venerdì 31 luglio 2020

OVIDIANA : Giove e Io

Giove, invaghitosi di Io, figlia di Inaco re di Argo, cerca di conquistarla e di sedurla. Il dio, per celare a Giunone la sua infedeltà, avvolge la terra con una coltre di nubi. Giunone però si insospettisce e ordina alle nebbie di dissolversi, riuscendo così a ritrovare il suo consorte. Questi intanto, per proteggere Io dalla rabbia della moglie, trasforma la ninfa in una bianca giovenca. Giunone, fiutato l’inganno, chiese in dono la giovenca e Giove non poté tirarsi indietro. Allora la dea affidò Io-giovenca ad Argo dai cento occhi perché la sorvegliasse. Giove chiese a Mercurio, suo messaggero, di liberarla. Mercurio, trasformatosi in pastore, addormentò il vigile Argo raccontandogli la storia di Pan e Siringa, e poi lo decapitò. Giunone, dispiaciuta, prese i cento occhi di Argo e li applicò sulla coda del pavone, animale a lei sacro. Io punita nuovamente da Giunone, che le invia un tafano a tormentarla, è costretta a girovagare senza sosta per tutta la terra. Arrivata al braccio di mare tra Europa e Asia, Io attraversò a nuoto lo stretto, che così prese il nome di Bosforo ("passaggio della giovenca"). Infine la dea, sotto la pressione di Giove, pone fine al suo supplizio: arrivata in Egitto, Io riprende il suo aspetto originario. Sulle sponde del Nilo, la fanciulla darà alla luce Epafo, figlio di Giove e sarà venerata dal popolo egiziano come dea Iside.

Da questo mito prende il nome il Bosforo, che divide il mar di Marmara dal mar Nero, segnando di fatto il confine tra il continente europeo e quello asiatico. Ancora una volta si tratta di un nome greco, difatti la parola Bosforo deriva da Βος bous (“vacca”) e πόρος poros (“passaggio”) e significa pertanto “il passo della giovenca”. Perché? A quale giovenca si allude? Ancora una volta- afferma  Alba Subrizio  - ( 1)  il nostro ‘serbatoio’ di miti a cui attingere è Publio Ovidio Nasone che, nel libro I delle sue “Metamorfosi”, narra di quando Zeus si innamorò (per l’ennesima volta!) di una fanciulla mortale: Io, figlia del re di Argo. Date le sue innumerevoli ‘scappatelle’, alcune delle quali avevano fruttato parecchi figli illegittimi, la sua sposa Era gli stava con gli occhi addosso perennemente; motivo per cui non era facile per il buon Zeus avvicinarsi ad una ragazza e decise di provare avvolgendo tutta la Terra con una densa nebbia, ma Era, che non era proprio una sciocca, fiutò che c’era qualcosa da nascondere e diradò la nebbia. A questo punto il fedifrago, nel goffo tentativo di nascondere l’oggetto del desiderio, trasformò Io in una vacca bianca. Quando Era giunse sul luogo del misfatto, ‘odorando’ l’inganno, chiese – guarda caso – proprio quella bellissima giovenca in dono. Il padre degli dèi, per non far cadere la copertura, acconsentì, ma Era, che aveva capito tutto, pose la giovenca/Io sotto la custodia di Argo, un mostro con cento occhi, che non dormiva mai (se non chiudendo due occhi per volta, così che gli altri novantotto restavano a vegliare). Ecco allora che Zeus si sentì in colpa per il male arrecato alla fanciulla (rinchiusa con un mostro e per di più trasformata in un animale), per cui chiese aiuto ad Ermes per liberarla. Il dio si recò in loco e qui cercò di far addormentare Argo con il suono della siringa (strumento della cui nascita parleremo in un futuro blog); una volta che il mostro chiuse tutti i suoi cento occhi, Ermes glieli cavò con una falce e poi gli tagliò la testa.

Si dice che Era rimase tanto dispiaciuta per ciò che era accaduto al suo fedele servitore che raccolse gli occhi e li pose sulla coda dell’animale a lei sacro, ossia il pavone. Ecco che da allora la coda del pavone sembra avere delle macchie che sembrano occhi: gli occhi di Argo.

