sabato 20 febbraio 2021

SETTIMO GIORNO Prima domenica di quaresima (Anno B )

 


Il Vangelo di Marco comincia con una semplice affermazione: “Inizio del Vangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio”.
Giovanni Battista, che aveva annunciato la sua venuta come imminente, battezzò Gesù nel Giordano e in quell’occasione lo Spirito diede testimonianza di Gesù. Marco accenna soltanto al periodo nel deserto e alla tentazione. È il preludio all’inizio del ministero pubblico di nostro Signore. Il suo primo richiamo, che ci viene ripetuto questa domenica, è: “Convertitevi e credete al vangelo”. Egli comincia proprio da quello che era stato il punto centrale dell’insegnamento di Giovanni Battista.
La Quaresima è soprattutto un periodo di riflessione sui misteri della nostra redenzione, al cui centro sono l’insegnamento e la persona di Gesù Cristo. Il Salvatore ha assunto forma umana, cioè quella che è la nostra condizione, e non è nemmeno stato risparmiato dall’esperienza della tentazione. Nella sua natura umana, Gesù ha vissuto in prima persona cosa significhi respingere Satana e porre al primo posto le cose divine. Il nostro Signore e il nostro Dio è in tutto nostra guida e modello.
Cercare di conoscere Cristo significa anche prendere coscienza di quel nostro bisogno di cambiamento di vita che chiamiamo “pentimento”. In particolare è mediante la liturgia della Chiesa che ci avviciniamo a Cristo e facciamo esperienza della sua presenza in mezzo a noi.
Nella liturgia, diventiamo “uno” con Cristo nel mistero grazie al quale egli ha riscattato il mondo.

 

Dal libro della Gènesi  (Gen 9,8-15)

Dio disse a Noè e ai suoi figli con lui: «Quanto a me, ecco io stabilisco la mia alleanza con voi e con i vostri discendenti dopo di voi, con ogni essere vivente che è con voi, uccelli, bestiame e animali selvatici, con tutti gli animali che sono usciti dall'arca, con tutti gli animali della terra. Io stabilisco la mia alleanza con voi: non sarà più distrutta alcuna carne dalle acque del diluvio, né il diluvio devasterà più la terra». Dio disse: «Questo è il segno dell'alleanza, che io pongo tra me e voi e ogni essere vivente che è con voi, per tutte le generazioni future. Pongo il mio arco sulle nubi, perché sia il segno dell'alleanza tra me e la terra. Quando ammasserò le nubi sulla terra e apparirà l'arco sulle nubi, ricorderò la mia alleanza che è tra me e voi e ogni essere che vive in ogni carne, e non ci saranno più le acque per il diluvio, per distruggere ogni carne».

Dalla prima lettera di san Pietro apostolo  (1Pt 3,18-22)

Carissimi, Cristo è morto una volta per sempre per i peccati, giusto per gli ingiusti, per ricondurvi a Dio; messo a morte nel corpo, ma reso vivo nello spirito. E nello spirito andò a portare l'annuncio anche alle anime prigioniere, che un tempo avevano rifiutato di credere, quando Dio, nella sua magnanimità, pazientava nei giorni di Noè, mentre si fabbricava l'arca, nella quale poche persone, otto in tutto, furono salvate per mezzo dell'acqua. Quest'acqua, come immagine del battesimo, ora salva anche voi; non porta via la sporcizia del corpo, ma è invocazione di salvezza rivolta a Dio da parte di una buona coscienza, in virtù della risurrezione di Gesù Cristo. Egli è alla destra di Dio, dopo essere salito al cielo e aver ottenuto la sovranità sugli angeli, i Principati e le Potenze.


Dal Vangelo secondo Marco  (Mc 1,12-15)

In quel tempo, lo Spirito sospinse Gesù nel deserto e nel deserto rimase quaranta giorni, tentato da Satana. Stava con le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano. Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo».


