Gioacchino Assereto, Martirio di san Bartolomeo (1630-1635 circa; olio su tela, 120 x 170 cm; Genova, Museo dell’Accademia Ligustica di Belle Arti)
Dei pittori che a Genova subirono
l’influsso e il fascino dell’arte di Caravaggio, Gioacchino Assereto (Genova,
1600 - 1650) fu tra coloro che portarono il realismo caravaggesco alle sue
conseguenze più estreme. Prova ne è il suo Martirio di san Bartolomeo
oggi conservato al Museo dell’Accademia Ligustica di Genova: è una delle più
crude raffigurazioni del martirio del santo, che fu uno dei dodici apostoli di
Gesù e che secondo la tradizione avrebbe subito il martirio in una non meglio
specificata località del Medio Oriente, scuoiato vivo. In certe opere lo
vediamo mentre, risorto o in gloria, porta con sé la sua pelle (celebre è il
san Bartolomeo della Cappella Sistina), e solitamente i pittori che volevano
evitare scene particolarmente spietate si concentravano sui primi momenti del
martirio, quando il boia aveva appena tirato fuori il coltellaccio. Assereto
non si fa questi problemi e coglie la scena nel momento in cui uno dei due
aguzzini tira un lembo di pelle dalla gamba di san Bartolomeo scoprendo i
muscoli sanguinanti: il Seicento abbonda di scene come questa, ma la foga e il
sadismo dello sgherro di Assereto hanno pochissimi eguali.
I vangeli sinottici lo chiamano Bartolomeo, e in quello
di Giovanni è indicato come Natanaele. Due nomi comunemente intesi il primo
come patronimico (BarTalmai, figlio di Talmai, del valoroso) e il secondo come
nome personale, col significato di “dono di Dio”.
Da Giovanni conosciamo la storia della sua adesione a Gesù, che non è immediata come altre. Di Gesù gli parla con entusiasmo Filippo, suo compaesano di Betsaida: "Abbiamo trovato colui del quale hanno scritto Mosè nella Legge e i Profeti, Gesù, figlio di Giuseppe di Nazareth". Basta questo nome – Nazareth – a rovinare tutto. La risposta di Bartolomeo arriva inzuppata in un radicale pessimismo: "Da Nazareth può mai venire qualcosa di buono?". L’uomo della Betsaida imprenditoriale, col suo “mare di Galilea” e le aziende della pesca, davvero non spera nulla da quel paese di montanari rissosi.
Ma Filippo replica ai suoi pregiudizi col breve invito a conoscere prima di sentenziare: "Vieni e vedi". Ed ecco che si vedono: Gesù e Natanaele-Bartolomeo, che si sente dire: "Ecco davvero un Israelita in cui non c’è falsità". Spiazzato da questa fiducia, lui sa soltanto chiedere a Gesù come fa a conoscerlo. E la risposta ("Prima che Filippo ti chiamasse, io ti ho visto quando eri sotto il fico") produce una sua inattesa e debordante manifestazione di fede: "Rabbi, tu sei il Figlio di Dio, tu sei il re d’Israele!". Quest’uomo diffidente è in realtà pronto all’adesione più entusiastica, tanto che Gesù comincia un po’ a orientarlo: "Perché ti ho detto che ti ho visto sotto il fico credi? Vedrai cose maggiori di questa".
Troviamo poi Bartolomeo scelto da Gesù con altri undici discepoli per farne i suoi inviati, gli Apostoli. Poi gli Atti lo elencano a Gerusalemme con gli altri, "assidui e concordi nella preghiera". E anche per Bartolomeo (come per Andrea, Tommaso, Matteo, Simone lo Zelota, Giuda Taddeo, Filippo e Mattia) dopo questa citazione cala il silenzio dei testi canonici.
Ne parlano le leggende, storicamente inattendibili. Alcune lo dicono missionario in India e in Armenia, dove avrebbe convertito anche il re, subendo però un martirio tremendo: scuoiato vivo e decapitato. Queste leggende erano anche un modo di spiegare l’espandersi del cristianesimo in luoghi remoti, per opera di sconosciuti. A tante Chiese, poi, proclamarsi fondate da apostoli dava un’indubbia autorità. La leggenda di san Bartolomeo è ricordata anche nel Giudizio Universale della Sistina: il santo mostra la pelle di cui lo hanno “svestito” gli aguzzini, e nei lineamenti del viso, deformati dalla sofferenza, Michelangelo ha voluto darci il proprio autoritratto.( http://www.santiebeati.it/dettaglio/21400)
Lorenzo Montanaro scrive : “ Il suo nome evoca immediatamente
la "notte di san Bartolomeo", cioè quella tra il 23 e il 24 agosto
del 1572, quando migliaia di cristiani ugonotti vennero massacrati in Francia
dai cattolici: è una tra le pagine più tragiche e buie nella storia dei
rapporti tra le Chiese. Ma san Bartolomeo, la cui festa si celebra appunto
oggi, 24 agosto, è una figura ben lontana da ogni forma di sopraffazione di
violenza. E' infatti un discepolo di Cristo, anzi: un apostolo, uno
dei dodici, cioè uno di coloro che hanno seguito la vita pubblica di Gesù fin
dal principio, poco dopo il battesimo nel Giordano e l'inizio della
predicazione.
