martedì 28 luglio 2020

VERSI D’ALTRI E ALTRI VERSI Arthur Rimbaud : Ophélie

Ophélie

I

Sur l’onde calme et noire où dorment les étoiles
La blanche Ophélie flotte comme un grand lys,
Flotte très lentement, couchée en ses longs voiles…
– On entend dans les bois lointains des hallalis.

Voici plus de mille ans que la triste Ophélie
Passe, fantôme blanc, sur le long fleuve noir.
Voici plus de mille ans que sa douce folie
Murmure sa romance à la brise du soir.

Le vent baise ses seins et déploie en corolle
Ses grands voiles bercés mollement par les eaux;
Les saules frissonnants pleurent sur son épaule,
Sur son grand front rêveur s’inclinent les roseaux.

Les nénuphars froissés soupirent autour d’elle;
Elle éveille parfois; dans un aune qui dort,
Quelque nid, d’où s’échappe un petit frisson d’aile:
– Un chant mystérieux tombe des astres d’or.

II

Ô pâle Ophélie! belle comme la neige!
Oui, tu mourus, enfant, par un fleuve emporté!
– C’est que les vents tombant des grands monts de Norwège
T’avaient parlé tout bas de l’âpre liberté;

C’est qu’un souffle, tordant ta grande chevelure,
À ton esprit rêveur portait d’étranges bruits;
Que ton cœur écoutait le chant de la Nature
Dans les plaintes de l’arbre et les soupirs des nuits;

C’est que la voix des mers folles, immense râle,
Brisait ton sein d’enfant, trop humain et trop doux;
C’est qu’un matin d’avril, un beau cavalier pâle,
Un pauvre fou, s’assit muet à tes genoux!

Ciel! Amour! Liberté! Quel rêve, ô pauvre Folle!
Tu te fondais à lui comme une neige au feu:
Tes grandes visions étranglaient ta parole
– Et l’Infini terrible effara ton œil bleu!

III

– Et le Poète dit qu’aux rayons des étoiles
Tu viens chercher, la nuit, les fleurs que tu cueillis;
Et qu’il a vu sur l’eau, couchée en ses longs voiles,
La blanche Ophélie flotter, comme un grand lys.

Arthur Rimbaud

da “Œuvres complètes”, a cura di Antoine Adam, “Bibliothèque de la Pléiade”, Paris, 1972

Ofelia

I

Sull’onda calma e nera dove le stelle dormono
Fluttua la bianca Ofelia come un gran giglio, fluttua
Lentissima, distesa sopra i suoi lunghi veli…
– S’odono da lontano, nei boschi, gli hallalì.

Da mille anni e più la dolorosa Ofelia
Passa, fantasma bianco, sul lungo fiume nero;
Da mille anni e più la sua dolce follia
Mormora una romanza al vento della sera.

La brezza le bacia il seno e distende a corolla
Gli ampi veli, dolcemente cullati dalle acque;
Le piange sull’omero il brivido dei salici,
S’inclinano sulla fronte sognante le giuncaie.

Sgualcite, le ninfee le sospirano intorno;
Ella ridesta a volte, nell’ontano che dorme,
Un nido, da cui sfrùscia un batter d’ali:
– Un canto misterioso scende dagli astri d’oro.

II

Pallida Ofelia! Come neve bella!
In verde età moristi, trascinata da un fiume!
– Calati dai grandi monti di Norvegia, i venti
Ti avevano parlato di un’aspra libertà;

Poi che un soffio, attorcendoti la chioma folta,
All’animo sognante recava strane voci;
E il tuo cuore ascoltava la Natura cantare
Nei sospiri della notte, nei lamenti dell’albero;

Poi che il grido dei mari dementi, immenso rantolo,
Frantumava il tuo seno, fanciulla, umano troppo, e dolce;
Poi che un mattino d’aprile, un bel cavaliere pallido
Sedette, taciturno e folle, ai tuoi ginocchi!

Cielo! Libertà! Amore! Sogno, povera Folle!
Là ti scioglievi come neve al fuoco:
Le tue grandi visioni ti facevano muta
– E il tremendo Infinito atterrì il tuo sguardo azzurro!