La prima domenica di Quaresima presenta sempre il testo evangelico delle tentazioni di Gesù. Quest’anno ci viene proposta la versione di tale episodio nella redazione estremamente concisa del vangelo secondo Marco (Mc 1,12-13) seguita dalla pericope che dice l’inizio della predicazione di Gesù (Mc 1,14-15) e che tralasciamo perché già perché commentata nella III domenica dell’Ordinario. La pagina evangelica inizia in modo inatteso e brusco: “E subito lo Spirito scaccia Gesù verso il deserto”. L’immediatezza dice che Gesù non si è preparato a questa andata nel deserto, che la cosa giunge improvvisa. E il verbo il cui soggetto è lo Spirito, il verbo greco ekballein (sospingere, scacciare) esprime una certa violenza, una costrizione. Lo Spirito getta fuori, spinge Gesù nel deserto. A dire che l’azione spirituale è un’azione non coincidente con il desiderio umano. Gesù si lascia trascinare, ma non è una sua iniziativa, una sua scelta l’andare nel deserto. Forse si vuol significare che solo la forza dello Spirito può consentire di reggere la prova del deserto e che andarvi per eroismo o protagonismo spirituale è un atto spiritualmente suicida. La radicalità del deserto può affascinare, ma essa rigetta chi vi si inizia senza la mozione dello Spirito.

Cosa avviene a Gesù? Dopo l’esperienza del battesimo in cui Gesù è tra la folla, accanto a Giovanni il Battezzatore, e ascolta la voce dal cielo che lo proclama figlio di Dio, ecco che la luminosità e la maestosità di questa esperienza si mutano nella discesa nel deserto che è invito all’interiorità, anzi, un imperioso comando all’interiorità. Se è vero che è necessario discernere il proprio desiderio per conoscersi e saper scegliere la propria vita, è altrettanto vero che c'è anche una distanza tra il nostro desiderio e la vita dello Spirito in noi. E che ci sono resistenze da vincere per entrare nella vita dello Spirito. La nostra nascita alla vita dello Spirito è dolorosa, frutto di lotta e costellata di resistenze. Di Paolo si dirà in At 20,22 che è costretto dallo Spirito ad andare dove lui non vorrebbe minimamente andare. Intravediamo lo Spirito anche dietro a quell’allos, quell’altro che condurrà Pietro dove lui non vuole (Gv 21,18). È l’altro Paraclito (Gv 14,16). Lo Spirito appare come volontà di Dio che può entrare in conflitto con la nostra, ma da cui siamo chiamati a lasciarci vincere, ovvero, ad assumerla come nostra. Del resto, questa violenza accettata da Gesù e fatta sua, questa che è violenza dello Spirito, richiama la violenza della parola di Dio che strappa Abramo dalla sua terra e gli impone di andarsene verso un luogo sconosciuto: “Vattene!” (Gen 12,1). In realtà Abramo è in una solitudine radicale anche se parte con la sua gente. Egli parte verso il vuoto che il Signore, non Abramo stesso, riempirà. Anzi, sarà un vuoto che quando la promessa di Dio sembrerà per grazia colmare con il dono di un figlio, Dio stesso provvederà ancora a ricreare chiedendo il sacrificio del figlio (Gen 22,1-2).

L’azione spirituale è dunque azione di profondità, di discesa, di abbassamento. Non di innalzamento, non di salita, ma anzitutto di contatto con il basso. Dice un apoftegma dei padri del deserto: “Se vedrai un giovane salire al cielo di sua volontà, afferralo per un piede, e scaraventalo a terra, poiché ciò non gli serve”. Non si sale se non partendo dal basso, non ci si alza se non si è caduti, se non si è conosciuto e incontrato l’inferno interiore e nominato e combattuto il nemico che è in noi. Anche nel testo di Marco quando si parla di Gesù che stava con le fiere e gli angeli lo servivano si inizia dal basso, dalle fiere, dalle bestie selvagge: si tratta di un movimento verticale ma dal basso verso l’alto, non il contrario. Chi conosce il quadro di Caravaggio “La conversione di san Paolo” ricorda che Paolo è a terra, sbalzato dal cavallo, e che, nella sua caduta, le braccia tese verso l’alto esprimono l’inizio della salita ed egli sembra quasi spinto da una forza antigravitazionale: la caduta è l’inizio dell’ascesa. Il culmine della scala di cui parla Benedetto nella sua Regola è l’umiltà (RB VII,62ss.), l’adesione all’humus, alla terra. Chi inizia dall’alto invece si espone all’illusione, all’autoinganno. È sedotto dal proprio stesso procedere spirituale, è sedotto dall’angelo e finirà, come ricorda argutamente Pascal, col “fare la bestia”. Dice un pensiero di Pascal: “L’uomo non è angelo né bestia, e disgrazia vuole che chi vuol fare l’angelo faccia la bestia”.

