
Giove, invaghitosi di Io, figlia di Inaco re di Argo, cerca
di conquistarla e di sedurla. Il dio, per celare a Giunone la sua infedeltà,
avvolge la terra con una coltre di nubi. Giunone però si insospettisce e ordina
alle nebbie di dissolversi, riuscendo così a ritrovare il suo consorte. Questi
intanto, per proteggere Io dalla rabbia della moglie, trasforma la ninfa in una
bianca giovenca. Giunone, fiutato l’inganno, chiese in dono la giovenca e Giove
non poté tirarsi indietro. Allora la dea affidò Io-giovenca ad
Argo dai
cento occhi perché la sorvegliasse. Giove chiese a Mercurio, suo
messaggero, di liberarla. Mercurio, trasformatosi in pastore, addormentò il
vigile Argo raccontandogli la storia di
Pan e Siringa,
e poi lo decapitò. Giunone, dispiaciuta, prese i cento occhi di Argo e li
applicò sulla coda del pavone, animale a lei sacro. Io punita nuovamente da
Giunone, che le invia un tafano a tormentarla, è costretta a girovagare senza
sosta per tutta la terra. Arrivata al braccio di mare tra Europa e Asia, Io
attraversò a nuoto lo stretto, che così prese il nome di Bosforo ("
passaggio
della giovenca"). Infine la dea, sotto la pressione di Giove, pone
fine al suo supplizio: arrivata in Egitto, Io riprende il suo aspetto
originario. Sulle sponde del Nilo, la fanciulla darà alla luce Epafo, figlio di
Giove e sarà venerata dal popolo egiziano come dea Iside.
Da questo mito prende il nome il Bosforo, che divide il mar
di Marmara dal mar Nero, segnando di fatto il confine tra il continente europeo
e quello asiatico. Ancora una volta si tratta di un nome greco, difatti la parola
Bosforo deriva da Βοῦς bous
(“vacca”) e πόρος poros (“passaggio”) e significa pertanto “il passo
della giovenca”. Perché? A quale giovenca si allude? Ancora una volta-
afferma Alba Subrizio - ( 1) il nostro ‘serbatoio’ di miti a cui attingere
è Publio Ovidio Nasone che, nel libro I delle sue “Metamorfosi”, narra di
quando Zeus si innamorò (per l’ennesima volta!) di una fanciulla mortale: Io,
figlia del re di Argo. Date le sue innumerevoli ‘scappatelle’, alcune delle
quali avevano fruttato parecchi figli illegittimi, la sua sposa Era gli stava
con gli occhi addosso perennemente; motivo per cui non era facile per il buon
Zeus avvicinarsi ad una ragazza e decise di provare avvolgendo tutta la Terra
con una densa nebbia, ma Era, che non era proprio una sciocca, fiutò che c’era
qualcosa da nascondere e diradò la nebbia. A questo punto il fedifrago, nel
goffo tentativo di nascondere l’oggetto del desiderio, trasformò Io in una
vacca bianca. Quando Era giunse sul luogo del misfatto, ‘odorando’ l’inganno,
chiese – guarda caso – proprio quella bellissima giovenca in dono. Il padre
degli dèi, per non far cadere la copertura, acconsentì, ma Era, che aveva
capito tutto, pose la giovenca/Io sotto la custodia di Argo, un mostro con
cento occhi, che non dormiva mai (se non chiudendo due occhi per volta, così
che gli altri novantotto restavano a vegliare). Ecco allora che Zeus si sentì
in colpa per il male arrecato alla fanciulla (rinchiusa con un mostro e per di
più trasformata in un animale), per cui chiese aiuto ad Ermes per liberarla. Il
dio si recò in loco e qui cercò di far addormentare Argo con il suono
della siringa (strumento della cui nascita parleremo in un futuro blog); una
volta che il mostro chiuse tutti i suoi cento occhi, Ermes glieli cavò con una
falce e poi gli tagliò la testa.
Si dice che Era rimase tanto dispiaciuta per ciò che era
accaduto al suo fedele servitore che raccolse gli occhi e li pose sulla coda
dell’animale a lei sacro, ossia il pavone. Ecco che da allora la coda del
pavone sembra avere delle macchie che sembrano occhi: gli occhi di Argo.