Il nome Bartolomeo è in realtà un patronimico. In aramaico suona Bar-Talmai,
ovvero figlio di Talmai, del valoroso. Secondo la maggior parte degli
studiosi il nome proprio di questo apostolo sarebbe Natanaele (in ebraico
"dono di Dio"): così viene indicato nel Vangelo di Giovanni. Di lui
non sappiamo molto: i testi canonici ci offrono poche, rade pennellate,
sufficienti per tracciare un ritratto essenziale. Sappiamo che, come Simone e
Andrea, era un pescatore e possiamo supporre che, prima di incontrare Gesù,
abbia fatto parte della cerchia del Battista. Era originario di Cana di
Galilea: questo dettaglio autorizza a ipotizzare che abbia assistito di persona
al primo miracolo di Gesù, la trasformazione dell'acqua in vino avvenuta, com'è
noto, a Cana, durante un banchetto nuziale.
A prima vista quella di Natanaele-Bartolomeo sembrerebbe una figura
"secondaria", quasi sempre eclissata da personalità più forti. Ma nel
Vagnelo di Giovanni troviamo un episodio che invece lo vede protagonista e che
offre numerosi spunti di riflessione: è la chiamata dell'apostolo. Natanaele si
trova seduto all'ombra di un fico quando viene raggiunto dall'amico Filippo che
con tono entusiastico gli dice «Abbiamo trovato colui del quale hanno scritto
Mosè nella Legge e i Profeti, Gesù, figlio di Giuseppe di Nazareth». Bartolomeo
è però scettico, diffidente, tanto che risponde con sprezzante incredulità: «Da
Nazareth può mai venire qualcosa di buono?».
E' un uomo concreto e ragiona secondo i canoni dalla tradizione: conosce
benissimo quell'insignificante agglomerato di casupole che si trova a pochi
chilometri da casa sua e gli pare incredibile che un posto simile, mai
menzionato nell'Antico Testamento, possa aver dato i natali al Messia, il
liberatore di Israele che tutti attendono. Natanaele ha lo sguardo pessimista e
un po' frettoloso di chi si ferma all'apparenza. Ma si ricrederà presto.
Infatti, incontrandolo, Gesù dice di lui: «Ecco davvero un Israelita in cui non
c’è falsità»: è una straordinaria attestazione di fiducia che non ha uguali in
tutti i Vangeli. L'uomo, infatti, ne resta spiazzato: «Donde mi conosci?»
domanda. E Gesù: «Prima che Filippo ti chiamasse ti vidi mentre eri sotto il
fico». Questa frase tocca nel profondo il cuore di Bartolomeo: coglie forse una
domanda inespressa, un pensiero nascosto, testimoniando come Gesù sappia
leggere nelle pieghe più segrete dell'interiorità. Fatto sta che l'ex-scettico
si trasforma nel volgere di un istante in un fervente seguace di Cristo:
«Rabbi, tu sei il Figlio di Dio. Tu sei il re d'Israele!» afferma convinto. Ma
ora è il maestro a smorzare i toni: «Perché ti ho detto che ti ho visto sotto
il fico, tu credi? Vedrai cose ben più grandi di queste». Una risposta che
talvolta viene citata come esempio dell'ironia presente nel Vangelo di
Giovanni.
Terminato questo dialogo Bartolomeo torna nell'ombra, per riemergere solo di
tanto in tanto: lo ritroviamo a Gerusalemme, dopo la Pentecoste, tra coloro
che, come riferiscono gli Atti degli Apostoli, sono «assidui e concordi nella
preghiera». Tutto il resto è tradizione: alcune fonti parlano di una sua
predicazione in India e poi in Armenia, dove avrebbe convertito anche il re,
attirandosi però le ire dei sacerdoti pagani attivi nella zona. Per questo,
sempre secondo la tradizione, avrebbe subito un atroce martirio, condannato a
essere scuoiato vivo e poi decapitato. Ecco perché molta dell'iconografia
relativa a san Bartolomeo ce lo mostra con in mano la sua stessa pelle, della
quale è stato "svestito" dagli aguzzini. Una delle raffigurazioni più
celebri si trova a Roma, nella cappella Sistina: nella maschera di volto,
sfigurata dalla sofferenza, che appare su questa pelle pare che Michelangelo
abbia voluto tracciare il suo autoritratto.