Il testo di Marco è discreto: non dice in cosa consista la tentazione. Non vi è il dettagliare la tentazione in tre momenti come in Matteo e in Luca. Tutto resta avvolto nel silenzio. Silenzio che è anche del testo stesso, non solo di Gesù che non si affida nemmeno alle parole della Scrittura come negli altri sinottici. Qui al posto della parola della Scrittura vi è il silenzio. Silenzio per restare in se stesso, per abitare il proprio spirito e non dissiparsi all’esterno con parole, per restare concentrato. Silenzio per scoprire che il mondo è in noi, non banalmente fuori di noi. Per sapere che i miraggi e le tentazioni di mutare miracolosamente la durezza delle pietre nella fragranza del pane nascono nel cuore; che le tentazioni della potenza e della gloria sono i sogni che coltiviamo in noi; che le illusioni di imporci agli altri e attirarne l’attenzione con imprese prodigiose come gettarci dal tempio ed essere salvati, sono fantasmi che abitano in noi. Davvero il silenzio fa verità e ci suggerisce di non proiettare sugli altri e sull’esterno ciò che è in noi: “Guarda in te stesso e scopri il male che è in te. Se lo vedi in te eviterai di condannarlo e giudicarlo negli altri”.

Qui si situa anche la potenza della solitudine. Nella descrizione di Marco colpisce che, dopo aver parlato del deserto in cui stava Giovanni come un deserto popolato da moltissime persone che accorrevano a lui, un deserto umanizzato, ora, parlando del deserto in cui si inoltra Gesù, ci venga presentata una landa solitaria, spopolata, in cui i soggetti che si fanno vivi sono attori della vita interiore e invisibile: lo Spirito di Dio e il Satana, le fiere e gli angeli. La solitudine è la condizione che consente l’affiorare dell’interiorità. Essa è memoria della nostra unicità. Ci ricorda che l’imperativo a cui non possiamo sottrarci pena il tradimento della vocazione originaria e fondante di ciascuno di noi, della nostra immagine e somiglianza con Dio, è la libertà, con cui possiamo realizzare noi stessi, cioè obbedire all’unicità irripetibile che Dio ha voluto per ciascuno di noi. La lotta del deserto è anzitutto in questo abitare solitudine e silenzio. Che normalmente sono dimensioni rare, a cui non siamo abituati e a cui cerchiamo di sottrarci. Inoltre, il potere semplificante ed essenzializzante di solitudine e silenzio fa emergere i lati più oscuri e tenebrosi che sono in noi. Ma proprio lì si situa il lavoro di verità che queste dimensioni operano per noi. Che non sono il fine cui giungere, ma la strada da percorrere per arrivare al fine dell’incontro con il Signore e dello stare con lui, al fine dell’incontrare gli altri in verità e carità.

La fatica del deserto è ben espressa nella pagina evangelica dal verbo “stare”, “dimorare”, anzi, letteralmente, “essere”. Gesù erat in deserto, non manebat; Gesù erat cum bestiis. Non è solo un rimanere, ma qualcosa che ha a che fare con l’edificazione dell’essere stesso della persona. Gesù sta senza fare nulla, senza fare nulla che non sia un’azione e un’attività interiore. Nel deserto Gesù finalizza il fare all’essere. Gesù fa esperienza della durata. Silenzio e solitudine sono le condizioni per fare esperienza della durata e l’esperienza della durata è la condizione della contemplazione. Che è lavoro di unificazione e pacificazione. Come avviene per Gesù. Infatti, se Gesù annuncia, subito dopo i 40 giorni nel deserto, che “Il regno di Dio è vicino” (Mc 1,15) è perché quel regno Gesù l’ha conosciuto in se stesso, nella pace tra bestie e angeli, tra inferno e cielo, nel suo aver continuato ad abitare la parola ricevuta dall’alto “Tu sei mio figlio” (Mc 1,11) e a lasciarsi guidare dallo Spirito santo mentre si trovava nel confronto con Satana. In quell’esperienza del deserto Gesù vive in sé ciò che avviene nel mondo, o meglio fa di se stesso il luogo del mondo riconciliato. Gesù è l’umanità riconciliata, l’umanità nella pace. Gesù è il Regno di Dio davvero vicinissimo. L’era messianica si apre perché ciò che è destinato al mondo è avvenuto nella persona di Gesù. Questo evento di riconciliazione profonda tra forze infere e potenze celesti, questa pace messianica profetizzata da Isaia, Gesù l’attua in se stesso, in lui avviene la riconciliazione e la pace. Gesù è spazio di pace e di unità, di unificazione e riconciliazione. Egli riesce ad assorbire la violenza delle bestie selvagge senza cadere nel disumano, riesce a convivere con le potenze divine e angeliche senza innalzarsi nel sovrumano. Gesù custodisce la postura umana e si lascia docilmente guidare dallo Spirito di Dio. Divenendo così esempio del battezzato: “Tutti quelli che sono guidati dallo