Ma torniamo alla nostra Io. La povera fanciulla non trova
pace, difatti Era questa volta le invia un tafano a tormentarla, per cui la
giovenca è costretta a muoversi senza sosta e durante la fuga attraversa a
nuoto il famoso stretto che da lei ha preso il nome (“passaggio della vacca”),
dirigendosi verso il Mediterraneo. A questo punto Zeus si decide a confessare e
chiede alla moglie di porre fine al supplizio della ragazza che de facto
non ha colpe. Così, una volta che Io raggiunge l’Egitto, magicamente riacquista
le sue sembianze umane; qui verrà venerata come una dea col nome di Iside.
Fonti Classiche
|
Eschilo, Le Supplici, prologo
Erodoto, Storie, I, 1-2
Plauto, La Pentola, Atto III, vv. 551-557
Polibio, Storie, IV, 43
Apollodoro, Biblioteca, II, 5-9
Virgilio, Eneide, Libro VII, vv. 789-793
Ovidio, Amori, III, 4
Ovidio, L’Arte di Amare, I, vv. 108-113,
478-481; III, 688-697, 914-925
Ovidio, Le Metamorfosi, Libro I, vv. 568-750
Apuleio, L’Asino d’Oro, Libro XI, 3
Igino, Fabulae, 145
Luciano di Samosata, Dialoghi Marini, Noto e
Zefiro
Luciano di Samosata, Dialoghi degli Dei, Zeus ed
Ermes
Nonno di Panopoli, Le Dionisiache
Macrobio Teodosio, Saturnali, Libro I, 12, 13
Fonti medievali
Mythographus Vaticanus I (ed. G. H. Bode, Hildesheim, 1968), 18, Io et
Argus
Mythographus
Vaticanus II (ed.
G. H. Bode, Hildesheim, 1968), 89, Io
Arnolfo
d’Orleans, Allegoriae super Ovidii Metamorphosen, I
Giovanni di Garlandia, Integumenta Ovidii, I,
97-109
Dante, Divina Commedia, Purgatorio, XXIX
, 94-96; XXXII, 64-66
Ovide Moralisè, I, vv. 3408-3796; 3796-4030;
4099-4150
Giovanni del Virgilio, Allegoriae Librorum Ovidii
Metamorphoseos, I,
Arrigo Simintendi, Metamorfosi d'Ovidio volgarizzate
da ser Arrigo Simintendi, I, Favola di Giove e Io
Petrus
Berchorius, Ovidius Moralizatus, Liber I, Fabulae X, XI, XIII, XIV, XV
Boccaccio, Genealogie Deorum Gentilium, VII,
cap. XXI-XXII
Boccaccio, De Claris Mulieribus, cap. VIII
Giovanni dei Bonsignori,Ovidio Metamorphoseos
Vulgare, Capitoli XXXI-XXXVI; XXXVIII-XLI
Christine de Pizan, Epistre d’Othea, 30, 7-41
|
Fonti Rinascimentali
Francesco Colonna, Hypnerotomachia Poliphili, 364,
441, 460
Niccolò degli Agostini, Tutti li libri de Ovidio
Metamorphoseos tradutti dal litteral al verso vulgar, Venetia 1522, Libro I
Lodovico Dolce, Le Trasformationi, Venezia 1553,
libro II
Gabriele Symeoni, La vita et metamorphoses d’Ovidio,
Lione 1559
Giovanni Andrea dell’Anguillara, Delle Metamorphosi
d’Ovidio, Venezia 1561, Libro I
Vincenzo Cartari, Le imagini de i Dei de gli gentili,
Francesco Marcolini, Venezia 1556, p.152
Giove, Europa ed Io
Ovidio, Metamorfosi I 568-750
Est
nemus Haemoniae, praerupta quod undique claudit
silva: vocant Tempe; per quae Peneos ab imo
effusus Pindo spumosis volvitur undis
deiectuque gravi tenue
s agitantia fumos
nubila conducit summisque adspergine silvis
inpluit et sonitu plus quam vicina fatigat:
haec
domus, haec sedes, haec sunt penetralia magni
amnis,
in his residens facto de cautibus antro,
undis
iura dabat nymphis
que
colentibus undas.
conveniunt illuc popularia flumina primum,
nescia, gratentur consolenturne parentem,
populifer
Sperchios et inrequietus Enipeus
Apidanosque
senex lenisque Amphrysos et Aeas,
moxque
amnes alii, qui, qua tulit inpetus illos,
in mare
deducunt fe
ssas
erroribus undas.