Ma torniamo alla nostra Io. La povera fanciulla non trova pace, difatti Era questa volta le invia un tafano a tormentarla, per cui la giovenca è costretta a muoversi senza sosta e durante la fuga attraversa a nuoto il famoso stretto che da lei ha preso il nome (“passaggio della vacca”), dirigendosi verso il Mediterraneo. A questo punto Zeus si decide a confessare e chiede alla moglie di porre fine al supplizio della ragazza che de facto non ha colpe. Così, una volta che Io raggiunge l’Egitto, magicamente riacquista le sue sembianze umane; qui verrà venerata come una dea col nome di Iside.

Fonti Classiche

Eschilo, Le Supplici, prologo

Erodoto, Storie, I, 1-2

Plauto, La Pentola, Atto III, vv. 551-557

Polibio, Storie, IV, 43

Apollodoro, Biblioteca, II, 5-9

Virgilio, Eneide, Libro VII, vv. 789-793

Ovidio, Amori, III, 4

Ovidio, L’Arte di Amare, I, vv. 108-113, 478-481; III, 688-697, 914-925

Ovidio, Le Metamorfosi, Libro I, vv. 568-750

Apuleio, L’Asino d’Oro, Libro XI, 3

Igino, Fabulae, 145

Luciano di Samosata, Dialoghi Marini, Noto e Zefiro

Luciano di Samosata, Dialoghi degli Dei, Zeus ed Ermes

Nonno di Panopoli, Le Dionisiache

Macrobio Teodosio, Saturnali, Libro I, 12, 13


Fonti medievali


























 

Mythographus Vaticanus I (ed. G. H. Bode, Hildesheim, 1968), 18, Io et Argus

Mythographus Vaticanus II (ed. G. H. Bode, Hildesheim, 1968), 89, Io

Arnolfo d’Orleans, Allegoriae super Ovidii Metamorphosen, I

Giovanni di Garlandia, Integumenta Ovidii, I, 97-109 

Dante, Divina Commedia, Purgatorio, XXIX , 94-96; XXXII, 64-66 

Ovide Moralisè, I, vv. 3408-3796; 3796-4030; 4099-4150

Giovanni del Virgilio, Allegoriae Librorum Ovidii Metamorphoseos, I,

Arrigo Simintendi, Metamorfosi d'Ovidio volgarizzate da ser Arrigo Simintendi, I, Favola di Giove e Io

Petrus Berchorius, Ovidius Moralizatus, Liber I, Fabulae X, XI, XIII, XIV, XV

Boccaccio, Genealogie Deorum Gentilium, VII, cap. XXI-XXII

Boccaccio, De Claris Mulieribus, cap. VIII

Giovanni dei Bonsignori,Ovidio Metamorphoseos Vulgare, Capitoli XXXI-XXXVI; XXXVIII-XLI

Christine de Pizan, Epistre d’Othea, 30, 7-41


Fonti Rinascimentali

Francesco Colonna, Hypnerotomachia Poliphili, 364, 441, 460 

Niccolò degli Agostini, Tutti li libri de Ovidio Metamorphoseos tradutti dal litteral al verso vulgar, Venetia 1522, Libro I

Lodovico Dolce, Le Trasformationi, Venezia 1553, libro II

Gabriele Symeoni, La vita et metamorphoses d’Ovidio, Lione 1559

Giovanni Andrea dell’Anguillara, Delle Metamorphosi d’Ovidio, Venezia 1561, Libro I

Vincenzo Cartari, Le imagini de i Dei de gli gentili, Francesco Marcolini, Venezia 1556, p.152


Giove, Europa ed Io

Ovidio, Metamorfosi I 568-750

Est nemus Haemoniae, praerupta quod undique claudit

silva: vocant Tempe; per quae Peneos ab imo

effusus Pindo spumosis volvitur undis

deiectuque gravi tenue

s agitantia fumos

nubila conducit summisque adspergine silvis

inpluit et sonitu plus quam vicina fatigat:

haec domus, haec sedes, haec sunt penetralia magni

amnis, in his residens facto de cautibus antro,

undis iura dabat nymphis

que colentibus undas.

conveniunt illuc popularia flumina primum,

nescia, gratentur consolenturne parentem,

populifer Sperchios et inrequietus Enipeus

Apidanosque senex lenisque Amphrysos et Aeas,

moxque amnes alii, qui, qua tulit inpetus illos,

in mare deducunt fe

ssas erroribus undas.

