venerdì 19 febbraio 2021

INCIPIT : Al principio di luglio con tempo caldissimo….

Al principio  di luglio  con tempo caldissimo, verso sera, un giovane scese dalla sua stanzuccia, che aveva in subaffitto nel vicolo di S., sulla strada e lentamente, come irresoluto, si diresse verso il ponte di K.

Egli scansò felicemente l'incontro con la sua padrona per la scala. La sua stanzuccia riusciva proprio sotto il tetto di un alto casamento a cinque piani e somigliava un armadio più che un'abitazione. La sua padrona di casa invece, dalla quale aveva in affitto questa cameretta con desinare e servizio compreso, abitava una scala. più in basso, in un quartierino a sé; ogni volta che egli usciva sulla via, gli toccava inevitabilmente passar davanti alla cucina della padrona, la cui porta era quasi sempre spalancata sulla scala. E ogni volta il giovane, passando lì davanti, provava una certa qual sensazione penosa e pavida, di cui si vergognava e per la quale aggrottava le ciglia. Egli era fortemente indebitato con la padrona e temeva d'incontrarla.

Non che fosse tanto pauroso e avvilito, tutt'altro anzi; ma da qualche tempo era in uno stato d'irritazione e di tensione simile all'ipocondria. A tal segno s'era sprofondato in sé stesso e isolato da tutti che temeva addirittura qualsiasi incontro, non che quello della padrona. Era oppresso dalla povertà; ma perfin le sue strettezze avevan cessato negli ultimi tempi di pesargli. Delle sue faccende quotidiane aveva smesso affatto né più aveva voglia di occuparsi. Non temeva punto la padrona, in fondo, qualunque cosa quella meditasse contro di lui. Ma fermarsi sulla scala, ascoltare ogni sorta di ciance su tutte quelle miserie d'ogni giorno, delle quali non gl'importava un bel nulla, tutte quelle insistenze per il pagamento, le minacce e i lagni, e dover intanto egli stesso schermirsi, scusarsi, mentire, no, era ben meglio sgusciare in qualche modo, come un gatto, giù per la scala e svignarsela che nessuno vedesse.

 Del resto, questa volta la sua paura d'incontrar la creditrice fece impressione a lui medesimo, uscito che fu in strada.

« A qual faccenda voglio arrischiarmi e, al tempo stesso, di che bazzecole ho timore! " pensò con uno strano sorriso. «Uhm ... sì... tutto è nelle mani dell'uomo, e tutto egli si lascia passar davanti al naso, unicamente per vigliaccheria ... questo ormai è un assioma. Curioso, che cosa gli uomini temono più di tutto? Un passo nuovo, una propria parola nuova è quel che più di tutto essi temono ... Ma del resto io chiacchiero troppo. E non faccio nulla perché chiacchiero. O magari è anche così: chiacchiero, perché non faccio nulla. È in quest'ultimo mese che ho imparato a chiacchierare stando disteso intere giornate in un cantuccio e pensando ... al Re Pisello '. Be', perché vado adesso? Sono io forse capace di questo? Forse che questo è serio? Non è serio affatto. Tanto così per una fantasia, mi balocco da me; trastulli.  E sian pure trastulli! ».

Nella via era un caldo terribile, e per giunta afa, ressa, dappertutto calcina, legname, mattoni, polvere e quello speciale puzzo estivo, così noto a ogni pietroburghese che non abbia la possibilità di prendere a pigione una villetta, tutto ciò ad un tempo scosse sgradevolmente i nervi già sconcertati del giovane. L'insopportabile lezzo delle bettole, poi, il cui numero in quella parte della città è particolarmente grande, e gli ubriachi che ogni momento gli capitavan dinanzi, nonostante la giornata feriale, completarono il ripugnante e triste colorito del quadro. Un senso di profondissimo disgusto balenò un attimo nei fini lineamenti del giovane. A proposito, egli era singolarmente bello della persona, con magnifici occhi scuri, di capelli castani, di statura superiore alla media, sottile e slanciato. Ma presto egli cadde come in profonda meditazione, anzi, per esser più esatti, come in una specie di sonnolenza, e tirò via, senza più badare a quanto lo circondava, e senza volerci badare.

