Marco Belpoliti su La
stampa del 12 settembre 2010 in un articolo dal titolo “Le lezioni di Calvino non bastano più “ scrive : “ Quando nella notte tra il 18 e il
19 settembre di venticinque anni fa Italo Calvino si spense nell'Ospedale di
Siena, dopo che i medici avevano inutilmente tentato di salvarlo operandolo
alla testa, lo scrittore ligure era arrivato quasi al culmine della sua
popolarità e fama. In quei mesi era intento a redigere le sue Lezioni
americane, da tenersi di lì a poco ad Harvard, il cui sottotitolo era «sei
proposte per il prossimo millennio». In quelle lezioni si va dalla «leggerezza»
alla «molteplicità», toccando l'esattezza, la rapidità e la visibilità. La
sesta lezione sarebbe stata intitolata Consistency, coerenza. Calvino non ha
fatto in tempo a scriverla, ma restano degli appunti, e si sa che si sarebbe
riferita a un racconto di Melville, Bartleby. “
Oggi che molte delle sue previsioni intellettuali, per quanto riguardanti in
primis la letteratura, sembrano essersi avverate - la leggerezza è una delle
parole passepartout del postmoderno -, forse la conferenza che ci sarebbe
servita di più è quella sulla «coerenza». Bartleby, il personaggio della
novella, è un impiegato di Wall Street; lavora presso un avvocato e trascrive
atti giudiziari. Se non che, a un certo punto, smette di farlo, e oppone alle
richieste del suo principale una frase: «Avrei preferenza di no». Un modo
manierato per sottrarsi a ciò che gli è richiesto. Il racconto, che è diventato
oggetto di commenti di tanti scrittori e filosofi (da Deleuze ad Agamben, da
Borges a Perec), finisce tragicamente con Bartleby che si ritira su se stesso,
ostinato, costringe l'avvocato a cambiare studio, resta lì, e infine messo in
prigione muore d'inedia.
In questa lezione mancante si concentra tutta l'attualità e l'inattualità di
Calvino, il suo appartenere allo stesso tempo al XX secolo e al XXI: un autore
della transizione. Il narratore sorgivo del Sentiero dei nidi di ragno e quello
riflessivo di La giornata di uno scrutatore, nonché di Palomar, è stato uno
degli scrittori per cui all'idea di letteratura si accompagnava anche quella di
un impegno per creare una società più giusta. Pasolini, Sciascia, Volponi,
Morante, ma anche Manganelli, sono stati antifascisti, iscritti o simpatizzanti
del Partito comunista, in altre parole degli intellettuali-scrittori (non
scrittori-intellettuali), che hanno fatto della letteratura uno dei punti
fondamentali della loro attività. Narratori, certo, ma anche saggisti,
polemisti, presenti sui giornali, nelle riviste, dediti alla politica in senso
forte. Prima intellettuali e poi letterati, senza piegare la letteratura alle
ragioni di partito. Ma pochi anni prima che Calvino morisse, qualcosa è
cambiato di colpo.
La letteratura, come questi scrittori la concepivano, è finita. Nasceva
qualcosa di diverso sul piano sociale, e dunque anche letterario. A spiegarlo è
un altro scrittore, forse l'unico erede di Calvino, e proprio per questo
divergente da lui: Gianni Celati. È Celati a far conoscere a Calvino la novella
di Melville, e anche Wakefield, il racconto breve di Hawthorne, altro
riferimento di Consistency.
In entrambe le storie ci sono due personaggi che si sottraggono alla relazione
sociale - lavorativa in Bartleby e famigliare in Wakefield -, alle convenzioni,
in nome di una coerenza che trae il proprio fondamento da un disincanto che si
è installato nella vita sociale. Con la morte di Moro e l'inizio degli anni
Ottanta inizia il cosiddetto «riflusso», va in crisi la politica tradizionale,
c'è la fuga dall'impegno. Finisce il mondo di cui Calvino era uno degli
interpreti più ariosi, leggeri, e insieme intensi. La società umana, quella
italiana, non sa più bene su cosa si fondi il legame che tiene insieme gli individui.
Calvino sta su questa soglia e per molti aspetti non sa più che pesci pigliare,
come si vede molto bene nei racconti di Palomar. La sua crisi era già iniziata,
e si annunciava lunga e complessa.
Forse non aveva più, nonostante la sua indubbia intelligenza gli strumenti
adatti per interpretare il cambiamento. Per questo si era rivolto nel 1968 a Celati, il suo Marco
Polo, il viaggiatore, mentre lui retrocedeva al ruolo di Kublai Kan, il vecchio
imperatore immobile delle Città invisibili, il suo capolavoro, ma anche il suo
punto più alto di scacco. Tuttavia Celati non era bastato, e neppure più i
vecchi e nuovi maestri parigini. All'inizio degli anni Ottanta Calvino era un
intellettuale-scrittore in panne, il cui motore, perfetto e oliato, girava a vuoto.
Era sospeso nel vuoto della fine del XX secolo. Somigliava sempre più a
Bartleby, e come lui incarnava un lutto; e l'accentuarsi del suo manierismo
letterario era anche la conseguenza del suo «avrei preferenza di no».
Ora non sappiamo cosa avrebbe scritto riguardo alla «coerenza», però
un'ipotesi, seguendo il suo Marco Polo, si può formulare. Bartleby, ha scritto
Celati, è la figura che pone il problema delle sacche di estraneità che si
formano all'interno della vita sociale. Problema che nasce con la nascita delle
grandi masse anonime nella vita urbana, «dove non si possono più nascondere le
distanze assolute che separano gli individui». La solitudine è l'esperienza
fondamentale della contemporaneità su cui s'innestano, pur nella loro
diversità, sia il fascismo novecentesco sia il Grande Fratello. Calvino sta al
di qua di questa soglia, indica il problema, ma non fornisce soluzioni. Un
grande scrittore, senza dubbio, un grande moralista, e insieme un agilissimo
saggista. Ma per andare avanti non basta più, bisogna cercare altrove. Dopo
Calvino.
Eremo Rocca S. Stefano sabato 1 agosto 2020




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