Inachus unus abest imoque reconditus antro

fletibus auget aquas na

tamque miserrimus Io

luget ut amissam: nescit, vitane fruatur

an sit apud manes; sed

quam non invenit usquam,

esse putat nusquam atque

animo peiora veretur.

Viderat a patrio re

deuntem Iuppiter illam

flumine et 'o virgo Iove digna tuoque beatum

nescio quem factura toro

, pete' dixerat 'umbras

altorum nemorum' (et nemorum monstraverat umbras)

'dum calet, et medio sol est altissimus orbe!

quodsi sola times latebras

intrare ferarum,

praeside tuta deo nemorum secreta subibis,

nec de plebe deo, sed qui caelestia magna

sceptra manu teneo, sed qui vaga fulmina mitto.

ne fuge me!' fugiebat

enim. iam pascua Lernae

consitaque arboribus Lyrcea reliquerat arva,

cum deus inducta la

tas caligine terras

occuluit tenuitque fuga

m rapuitque pudorem.

Interea medios Iuno despexit in Argos

et noctis faciem nebul

as fecisse volucres

sub nitido mirata die, non fluminis illas

esse, nec umenti sensit tellure remitti;

atque suus coniunx ubi sit circumspicit, ut quae

deprensi totiens iam nosset furta mariti.

quem postquam caelo non repperit, 'aut ego fallor

aut ego laedor' ait delaps

aque ab aethere summo

constitit in terris nebulasque recedere iussit.

coniugis adventum praesenserat inque nitentem

Inachidos vultus mutaverat ille iuvencam;

bos quoque formosa est. speciem Saturnia vaccae,

quamquam invita, probat nec non, et cuius et unde

quove sit armento, veri

quasi nescia quaerit.

Iuppiter e terra genitam mentitur, ut auctor

desinat inquiri: petit ha

nc Saturnia munus.

quid faciat? crudele suos addicere amores,

non dare suspectum est: Pudor est, qui suadeat illinc,

hinc dissuadet Amor. victus Pudor esset Amore,

sed leve si munus sociae generisque torique

vacca negaretur, poterat non vacca videri!

Paelice donata non protinus exuit omnem

diva metum timuitque Iovem et fuit anxia furti

donec Arestoridae servandam tradidit Argo.

centum luminibus cinctum caput Argus habebat

inde suis vicibus capiebant bina quietem,

cetera servabant atque in

statione manebant.

constiterat quocumque modo, spectabat ad Io,

ante oculos Io, quamvis

aversus, habebat.

luce sinit pasci; cum sol tellure sub alta est,

claudit et indigno circumdat vincula collo.

frondibus arboreis et amara pascitur herba.

proque toro terrae non semper gramen habenti

incubat infelix limosaque flumina potat.

illa etiam supplex Argo cum bracchia vellet

tendere, non habuit, quae bracchia tenderet Argo,

conatoque queri mugitus edidit ore

pertimuitque sonos propria

que exterrita voce est.

venit et ad ripas, ubi ludere saepe solebat,

Inachidas: rictus novaque ut conspexit in unda

cornua, pertimuit seque

exsternata refugit.

naides ignorant, ignorat et Inachus ipse,

quae sit; at illa patrem sequitur sequiturque sorores

et patitur tangi seque admirantibus offert.

decerptas senior porrexerat Inachus herbas:

illa manus lambit patriis

que dat oscula palmis

nec retinet lacrimas et, si modo verba sequantur,

oret opem nomenque suum casusque loquatur;

littera pro verbis, quam

pes in pulvere duxit,

corporis indicium mutati triste peregit.