 Tratto tratto mormorava solo qualcosa tra sé, per la sua abitudine dei monologhi, che dianzi egli stesso si era riconosciuta. In quel momento poi egli medesimo aveva coscienza che i suoi pensieri a volte s'ingarbugliavano e ch'era debolissimo. Era il secondo giorno ormai dacché non mangiava quasi nulla.

Era mal vestito a tal segno che un altro, anche se avvezzo, si sarebbe fatto scrupolo d'uscir di giorno in strada con simili cenci. Per altro il rione era tale che lì col modo di vestire era difficile far meraviglia a qualcuno. La vicinanza della Sermaìa ', l'abbondanza dei noti spacci e, soprattutto, la popolazione operaia e artigiana ammucchiata in quelle vie e viuzze del centro di Pietroburgo screziavano a volte il panorama generale di tali individui che sarebbe stato strano anche il meravigliarsi nell'incontrar certi tipi. Ma tanto rabbioso disprezzo già s'era accumulato nell'animo del giovane che, nonostante tutta la sua, talora assai giovanile, ombrosità, men che di tutto si vergognava dei suoi cenci, per via. Sarebbe stata un'altra cosa, se avesse incontrato certi conoscenti o i suoi antichi compagni, coi quali, in genere, non aveva piacere d'incontrarsi. E intanto, quando un ubriaco, che in quel momento veniva trasportato per via, non si sa perché né dove, su un enorme carro vuoto, trainato da un enorme cavallo da tiro, .gli gridò d'un tratto, passando: - Ehi, tu, cappellaio tedesco! - e prese a berciare a squarciagola, additandolo, il giovane si fermò all'improvviso e si afferrò convulsamente il cappello. Questo cappello era alto, rotondo, alla Zimmermann, ma ormai tutto logoro, rossiccio affatto, tutto buchi e chiazze, senza falde, e angolosamente ammaccato da una parte nel modo più sconcio. Ma non la vergogna, bensì un tutt'altro sentimento, simile addirittura a sgomento, s'impadronì di lui.

«Lo sapevo io! " mormorava turbato, «così la pensavo! Questo, sì, è peggio di tutto! Ecco che una qualunque sciocchezza di tal fatta, una qualunque volgarissima inezia può guastare tutto il disegno! Sì, un cappello che si fa notar troppo ... È ridicolo, perciò si fa notare. Coi miei cenci ci vuole assolutamente un berretto, foss'anche una vecchia frittella purchessia, ma non questa mostruosità. Di così nessuno ne porta, da lontano una versta  lo noteranno, lo ricorderanno ... soprattutto, poi se ne ricorderanno, ed ecco un indizio. Qui bisogna farsì notare il meno possibile ... Le inezie, le inezie sono l'essenziale!             Ecco, son proprio queste inezie a rovinar sempre tutto .

Non aveva da far molta strada; sapeva perfino quanti passi dal portone di casa sua: esattamente settecentotrenta. Un giorno li aveva contati, quando già s'era molto immerso nel suo fantasticare. A quel tempo egli stesso ancora non credeva a queste' sue fantasticherie e si stuzzicava soltanto con la loro mostruosa, ma seducente temerità. Adesso invece, un mese dopo, già cominciava a veder le cose altrimenti e, nonostante tutti gl'irritanti monologhi sulla propria impotenza ed esistenza, s'era abituato, in certo modo perfin contro voglia, a considerare ormai la mostruosa fantasticheria come un'impresa, benché tuttora non credesse a sé stesso. Anzi andava ora a far la prova della sua impresa, e a ogni passo la sua agitazione si faceva sempre più forte.

