domenica 5 luglio 2020

SILLABARI Nostalgia ( II ) La nostalgia in Dante





Con Dante  possiamo afferrare il senso della nostalgia e possiamo  definirne la percezione  anche attraverso una comparazione .  La nostalgia  è un sentimento, uno stato d’animo che Dante esprime con  la sublimità dei suoi versi perché nel suo viaggio nello’oltremondo egli è straniero, forestiero. Egli attraversa il  Purgatorio  per un eccezionale privilegio della Grazia  da vivo . Vivo tra le anime  che non hanno più un corpo, che vivono un’altra dimensione . Dante attraversa il  Purgatorio con il suo corpo , rivestito da questo corpo terreno , per cui  si sente  lontano dalla sua dimensione  abituale. Lui e il suo corpo diventano personaggi ,  del suo stesso poema che  incarnano  la condizione dell’esilio
Dante è in esilio rispetto alla vera sede dell’uomo: l’Empireo, cioè la mente di Dio o – per dirlo con un’espressione più breve: con parola unica, infinita, incommensurabile – Dio.  Riesce ad esercitare ancora  , tra affanni  e seduzioni la facoltà del libero arbitrio  in una condizione che è quella dell’«aiuola che ci fa tanto feroci»,
Alla stregua delle anime purgatoriali, assorte nel compimento di un’espiazione che, ,
Dante percorre con passi da pellegrino la montagna sacra destinata a non esistere più, dopo il Giudizio Universale. Su questa montagna  le anime   espiano le loro colpe per mezzo della pena, della meditazione, della preghiera sorretta da fede e speranza che  diventerà, infine, beatitudine
E’  lo stesso patimento che Dante ha sofferto  sulla terra quando agitato dalla lotta politica  è rimasto intrappolato inj un esilio pur avendo rifiutato quasi subito, isolandosi, i suoi compagni di lotta  e con l’orgoglio della sua  condotta onesta . Un esilio tutto umano, non tale da intaccare il senso ultimo di un’esistenza, appannarne la gloria o precludere ad essa la salvezza, eppure tale da incidere senza dubbio un solco – ferita che mai si rimargina – in un cuore sì forte, ma pur sempre d’uomo.
In realtà secondo il Cristianesimo noi siamo in esilio sulla terra e la nostra nostalgia è quella delle GERUSALEMME CELESTE  .

Ma il tema del ritorno – declinato con particolare intensità di gradazioni,  nel Purgatorio fa vivere la poesia di questa cantica in una dimensione  che sostanzia la vita umana.    Una vita  tesa due abissi : un mistero immenso da cui veniamo e una meta altrettanto misteriosa a cui tendiamo .
Ogni uomo che ben eserciti intelletto e arbitrio avverte la nostalgia verso questa meta. Ed è una nostalgia che trova, per il tramite appunto della rettitudine, appagamento: Dante, nel momento in cui, avvolto dall’indicibile splendore dell’Empireo, contempla i beati riuniti nella Candida Rosa, afferma di vedere «quanto di noi là sù fatto ha ritorno». La vita eterna in Dio è dunque una conquista corrispondente a un ritorno: quella è, è stata (o sarebbe dovuta essere) la nostra autentica dimora: da sempre, per sempre.
Ma la Commedia ci parla anche di un’altra nostalgia: ed è, questa, una nostalgia irrimediabile, che non prevede ritorno alcuno.A suggerirla e a illustrarla, è ancora una volta il Purgatorio, nei suoi canti conclusivi.
Salito insieme a Virgilio e a Stazio sulla vetta della montagna, Dante s’immerge nella «divina foresta spessa e viva» che l’Onnipotente aveva realizzato quale sede per la specie umana, prima che il tradimento  e la disobbedienza di  Adamo ed Eva alla fiducia del Creatore precipitasse i loro discendenti nella caducità.