'me miserum!' exclamat pater Inachus inque gementis

cornibus et nivea pe

ndens cervice iuvencae

'me miserum!' ingeminat; 't

une es quaesita per omnes

nata mihi terras? tu

non inventa reperta

luctus eras levior! re

tices nec mutua nostris

dicta refers, alto ta

ntum suspiria ducis

pectore, quodque unum potes, ad mea verba remugis!

at tibi ego ignarus thalamos taedasque parabam,

spesque fuit generi mihi prima, secunda nepotum.

de grege nunc tibi vir, nunc

de grege natus habendus.

nec finire licet tantos mihi morte dolores;

sed nocet esse deum, praeclusaque ianua leti

aeternum nostros luctus extendit in aevum.‘

talia maerenti stellatus submovet Argus

ereptamque patri dive

rsa in pascua natam

abstrahit. ipse procul montis sublime cacumen

occupat, unde sedens part

es speculatur in omnes.

Nec superum rector mala tanta Phoronidos ultra

ferre potest natumque vo

cat, quem lucida partu

Pleias enixa est letoque det imperat Argum.

parva mora est alas pedibus virgamque potenti

somniferam sumpsisse manu tegumenque capillis.

haec ubi disposuit, patria

Iove natus ab arce

desilit in terras; illic

tegumenque removit

et posuit pennas, tantummodo virga retenta est:

hac agit, ut pastor, per devia rura capellas

dum venit abductas, et

structis cantat avenis.

voce nova captus custos Iunonius ‘at tu,

quisquis es, hoc poteras mecum considere saxo’

Argus ait; ‘neque enim pecori fecundior ullo

herba loco est, aptamque

vides pastoribus umbram.’

Sedit Atlantiades et

euntem multa loquendo

detinuit sermone diem iunctisque canendo

vincere harundinibus servantia lumina temptat.

ille tamen pugnat molles evincere somnos

et, quamvis sopor est oculorum parte receptus,

parte tamen vigilat. quaer

it quoque (namque reperta

fistula nuper erat), qua

sit ratione reperta.

Tum deus ‘Arcadiae gelidis sub montibus’ inquit

'inter hamadryadas celeberrima Nonacrinas

naias una fuit: nymphae Syringa vocabant.

non semel et satyros eluserat illa sequentes

et quoscumque deos umbr

osaque silva feraxque

rus habet. Ortygiam studiis ipsaque colebat

virginitate deam; ritu quoque cincta Dianae

falleret et posset credi Latonia, si non

corneus huic arcus, si non foret aureus illi;

sic quoque fallebat. Redeuntem colle Lycaeo

Pan videt hanc pinuque caput praecinctus acuta

talia verba refert – restabat verba referre

et precibus spretis fugisse per avia nympham,

donec harenosi placidum Ladonis ad amnem

venerit; hic illam cursum inpedientibus undis

ut se mutarent liqui

das orasse sorores,

Panaque cum prensam sibi iam Syringa putaret,

corpore pro nymphae calam

os tenuisse palustres,

dumque ibi suspirat, motos in harundine ventos

effecisse sonum tenuem

similemque querenti.

arte nova vocisque deum dulcedine captum

‘hoc mihi colloquium tecum’ dixisse ‘manebit,’

atque ita disparibus cal

amis conpagine cerae

inter se iunctis nomen tenuisse puellae.

talia dicturus vidit Cyllenius omnes

subcubuisse oculos adope

rtaque lumina somno;

supprimit extemplo vocem firmatque soporem

languida permulcens medicata lumina virga.

nec mora, falcato nutantem vulnerat ense,

qua collo est confine caput, saxoque cruentum

deicit et maculat praeruptam sanguine rupem.

Arge, iaces, quodque in tot lumina lumen habebas,

exstinctum est, centumque oculos nox occupat una.

Excipit hos volucrisque suae Saturnia pennis

collocat et gemmis caudam stellantibus inplet.

protinus exarsit nec tempora distulit irae

horriferamque oculis

animoque obiecit Erinyn

paelicis Argolicae stimulosque in pectore caecos

condidit et profugam per totum exercuit orbem.

ultimus inmenso restabas, Nile, labori;

quem simulac tetigit, positisque in margine ripae

procubuit genibus resupinoque ardua collo,

quos potuit solos, tollens ad sidera vultus

et gemitu et lacrimis et luctisono mugitu

cum Iove visa queri finemque orare malorum.

coniugis ille suae conplexus colla lacertis,

finiat ut poenas tandem,

rogat 'in' que 'futurum

pone metus' inquit: 'numquam tibi causa doloris

haec erit,' et Stygias iubet hoc audire paludes.

