giovedì 30 luglio 2020

SILLABARI : Acqua

Paolo Sorcinelli ha scritto una “ Storia sociale dell’acqua” pubblicata da Bruno Mondadori . Si compone dei seguenti capitoli :

1   l.  Le stagioni dell'acqua 10  2.  Draghi, ninfe e madonne 15  3.  L'acqua: pregiudizi e seduzioni 25  4.  L'acqua, magica e misteriosa 32  5.  Pidocchi, pulci ed escrementi:        compagni di vita 43  6.  Dallo stupore ai «giornalieri         lavacri» 55  7.  L'acqua fa male 60  8.  L'ossessione dei pori e la pulizia         asciutta 68.  9 L'acqua e i pericoli morali 83  10. L'acqua e il mondo dei minimi 101 11  L'acqua negli acquedotti 113 12. L'acqua per mantenersi in salute 123 13. Il "verbo" igienico 129 14. Le paure del mare 135 15. La fiducia nel mare 144 16. Il mare come moda 155 Tavole 187 Indice dei nomi

 Il libro inizia con “  Le stagioni dell'acqua” raccontando e riportando una sere di o9nformazioni storiche .

Con efficace sintesi lo storico Jean-Pierre Goubert, specialista in storia della salute, ha dedicato una lunga monografia (La conquéte de l'eau) alle implicazioni sociali e sanitarie dell'acqua negli ultimi secoli. Goubert ha anche evidenziato l'impatto dell'elemento-acqua sull'immaginario collettivo e sulla cultura dei popoli occidentali, soffermandosi sulle numerose valenze che l'acqua assume nel corso del tempo e che interessano, in maniera privilegiata, il corpo umano.

 Dall'età cosmologica, in cui guaritori e maghi celebrano il culto delle fontane magiche e sacre, all'età della cristianità, in cui l'acqua battesimale monda il corpo dai peccati, ma in cui l'acqua, che lava i corpi, assume anche una riprovevole connotazione erotica e sessuale, fino a una terza fase, culminante nel XIX e XX secolo, in cui l'acqua diventa appannaggio dei sapienti, si laicizza nel sapere di geologi, ingegneri, chimici, fisici, medici, che ne studiano la composizione, il contenuto di gas e le proprietà curative.

 Da Antonio Cocchi, che nel trattato Dei bagni di Pisa del 1750 si sofferma sul colore, il calore, il peso specifico dell'acqua; ad Alessandro Bicchierai che nel 1788 pubblica l'opera Dei bagni di Montecatini, sugli effetti e le proprietà mediche di quelle acque minerali; a William Brownrigg, Henry Cavendish, Joseph Prestley con Directions for Impregnating Water with Fixed Air, del 1772, a Sir John Pringle e Hilaire-Marin Rouelle del celebre mémoire intitolato Observations sur l'air fixe et sur ses effets dans certaines eaux minerales, fino agli Opuscoli fisici e chimici di Lavoisier, del 1774.

 Hervé Maneglier in una Storia dell'acqua ha descritto, dal canto suo, i rapporti che l'uomo ha intrattenuto con l'acqua, individuando, secondo la sua definizione, quattro ere: primaria, quella delle acque lustrali; secondaria, quella dell'addomesticamento delle acque per l'irrigazione agricola; terziaria, quella in cui «i pozzi individuali ebbero la meglio sugli acquedotti collettivi»; quaternaria, nata alla fine del XIX secolo, «con la scoperta del comfort e la nozione di potabilità, derivata dal lavoro di Pasteur». Usando volutamente il "termine geologico" di ere, Maneglier intende sottolineare come, «pur succedendosi nel tempo e accatastandosi le une sulle altre, le successive ere non si sono reciprocamente annullate. Le diverse stratificazioni hanno lasciato ognuna le proprie tracce».

 

Anche se fin dall'età medievale l'acqua è stata usata per la lavorazione della seta, della carta e delle pelli e ha mosso le pale e le macine dei mulini (gli impianti molitori di tipo idraulico sono originari in area franca attorno al Mille e, quindi, importati in Italia settentrionale e centrale da parte dei monaci cistercensi, tanto che le chiuse bolognesi del Reno e del Savena risalgono al XII secolo), solo negli ultimi duecento anni, con l'avvento delle lavorazioni industriali, del vapore, dell'elettricità e del concetto di igiene, essa ha conquistato il mondo e dal mondo è stata conquistata. Beninteso in termini attuali, se anche gli statuti trecenteschi di Rimini, prevedendo il taglio della mano destra per chi danneggiava i condotti dell'acqua, in fatto di conquista e di difesa non scherzavano. Come non si scherzava nei confronti dei presunti untoti delle acque durante i secoli della peste; così avviene ai lebbrosi, che all'inizio del XIV secolo in Aquitania sono accusati di aver avvelenato i pozzi della regione e condannati al rogo; e così avviene agli ebrei in Provenza, Linguadoca, Delfinato, Savoia e Alsazia, nel 1348.

