venerdì 19 febbraio 2021

STORIA E STORIE DI VIOLENZA Martirio di san Bartolomeo


 

Gioacchino Assereto, Martirio di san Bartolomeo (1630-1635 circa; olio su tela, 120 x 170 cm; Genova, Museo dell’Accademia Ligustica di Belle Arti)


Dei pittori che a Genova subirono l’influsso e il fascino dell’arte di Caravaggio, Gioacchino Assereto (Genova, 1600 - 1650) fu tra coloro che portarono il realismo caravaggesco alle sue conseguenze più estreme. Prova ne è il suo Martirio di san Bartolomeo oggi conservato al Museo dell’Accademia Ligustica di Genova: è una delle più crude raffigurazioni del martirio del santo, che fu uno dei dodici apostoli di Gesù e che secondo la tradizione avrebbe subito il martirio in una non meglio specificata località del Medio Oriente, scuoiato vivo. In certe opere lo vediamo mentre, risorto o in gloria, porta con sé la sua pelle (celebre è il san Bartolomeo della Cappella Sistina), e solitamente i pittori che volevano evitare scene particolarmente spietate si concentravano sui primi momenti del martirio, quando il boia aveva appena tirato fuori il coltellaccio. Assereto non si fa questi problemi e coglie la scena nel momento in cui uno dei due aguzzini tira un lembo di pelle dalla gamba di san Bartolomeo scoprendo i muscoli sanguinanti: il Seicento abbonda di scene come questa, ma la foga e il sadismo dello sgherro di Assereto hanno pochissimi eguali.

 I vangeli sinottici lo chiamano Bartolomeo, e in quello di Giovanni è indicato come Natanaele. Due nomi comunemente intesi il primo come patronimico (BarTalmai, figlio di Talmai, del valoroso) e il secondo come nome personale, col significato di “dono di Dio”.

Da Giovanni conosciamo la storia della sua adesione a Gesù, che non è immediata come altre. Di Gesù gli parla con entusiasmo Filippo, suo compaesano di Betsaida: "Abbiamo trovato colui del quale hanno scritto Mosè nella Legge e i Profeti, Gesù, figlio di Giuseppe di Nazareth". Basta questo nome – Nazareth – a rovinare tutto. La risposta di Bartolomeo arriva inzuppata in un radicale pessimismo: "Da Nazareth può mai venire qualcosa di buono?". L’uomo della Betsaida imprenditoriale, col suo “mare di Galilea” e le aziende della pesca, davvero non spera nulla da quel paese di montanari rissosi.

Ma Filippo replica ai suoi pregiudizi col breve invito a conoscere prima di sentenziare: "Vieni e vedi". Ed ecco che si vedono: Gesù e Natanaele-Bartolomeo, che si sente dire: "Ecco davvero un Israelita in cui non c’è falsità". Spiazzato da questa fiducia, lui sa soltanto chiedere a Gesù come fa a conoscerlo. E la risposta ("Prima che Filippo ti chiamasse, io ti ho visto quando eri sotto il fico") produce una sua inattesa e debordante manifestazione di fede: "Rabbi, tu sei il Figlio di Dio, tu sei il re d’Israele!". Quest’uomo diffidente è in realtà pronto all’adesione più entusiastica, tanto che Gesù comincia un po’ a orientarlo: "Perché ti ho detto che ti ho visto sotto il fico credi? Vedrai cose maggiori di questa".

Troviamo poi Bartolomeo scelto da Gesù con altri undici discepoli per farne i suoi inviati, gli Apostoli. Poi gli Atti lo elencano a Gerusalemme con gli altri, "assidui e concordi nella preghiera". E anche per Bartolomeo (come per Andrea, Tommaso, Matteo, Simone lo Zelota, Giuda Taddeo, Filippo e Mattia) dopo questa citazione cala il silenzio dei testi canonici.

Ne parlano le leggende, storicamente inattendibili. Alcune lo dicono missionario in India e in Armenia, dove avrebbe convertito anche il re, subendo però un martirio tremendo: scuoiato vivo e decapitato. Queste leggende erano anche un modo di spiegare l’espandersi del cristianesimo in luoghi remoti, per opera di sconosciuti. A tante Chiese, poi, proclamarsi fondate da apostoli dava un’indubbia autorità. La leggenda di san Bartolomeo è ricordata anche nel Giudizio Universale della Sistina: il santo mostra la pelle di cui lo hanno “svestito” gli aguzzini, e nei lineamenti del viso, deformati dalla sofferenza, Michelangelo ha voluto darci il proprio autoritratto.(  http://www.santiebeati.it/dettaglio/21400)