Ut lenita dea est, vultus capit illa priores

fitque, quod ante fuit: fugiunt e corpore saetae,

cornua decrescunt, fit

luminis artior orbis,

contrahitur rictus, rede

unt umeriquemanusque,

ungulaque in quinos dilapsa absumitur ungues:

de bove nil superest fo

rmae nisi candor in illa.

officioque pedum nymphe contenta duorum

erigitur metuitque loqui, ne more iuvencae

mugiat, et timide verba intermissa retemptat.

Nunc dea linigera colitur celeberrima turba.

huic Epaphus magni genitus de semine tandem

creditur esse Iovis perque

urbes iuncta parenti

templa tene

C’è un bosco nell’Emonia, racchiuso da tutte le parti

da forre scoscese; lo chiamano Tempe. Qui scorre il Peneo, che sgorga

dalle falde del Pindo con acque schiumanti,

e nella forte discesa so

lleva nebbie che creano

vapori sottili, e riempie di spruzzi le cime degli alberi,

e col suo fragore rintrona anche oltre i luoghi vicini.

Qui è la casa, la sede, il sacrario del grande fiume,

e qui, sedendo in un antro scavato dentro la roccia,

governava le acque e le ninfe che le abitano.

Qui arrivano dapprima i fiumi del luogo,

incerti se rallegrarsi col padre o se consolarlo,

lo Sperchio ricco di pioppi, l’irrequieto Enipeo,

il vecchio Apidano, il dolce Anfriso e l’Eante,

e poi gli altri fiumi, che, dove li spinge il loro impeto,

portano al mare le acque

stanche del lungo vagare.

Manca soltanto l’Inaco che, nel profondo della sua grotta,

cresce le acque col pianto, pi

angendo per persa, in felicissimo,

la figlia Io: non sa se è ancora in vita

o tra le ombre ma, non trovandola in nessun luogo,

pensa che non sia più, e nel suo animo teme il peggio.

Ma Giove l’aveva vista me

ntre tornava dal fiume

paterno e le disse: “Vergine degna di Giove,

che farai felice non so chi del tuo letto, va’ all’ombra

di quel bosco profondo (e le mostrò l’ombra del bosco),

mentre fa caldo e il sole è alto, a metà del suo corso.

Se temi di penetrare

da sola nei nascondigli

delle fiere, sappi che entri nel segreto del bosco protetta

da un dio, e non uno qualunque: io tengo in mia mano

il grande scettro del cielo e scaglio dovunque i fulmini.

Non fuggirmi”. E infatti fuggiva e si era lasciata dietro

i pascoli di Lerna e i campi Lircei, coltivati a frutteto,

quando il dio nascose la terra per un vasto tratto

sotto la nebbia, fermò la sua fuga e rapì il suo pudore.

Nel frattempo Giunone guardava al centro della campagna,

stupita che nel giorno sereno le nubi veloci

avessero fatto notte: capì che non erano

nebbie di fiume, né nate dall’umidità del suolo;

si guardò intorno dov’era il marito, ben conoscendone

gli amori furtivi, dopo che tante volte l’aveva colto sul fatto.

Non trovandolo in cielo, disse: “Se non mi sbaglio,

mi tradisce”, e, scendendo dall’alto del cielo,

si fermò in terra e ordinò a

lle nebbie di sciogliersi.

Ma Giove aveva avvertito l’arrivo della consorte,

e aveva cambiato l’aspetto della figlia di Inaco in una candida

giovenca. È bella anche come

giovenca. Giunone elogia

suo malgrado il suo aspetto e chiede, come se non lo sapesse,

di chi è, da dove viene e di quale armento.

Giove inventa che è nata dal suolo, perché la smetta

di indagare, e Giunone la chiede in dono.

Che fare? È crudele consegnare l’amata,

sospetto non consegnarla: lo consiglia il pudore,

lo distoglie l’amore; e il pudore sarebbe stato

vinto dall’amore, ma, se alla moglie e sorella avesse negato

un dono futile come la vacca, non sarebbe sembrata una vacca.

