martedì 29 settembre 2020

TRANSIBERIANE D’ITALIA Il Treno del foliage

 

Il percorso della Vigezzina-Centovalli, una ferrovia storica che collega l'Italia con la Svizzera

Il famoso Treno del foliage porterà, anche quest’anno, i passeggeri a bordo dei propri convogli panoramici che percorrono la tratta Domodossola-Locarno (Svizzera), attraversando i passeggi infiammati dalle sfumature autunnali.

Nonostante le numerose limitazioni dovute alle normative per il contenimento del Covid-19, la ferrovia Vigezzina-Centovalli, considerata dalla Lonely Planet la più panoramica d’Italia, riparte anche quest’autunno.

Il percorso della  Vigezzina –Centovalli  (1) una storica linea che, fin dal 1923, congiunge l’Italia con la Svizzera, attraversa la Val d’Ossola, la Valle Vigezzo, detta anche Valle dei pittori, e le Centovalli, così chiamate per via delle numerose valli laterali molto amate dagli escursionisti.

Non è solo come entrare in un dipinto romantico. Un viaggio a bordo del Treno del foliage è anche un’esperienza adrenalitica: il convoglio attraversa ben 83 ponti e 31 gallerie in poco meno di due ore lungo un percorso di 52 chilometri di binari con vedute a dir poco spettacolari.

Il biglietto del treno è valido uno o due giorni e prevede un viaggio a/r sull’intera linea, con la possibilità di effettuare una sosta intermedia nel viaggio di andata o nel viaggio di ritorno, per poter visitare una delle affascinanti località che costellano il percorso ferroviario.

Ogni tappa è una scoperta. A partire da Domodossola, nell’alto Piemonte, che racchiude nel suo nucleo storico gioielli e perle nascoste, tra cui spiccano la splendida piazza Mercato e i meravigliosi palazzi storici.

Locarno è la stazione di finale per chi parte dall’Italia ed è una deliziosa cittadina svizzera affacciata sul Lago Maggiore con un bellissimo centro storico e un elegante lungolago.

Perché non approfittarne per visitare il maestoso Santuario di Re o il meraviglioso  borgo di Santa Maria Maggiore. In questa cittadina si organizza il 17 e 18 ottobre la XV edizione di Fuori di Zucca, una gustosa e divertente occasione per scoprire il borgo Bandiera Arancione con eventi autunnali e mercatini a km zero.

Nonostante le limitazioni dovute al Covid-19, infatti, sono numerosi gli eventi in programma nel periodo del Treno del foliage: a partire da Locarno, dove gli amanti dei sapori tipici non potranno mancare alla XXI edizione dell’Autunno Gastronomico del Lago Maggiore e Valli, in programma fino al 25 ottobre.

La sicurezza a bordo dei treni è garantita grazie a misure di sanificazione costante e al distanziamento fisico, oltre all’obbligo di indossare la mascherina per tutto il viaggio. Date le previsioni di forte afflusso e le importanti limitazioni dovute al Covid-19  è obbligatoria la prenotazione dei posti a sedere.

Novità del 2020, il biglietto include (per ogni passeggero adulto) un buono di 5 franchi svizzeri per ritirare un omaggio presso il piccolo mercatino di prodotti locali che si svolge tutti i giorni dalle 10.00 alle 17.00 presso la stazione ferroviaria di Locarno. Le bancarelle in legno, dal tettuccio giallo, espongono i prodotti tipici del locarnese e delle valli. Il buono può essere usato anche come buono sconto per ritirare un altro prodotto a scelta in sostituzione dell’omaggio.

(1) È considerata la ferrovia più panoramica d’Italia, la Vigezzina Centovalli, che viaggia tra Domodossola e Locarno, in Svizzera. Attraversa paesaggi selvaggi, dalla natura incontaminata, spesso soggetto di dipinti di artisti, per giungere fino alle rive del Lago Maggiore. Ecco perché la Valle Vigezzo è anche chiamata la Valle dei pittori.

A Domodossola si può andare alla scoperta del borgo medievale dal fascino antico, abbinando una passeggiata lungo la via Crucis che conduce al Sacro Monte Calvario, Patrimonio Unesco.