Scrive  Francesca Favero  “ …Popolata solo da Matelda – colei che officia con squisita, muliebre gentilezza l’ultima parte della liturgia da cui viene scandito e consacrato il percorso di ogni anima purgatoriale – la foresta edenica è luogo (e dimensione) preclusa all’uomo, dopo la caduta. La rinuncia ad essa, compiuta dai nostri progenitori per noi tutti, è definitiva; inappellabile, la giustizia che ci vieta di sostare lassù, dove, per qualche istante, fummo innocenti.
Ma il sacrificio di un Dio che accetta di farsi uomo e di morire da uomo per sconfiggere la morte determina (gioiosamente, con esultanza, lo sottolineano i teologi) la rinnovata vicinanza dell’umanità al Creatore: lo squarcio provocato dall’antica offesa viene ricomposto e, per coloro che se ne rivelino degni, si apre il Paradiso.
Cristo offre dunque a chi lo segua non una foresta, bensì un giardino, un fiore, il fiore: la Candida Rosa dantesca i cui petali – i beati – si dissetano di luce, perpetuamente; offre non la melodia degli uccellini che, all’unisono con le fronde degli alberi, increspano di note l’aria limpida dell’Eden, bensì i canti luminosi delle gerarchie angeliche; offre non la brezza lieve e «sanza mutamento», eco leggera del moto circolare dei cieli intorno alla terra, da cui la foresta è lambita, bensì il respiro dell’Essere, in cui tutti i respiri si fondono.
E, poiché si può desiderare il Paradiso, l’Eden si dimentica.
La perdita dell’Eden, si dimentica.
I buoni cristiani, quantomeno, dimenticano: non si deve indulgere al rammarico, quando viene concesso di credere e sperare in un gaudio tanto maggiore.
I poeti, invece…
I poeti ricordano. Ricordano persino (suona paradossale) quando non sanno; forse, soprattutto quando non sanno.
Intuiscono. Ed esprimono.

La loro anima è segnata, infatti, da un tocco invisibile ma ardente: il tocco delle Muse. Il Dio dei Cristiani – Dante per primo lo dimostra – accetta la permanenza delle figlie di Zeus e di Mnemosine (la Memoria) nell’età della Buona Novella; del resto, le nove sacre fanciulle non sono un mero retaggio, una sterile reliquia di paganesimo, bensì – voci al cui risuonare l’anima si scuote, sentimento che raggiunge e contagia – esse continuano a vivere vite innumerevoli (diverse, di epoca in epoca) costantemente guardando attraverso gli occhi e sentendo nel cuore di alcuni, fra gli uomini.
Gli artisti, i poeti (non importa se cristiani) sono figli delle antiche Muse, figlie della Memoria.
Pertanto, essi sono ciò che sono per nostalgia.
Per quale ragione e di che cosa scrivono, i poeti, se non per nostalgia e di nostalgia?
Il mondo che li circonda, a loro non basta. E al loro sentimento, alla loro immaginazione, talvolta non basta neppure la fede.
Si volgono indietro, i poeti, verso un altrove indistinto, avvolto dal buio eppure, talvolta, rischiarato da rapide faville. I poeti le accolgono e conservano fra le palpebre socchiuse, a fior di labbra.
Cantano di questo altrove che percepiscono e sognano: l’altrove dell’origine, della dimensione in cui fummo puri e perfetti, ignari di colpa e di dolore, di egoismo, di male compiuto e subìto; immuni da ambizioni, vanità e brame: vivi, davvero, in un aureo istante. Cantano e rimpiangono, ciascuno a suo modo, la felicità primigenia; mille e mille volte, per sempre, altro non faranno se non ripercorrere nell’incanto della parola resa arte un cammino interrotto, ricordandoci – anche e soprattutto quando descrivono ciò che siamo – ciò che saremmo potuti essere.
Non sono mai davvero felici, su questa terra. Ma aiutano gli altri, li salvano, con la bellezza di cui si fanno tramite.
E l’Eden che sussurra fra le loro pagine, vibrando nei versi, quello no, non è perduto. Ed è, forse, un ulteriore dono di Dio, un altro modo, per noi – l’unico – di tornare.
Non si scrive, se non si ritorna.
E, in fondo, non possiamo che tornare.”

 Cfr.,  Giancarlo Pontiggia, Tra queste isole, pensavo (vv. 7-8), in Idem, Origini. Poesie 1998-2010, con un saggio di Carlo Sini, Novara, Interlinea edizioni, 2015, p. 167.
Fonte  : Francesca Favaro  L’essenza della nostalgia:il canto dei poeti   https://studiosus.hypotheses.org/21

Eremo Rocca S.. Stefano domenica  5 luglio 2020

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