Inachus
unus abest imoque reconditus antro
fletibus
auget aquas na
tamque
miserrimus Io
luget ut
amissam: nescit, vitane fruatur
an sit
apud manes; sed
quam non invenit usquam,
esse putat nusquam atque
animo peiora veretur.
Viderat a patrio re
deuntem Iuppiter illam
flumine et 'o virgo Iove digna tuoque beatum
nescio quem factura toro
, pete' dixerat 'umbras
altorum nemorum' (et nemorum monstraverat umbras)
'dum calet, et medio sol est altissimus orbe!
quodsi sola times latebras
intrare ferarum,
praeside tuta deo nemorum secreta subibis,
nec de plebe deo, sed qui caelestia magna
sceptra manu teneo, sed qui vaga fulmina mitto.
ne fuge me!' fugiebat
enim. iam pascua Lernae
consitaque arboribus Lyrcea reliquerat arva,
cum deus inducta la
tas caligine terras
occuluit tenuitque fuga
m rapuitque pudorem.
Interea medios Iuno despexit in Argos
et
noctis faciem nebul
as
fecisse volucres
sub nitido mirata die, non fluminis illas
esse, nec umenti sensit tellure remitti;
atque suus coniunx ubi sit circumspicit, ut quae
deprensi totiens iam nosset furta mariti.
quem
postquam caelo non repperit, 'aut ego fallor
aut ego
laedor' ait delaps
aque ab
aethere summo
constitit
in terris nebulasque recedere iussit.
coniugis
adventum praesenserat inque nitentem
Inachidos
vultus mutaverat ille iuvencam;
bos quoque formosa est. speciem Saturnia vaccae,
quamquam invita, probat nec non, et cuius et unde
quove sit armento, veri
quasi nescia quaerit.
Iuppiter e terra genitam mentitur, ut auctor
desinat inquiri: petit ha
nc Saturnia munus.
quid faciat? crudele suos addicere amores,
non dare suspectum est: Pudor est, qui suadeat illinc,
hinc
dissuadet Amor. victus Pudor esset Amore,
sed leve si munus sociae generisque torique
vacca negaretur, poterat non vacca videri!
Paelice donata non protinus exuit omnem
diva
metum timuitque Iovem et fuit anxia furti
donec
Arestoridae servandam tradidit Argo.
centum
luminibus cinctum caput Argus habebat
inde suis vicibus capiebant bina quietem,
cetera servabant atque in
statione manebant.
constiterat quocumque modo, spectabat ad Io,
ante oculos Io, quamvis
aversus, habebat.
luce sinit pasci; cum sol tellure sub alta est,
claudit et indigno circumdat vincula collo.
frondibus arboreis et amara pascitur herba.
proque toro terrae non semper gramen habenti
incubat infelix limosaque flumina potat.
illa etiam supplex Argo cum bracchia vellet
tendere, non habuit, quae bracchia tenderet Argo,
conatoque queri mugitus edidit ore
pertimuitque sonos propria
que exterrita voce est.
venit et ad ripas, ubi ludere saepe solebat,
Inachidas:
rictus novaque ut conspexit in unda
cornua, pertimuit seque
exsternata refugit.
naides
ignorant, ignorat et Inachus ipse,
quae
sit; at illa patrem sequitur sequiturque sorores
et
patitur tangi seque admirantibus offert.
decerptas
senior porrexerat Inachus herbas:
illa
manus lambit patriis
que dat
oscula palmis
nec
retinet lacrimas et, si modo verba sequantur,
oret
opem nomenque suum casusque loquatur;
littera pro verbis, quam
pes in pulvere duxit,
corporis indicium mutati triste peregit.