Spirito di Dio, questi sono figli di Dio” (Rm 8,14). Gesù si lascia guidare dallo Spirito nel deserto e lì vive la sua figliolanza divina, la sua immagine divina, la sua creaturalità abitata dalla parola di Dio che lo rende figlio e dallo Spirito che lo fa vivere come figlio.

Luciano Manicardi https://www.monasterodibose.it/preghiera/vangelo/14361-spinto-verso-la-fatica-del-deserto

 

Il 17 febbraio, Mercoledì delle Ceneri, inizia la Quaresima. È il «tempo forte» che prepara alla Pasqua, culmine dell’Anno liturgico e della vita di ogni cristiano. Anche la Quaresima 2021 sarà segnata dalla pandemia e dalle misure anti-Covid che scandiscono la vita ecclesiale in Italia. Già lo scorso anno gran parte della Quaresima era stata marcata dal coronavirus che era dilagato nella Penisola nelle settimane che portano alla solennità della Risurrezione.

La Quaresima si conclude il Giovedì Santo con la Messa in Coena Domini (in cui si fa memoria dell’istituzione dell’Eucaristia e in cui si svolge il rito della lavanda dei piedi) che apre il Triduo Pasquale. Quest’anno la Pasqua viene celebrata il 4 aprile quando nelle parrocchie del Paese diventerà obbligatorio l’uso del nuovo Messale Romano in italiano tradotto dalla Cei. Come dice san Paolo, la Quaresima è «il momento favorevole» per compiere «un cammino di vera conversione» così da «affrontare vittoriosamente con le armi della penitenza il combattimento contro lo spirito del male», si legge nell’orazione colletta all’inizio della Messa del Mercoledì delle Ceneri. In questo itinerario di quaranta giorni che conduce al Triduo pasquale, memoria della passione, morte e risurrezione del Signore, cuore del mistero di Salvezza, «rinnoviamo la nostra fede, attingiamo l’“acqua viva” della speranza e riceviamo a cuore aperto l’amore di Dio che ci trasforma in fratelli e sorelle in Cristo», ricorda papa Francesco nel Messaggio per la Quaresima 2021.

Nella liturgia si parla di “Quadragesima”, cioè di un tempo di quaranta giorni. La Quaresima richiama alla mente i quaranta giorni di digiuno vissuti dal Signore nel deserto prima di intraprendere la sua missione pubblica. Si legge nel Vangelo di Matteo: «Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame».

Quaranta è il numero simbolico con cui l’Antico e il Nuovo testamento rappresentano i momenti salienti dell’esperienza della fede del popolo di Dio. È una cifra che esprime il tempo dell’attesa, della purificazione, del ritorno al Signore, della consapevolezza che Dio è fedele alle sue promesse. Nell’Antico Testamento sono quaranta i giorni del diluvio universale, quaranta i giorni passati da Mosè sul monte Sinai, quaranta gli anni in cui il popolo di Israele peregrina nel deserto prima di giungere alla Terra Promessa, quaranta i giorni di cammino del profeta Elia per giungere al monte Oreb, quaranta i giorni che Dio concede a Ninive per convertirsi dopo la predicazione di Giona.

Nei Vangeli sono anche quaranta i giorni durante i quali Gesù risorto istruisce i suoi, prima di ascendere al cielo e inviare lo Spirito Santo. Tornando alla Quaresima, essa è un «accompagnare Gesù che sale a Gerusalemme, luogo del compimento del suo mistero di passione, morte e risurrezione e ricorda che la vita cristiana è una “via” da percorrere, consistente non tanto in una legge da osservare, ma nella persona stessa di Cristo, da incontrare, da accogliere, da seguire», ha spiegato Benedetto XVI nel 2011.

