Leggendo Marcel Proust, e la sua monumentale opera Alla ricerca del tempo perduto, è
possibile comprendere quanto la “memoria
emozionale”, la “memoria vissuta”,
come viene definita da Borgna, giochi un ruolo centrale nel comprendere se
stessi, il proprio sviluppo e il confronto tra l’attuale, effimero e inerziale, e il passato,
che assume, agli occhi di Marcel, un che di etereo, sublime, rinchiuso nell’antro
della sua mente ma che deborda da quel confinamento forzato dopo aver
assaggiato un dolce che gli ricorda, come descrive in La strada di Swann, la sua amata
Combray. Da questo momento in poi, il protagonista è travolto dai ricordi,
dalla nostalgia dei gironi spensierati in attesa del bacio della buona notte
della mamma, della mestizia dei momenti in cui non vedeva arrivare la figlia di
Swann e, così, nel sopore derivato da questi effluvi emozionali,
si comprende l’importanza della memoria sinestetica e la funzione centrale della nostalgia
nella vita dell’uomo: il risvegliare ricordi sopiti che permettono di gustare
l’antico con un senso di indifferenza signorile, con un sorriso di ingenua
lontananza e con la sicurezza di vagliare momenti che hanno
segnato la vita senza lo stesso coinvolgimento emotivo di un tempo. Proust ha fatto ciò
che il professor Borgna descrive nel suo saggio: ha conosciuto le sconfinate
aree dell’interiorità e delle emozioni
che fanno parte della nostalgia grazie a una profonda analisi
di sé.
.
In generale,
comunque, si può affermare che, anche se implicitamente, la storia
della letteratura rappresenta,
in varie sfaccettature, l’essenza
della nostalgia: tutte le autobiografie trasudano di quest’emozione così come
molte novelle o romanzi
divenuti assi portanti della letteratura. Dal punto di vista autobiografico si
pensi, per esempio, alla Vita di Vittorio Alfieri in cui egli ricorda
che, un giorno, la vista di particolari stivali gli permise di tornare indietro
nel tempo, a quando era fanciullo e uno zio, avente quelle particolari
calzature, gli regalava dei confetti; Alfieri, in questo caso, descrive, con
nostalgia, i momenti di gioia passati con quel parente dagli
stivali strambi che ancora in quel momento viveva in lui, senza
che lo sapesse.
Allo stesso modo, quest’analisi introspettiva è riscontrabile
chiaramente nelle Confessioni di un oppiomane
di Thomas De Quincey, autobiografia nella quale egli rammenta, dopo aver
descritto come aveva contratto la dipendenza dalla droga, i dolorosi giorni in
cui cercava di disintossicarsi, le convulsioni dovute all’astinenza,
l’incapacità di continuare nella redazione di articoli e saggi per via di una
spossatezza estrema. In questo caso, si può sostenere che la nostalgia sia “negativa”, porti al ricordo
di momenti mesti, all’ombra di sé, snaturato della
propria essenza e
incapace di reagire; ma, dopo essere riuscito nel suo intento, il ricordo
di tali stati di sconforto ha permesso a De Quincey, secondo la sua narrazione,
di superare gli impulsi della droga, dimostrando, quindi, quanto la nostalgia “negativa” abbia un’influenza
pari, se non superiore, a quella “positiva”, andando a determinare le scelte di
vita successive.
Dal punto di vista del romanzo, un’autrice che ben ha espresso gli
stati d’animo derivanti dalla nostalgia è, sicuramente, Elsa Morante soprattutto
attraverso le parole di Arturo, protagonista di uno dei suoi libri principali, L’isola di Arturo. Morante narra la
vicenda di questo ragazzo procidano che cresce senza una vera figura
genitoriale, in quanto la madre è morta partorendolo e il padre Wilhelm
è intento solo a viaggiare e a godersi la vita, e in solitudine, poiché egli,
come Wilhelm, disprezza i procidani. Il piccolo si trova molte volte in uno
stato di nostalgia profondo nel rievocare i lunghi periodi
d’attesa che arrivasse il padre al molo oppure quando sente la mancanza di
Silvestro, suo balio fino ai primi anni di vita, con il quale aveva instaurato
uno splendido rapporto. Ciò che è importante sottolineare è la capacità della
scrittrice di vagliare gli antri più profondi della mente e della
memoria di Arturo
Gerace riuscendo a far sì che il lettore riesca a immedesimarsi a pieno nella
figura del procidano, comprendendone le difficoltà di vita, le gioie
sull’isola, il desiderio di libertà ma, soprattutto, la nostalgia della
mancanza del padre, per il quale egli “stravedeva” come dice Wilhelm
a Tonino Stella. È questa la chiave di lettura del rapporto
padre-figlio che emerge dalla narrazione: un rapporto mancante
di comunicazione e presenza che lede all’interiorità di Arturo, costretto
a cullarsi nella nostalgia di rivedere il padre. Allo stesso tempo, però, ciò gli
permette di crescere, maturare e giungere alla conclusione che, per essere
veramente libero, è necessario che si allontani dal suo territorio
e viva come un vero adulto, rendendolo tale
alla precoce età di sedici anni. Ancora una volta, quindi, si può notare il
ruolo di questo tassello fondamentale dell’esistenza umana: in questo caso ha forgiato e
temprato il piccolo Gerace guidandolo alla maturazione
personale.
Fonte
Gabriele Ferrari in L’importanza
della nostalgia http://www.sulromanzo.it/blog/l-importanza-della-nostalgia

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