A Santa Maria Maggiore, capoluogo della Valle Vigezzo, vengono offerti i biglietti a metà prezzo per l’ingresso all’originalissimo Museo dello Spazzacamino e alla Casa del Profumo, organizzano romantiche escursioni guidate al crepuscolo e i bar e i ristoranti della città hanno menu e
offerte speciali.

A Locarno, invece, oltre a visitare la bellissima cittadina elvetica affacciata sul lago, il 14 febbraio ci si può rilassare nel bagno turco privato del Centro Termali Salini.

Ma, lungo i 52 chilometri del percorso ferroviario tra il Lago Maggiore e la Val d’Ossola, si può fare sosta in una delle altre fermate che, nel cuore della stagione invernale, regalano scorci unici. Prendete per esempio la micro stazione di Creggio, circondata dalla fitta vegetazione, vicino all’omonima torre. Qui ci si trova ai margini della Val Vigezzo e, dai finestrini del treno, si può ammirare l’ampia Valle del fiume Toce. Oppure quella di Marone, immersa nel bosco. Una mulattiera, che attraversa i prati, conduce al piccolo paese che si trova a 662 metri.

Fate una tappa a Re, un paese noto per l’imponente santuario della Madonna del Sangue. Impossibile non notarlo dal finestrino quando si costeggia il paese. Il Comune, il cui centro è raccolto intorno al santuario, include anche le frazioni di Dissimo, Folsogno, Isella, Meis, Olgia e Ponte Ribellasca. Isella in particolare è una terrazza affacciata sul Monte Gridone, un monte che le leggende raccontano essere un luogo d’incontro per le streghe.

Oppure sostate al confine, nel paese di Camedo, a 549 metri di altitudine. È questa l’ultima frazione delle Centovalli ed è qui che la linea italiana si congiunge con quella svizzera, sulla mezzeria dell’arcata centrale del ponte a quota 552 metri. Un viaggio davvero piacevole che vi consigliamo vivamente.

Eremo Rocca S. Stefano martedì  29 settembre 2020

LA LUNA DEI LUNATICI La luna , il nostro satellite

La Luna è il corpo celeste più importante per le arti magiche.
È l’unico satellite naturale del nostro pianeta il quale compie la sua orbita intorno alla Terra in circa 27 giorni, 7 ore, 43 minuti e 11 secondi ma dal punto di vista terreste il ciclo lunare si compie in quasi 30 giorni per via del contemporaneo ruotare del nostro pianeta.
È da notare che la Luna rimane sempre nella regione di cielo chiamata Zodiaco attraversandola ogni quattro settimane
Inoltre nel suo moto percorre le 28 Case Lunari che, secondo la tradizione, sono custodite da altrettanti  Angeli.

L’orbita lunare descrive un percorso che presenta un punto di Apogeo e uno di Perigeo i quali sono rispettivamente la massima e la minima «distanza dalla Terra».
Quando la Luna si trova nel punto di «Perigeo» essa ci appare nel cielo più nitida ed estesa a causa della sua vicinanza. Viceversa nel momento di «Apogeo». Ovviamente la sua influenza sulla Terra è direttamente proporzionale alla distanza da essa.

Infine altri due punti importanti nel cammino di rivoluzione del nostro satellite sono i così detti «Nodi Lunari».


...la Grande Dea

Molti popoli antichi ritenevano che la Luna morisse ogni alba per poi risorge il giorno dopo, forse per questo motivo la troviamo associata a Ecate, divinità pre-ellenica del mondo ctonio.
Come la Luna, Ecate è «Splendente», infatti uno dei suoi attributi è la fiaccola con la quale rischiara l’animo dalle tenebre dell’ignoranza, così come la Luna rischiara la notte. La notte è il momento della giornata durante il quale la Terra è più simile al mondo infero, ed è allo stesso tempo il momento più propizio per i sogni.
Per questo motivo così come la Luna è la Signora della Notte, Ecate è la divinità Triplice poiché è in grado di viaggiare fra i mondi, ed è l’unica a condividere con Zeus la signoria sul Cielo, sulla Terra e sul Mare.
Apportatrice di conoscenza, Ecate è protettrice della Sibilla Cumana e degli oracoli in genere ma anche di tutte quelle arti magiche che un tempo facevano parte delle scienze umane quando materia e spirito erano per l’uomo una sola cosa.
Durante il Medio Evo Ecate fu rivestita del ruolo di «Regina delle Streghe», insieme ad Artemide anch’ella divinità Lunare. La Luna, infatti, è l’astro che maggiormente influenza il nostro pianeta e i suoi abitanti, è perciò da tenere in grande considerazione per ogni operazione che ci apprestiamo a compiere, nel campo della Magia, della Spagiria, dell’Alchimia e in qualsiasi momento della nostra vita.
In effetti l’esperienza dimostra che un rituale eseguito nel «momento lunare corretto» ha oltre 85% di possibilità di riuscire, naturalmente se si agisce con fede e soprattutto per scopi nobili e altruistici.
Per contro un rituale fatto in un momento lunare sfavorevole va a buon fine solo nel 15% dei casi. È nella scelta errata dei tempi che troviamo la spiegazione degli insuccessi dei numerosi maghi dilettanti.