 Lorenzo Montanaro  scrive : “ Il suo nome evoca immediatamente la "notte di san Bartolomeo", cioè quella tra il 23 e il 24 agosto del 1572, quando migliaia di cristiani ugonotti vennero massacrati in Francia dai cattolici: è una tra le pagine più tragiche e buie nella storia dei rapporti tra le Chiese. Ma san Bartolomeo, la cui festa si celebra appunto oggi, 24 agosto, è una figura ben lontana da ogni forma di sopraffazione di violenza.  E' infatti un discepolo di Cristo, anzi: un apostolo,  uno dei dodici, cioè uno di coloro che hanno seguito la vita pubblica di Gesù fin dal principio, poco dopo il battesimo nel Giordano e l'inizio della predicazione.
Il nome Bartolomeo è in realtà un patronimico. In aramaico suona Bar-Talmai, ovvero  figlio di Talmai, del valoroso. Secondo la maggior parte degli studiosi il nome proprio di questo apostolo sarebbe Natanaele (in ebraico "dono di Dio"): così viene indicato nel Vangelo di Giovanni. Di lui non sappiamo molto: i testi canonici ci offrono poche, rade pennellate, sufficienti per tracciare un ritratto essenziale. Sappiamo che, come Simone e Andrea, era un pescatore e possiamo supporre che, prima di incontrare Gesù, abbia fatto parte della cerchia del Battista. Era originario di Cana di Galilea: questo dettaglio autorizza a ipotizzare che abbia assistito di persona al primo miracolo di Gesù, la trasformazione dell'acqua in vino avvenuta, com'è noto, a Cana, durante un banchetto nuziale.
A prima vista quella di Natanaele-Bartolomeo sembrerebbe una figura "secondaria", quasi sempre eclissata da personalità più forti. Ma nel Vagnelo di Giovanni troviamo un episodio che invece lo vede protagonista e che offre numerosi spunti di riflessione: è la chiamata dell'apostolo. Natanaele si trova seduto all'ombra di un fico quando viene raggiunto dall'amico Filippo che con tono entusiastico gli dice «Abbiamo trovato colui del quale hanno scritto Mosè nella Legge e i Profeti, Gesù, figlio di Giuseppe di Nazareth». Bartolomeo è però scettico, diffidente, tanto che risponde con sprezzante incredulità: «Da Nazareth può mai venire qualcosa di buono?».
E' un uomo concreto e ragiona secondo i canoni dalla tradizione: conosce benissimo quell'insignificante agglomerato di casupole che si trova a pochi chilometri da casa sua e gli pare incredibile che un posto simile, mai menzionato nell'Antico Testamento, possa aver dato i natali al Messia, il liberatore di Israele che tutti attendono. Natanaele ha lo sguardo pessimista e un po' frettoloso di chi si ferma all'apparenza. Ma si ricrederà presto. Infatti, incontrandolo, Gesù dice di lui: «Ecco davvero un Israelita in cui non c’è falsità»: è una straordinaria attestazione di fiducia che non ha uguali in tutti i Vangeli. L'uomo, infatti, ne resta spiazzato: «Donde mi conosci?» domanda. E Gesù: «Prima che Filippo ti chiamasse ti vidi mentre eri sotto il fico». Questa frase tocca nel profondo il cuore di Bartolomeo: coglie forse una domanda inespressa, un pensiero nascosto, testimoniando come Gesù sappia leggere nelle pieghe più segrete dell'interiorità. Fatto sta che l'ex-scettico si trasforma nel volgere di un istante in un fervente seguace di Cristo: «Rabbi, tu sei il Figlio di Dio. Tu sei il re d'Israele!» afferma convinto. Ma ora è il maestro a smorzare i toni: «Perché ti ho detto che ti ho visto sotto il fico, tu credi? Vedrai cose ben più grandi di queste». Una risposta che talvolta viene citata come esempio dell'ironia presente nel Vangelo di Giovanni.
Terminato questo dialogo Bartolomeo torna nell'ombra, per riemergere solo di tanto in tanto: lo ritroviamo a Gerusalemme, dopo la Pentecoste, tra coloro che, come riferiscono gli Atti degli Apostoli, sono «assidui e concordi nella preghiera». Tutto il resto è tradizione: alcune fonti parlano di una sua predicazione in India e poi in Armenia, dove avrebbe convertito anche il re, attirandosi però le ire dei sacerdoti pagani attivi nella zona. Per questo, sempre secondo la tradizione, avrebbe subito un atroce martirio, condannato a essere scuoiato vivo e poi decapitato. Ecco perché molta dell'iconografia relativa a san Bartolomeo ce lo mostra con in mano la sua stessa pelle, della quale è stato "svestito" dagli aguzzini. Una delle raffigurazioni più celebri si trova a Roma, nella cappella Sistina: nella maschera di volto, sfigurata dalla sofferenza, che appare su questa pelle pare che Michelangelo abbia voluto tracciare il suo autoritratto.