'me
miserum!' exclamat pater Inachus inque gementis
cornibus
et nivea pe
ndens
cervice iuvencae
'me miserum!' ingeminat; 't
une es quaesita per omnes
nata mihi terras? tu
non inventa reperta
luctus
eras levior! re
tices
nec mutua nostris
dicta refers, alto ta
ntum suspiria ducis
pectore,
quodque unum potes, ad mea verba remugis!
at tibi
ego ignarus thalamos taedasque parabam,
spesque fuit generi mihi prima, secunda nepotum.
de grege
nunc tibi vir, nunc
de grege
natus habendus.
nec finire licet tantos mihi morte dolores;
sed nocet esse deum, praeclusaque ianua leti
aeternum
nostros luctus extendit in aevum.‘
talia maerenti stellatus submovet Argus
ereptamque patri dive
rsa in pascua natam
abstrahit.
ipse procul montis sublime cacumen
occupat,
unde sedens part
es
speculatur in omnes.
Nec
superum rector mala tanta Phoronidos ultra
ferre potest natumque vo
cat, quem lucida partu
Pleias
enixa est letoque det imperat Argum.
parva mora est alas pedibus virgamque potenti
somniferam sumpsisse manu tegumenque capillis.
haec ubi disposuit, patria
Iove natus ab arce
desilit in terras; illic
tegumenque removit
et posuit pennas, tantummodo virga retenta est:
hac agit, ut pastor, per devia rura capellas
dum
venit abductas, et
structis
cantat avenis.
voce
nova captus custos Iunonius ‘at tu,
quisquis
es, hoc poteras mecum considere saxo’
Argus
ait; ‘neque enim pecori fecundior ullo
herba
loco est, aptamque
vides
pastoribus umbram.’
Sedit
Atlantiades et
euntem multa loquendo
detinuit sermone diem iunctisque canendo
vincere harundinibus servantia lumina temptat.
ille tamen pugnat molles evincere somnos
et, quamvis sopor est oculorum parte receptus,
parte tamen vigilat. quaer
it quoque (namque reperta
fistula nuper erat), qua
sit
ratione reperta.
Tum deus
‘Arcadiae gelidis sub montibus’ inquit
'inter
hamadryadas celeberrima Nonacrinas
naias
una fuit: nymphae Syringa vocabant.
non
semel et satyros eluserat illa sequentes
et quoscumque deos umbr
osaque silva feraxque
rus
habet. Ortygiam studiis ipsaque colebat
virginitate deam; ritu quoque cincta Dianae
falleret et posset credi Latonia, si non
corneus
huic arcus, si non foret aureus illi;
sic
quoque fallebat. Redeuntem colle Lycaeo
Pan
videt hanc pinuque caput praecinctus acuta
talia verba refert – restabat verba referre
et
precibus spretis fugisse per avia nympham,
donec
harenosi placidum Ladonis ad amnem
venerit;
hic illam cursum inpedientibus undis
ut se mutarent liqui
das orasse sorores,
Panaque cum prensam sibi iam Syringa putaret,
corpore pro nymphae calam
os tenuisse palustres,
dumque ibi suspirat, motos in harundine ventos
effecisse sonum tenuem
similemque querenti.
arte nova vocisque deum dulcedine captum
‘hoc mihi colloquium tecum’ dixisse ‘manebit,’
atque ita disparibus cal
amis conpagine cerae
inter se iunctis nomen tenuisse puellae.
talia
dicturus vidit Cyllenius omnes
subcubuisse
oculos adope
rtaque lumina somno;
supprimit extemplo vocem firmatque soporem
languida permulcens medicata lumina virga.
nec mora, falcato nutantem vulnerat ense,
qua collo est confine caput, saxoque cruentum
deicit
et maculat praeruptam sanguine rupem.
Arge,
iaces, quodque in tot lumina lumen habebas,
exstinctum
est, centumque oculos nox occupat una.
Excipit
hos volucrisque suae Saturnia pennis
collocat
et gemmis caudam stellantibus inplet.
protinus
exarsit nec tempora distulit irae
horriferamque oculis
animoque obiecit Erinyn
paelicis Argolicae stimulosque in pectore caecos
condidit
et profugam per totum exercuit orbem.
ultimus inmenso restabas, Nile, labori;
quem simulac tetigit, positisque in margine ripae
procubuit genibus resupinoque ardua collo,
quos
potuit solos, tollens ad sidera vultus
et gemitu et lacrimis et luctisono mugitu
cum Iove visa queri finemque orare malorum.
coniugis ille suae conplexus colla lacertis,
finiat ut
poenas tandem,
rogat
'in' que 'futurum
pone
metus' inquit: 'numquam tibi causa doloris
haec
erit,' et Stygias iubet hoc audire paludes.
