Con
Dante possiamo afferrare il senso della
nostalgia e possiamo definirne la
percezione anche attraverso una
comparazione . La nostalgia è un sentimento, uno stato d’animo che Dante
esprime con la sublimità dei suoi versi
perché nel suo viaggio nello’oltremondo egli è straniero, forestiero. Egli
attraversa il Purgatorio per un eccezionale privilegio della Grazia da vivo . Vivo tra le anime che non hanno più un corpo, che vivono
un’altra dimensione . Dante attraversa il
Purgatorio con il suo corpo , rivestito da questo corpo terreno , per
cui si sente lontano dalla sua dimensione abituale. Lui e il suo corpo diventano
personaggi , del suo stesso poema
che incarnano la condizione dell’esilio
Dante è in
esilio rispetto alla vera sede dell’uomo: l’Empireo, cioè la mente di Dio o –
per dirlo con un’espressione più breve: con parola unica, infinita,
incommensurabile – Dio. Riesce ad
esercitare ancora , tra affanni e seduzioni la facoltà del libero arbitrio in una condizione che è quella dell’«aiuola
che ci fa tanto feroci»,
Dante
percorre con passi da pellegrino la montagna sacra destinata a non esistere
più, dopo il Giudizio Universale. Su questa montagna le anime
espiano le loro colpe per mezzo della pena, della meditazione, della
preghiera sorretta da fede e speranza che diventerà, infine, beatitudine
E’ lo stesso patimento che Dante ha
sofferto sulla terra quando agitato
dalla lotta politica è rimasto
intrappolato inj un esilio pur avendo rifiutato quasi subito, isolandosi, i
suoi compagni di lotta e con l’orgoglio
della sua condotta onesta . Un esilio tutto
umano, non tale da intaccare il senso ultimo di un’esistenza, appannarne la
gloria o precludere ad essa la salvezza, eppure tale da incidere senza dubbio
un solco – ferita che mai si rimargina – in un cuore sì forte, ma pur sempre
d’uomo.
In realtà
secondo il Cristianesimo noi siamo in esilio sulla terra e la nostra nostalgia
è quella delle GERUSALEMME CELESTE .
Ma
il tema del ritorno – declinato con particolare intensità di gradazioni, nel Purgatorio fa vivere la poesia di questa
cantica in una dimensione che sostanzia
la vita umana. Una vita tesa due abissi : un mistero immenso da cui
veniamo e una meta altrettanto misteriosa a cui tendiamo .
Ogni uomo
che ben eserciti intelletto e arbitrio avverte la nostalgia verso questa meta.
Ed è una nostalgia che trova, per il tramite appunto della rettitudine,
appagamento: Dante, nel momento in cui, avvolto dall’indicibile splendore
dell’Empireo, contempla i beati riuniti nella Candida Rosa, afferma di vedere
«quanto di noi là sù fatto ha ritorno». La vita eterna in Dio è dunque una
conquista corrispondente a un ritorno: quella è, è stata (o sarebbe dovuta
essere) la nostra autentica dimora: da sempre, per sempre.
Ma la Commedia
ci parla anche di un’altra nostalgia: ed è, questa, una nostalgia
irrimediabile, che non prevede ritorno alcuno.A suggerirla e a illustrarla, è
ancora una volta il Purgatorio, nei suoi canti conclusivi.
Salito
insieme a Virgilio e a Stazio sulla vetta della montagna, Dante s’immerge nella
«divina foresta spessa e viva» che l’Onnipotente aveva realizzato quale sede
per la specie umana, prima che il tradimento
e la disobbedienza di Adamo ed
Eva alla fiducia del Creatore precipitasse i loro discendenti nella caducità.
Scrive Francesca Favero “ …Popolata solo da Matelda – colei che
officia con squisita, muliebre gentilezza l’ultima parte della liturgia da cui
viene scandito e consacrato il percorso di ogni anima purgatoriale – la foresta
edenica è luogo (e dimensione) preclusa all’uomo, dopo la caduta. La rinuncia
ad essa, compiuta dai nostri progenitori per noi tutti, è definitiva;
inappellabile, la giustizia che ci vieta di sostare lassù, dove, per qualche
istante, fummo innocenti.