III

– Ed il poeta racconta che al raggio delle stelle
Vieni , la notte, a prendere i fiori che cogliesti;
E che ha visto sull’acqua, distesa fra i lunghi veli,
Fluttuare bianca come un gran giglio Ofelia.

Arthur Rimbaud

Traduzione di Diana Grange Fiori

da “Arthur Rimbaud, Opere”, “I Meridiani” Mondadori, 1975

Personaggio minore dell’Amleto , la più nota delle tragedie shakespeariane,Ofelia incontra in Francia un successo incondizionato già alla metà del XVIIIsecolo, inserendosi perfettamente nel solco della tradizione teatrale francese, in cui i personaggi femminili rivestono i ruoli più significativi, tanto che il titolo stesso delle pièces ricorda spesso il nome delle eroine protagoniste, siano esse Phèdre, Médée o Irène. Ad incrementare la fama di Ofelia contribuisce, in modo determinante, la rappresentazione di Amleto da parte di una compagnia inglese, nel 1827. Il ruolo di Ofelia è impersonato da un’avvenente attrice irlandese,venticinquenne, dalla carnagione eccezionalmente bianca, Harriet  Smithson;con le dolci modulazioni del suo canto nelle struggenti scene di pazzia, ella lascia critici letterari, scrittori e semplici spettatori letteralmente incantati e sedotti; il successo è davvero clamoroso. Il fascino della bella Smithson conferisce al personaggio di Ofelia un potere suggestivo speciale, capolavoro di grazia ed eleganza, caratteristiche che ben si accostano alla bellezza insieme tenebrosa e raffnata dell’Amleto romantico, con il quale Ofelia impersona a buon diritto la coppia romantica per eccellenza; i due amanti, sospinti nel turbine vertiginoso della passione assoluta, sono infine sopraffatti dalla forza inesorabile del destino avverso Il successo di Ofelia non si esaurisce affatto nella caratterizzazione romantica dell’eroina: alla fine dell’Ottocento il personaggio, raggiunta la statura di mito letterario, gioca ancora un ruolo determinante nell’immaginario poetico dell’epoca, tanto da ispirare lo stesso Rimbaud, il quale propone una singolare visione della morte di Ofelia, secondo i dettami dell’estetica simbolista  .

Scrive Francesca Paraboschi   in https://www.ledonline.it/acme/allegati/Acme-04-I-12-Paraboschi.pdf :” Innanzitutto occorre rilevare che la raffigurazione di Ofelia appare in parte condizionata dalla tradizione letteraria precedente per quanto riguarda, ad esempio, il pallore, tratto su cui Rimbaud insiste a più riprese: «blanche [...] comme un grand lys» (v. 2), «fantôme blanc» (v. 6), «pâle [...] comme la neige» (v. 17),«comme une neige» (v. 30), «blanche [...] comme un grand lys» (v. 36). Notiamo che Ofelia è paragonata ad un giglio per due volte, una similitudine forse desunta dall’adattamento di Dumas “ (…) Al di là del pallore, un altro elemento appartenente alla tradizionale iconografia di Ofelia è la tristezza che conviene al personaggio; già al quinto verso, infatti, l’Ofelia di Rimbaud è definita triste e subito dopo «fantôme», una figura dominata, per definizione, da un dolore così grande da non poter trovare pace nemmeno con e dopo la morte. Troppo grande per poter rimanere racchiusa nell’intimo del personaggio, troppo intensa per essere limitata alla singola caratterizzazione dell’eroina, questa immensa tristezza non è esclusiva del personaggio: da quest’ultimo sembra infatti irradiarsi nel paesaggio circostante. Tutta la natura dà l’impressione di partecipare al dolore della giovane: i salici  piangono chini su di lei (v. 11), le canne  si piegano verso il viso della ragazza, in evidente segno di sofferenza, le ninfee sospirano (v. 13) così come le notti (v. 24), mentre l’albero (si tratta presumibilmente ancora del salice, pianta associata al dolore dell’amore perduto), dà voce a  lamenti  (v. 24). Inoltre, l’atmosfera serale e cupa, l’onda «noire» (v. 1), il fiume «noir» (v. 6), aggiungono un tono di malinconia, ulteriormente potenziata dai rumori ovattati che sottolineano il silenzio circostante, interrotto solo dalla «brise du soir» (v. 8) e dal suono lontano dei gridi di caccia: «On entend dans les bois lointains des hallalis» (v. 4). Questo suono distante e desolato sottolinea la lontananza o meglio l’isolamento totale dell’apparizione di Ofelia dal mondo dei vivi  , dediti ad attività che richiedono energia e azione, contrariamente ai movimenti dolci che caratterizzano l’ambiente in cui  appare Ofelia: ella galleggia («flotte», vv. 2, 3), infatti, «très lentement». Il corpo della giovane, inoltre, sembra senza peso: «passe comme un fantôme», impalpabile come i veli tra cui è allungata («couchée en ses longs voiles, v. 3), i quali, oltre ad un richiamo all’attrice Harriett Smithson, segnalano un’idea di delicatezza, accentuata dall’azione leggera del vento che bacia il petto della ragazza, spandendo i veli di quest’ultima in modo da far loro assumere le sembianze di un fiore, cullato gentilmente dall’acqua calma del fiume (vv. 9-10). Ofelia sembra davvero quel giglio galleggiante del secondo verso, in stretta connessione col mondo vegetale e quello acquatico, lo stesso a cui appartengono i salici, le canne, le ninfee e l’ontano.