Le fasi lunari sono tre

Crescente: durante questa fase la Luna era chiamata Vergine Ecate o Aglaia (una delle tre Grazie) o ancora Selene. Nella mitologia nordica invece questa fase era associata ad Urdhr, una delle tre Norne.
In tale periodo, infatti, la luna è propizia per tutto ciò che rappresenta novità e inizio. E’ perfetta per stringere legami e patti, iniziare progetti e attività, e tutto ciò che (in generale) riguarda l’accrescimento.

Piena: durante questa fase, gli antichi nominavano la Luna Ecate Matura o Madre, Persefone, Talia (una delle Grazie), o Artemide/Diana. I nordici associavano questa fase a Verdhandi, personificazione del Presente.
E’ la Luna della prosperità, la fecondità, le conferme e la conoscenza. E’ la luna migliore per intraprendere studi, confermare desideri e propositi, cogliere i frutti di lavori e progetti e le operazioni che hanno come oggetto o fine la prosperità e la fecondità.

Calante: detta anche Ecate Anziana o Demetra, Eufrosina (la terza delle Grazie) è la luna dello svuotamento, del termine. I nordici l’associavano a Skuld, una delle tre Norne.
La Luna Calante è il momento perfetto per rituali di allontanamento e di purificazione, per interrompere abitudini e situazioni o relazioni che non hanno più ragione d’esistere e per tutto ciò che ha come oggetto (o scopo) il porre a termine e la diminuzione.

A queste tre fasi si aggiunge la Luna Nuova, detta anche Luna Nera o Ecate Infera. Durante tale stadio la Luna non è visibile dalla Terra. Secondo gli antichi essa moriva per rinascere dopo tre giorni con un nuovo ciclo e la corrispondente «Luna Crescente».
In pratica la Luna Nuova è molto potente ed è bene fare attenzione alle operazioni che si compiono in questo periodo.
Come Luna appartenente al mondo infero, la Luna Nera presiede ai malefici e ogni magia di carattere distruttivo. Sebbene non tutti i rituali distruttivi siano «malefici» e «disarmonici», sconsigliamo di compierli durante questa fase a causa dell’eccessivo potere sprigionato dall’astro. Meglio eseguire tali rituali in «fase calante».
Come dicevamo, la «Luna Nuova» è legata al momento appena precedente la rinascita. È dunque la Luna del riposo, del «non agire», dell’accumulo di nuove forze per (successivamente) acquisire nuove conoscenze.
A tal proposito è vivamente sconsigliata ogni operazione pratica per dedicarsi allo studio, la meditazione e la divinazione, operazioni che in questo momento astrologico ricevono influssi particolarmente benefici.

Un importante dato da tener presente per le nostre operazioni è la «luminosità» dell’Ecate Celeste; questo dato è importante poiché gli effetti del nostro satellite sono strettamente correlati dalla quantità di luce che riesce a riflettere.

Come potete notare nel nostro «calendario» sono riportati con precisione i giorni e l’ora in cui avvengono le prossime quattro fasi principali.
Quest’ultima indicazione sarà assai utile nel momento in cui dobbiamo compiere un determinato lavoro che necessita di maggior accuratezza riguardo al momento propizio.


Preghiera alla Luna

La seguente orazione va preferenzialmente recitata di notte, il quattordicesimo giorno del mese lunare (Plenilunio), specialmente quando la Luna è foriera di influssi positivi.