Ut lenita dea est, vultus capit illa priores
fitque, quod ante fuit: fugiunt e corpore saetae,
cornua
decrescunt, fit
luminis
artior orbis,
contrahitur
rictus, rede
unt
umeriquemanusque,
ungulaque in quinos dilapsa absumitur ungues:
de bove nil superest fo
rmae nisi candor in illa.
officioque pedum nymphe contenta duorum
erigitur metuitque loqui, ne more iuvencae
mugiat, et timide verba intermissa retemptat.
Nunc dea linigera colitur celeberrima turba.
huic Epaphus magni genitus de semine tandem
creditur esse Iovis perque
urbes iuncta parenti
templa tene

C’è un bosco nell’Emonia, racchiuso da tutte le parti
da forre scoscese; lo chiamano Tempe. Qui scorre il
Peneo, che sgorga
dalle falde del Pindo con acque schiumanti,
e nella forte discesa so
lleva nebbie che creano
vapori sottili, e riempie di spruzzi le cime degli
alberi,
e col suo fragore rintrona anche oltre i luoghi vicini.
Qui è la casa, la sede, il sacrario del grande fiume,
e qui, sedendo in un antro scavato dentro la roccia,
governava le acque e le ninfe che le abitano.
Qui arrivano dapprima i fiumi del luogo,
incerti se rallegrarsi col padre o se consolarlo,
lo Sperchio ricco di pioppi, l’irrequieto Enipeo,
il vecchio Apidano, il dolce Anfriso e l’Eante,
e poi gli altri fiumi, che, dove li spinge il loro
impeto,
portano al mare le acque
stanche del lungo vagare.
Manca soltanto l’Inaco che, nel profondo della sua
grotta,
cresce le acque col pianto, pi
angendo per persa, in felicissimo,
la figlia Io: non sa se è ancora in vita
o tra le ombre ma, non trovandola in nessun luogo,
pensa che non sia più, e nel suo animo teme il peggio.
Ma Giove l’aveva vista me
ntre tornava dal fiume
paterno e le disse: “Vergine degna di Giove,
che farai felice non so chi del tuo letto, va’ all’ombra
di quel bosco profondo (e le mostrò l’ombra del bosco),
mentre fa caldo e il sole è alto, a metà del suo corso.
Se temi di penetrare
da sola nei nascondigli
delle fiere, sappi che entri nel segreto del bosco
protetta
da un dio, e non uno qualunque: io tengo in mia mano
il grande scettro del cielo e scaglio dovunque i fulmini.
Non fuggirmi”. E infatti fuggiva e si era lasciata dietro
i pascoli di Lerna e i campi Lircei, coltivati a
frutteto,
quando il dio nascose la terra per un vasto tratto
sotto la nebbia, fermò la sua fuga e rapì il suo pudore.
Nel frattempo Giunone guardava al centro della campagna,
stupita che nel giorno sereno le nubi veloci
avessero fatto notte: capì che non erano
nebbie di fiume, né nate dall’umidità del suolo;
si guardò intorno dov’era il marito, ben conoscendone
gli amori furtivi, dopo che tante volte l’aveva colto sul
fatto.
Non trovandolo in cielo, disse: “Se non mi sbaglio,
mi tradisce”, e, scendendo dall’alto del cielo,
si fermò in terra e ordinò a
lle nebbie di sciogliersi.
Ma Giove aveva avvertito l’arrivo della consorte,
e aveva cambiato l’aspetto della figlia di Inaco in una
candida
giovenca. È bella anche come
giovenca. Giunone elogia
suo malgrado il suo aspetto e chiede, come se non lo
sapesse,
di chi è, da dove viene e di quale armento.
Giove inventa che è nata dal suolo, perché la smetta
di indagare, e Giunone la chiede in dono.
Che fare? È crudele consegnare l’amata,
sospetto non consegnarla: lo consiglia il pudore,
lo distoglie l’amore; e il pudore sarebbe stato
vinto dall’amore, ma, se alla moglie e sorella avesse
negato
un dono futile come la vacca, non sarebbe sembrata una
vacca.