 Certo egizi e sumeri sapevano benissimo come incanalare a fini irrigui l'acqua del Nilo, dell'Eufrate e del Tigri; altrettanto esperti si dimostrarono i romani nella costruzione degli acquedotti e lungimiranti le loro teorie per rifornire le città, come dimostra un testo di Sesto Giulio Frontino, De aquaeductu urbis Romae. Eppure di acquedotti (quelli romani dureranno nel tempo con straordinaria efficacia) si riparlerà in maniera organica soltanto nel XIX secolo e, molto spesso, recuperando condotti e manufatti ideati o costruiti proprio sotto la dominazione romana.

 E  poi continua  con  molte altre informazioni , aneddoti e  riflessioni  . Ne riportiamo alcune come a pagina 32 paragrafo 5. “Pidocchi, pulci ed escrementi: compagni di vita”

Se vogliamo prestare fede alle testimonianze mediche e letterarie, il rapporto di gran parte della popolazione europea con l'igiene della persona subisce due mutamenti epocali: uno, nel XIV secolo, quando la peste è responsabile di un clamoroso allentamento di certe norme igieniche collegate alla cura del corpo; l'altro, alla fine del XVIII secolo, quando il corpo riscopre pian piano l'acqua e i suoi riti di pulizia. A cominciare naturalmente dalle classi più elevate. E non fu certamente un caso se, in corrispondenza del lento, ma progressivo cammino igienico di questa seconda fase, la mortalità (soprattutto quella infantile) abbia subito un forte declino. Paradossalmente, a sconfiggere certe malattie, fu più decisiva l'azione di acqua e sapone, che l'intervento di medici e medicine. L'igiene, infatti, svolse un'azione determinante sia nelle malattie dell'apparato intestinale (gastroenterite, febbre tifoidea, dissenteria), sia nelle malattie trasmesse da persona a persona dai pidocchi, come nel caso del tifo petecchiale.Eppure avere pidocchi e pulci fu, per secoli, considerato un fatto naturale, perché, si diceva, tutti gli animali li avevano.

Una canzone popolare lettone mostra che l'attrazione fisica di una giovane nei confronti dell'innarnorato non è condizionata più di tanto dal parassita, quanto da altri fattori:

 

    Per amore morivo di voglia

    di baciare d mio Gianni

    ma ogni volta che offrivo le labbra

    trovavo i pidocchi di Gianni.

    Pazienza i dannati pidocchi

    ma il moccolo non mi andava giù.

 E  a pagina 68  paragrafo 9. L'acqua e i pericoli morali

 

Ma se in certe stagioni acqua e medicina male si accordavano fra loro, l'uso dell'acqua per lavarsi poteva nascondere anche una serie di pericoli morali, come grandi figure della Chiesa, a cominciare da san Gerolamo, si erano preoccupati di rimarcare, sconsigliando, soprattutto le fanciulle, dal fare il bagno «perché avrebbero potuto vedere in tal modo il loro corpo nudo, o almeno di attendere l'oscurità o di chiudere le persiane». San Benedetto, da quanto sappiamo, era solito ripetere che «a coloro che stanno bene di salute, e specialmente ai giovani, il bagno si dovrà concedere assai di rado». Sant'Agnese morì a tredici anni senza essersi mai lavata, forse per non cancellare il crisma del battesimo, ma molto probabilmente anche per non incorrere in inutili tentazioni. Cristianesimo e sudiciume marceranno a braccetto, perché, almeno da san Gerolamo in poi, prevalse il principio che l'uomo battezzato non aveva più bisogno di nessun altro rito purificatore. Come scrive Ramazzini nella Diatriba, «la religione cristiana, che come è noto si preoccupa più della salute dell'anima che di quella del corpo, ha lasciato a poco a poco cadere in disuso i bagni».

Se nei culti pagani l'acqua è intimamente legata alla fecondità femminile, il cristianesimo tende ad annullare questa valenza, esaltando la verginità femminile e sublimando la sterilità nel rifiuto del matrimonio terreno perché la donna possa divenire "sposa di Gesù'. Argomentazioni riprese dalla Controriforrna, quando ai penitenti si impose «una continua vigilanza e un allenamento prolungato volto a prevenire» peccati di desiderio, di compiacenza e di dilettazione venerea, anche se si trattava di semplici "atti interni della coscienza" e non di vere e proprie "azioni concretamente compiute". Anche un personaggio come Diderot, nel 1768, è comunque sollecito a intervenire sulla figlia proibendole ogni abluzione totale, nella convinzione che in questa maniera le si sarebbe evitata qualunque tentazione al vizio.

 Ancora nel 1860 le contadine dell'Alto Palatinato ritenevano che lavarsi le parti genitali fosse un peccato grave; nelle colline piemontesi, fino ai primi decenni del Novecento, fra le donne di campagna sopravviveva la convinzione che «lavarsi di sotto, nei punti delicati» fosse peccato. Quando poi non entravano in ballo i sensi di colpa della religione, subentravano preoccupazioni legate all'attività riproduttiva femminile: più in generale, infatti, e fino ad anni recenti, nelle campagne europee è sopravvissuta la radicata convinzione che l'igiene e il normale uso dell'acqua sulle parti genitali provocassero sterilità.

 

Eremo Rocca Santo Stefano giovedì  30 luglio  2020

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