Ma il
sacrificio di un Dio che accetta di farsi uomo e di morire da uomo per
sconfiggere la morte determina (gioiosamente, con esultanza, lo sottolineano i
teologi) la rinnovata vicinanza dell’umanità al Creatore: lo squarcio provocato
dall’antica offesa viene ricomposto e, per coloro che se ne rivelino degni, si
apre il Paradiso.
Cristo offre
dunque a chi lo segua non una foresta, bensì un giardino, un fiore, il
fiore: la Candida Rosa dantesca i cui petali – i beati – si dissetano di luce,
perpetuamente; offre non la melodia degli uccellini che, all’unisono con le
fronde degli alberi, increspano di note l’aria limpida dell’Eden, bensì i canti
luminosi delle gerarchie angeliche; offre non la brezza lieve e «sanza
mutamento», eco leggera
del moto circolare dei cieli intorno alla terra, da cui la foresta è lambita,
bensì il respiro dell’Essere, in cui tutti i respiri si fondono.
E, poiché si
può desiderare il Paradiso, l’Eden si dimentica.
La perdita
dell’Eden, si dimentica.
I buoni cristiani,
quantomeno, dimenticano: non si deve indulgere al rammarico, quando viene
concesso di credere e sperare in un gaudio tanto maggiore.
I poeti,
invece…
I poeti
ricordano. Ricordano persino (suona paradossale) quando non sanno; forse, soprattutto
quando non sanno.
Intuiscono.
Ed esprimono.
La loro
anima è segnata, infatti, da un tocco invisibile ma ardente: il tocco delle
Muse. Il Dio dei Cristiani – Dante per primo lo dimostra – accetta la
permanenza delle figlie di Zeus e di Mnemosine (la Memoria) nell’età della
Buona Novella; del resto, le nove sacre fanciulle non sono un mero retaggio,
una sterile reliquia di paganesimo, bensì – voci al cui risuonare l’anima si
scuote, sentimento che raggiunge e contagia – esse continuano a vivere vite
innumerevoli (diverse, di epoca in epoca) costantemente guardando attraverso
gli occhi e sentendo nel cuore di alcuni, fra gli uomini.
Gli artisti,
i poeti (non importa se cristiani) sono figli delle antiche Muse, figlie della
Memoria.
Pertanto,
essi sono ciò che sono per nostalgia.
Per quale
ragione e di che cosa scrivono, i poeti, se non per nostalgia e di nostalgia?
Il mondo che
li circonda, a loro non basta. E al loro sentimento, alla loro immaginazione,
talvolta non basta neppure la fede.
Si volgono
indietro, i poeti, verso un altrove indistinto, avvolto dal buio eppure,
talvolta, rischiarato da rapide faville. I poeti le accolgono e conservano fra
le palpebre socchiuse, a fior di labbra.
Cantano di
questo altrove che percepiscono e sognano: l’altrove dell’origine, della
dimensione in cui fummo puri e perfetti, ignari di colpa e di dolore, di
egoismo, di male compiuto e subìto; immuni da ambizioni, vanità e brame: vivi,
davvero, in un aureo istante. Cantano e rimpiangono, ciascuno a suo modo, la
felicità primigenia; mille e mille volte, per sempre, altro non faranno se non
ripercorrere nell’incanto della parola resa arte un cammino interrotto,
ricordandoci – anche e soprattutto quando descrivono ciò che siamo – ciò che
saremmo potuti essere.
Non sono mai
davvero felici, su questa terra. Ma aiutano gli altri, li salvano, con la
bellezza di cui si fanno tramite.
E l’Eden che
sussurra fra le loro pagine, vibrando nei versi, quello no, non è perduto. Ed
è, forse, un ulteriore dono di Dio, un altro modo, per noi – l’unico – di
tornare.
Non si
scrive, se non si ritorna.
E, in fondo,
non possiamo che tornare.”
Cfr., Giancarlo Pontiggia, Tra queste isole,
pensavo (vv. 7-8), in Idem, Origini. Poesie 1998-2010, con un saggio
di Carlo Sini, Novara, Interlinea edizioni, 2015, p. 167.
Fonte : Francesca Favaro L’essenza della nostalgia:il canto dei
poeti
https://studiosus.hypotheses.org/21



Nessun commento:
Posta un commento