Avuta in dono la rivale, la dea non per questo
depose il timore, anzi ansiosamente teme
tte che Giove gliela sottraesse,
finchè non la diede da sorvegliare
al figlio di Arestore Argo, che a
veva la testa cinta da cento occhi;
due alla volta si riposavano a turno,
gli altri restavano a fare la guardia.
In qualunque modo si sistemava, guardava verso Io;
anche volto di spalle, teneva Io d’occhio.
La lascia pascolare di giorno; ma, quando il sole va
sotto la terra,
la rinchiude e le cinge il
collo con legami indegni.
Si nutre di foglie d’alberi e di erba amara
l’infelice, e si corica, invece che in un letto, su terra
non sempre erbosa, e si abbevera ai fiumi torbidi.
Quando voleva tendere ad Argo le braccia supplici,
non aveva braccia da tendere, e tentando
di lamentarsi emetteva dalla bocca muggiti,
e restava atterrita al suono della propria voce.
Andò alle rive dell’Inaco, dove spesso usava giocare,
e vedendo nell’acqua il muso e le nuove corna,
si spaventò e fuggì via costernata. Le Naiadi
e Inaco stesso non sapevano chi era;
ma lei tiene dietro al padre e alle sorelle,
si fa toccare e si offre ai loro sguardi.
Il vecchio Inaco le offrì erbe appena colte:
lei lambì la mano del padre, baciandogli il palmo,
e non trattenne le lacrime; se le parole fossero venute,
avrebbe chiesto aiuto, e detto il suo nome e i suoi casi.
Invece delle parole, lettere tracciate con lo zoccolo
nella
polvere diedero il triste segno della metamorfosi.
“Me infelice”, grida il padre Inaco e, attaccandosi
al collo e alle corna della giovenca gemente,
ripete: “Me infelice!
Sei tu la figlia
che ho cercato per tutte le terre? Era un lutto più lieve
se non t’avessi trovata. Tu taci e non rispondi
alle mie parole; ti limiti a trarre sospiri
dal profondo del petto, e fai quello che puoi, muggisci
in risposta.
E io, ignaro, ti preparavo le nozze,
speravo di avere un genero e poi dei nipoti:
adesso avrai da una mandria marito e figli.
Non posso neanche mettere
termine a tanto dolore
con la morte: mi nuoce essere un dio, mi è preclusa la
porta
della morte, e il mio lutto si estende nel tempo eterno”.
Mentre così diceva,
lo scaccia Argo costellato d’occhi,
strappa la figlia al padre e la avvia su campi
lontani; poi occupa in lontananza la cima di un monte,
e di là, sedendo, sorveglia tutte le parti.
Ma il re degli dèi non può più sopportare che la
discendente
di Foroneo soffra tanti mali: chiama il figlio suo e
della Pleiade
splendida, e gli impone di uccidere Argo.
Breve è l’indugio: Mercurio mette le
ali ai piedi, e prende in mano
la verga che induce il sonno, e mette il copricapo;
così vestito, il figlio di Giove salta giù dalla rocca
paterna in terra. Là toglie il copricapo e le ali,
conserva soltanto la verga e con essa,
come un pastore, spinge su campi fuori mano le capre
raccolte in gregge per via, e suona le canne congiunte.
Colpito
dallo strano suono e dall’arte, il custode di Giunone gli
disse:
“Chiunque tu sia, potresti sedere con me sulla roccia:
in nessun altro posto c’è erba più ricca
per il bestiame, e per i pastori vedi che c’è ombra
adatta”.
Siede il nipote di Atlante, e parlando di molte cose,
occupa tutto il giorno e, suonando le canne,
tenta di addormentare i suoi occhi vigili.
Quello cerca di resistere al morbido sonno,
e benché il sopore invada
una parte degli occhi,
con l’altra parte veglia, e chiede in che modo è stata
inventata la zampogna (lo era appena stata).