Ofelia, dunque , personaggio shakespeariano dell’Amleto (1600-1602) incarna la purezza e la necessità dell’amore in un mondo dominato dall’intrigo e dal delitto, Un amore che non trionfa, di fronte al male. Un amore che si trasforma in pazzia, poi in morte. Figlia di Polonio, ciambellano di Elsinore, capitale della Danimarca, e sorella di Laerte, giovane cavaliere, Ofelia vive alla corte di Elsinore. Delusa dall’amore per Amleto che crede non puro, non veritiero e non disinteressato (Amleto rinnegherà i sentimenti per lei per non coinvolgerla nelle meschine trame dello zio Claudio, usurpatore del trono di Danimarca) e divenuta folle per l’assassinio del padre a opera dello stesso Amleto, terminerà la sua esistenza affogando in un corso d’acqua, scatenando l’odio e la vendetta da parte del fratello Laerte, che tenterà di uccidere Amleto.

Jean-Nicolas-Arthur Rimbaud nasce il 24 ottobre 1854 in una piccola cittadina di provincia, Charleville, nelle Ardenne francesi, figlio di una madre inflessibile imbevuta di religiosità e di un padre militare che presto abbandonerà la famiglia. È tra il 1869 e il 1872 che scrive quasi tutti i brani poetici poi raccolti sotto il titolo di Poesie. In seguito comporrà le visionarie ed enigmatiche Illuminazioni.

Durante un temporaneo riavvicinamento tra Verlaine e sua moglie, Rimbaud se ne va in Belgio, ma l'amico, che non può più fare a meno di lui, lo raggiunge. I due si stabiliscono in Inghilterra, dove cercano di sbarcare il lunario dando lezioni di francese e facendo traduzioni. Ma la miseria, l'estrosa irrequietezza di Rimbaud, l'eterno senso di colpa e le continue lamentele di Verlaine corrodono presto il loro rapporto.Dopo aver fermamente creduto nel potere magico della poesia, nella possibilità del poeta di «cambiare la vita», di farsi creatore di nuovi mondi, di diventare attraverso una «lunga, immensa e ragionata sregolatezza di tutti i sensi, un veggente... il grande Infermo, il grande Criminale, il grande Maledetto – e il sommo Sapiente» alla conquista dell'ignoto; dopo aver scritto fra i 15 e i 19 anni l'opera più rivoluzionaria e folgorante della letteratura francese e aver scandalizzato la società artistica del tempo, abbandona improvvisamente la poesia. Si dà a una vita di viaggi e commerci. Rinuncia all'avventura spirituale e si butta in quella materiale.

Eremo Rocca S. Stefano martedì  28 luglio 2020  

 

 

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