Gioacchino Assereto pittore italiano (Genova 1600-1649). L'opera e la personalità di Assereto sono state rivalutate da R.Longhi che lo ha indicato come il migliore artista genovese del primo Seicento accanto a B. Strozzi. Un primo periodo è definibile dalla ricerca di narrazione drammatica espressa da luci violente sulla carne, da una tavolozza “olandese”, da un'accentuata personalizzazione dei tratti, da una maniera compositiva basata su scorci audaci e linee oblique (pala con Santi del 1626 nella parrocchiale di Recco; Apparizione della Vergine a San Bernardo, Genova, collezione privata; Circoncisione, Milano, Brera). Le influenze dirette sono quelle del Cerano e del Caravaggio, ma Assereto era stato anche allievo di A. Ansaldo, che era venuto in contatto con Rubens  e Van Dyck durante il loro soggiorno genovese. Verso il 1630 Assereto raggiunse la piena maturità artistica negli affreschi dell'Annunziata del Vastato a Genova, nel Sansone e Dalila (Firenze, collezione Longhi), nel Martirio di San Bartolomeo (Genova, Accademia Ligustica). L'artista è arrivato al giusto equilibrio dei mezzi stilistici, impostando sempre il quadro sulla drammatizzazione della scena. Dell'ultimo periodo, altre opere sono: la Cena in Emmaus e l'Agar nel deserto (Genova, collezioni private), il Mosè che fa spiccare l'acqua dalla rupe (Madrid, Prado), Sant'Agostino e Santa Monica (Londra, collezione privata  (https://www.sapere.it/enciclopedia/Asser%C3%A9to%2C+Gioacchino.html)  

 Il martirio di san Bartolomeo è anche un dipinto di Giambattista Tiepolo   dei  suoi primi anni di lavoro a Venezia. A. Cocchi scrive : “Questo dipinto fa parte di una serie di dodici tele con storie della vita degli apostoli, realizzate ciascuna da un celebre pittore dell'epoca e destinate alla chiesa di San Stae a Venezia.
Appartiene alla  fase giovanile e ai suoi modi più drammatici. Il taglio compositivo è impostato sulle diagonali, i colori sono molto caldi e in prevalenza scuri, i contrasti di luce-ombra sono violenti. Tutti elementi che denotano una forte vicinanza alla pittura del Piazzetta.
A ciò si aggiunge la componente teatrale della scena: i personaggi hanno espressioni e gesti esagerati, le figure solenni vengono messe in evidenza nella loro enfasi, sottolineati dai contrasti di luce abbagliante e zone buie, organizzate sapientemente come in una regia.
Questo tono aulico, declamatorio è un elemento constante della sua pittura dove i personaggi sono sempre in posa e la scena sembra più recitata che vissuta.
c'è una ricerca di teatralità che toglie l'effetto di tragedia, ma punta su quello spettacolare e fantastico che emergerà in maniera più compiuta e uno stile più personale negli affreschi. (https://www.geometriefluide.com/pagina.asp?cat=tiepolo-gianbattista&prod=martir-s-bartolomeo-tiepolo)

 

 

 

 

 

 

Al Museo Nazionale d’Abruzzo proveniente da S. Demetrio de’Vestini  Palazzo  Dragonetti Cappelli   c’è un  dipinto che  raffigura al centro il martirio di S. Bartolomeo. Intorno al Santo si accaniscono i carnefici che gli strappano brandelli di pelle. Sullo sfondo un cielo nuvoloso.L'opera è attualmente presso il Castello Piccolomini di Celano (AQ). Il dipinto venne attribuito a Preti dal Serra (1912). L'opera fu eseguita dall'artista in una fase matura della sua attività, e sono ben riconoscibili alcune caratteristiche peculiari: il denso chiaroscuro di derivazione napoletana, unito ad un sapiente uso del colore, appreso in un ambiente veneto.
L'intenso naturalismo, anche'esso di influsso napoletano, è riconoscibile non solo nei particolari macabri, ma anche nella caratterizzazione eccessiva dei personaggi, che pure possiedono un'imponenza quasi statuaria.

Eremo Rocca S. Stefano venerdì  19 febbraio 2021

 

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