Gioacchino Assereto pittore italiano (Genova 1600-1649).
L'opera e la personalità di Assereto sono state rivalutate da R.Longhi che lo
ha indicato come il migliore artista genovese del primo Seicento accanto a B.
Strozzi. Un primo periodo è definibile dalla ricerca di narrazione drammatica
espressa da luci violente sulla carne, da una tavolozza “olandese”, da
un'accentuata personalizzazione dei tratti, da una maniera compositiva basata
su scorci audaci e linee oblique (pala con Santi del 1626 nella
parrocchiale di Recco; Apparizione della Vergine a San Bernardo, Genova,
collezione privata; Circoncisione, Milano, Brera). Le influenze dirette
sono quelle del Cerano e del Caravaggio, ma Assereto era stato anche allievo di
A. Ansaldo, che era venuto in contatto con Rubens e Van Dyck durante il loro soggiorno
genovese. Verso il 1630 Assereto raggiunse la piena maturità artistica negli
affreschi dell'Annunziata del Vastato a Genova, nel Sansone e Dalila
(Firenze, collezione Longhi), nel Martirio di San Bartolomeo (Genova,
Accademia Ligustica). L'artista è arrivato al giusto equilibrio dei mezzi
stilistici, impostando sempre il quadro sulla drammatizzazione della scena.
Dell'ultimo periodo, altre opere sono: la Cena in Emmaus e l'Agar nel
deserto (Genova, collezioni private), il Mosè che fa spiccare l'acqua
dalla rupe (Madrid, Prado), Sant'Agostino e Santa Monica (Londra,
collezione privata (https://www.sapere.it/enciclopedia/Asser%C3%A9to%2C+Gioacchino.html)
Il martirio di san Bartolomeo è anche un dipinto di Giambattista
Tiepolo dei suoi primi anni di lavoro a Venezia. A. Cocchi
scrive : “Questo dipinto fa parte di una serie di dodici tele con storie
della vita degli apostoli, realizzate ciascuna da un celebre pittore
dell'epoca e destinate alla chiesa di San Stae a Venezia.
Appartiene alla fase giovanile e ai suoi
modi più drammatici. Il taglio compositivo è impostato sulle diagonali, i colori
sono molto caldi e in prevalenza scuri, i contrasti di luce-ombra sono violenti. Tutti elementi che denotano
una forte vicinanza alla pittura del Piazzetta.
A ciò si aggiunge la componente teatrale della scena: i personaggi hanno
espressioni e gesti esagerati, le figure solenni vengono messe in evidenza
nella loro enfasi, sottolineati dai contrasti di luce abbagliante e zone buie,
organizzate sapientemente come in una regia.
Questo tono aulico, declamatorio è un elemento constante della sua pittura dove
i personaggi sono sempre in posa e la scena sembra più recitata che vissuta.
c'è una ricerca di teatralità che toglie l'effetto di tragedia, ma punta su
quello spettacolare e fantastico che emergerà in maniera più compiuta e uno
stile più personale negli affreschi. (https://www.geometriefluide.com/pagina.asp?cat=tiepolo-gianbattista&prod=martir-s-bartolomeo-tiepolo)
Al Museo Nazionale d’Abruzzo
proveniente da S. Demetrio de’Vestini
Palazzo Dragonetti Cappelli c’è un dipinto che raffigura al centro il martirio di S.
Bartolomeo. Intorno al Santo si accaniscono i carnefici che gli strappano
brandelli di pelle. Sullo sfondo un cielo nuvoloso.L'opera
è attualmente presso il Castello Piccolomini di Celano (AQ). Il dipinto venne attribuito a Preti dal
Serra (1912). L'opera fu eseguita dall'artista in una fase matura della sua
attività, e sono ben riconoscibili alcune caratteristiche peculiari: il denso
chiaroscuro di derivazione napoletana, unito ad un sapiente uso del colore,
appreso in un ambiente veneto.
L'intenso naturalismo, anche'esso di influsso
napoletano, è riconoscibile non solo nei particolari macabri, ma anche nella
caratterizzazione eccessiva dei personaggi, che pure possiedono un'imponenza
quasi statuaria.
Eremo Rocca S. Stefano venerdì 19 febbraio 2021


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