Il digiuno, l’elemosina e la preghiera sono i segni, o meglio le pratiche, della Quaresima. Papa Francesco, nel suo Messaggio   le definisce «le condizioni e l’espressione della nostra conversione». E aggiunge: «La via della povertà e della privazione (il digiuno), lo sguardo e i gesti d’amore per l’uomo ferito (l’elemosina) e il dialogo filiale con il Padre (la preghiera) ci permettono di incarnare una fede sincera, una speranza viva e una carità operosa». Il digiuno significa l’astinenza dal cibo, ma comprende altre forme di privazione per una vita più sobria. «Chi digiuna – spiega papa Francesco – si fa povero con i poveri e “accumula” la ricchezza dell’amore ricevuto e condiviso. Così inteso e praticato, il digiuno aiuta ad amare Dio e il prossimo in quanto, come insegna san Tommaso d’Aquino, l’amore è un movimento che pone l’attenzione sull’altro considerandolo come un’unica cosa con sé stessi».

Il digiuno è legato poi all’elemosina. San Leone Magno insegnava in uno dei suoi discorsi sulla Quaresima: «Quanto ciascun cristiano è tenuto a fare in ogni tempo, deve ora praticarlo con maggiore sollecitudine e devozione, perché si adempia la norma apostolica del digiuno quaresimale consistente nell’astinenza non solo dai cibi, ma anche e soprattutto dai peccati. A questi doverosi e santi digiuni, poi, nessuna opera si può associare più utilmente dell’elemosina, la quale sotto il nome unico di “misericordia” abbraccia molte opere buone». Così il digiuno è reso santo dalle virtù che l’accompagnano, soprattutto dalla carità, da ogni gesto di generosità che dona ai poveri e ai bisognosi il frutto di una privazione. Non è un caso che nelle diocesi e nelle parrocchie vengano promosse le Quaresime di fraternità e carità per essere accanto agli ultimi. «Vivere una Quaresima di carità – sottolinea papa Francesco – vuol dire prendersi cura di chi si trova in condizioni di sofferenza, abbandono o angoscia a causa della pandemia di Covid-19. Nel contesto di grande incertezza sul domani, ricordandoci della parola rivolta da Dio al suo Servo: “Non temere, perché ti ho riscattato” (Is 43,1), offriamo con la nostra carità una parola di fiducia, e facciamo sentire all’altro che Dio lo ama come un figlio». E afferma l’enciclica Fratelli tutti: «Solo con uno sguardo il cui orizzonte sia trasformato dalla carità, che lo porta a cogliere la dignità dell’altro, i poveri sono riconosciuti e apprezzati nella loro immensa dignità, rispettati nel loro stile proprio e nella loro cultura, e pertanto veramente integrati nella società».

La Quaresima, inoltre, è un tempo privilegiato per la preghiera. Sant’Agostino dice che il digiuno e l’elemosina sono «le due ali della preghiera» che le permettono di prendere più facilmente il suo slancio e di giungere sino a Dio. E san Giovanni Crisostomo esorta: «Abbellisci la tua casa di modestia e umiltà con la pratica della preghiera. Così prepari per il Signore una degna dimora, così lo accogli in splendida reggia». Nel Messaggio per la Quaresima 2021 papa Francesco invita a rinnovare la speranza. «Nel raccoglimento e nella preghiera silenziosa – avverte il Pontefice – la speranza ci viene donata come ispirazione e luce interiore, che illumina sfide e scelte della nostra missione: ecco perché è fondamentale raccogliersi per pregare (cfr Mt 6,6) e incontrare, nel segreto, il Padre della tenerezza. Vivere una Quaresima con speranza vuol dire sentire di essere, in Gesù Cristo, testimoni del tempo nuovo, in cui Dio “fa nuove tutte le cose”».

Giacomo Gambassi domenica 14 febbraio 2021https://www.avvenire.it/chiesa/pagine/capire-la-quaresima-2021-al-tempo-del-covid

Eremo Rocca  S. Stefano sabato  20 febbraio 2021

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