Con uno struggimento di cuore e un tremito nervoso, egli si avvicinò a un immenso casamento che dava con una facciata sopra un canale e con l'altra sulla via di... Questa casa si componeva tutta di piccoli appartamenti ed era popolata da ogni sorta di mestieranti: sarti, magnani, cuoche, da vari tedeschi, da ragazze che vivevan per loro conto, da minuti impiegati eccetera. La gente che entrava e usciva non faceva che andare e venire sotto i due portoni e nei due cortili della casa. C'eran lì tre o quattro portinai. Il giovane fu assai contento di non averne incontrato alcuno e, inosservato, dal portone sgusciò subito a destra, su per la scala. La scala era buia e stretta, di servizio, ma egli già aveva studiato e sapeva tutto ciò, e quella disposizione gli piaceva: in tale oscurità anche uno sguardo curioso era esente da pericolo.  Se adesso ho tanta paura, che mai sarebbe se in qualche modo realmente accadesse di giungere ai fatti? ... », pensò involontariamente, salendo al quarto piano. Qui gli sbarrarono la via dei facchini, soldati in congedo, che portavan fuori da un appartamento dei mobili. Già prima  sapeva  che in quell'appartamento abitava un tedesco con famiglia, pubblico impiegato: «Dunque….

 Fiodor  Dostoievski  Delitto e castigo  a puntate su il Messaggero Russo. Vivente l’autore fu ripubblicato tre volte nel 1867,1870 e 1876 

Fëdor Michajlovič Dostoevskij nasce a Mosca nel 1821, secondo di sette fratelli. Il padre, Michail, è medico presso l’ospedale dei poveri ed è un uomo autoritario, progressivamente dedito all’alcolismo; la madre, Marija, proviene invece da una famiglia di mercanti: minata dalle continue gravidanze e dalla tisi muore nel 1837. In seguito a questa scomparsa, Dostoevskij fa domanda per entrare alla Scuola Superiore di Ingegneria di Pietroburgo e vi si trasferisce nel 1838. L’anno successivo il padre viene assassinato dai propri servi, esasperati dai suoi comportamenti: ricevuta la notizia, Fëdor ha il primo degli attacchi epilettici che segneranno la sua vita. Sulla figura paterna Dostoevskij modellerà almeno in parte, molti anni dopo, il personaggio di Fëdor Karamazov nei Fratelli Karamazov (1878-1880), il suo ultimo libro.

 A Pietroburgo, Dostoevskij è più interessato alla letteratura che all’ingegneria: legge E. T. A. Hoffmann, Goethe, Hugo,Puskin Schiller e si innamora di Gogol’ e Balzac – del quale, a soli 22 anni, traduce Eugénie Grandet. Sono gli anni di un apprendistato letterario che lo porterà a scrivere, nel 1844, il primo romanzo, Povera gente, che diventa subito un caso letterario. L’anno successivo, con Il sosia, Dostoevskij introduce nella propria narrativa uno dei suoi grandi filoni tematici: quello del doppio. Nel frattempo, contrae il vizio del gioco – che lo porterà più volte sull’orlo della bancarotta e del quale parlerà esplicitamente nel romanzo Il giocatore (1866). Affascinato dalle idee socialiste partecipa a Pietroburgo agli incontri del circolo Petraševskij, di ispirazione fourierista (dal nome e le idee del filosofo utopista francese Charles Fourier, 1772-1837): nel 1849, insieme ad alcuni compagni, viene arrestato e condannato a morte ma, come era pratica frequente all’epoca, davanti al plotone d’esecuzione la sentenza è commutata in una condanna ai lavori forzati in Siberia. Questo è, naturalmente, uno spartiacque nella vita di Dostoevskij, che trascorre i successivi quattro anni in un campo di prigionia di Omsk, in compagnia di altri forzati e di un unico libro: la Bibbia. Lì, matura una visione profondamente cristiana del mondo ("Se qualcuno mi dimostrasse che Cristo è fuori dalla verità ed effettivamente risultasse che la verità è fuori dal Cristo, io preferirei restare con Cristo piuttosto che con la verità" scrive in una lettera 1; e più o meno le stesse parole pronuncerà nel 1871 Stavrogin, il protagonista dei Demoni ) e si convince della “missione” del popolo russo, che da qui in poi sarà sempre visto come un ideale di purezza di spirito da contrapporre all’Occidente ateo e corrotto.

