lunedì 27 luglio 2020

STORIE E VOCI DAL SILENZIO La “vecchiaia “ di Marc Augè

“Il tempo senza età. La vecchiaia non esiste” è un saggio di Marc Augè tradotto da Daniela Damiani e pubblicato nel 2014 da Raffaello  Cortina .

Raggiunta l'età in cui succede che qualcuno sul metrò si alzi per cedergli il posto, Marc Augé scava nei propri ricordi personali per sviluppare una riflessione, acuta e delicata, sul tempo che passa. "Conosco la mia età, posso dichiararla, ma non ci credo", scrive il grande antropologo per evidenziare la differenza tra il tempo e l'età. Perché sono gli altri a dire che siamo vecchi, a definirci secondo luoghi comuni, ma questa etichetta resta superficiale e lontana da quel che avvertiamo dentro di noi... Dunque, la vecchiaia non esiste. Certo, i corpi si logorano ma la soggettività resta, in qualche modo, fuori dal tempo ed è così che, come scrive Augé alla fine di questo libro, "tutti muoiono giovani".

Di se stesso Augè in queste pagine  dice di sentirsi " stagionato o meglio stravecchio", ma di "qualità", così come si dice di un ottimo armagnac invecchiato, in altre parole, da vecchi non bisogna " negare il fardello del tempo.

Marc Augé è un antopologo ed etnologo francese; ha rivestito il ruolo di Direttore di ricerca all'ORSTOM (oggi IRD) fino al 1970, quindi "directeur d'études" presso l'EHESS di Parigi, ha compiuto numerose missioni in Africa, in particolare in Costa d'Avorio e in Togo. Dalla metà degli anni Ottanta ha diversificato i suoi campi d'indagine. Ha quindi compiuto diversi viaggi in America Latina.  Partendo da un osservatorio più vicino, in Francia e in particolare Parigi, si dedica ormai da molti anni alla costruzione di una "antropologia dei mondi contemporanei".La fama in ambito scientifico arriva con le sue ricerche sul campo in Costa d’Avorio e nel Togo concernenti la malattia, la morte e i sistemi religiosi (Le Rivage alladian, 1969; Théorie...

 Scrive Wutz.it  in una interessante  recensione  “… Rimandiamo la vecchiaia, cerchiamo di respingerla fermandola attraverso il corpo. “Se si vuole rimanere giovani si deve insegnare al corpo a dissimulare o mentire. Mentire a chi? Agli altri e a se stessi”.Paradossalmente possiamo dire che sia vero pure il contrario. Tutta la nostra esistenza è scandita dall’età e dai limiti che questa età impone, la società ci ricorda continuamente in quale punto dell’arco della vita siamo posizionati e, di conseguenza, il ruolo che svolgiamo; raggiunto il suo vertice diventa molto difficile affrontare la curva discendente. Le persone che ci stanno accanto ci mettono di fronte alla realtà in molti modi, ma “io sono davvero questi quaranta, cinquanta, sessant’anni o più attraverso i quali mi trovo condannato a definirmi? In un certo senso è così e sono gli altri, la società e le sue regole che lo decidono”.
Conosco la mia età, posso dichiararla, ma non ci credo: “nessuno si riduce alla semplice apparenza della sua età fintantoché gli rimane un po’ di consapevolezza”.
Non tutti invecchiamo nello stesso modo, com’è ovvio: “non si invecchia alla stessa età a seconda di un’origine sociale o il genere di attività svolta” (e noi aggiungeremmo anche a seconda del genere uomo o donna). Talora all’imbarazzo nei confronti degli anni da dichiarare subentra l’orgoglio del traguardo raggiunto, il vanto di una condizione quasi di privilegio. “Prima di scagliare la pietra contro, diciamo, questi ‘esibizionisti’ dell’età – scrive ancora Augé -, riconosciamo loro comunque delle circostanze attenuanti. Se gli anziani giocano sulla loro età è perché gliela si rinfaccia tropo spesso, con maggiore o minore malizia, con cattiveria, con candore o indelicatezza”.”

Scrive Marco Portello  in https://www.doppiozero.com/materiali/teorie/linterluogo-di-auge :“Quasi dieci anni fa bastava mettere insieme i titoli dei libri generalisti sulla vecchiaia usciti in Italia dal 1971 per rendersi conto di quanto poco avesse fatto e stesse facendo la società italiana per se stessa. Nel novembre 2005 i titoli non superavano, largheggiando, la trentina. Ma considerato che almeno una decina di essi erano di autori stranieri, il panorama era ancora più desolante.  C’era persino il caso di una nota grande casa editrice che aveva riproposto lo stesso libro a quattro anni di distanza dalla prima edizione limitandosi a rinnovare il titolo! Dunque, più o meno un libro all’anno, a fronte di circa centocinquanta novità librarie quotidiane (calcolando per difetto). Oggi i titoli sono circa una quarantina: significa che il ritmo della riflessione in Italia non è sostanzialmente variato e gli stranieri continuano a essere ritenuti un riferimento. Credo che un maggiore e preciso impegno culturale vada esteso anche a questi territori, prima che la fisionomia “genetica” della nostra (nel senso di italiana) società prenda direzioni non più governabili (sono di pochi giorni fa le notizie fornite dal Rapporto SVIMEZ 2014 sullo stravolgimento demografico che si profila nel Sud Italia per i prossimi decenni). Lo pensavo dieci anni fa, ma vale ancora oggi: dire che c’è un ritardo, un vuoto, è un puro pericoloso eufemismo. L’unico dato oggettivo su cui accettare una seria discussione a me sembra quello dell’urgenza: noi non dovremmo perdere un solo minuto a fare le pulci agli studiosi inadempienti, ai sociologi miopi, ecc., noi dovremmo solo provvedere.”

L’inizio della riflessione di Augè è,  men che non si dica ,quasi fulminante perché paragona , con una metafora stringente e ricca di particolari la vecchiaia ad una “ gatta “ . Questo animale domestico  , come  afferma  Augè non cambia la sua indole ma riesce in ogni circostanza a tener desta la sua attenzione e soprattutto a trovare un adattamento proficuo .Una gatta che muore con la sua personalità integra. Ovvero diventa per Augé “un simbolo di quella che potrebbe essere una relazione con il tempo che riuscirebbe a fare astrazione dall’età”. Noi, aggiunge, “ci immergiamo nel tempo, ne assaporiamo alcuni istanti; ci proiettiamo in esso, lo reinventiamo, ci giochiamo; ‘prendiamo il nostro tempo’ o ‘lo lasciamo scorrere’: è la materia prima della nostra immaginazione.

 “Per ciascuno di noi la vita rappresenta una lunga e involontaria indagine” (p. 11) e quando si arriva al punto si scopre che “la vecchiaia non esiste”, come recita il sottotitolo del libro. E’ una cosa che Augé ripete più volte, anche in chiusura: la vecchiaia, dice, “è come l’esotismo: gli altri visti da lontano con gli occhi degli ignoranti. La vecchiaia non esiste” (p. 103). Già, la vecchiaia non esiste.

Eremo Rocca S. Stefano  lunedì 27  luglio 2020

 

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