Avuta in dono la rivale, la dea non per questo

depose il timore, anzi ansiosamente teme

tte che Giove gliela sottraesse,

finchè non la diede da sorvegliare

al figlio di Arestore Argo, che a

veva la testa cinta da cento occhi;

due alla volta si riposavano a turno,

gli altri restavano a fare la guardia.

In qualunque modo si sistemava, guardava verso Io;

anche volto di spalle, teneva Io d’occhio.

La lascia pascolare di giorno; ma, quando il sole va sotto la terra,

la rinchiude e le cinge il

collo con legami indegni.

Si nutre di foglie d’alberi e di erba amara

l’infelice, e si corica, invece che in un letto, su terra

non sempre erbosa, e si abbevera ai fiumi torbidi.

Quando voleva tendere ad Argo le braccia supplici,

non aveva braccia da tendere, e tentando

di lamentarsi emetteva dalla bocca muggiti,

e restava atterrita al suono della propria voce.

Andò alle rive dell’Inaco, dove spesso usava giocare,

e vedendo nell’acqua il muso e le nuove corna,

si spaventò e fuggì via costernata. Le Naiadi

e Inaco stesso non sapevano chi era;

ma lei tiene dietro al padre e alle sorelle,

si fa toccare e si offre ai loro sguardi.

Il vecchio Inaco le offrì erbe appena colte:

lei lambì la mano del padre, baciandogli il palmo,

e non trattenne le lacrime; se le parole fossero venute,

avrebbe chiesto aiuto, e detto il suo nome e i suoi casi.

Invece delle parole, lettere tracciate con lo zoccolo nella

polvere diedero il triste segno della metamorfosi.

“Me infelice”, grida il padre Inaco e, attaccandosi

al collo e alle corna della giovenca gemente,

ripete: “Me infelice!

Sei tu la figlia

che ho cercato per tutte le terre? Era un lutto più lieve

se non t’avessi trovata. Tu taci e non rispondi

alle mie parole; ti limiti a trarre sospiri

dal profondo del petto, e fai quello che puoi, muggisci in risposta.

E io, ignaro, ti preparavo le nozze,

speravo di avere un genero e poi dei nipoti:

adesso avrai da una mandria marito e figli.

Non posso neanche mettere

termine a tanto dolore

con la morte: mi nuoce essere un dio, mi è preclusa la porta

della morte, e il mio lutto si estende nel tempo eterno”.

Mentre così diceva,

lo scaccia Argo costellato d’occhi,

strappa la figlia al padre e la avvia su campi

lontani; poi occupa in lontananza la cima di un monte,

e di là, sedendo, sorveglia tutte le parti.

Ma il re degli dèi non può più sopportare che la discendente

di Foroneo soffra tanti mali: chiama il figlio suo e della Pleiade

splendida, e gli impone di uccidere Argo.

Breve è l’indugio: Mercurio mette le

ali ai piedi, e prende in mano

la verga che induce il sonno, e mette il copricapo;

così vestito, il figlio di Giove salta giù dalla rocca

paterna in terra. Là toglie il copricapo e le ali,

conserva soltanto la verga e con essa,

come un pastore, spinge su campi fuori mano le capre

raccolte in gregge per via, e suona le canne congiunte. Colpito

dallo strano suono e dall’arte, il custode di Giunone gli disse:

“Chiunque tu sia, potresti sedere con me sulla roccia:

in nessun altro posto c’è erba più ricca

per il bestiame, e per i pastori vedi che c’è ombra adatta”.

Siede il nipote di Atlante, e parlando di molte cose,

occupa tutto il giorno e, suonando le canne,

tenta di addormentare i suoi occhi vigili.

Quello cerca di resistere al morbido sonno,

e benché il sopore invada

una parte degli occhi,

con l’altra parte veglia, e chiede in che modo è stata

inventata la zampogna (lo era appena stata).