Questo punto di vista, che innerva tutta la seconda fase della sua vita e della sua produzione poetica, trova spazio nelle Memorie di una casa morta (1862), il resoconto degli anni della prigionia. Tornato a vivere a Pietroburgo, fonda con il fratello Michail la rivista di ispirazione nazionalista «Vremja» (Il Tempo), che verrà chiusa dopo pochi numeri. Nel frattempo, viaggia in Europa, gioca alla roulette e perde la prima moglie Marija, malata di tisi. È però iniziata la seconda fase della sua carriera letteraria, quella cosiddetta dei “grandi romanzi”. Nel 1864 esce Memorie dal sottosuolo, i cui primi capitoli vengono pubblicati su una nuova rivista co-diretta col fratello, «Epocha» (L’epoca): l’uomo del sottosuolo, altro grande Leitmotiv dostoevskiano, è un individuo abietto, che passa la propria vita nell’indigenza e nell’analisi impietosa delle proprie contraddizioni e bassezze. Convivono in lui la tentazione di umiliarsi mettendo sulla pubblica piazza le proprie miserie e la smania irrazionale di emergere: è l’evoluzione tutta dostoevskiana del già frequentato tema del doppio. Per uscire dal pantano della propria coscienza, d’ora in poi i personaggi dei romanzi di Dostoevskij non avranno altra via che l’immersione nel proprio io e l’accettazione dell’altro attraverso un atto d’amore e di umiltà che ha come punto d’arrivo finale la congiunzione con Cristo. La solitudine, la nevrosi, la sofferenza, il tormento intorno ai temi della verità, dell’armonia universale, della colpa e della redenzione sono ormai i cardini attorno a cui si muovono le figure che popolano i romanzi della seconda fase dostoevskiana: è così per Raskol’nikov, protagonista di Delitto e castigo (1866), per i Karamazov, per Stavrogin. Nelle figure del principe Myškin, protagonista dell’Idiota  (1868) e di Alëša, il più giovane dei Karamazov, Dostoevskij ha invece voluto rappresentare degli uomini assolutamente buoni, vicini, per temperamento e per fascino, a un’idea di Cristo.

I grandi romanzi dostoevskiani sono scritti in modo febbrile sotto la pressione dei creditori (nel 1864 è morto il fratello Michail lasciando Fëdor pieno di debiti), l’acuirsi dei problemi di salute e di gioco e la morte, avvenuta nel 1868 a soli tre mesi, della figlia Sonja, avuta dalla seconda moglie Anna Grigor’evna. È forse questo avvenimento che rende i bambini, sinonimo di un’innocenza spesso violata e di vicinanza con l’Assoluto, un altro dei momenti fondamentali della poetica dostoevskiana. Nel 1876 pubblica il Diario di uno scrittore, dove raccoglie scritti politici, giornalistici e d’occasione: l’opera ottiene un grande successo commerciale. Nel 1880, a Mosca, viene invitato a partecipare all’inaugurazione del monumento a Puškin, e legge il celebre Discorso su Puškin, in cui, ancora una volta, ribadisce il ruolo messianico e universale dell’anima russa. Il 28 gennaio 1881, in seguito a un enfisema polmonare, muore nella sua Pietroburgo, il cupo e odiato sfondo della maggior parte dei suoi romanzi.

1 Lettera a N.D. Fonvizina, 1854, in Lettere sulla creatività, a cura di G. Pacini, Milano, Feltrinelli, 1994, p. 51.

 

Eremo Rocca S. Stefano venerdì 19 febbraio 2021 

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