di Ovidio verso l’immagine e hanno riprodotto i
miti in tutti i modi possibili.
Nell’arte figurativa fino all’età contemporanea la metamorfosi è uno dei temi
più frequentati da Tiziano, i fiamminghi, Poussain e S. Dalì.
Il poeta sottolinea che alcuni caratteri sono costanti prima e dopo la
metamorfosi, per esempio la lucentezza delle foglie dell’alloro è una qualità
persistente…Nitor unus in illa….Ovidio segue anche il criterio
dell’economia che consiste nella narrazione delle trasformazioni dei
particolari in particolari più simili possibile.
I capelli sono la parte del corpo di Dafne più simile alle foglie e si
trasformano nella parte dell’albero più corrispondente a quella della ninfa.
Quando si arriva a precisare che i rami si trasformano in bracchia ,
Ovidio fa un gioco comprensibile solo al lettore esperto: nella lingua poetica
latina i rami degli alberi spesso sono designati con il termine bracchia.
Questa trasformazione delle bracchia in rami, dunque, non solo è la trasformazione
più economica possibile ma si avvale della designazione metaforica "bracchia"
per arrivare alla definizione propria"ramos".
Per inseguire questo suo criterio usa due termini che nella lingua poetica
latina sono sinonimici, perché indicano lo stesso referente. Tutti e due
designano i rami dell’albero.
È un messaggio tranquillizzante per il lettore, in quanto pone l’accento non
sul mutamento ma sulla persistenza o somiglianza.
Pianezzola ha precisato che nelle Metamorfosi il prima e il dopo si
configurano come una similitudine, perché il mutamento non collega due esseri
molto differenti uno dall’altro, ma il più possibile simili uno all’altro.
Il testo di Ovidio si potrebbe parafrasare con una similitudine. Dafne nella
sua corsa è simile ad un albero.
Petrarca, Canzone 23
E i duo mi trasformaro in quel ch’io sono,
facendomi d’uom vivo in lauro verde,
che per freddda stagion foglia non perde.
Qual mi fec’io quando primer m’accorsi
de la trasfigurata mia persona,
e i capei vidi far di quella fronde
di che sperato aveva già lor corona,
e i piedi in ch’io mi stetti, et mossi, et corsi,
com’ogni membro a l’anima risponde,
diventar duo radici sovra l’onde
non di Peneo, ma d’un più altero fiume,
e n’ duo rami mutarsi ambe le braccia!
Petrarca era innamorato soprattutto di una
metamorfosi, quella in cui Dafne si trasforma in lauro. Egli amava Laura e
voleva trasformarsi in lauro. In questa canzone descrive il suo innamoramento.
Sono evidentissimi i riferimenti ad Ovidio.
È tuttavia necessaria la comprensione delle differenze: il testo di Ovidio
giunge alla descrizione complessiva della trasformazione di un essere in un
altro con molta cautela, indicando le singole parti. Petrarca, invece, parla
della trasformazione dell’intera sua persona, che precede la descrizione dei
singoli particolari; si può capire, quindi, il diverso significato che il poeta
vuole attribuire alla stessa immagine di Dafne. La usa con un intento opposto e
segue il criterio dell’accentuazione della trasformazione dell’intera sua
persona nel momento in cui ha incontrato l’amore e la sua donna. Nell’enfasi
con la quale descrive il suo amore sottolinea la diversità rispetto al suo
stato precedente e specifica la trasfigurazione con tutte le connotazioni che
questo termine assume nella cultura del tempo.
Garcilaso de la Vega, Sonetto 13
A Dafne ya los brazos le crecían
Y en luengos ramos vueltos se mostraban;
en verdes hojas vi que se tornaban
los cabellos qu’el oro escurecian;
de aspera corteza se cubrian
los tiernos miembros que aun bullendo ‘staban;
los blancos pies en tierra se hincaban
y en torcidas raíces se volvían.
Aquel que fue la causa de tal daño,
a fuerza de llorar, crecer hacía
este arbol, que con lagrimas regaba.
Oh miserable estado, oh mal tamaño,
que con llorarla crezca cada día
la causa y la razón por que lloraba!
Garcilaso fu un cavaliere spagnolo, uno spadaccino
alla corte di CarloV nel periodo di massimo splendore; nel 1526 la sua vita
subì una svolta allorquando giunse alla corte di Castiglia Isabella, sposa di
Carlo V, seguita da una dama di compagnia che conquistò il cuore del guerriero
e letterato. Fu un grande amore infelice mai ricambiato.
Nel sonetto c’è un gioco coloristico che manca nel modello; ci sono dei
contrasti di colore che presuppongono un’ influenza dall’arte figurativa, in
particolare forse del quadro di Pollaiolo.
Garcilaso vuole descrivere soprattutto un amore infelice, una sofferenza, un
dolore. Diverso è l’intento di Ovidio, evidente ai versi 556-557: qui Febo
tacque e l’alloro annuì con rami appena formati e agitò la cima quasi
assentisse col capo. Il poeta ricerca la composizione del contrasto
doloroso che si era determinato fra Apollo che desiderava conquistare Dafne e
la ninfa che voleva fuggire. Il conflitto viene, invece, enfatizzato da
Garcilaso; la metamorfosi perde la sua funzione conciliatrice e diventa un
dolore ancora più lacerante.
Piramo e Tisbe, i protagonisti di una metamorfosi del IV libro, sono due
giovani cresciuti insieme e uniti da un amore contrastato dalle famiglie.
Costretti a vedersi di nascosto, i due comunicano attraverso una fessura del
muro delle rispettive case, finché decidono di fuggire insieme e darsi
appuntamento sotto un albero. Tisbe, giunta per prima, viene assalita da una
leonessa che aveva appena consumato un pasto feroce ed era sporca di sangue.
Tisbe fuggendo lascia cadere un indumento che viene macchiato del sangue della
vittima della leonessa. Quando Piramo giunge sul luogo vede la fiera e scorge
le macchie di sangue sull’abito di Tisbe; ritiene, dunque, che la sua amata sia
stata sbranata e senza esitazione si uccide.
Tisbe, ritornata al luogo dell’appuntamento, trova Piramo agonizzante e anche
lei decide di morire. Il racconto si conclude con un aition dell’arbusto che
cambia il colore dei suoi frutti.
Il "Sogno di una notte di mezza estate" di Shakespeare è
caratterizzato da una vicenda tumultuosa popolata da figure misteriose o
magiche e da un inseguimento tra amati e amanti che ricorda molto l’Orlando
Furioso.
Questa commedia ha, nell’ultima sua parte, un finale sorprendente perché
proprio nel mezzo della soluzione che si svolge davanti al re Teseo, con un
gesto metateatrale frequente in Shakespeare, viene rappresentata un’altra
commedia che s’intitola Piramo e Tisbe : c’è un personaggio che cerca di
recitarla ma viene dileggiato e interrotto dagli altri. Gli interpreti dicono
che tale conclusione alluda all’introduzione iniziale secondo una struttura
circolare.
La commedia è databile intorno al 1593-1595. Sono questi gli anni in cui
Shakespeare compone "Romeo e Giulietta" , tragedia molto
simile a Piramo e Tisbe, il cui modello è presente nella novellistica italiana
ma risale ad Ovidio; Shakespeare, che conosceva alla perfezione le Metamorfosi
, nel Sogno di una notte di mezza estate ha voluto sciogliere nello
stile comico il modello di una delle sue tragedie più riuscite.
Alessandro Perutelli, illustre docente dell'Università di Pisa e autore di importanti studi nel campo della letteratura latina,

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