Il dio gli rispose: “Sui freddi monti d’Arcadia, tra le
Amadriadi
di Nonacri, c’era una Naiade famosissima
che le altre chiamavano Siringa. Spesso
aveva eluso la caccia dei Satiri, e tutti gli dèi
che vivono nei boschi ombrosi e sui fertili
campi; seguiva la dea d’Ortigia nelle sue passioni
e nella verginità. Vestita anche al modo di Diana,
poteva ingannare e passare per la dea figlia
di Latona, se l’arco non fosse stato di corno,
mentre Diana lo ha d’oro. Ma anche così ingannava. Pan la
vide tornare
dal colle Liceo e, col capo cinto di ispide fronde di
pino,
le disse queste parole: ...". Restava di dirle, e
narrare
come la ninfa, disprezzando le sue preghiere, fuggì in
luoghi
impervi, finchè fu arrivata al corso placido
e sabbioso del Ladone, e qui, mentre
il fiume le impediva la fuga,
pregò le sorelle dell’acqua che la trasformassero,
e Pan, quando già credeva d’avere preso Siringa,
invece del suo corpo strinse le canne palustri;
e mentre sospira, il vento mosso dentro le canne
dà un suono tenue e simile ad un lamento,
e il dio, conquistato dall’arte nuova e dalla dolcezza
del
suono, disse: “Rimarrà questo nostro colloquio”, e unendo
insieme
con la cera canne ineguali, conservò in tal modo
il nome della ragazza. Questo il dio di Cilene
stava per raccontare, ma vide che tutti gli occhi
di Argo avevano ceduto, coperti dal sonno;
subito trattiene la voce e rafforza il sopore,
accarezzando con la verga magica gli occhi
languidi e, senza indugio, con la spada falcata
colpisce il capo oscillante al confine col collo, lo
getta
giù dalla roccia coperto di sangue e ne macchia la rupe
scoscesa.
Tu, giaci, Argo: è spento lo sguardo che avevi in tanti
sguardi, i tuoi cento occhi li invade una sola notte.
La figlia di Saturno raccoglie gli occhi e li mette
sulle penne del suo uccello, e riem
pie la coda di gemme stellate.
Poi si infuria e non rimanda il tempo della sua collera:
mette davanti agli occhi e nell’anima della rivale argiva
l’orribile
Erinni, e le istilla in cuore stimoli ciechi,
e la spinge in fuga, atterrita, per tutto il mondo.
All’immensa fatica restavi, Nilo, tu solo:
appena vi giunse, si gettò in ginocchio
sulla riva e, voltando indietro il collo,
e alzando alle stelle gli occhi, tutto ciò che poteva,
con gemiti e lacrime e muggiti luttuosi
parve lamentarsi con Giove e pregare la fine dei mali.
Giove, gettando le braccia al collo della sua consorte,
la prega di porre un termine al castigo e le dice:
“Per il futuro deponi il timore: non ti sarà causa
di dolore”, e chiama le paludi stigie a testimoni.
Come la dea si placò, Io riprese le prime fattezze,
divenne quella che era prima, le setole
fuggono dal suo corpo, le corna rientrano, il cerchio
dell’occhio
si stringe, si ritira il muso, tornano mani e spalle,
e lo zoccolo si ridivide in cinque unghie.
Niente, tranne il candore, resta più della vacca:
contenta dei suoi due piedi la ninfa si rizza,
e teme parlando di muggire come una mucca,
e timidamente ritenta la parola sospesa.
Ora è una dea venerata dalle folle vestite di lino.
Si dice che da lei e dal seme del grande Giove
Nacque Epafo, che ha culto assieme alla madre nelle
città.
(1)Alba Subrizio Che
cosa vuol dire ‘Bosforo’? E perché la coda del pavone ha gli 'occhi'? Il mito
di Io
Dalla città di
Argo al famoso stretto, al culto egizio di Iside https://www.ilmattinodifoggia.it/blog/alba-subrizio/38296/che-cosa-vuol-dire-bosforo-e-perche-la-coda-del-pavone-ha-gli-occhi-il-mito-di-io.html
Bibliografia
Cambedda A,
Leone R., Il mito di Io e Giove, in Giorgione e la cultura
veneta tra '400 e '500: mito, allegoria, analisi iconologia, atti del
Convegno, Roma novembre 1978, De Luca, Roma 1981, pp. 166-170
Iside: Il Mito,
Il Mistero, La Magia, Catalogo
della Mostra, a cura di Arlsan E.A., Electa, Milano 1997
Eremo Rocca S. Stefano venerdì 31 luglio 2020