Il dio gli rispose: “Sui freddi monti d’Arcadia, tra le Amadriadi

di Nonacri, c’era una Naiade famosissima

che le altre chiamavano Siringa. Spesso

aveva eluso la caccia dei Satiri, e tutti gli dèi

che vivono nei boschi ombrosi e sui fertili

campi; seguiva la dea d’Ortigia nelle sue passioni

e nella verginità. Vestita anche al modo di Diana,

poteva ingannare e passare per la dea figlia

di Latona, se l’arco non fosse stato di corno,

mentre Diana lo ha d’oro. Ma anche così ingannava. Pan la vide tornare

dal colle Liceo e, col capo cinto di ispide fronde di pino,

le disse queste parole: ...". Restava di dirle, e narrare

come la ninfa, disprezzando le sue preghiere, fuggì in luoghi

impervi, finchè fu arrivata al corso placido

e sabbioso del Ladone, e qui, mentre

il fiume le impediva la fuga,

pregò le sorelle dell’acqua che la trasformassero,

e Pan, quando già credeva d’avere preso Siringa,

invece del suo corpo strinse le canne palustri;

e mentre sospira, il vento mosso dentro le canne

dà un suono tenue e simile ad un lamento,

e il dio, conquistato dall’arte nuova e dalla dolcezza del

suono, disse: “Rimarrà questo nostro colloquio”, e unendo insieme

con la cera canne ineguali, conservò in tal modo

il nome della ragazza. Questo il dio di Cilene

stava per raccontare, ma vide che tutti gli occhi

di Argo avevano ceduto, coperti dal sonno;

subito trattiene la voce e rafforza il sopore,

accarezzando con la verga magica gli occhi

languidi e, senza indugio, con la spada falcata

colpisce il capo oscillante al confine col collo, lo getta

giù dalla roccia coperto di sangue e ne macchia la rupe scoscesa.

Tu, giaci, Argo: è spento lo sguardo che avevi in tanti

sguardi, i tuoi cento occhi li invade una sola notte.

La figlia di Saturno raccoglie gli occhi e li mette

sulle penne del suo uccello, e riem

pie la coda di gemme stellate.

Poi si infuria e non rimanda il tempo della sua collera:

mette davanti agli occhi e nell’anima della rivale argiva l’orribile

Erinni, e le istilla in cuore stimoli ciechi,

e la spinge in fuga, atterrita, per tutto il mondo.

All’immensa fatica restavi, Nilo, tu solo:

appena vi giunse, si gettò in ginocchio

sulla riva e, voltando indietro il collo,

e alzando alle stelle gli occhi, tutto ciò che poteva,

con gemiti e lacrime e muggiti luttuosi

parve lamentarsi con Giove e pregare la fine dei mali.

Giove, gettando le braccia al collo della sua consorte,

la prega di porre un termine al castigo e le dice:

“Per il futuro deponi il timore: non ti sarà causa

di dolore”, e chiama le paludi stigie a testimoni.

Come la dea si placò, Io riprese le prime fattezze,

divenne quella che era prima, le setole

fuggono dal suo corpo, le corna rientrano, il cerchio dell’occhio

si stringe, si ritira il muso, tornano mani e spalle,

e lo zoccolo si ridivide in cinque unghie.

Niente, tranne il candore, resta più della vacca:

contenta dei suoi due piedi la ninfa si rizza,

e teme parlando di muggire come una mucca,

e timidamente ritenta la parola sospesa.

Ora è una dea venerata dalle folle vestite di lino.

Si dice che da lei e dal seme del grande Giove

Nacque Epafo, che ha culto assieme alla madre nelle città.

 

 

 

(1)Alba Subrizio Che cosa vuol dire ‘Bosforo’? E perché la coda del pavone ha gli 'occhi'? Il mito di Io

Dalla città di Argo al famoso stretto, al culto egizio di Iside https://www.ilmattinodifoggia.it/blog/alba-subrizio/38296/che-cosa-vuol-dire-bosforo-e-perche-la-coda-del-pavone-ha-gli-occhi-il-mito-di-io.html

 

Bibliografia

Cambedda A, Leone R., Il mito di Io e Giove, in  Giorgione e la cultura veneta tra '400 e '500: mito, allegoria, analisi iconologia, atti del Convegno, Roma novembre 1978, De Luca, Roma 1981, pp. 166-170

Iside: Il Mito, Il Mistero, La Magia, Catalogo della Mostra, a cura di Arlsan E.A., Electa, Milano 1997


Eremo Rocca S. Stefano venerdì  31 luglio 2020

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