«Ti sia benigno Iddio, o Luna, Signora benedetta, prospera, fredda e umida, giusta e bella. Tu sei capo e chiave di tutti gli altri pianeti, leggiadra nei tuoi movimenti, fonte di vivida luce, Signora di letizia e di gaudio come di buone parole, di buona fama, di buon regno fortunato.
Tu ami le leggi e le rifletti sul mondo, sempre sottile nei tuoi pensieri. Apprezzi ed ami le gioie, i canti, i giochi; sei la Signora degli ambasciatori e dei nunzi, capace di svelarne i segreti. Sei libera e preziosa; fra tutti i pianeti il più vicino alla Terra; di tutti la più grande, la più luminosa; tu, che sei foriera del bene e del male, colleghi i pianeti l’uno all’altro, trasmettendo loro la tua luce e rettificandoli con la tua bontà, a prescindere dalla loro effettiva essenza.
Tutte le cose di questo mondo sono abbellite o danneggiate da te. Sei l’alfa e l’omega di ogni cosa. La tua nobiltà ed il tuo nome superano quelli di tutti i pianeti. Perciò mi rivolgo a te. E lo faccio in nome di Celan, l’angelo che Dio ti ha messo appresso quale tuo complemento, affinché tu abbia pietà di me ed accolga la mia preghiera, ricevendo quanto ti espongo, anche a ragione dell’umiltà che nutri verso il nostro Alto Signore del suo regno.
Ti invoco per tutti i tuoi nomi; Camar in arabo, Mehe in fenicio, Zamahyl in greco, Cerim in indiano e Celez in romano; spero che in questo modo e in questo luogo tu possa apprendere le mie suppliche.
» (Picatrix, Maslama al-Magriti)

 Fonte   Rutilio e Antea  http://www.cronacheesoteriche.com/CronacheEsoteriche/lunario.jsphttp://www.cronacheesoteriche.com/CronacheEsoteriche/images/space.gif

 

Eremo Rocca S. Stefano  martedì  29  settembre 2020

 

LA LUNA DEI LUNATICI La luna del mese di Ottobre. Dalla luna piena al primo quarto: miti, storie e aspettative…


- Governa, conduce e regola con la sua forza attrattiva le acque terrestri, i cicli delle stagioni, il modificarsi della natura e indica persino i suoi rimedi, secondo antiche consuetudini primigenie; rappresenta la fertilità, opposta al sole, è segno di alchimia, tratteggia il divenire, il mutare: cicli mensili, ritmi biologici e le fasi della fertilità. La luna. Fecondatrice dell’universo con il suo volto livido e spettrale, così immaginato, accompagnava alla porta dei morti. Signora degli inferi, “scendeva”, calava con il suo moto, conduceva e scortava in basso, si scompariva con lei, senza speranza, e poi la luna ricominciava… da sola.

 Da sempre, indicata, “segnata”, mostrata ”irraggiungibile” nei desideri, è simbolo di altre culture della conoscenza riflessiva, dell’inconscio, dell’anima, della memoria che proprio sulla terra, e su tutto quello che vive, trova una sua ragione: uomini, piante, animali sono prigionieri della sua funzione mnemonica, della sua reminiscenza platonica, volubilità e mutevolezza, instabilità, come se esistesse un’azione magica, con poteri straordinari, un’azione incantata, ammaliatrice tra il corpo celeste e il pianeta terra. Allora diventa Signora della notte e delle stelle, ordina gli incantesimi, dispone la magia, decreta la stregoneria, e procuratrice di sortilegi, trasforma a suo piacimento gli uomini in immortali e gli animali in orchi, esseri orrendi.

La donna è luna. Così è intesa nelle credenze e in un certo tipo di medicina, per i suoi ritmi biologici: dai flussi mestruali, gravidanza e concepimento concatenati al satellite, in un mondo secolarizzato, magico, fa scendere sulla terra gioie e speranze, tristezza e dolore, poiché dalle macchie della luna piena si traggono auspici per il futuro, interpretati ancora oggi, si concordano alleanze, accordi e patti, guardando il suo chiarore i feti saranno maschi se concepiti prima del plenilunio, e femmine, dopo, in quel calendario del computo del tempo.

 La luna d’ottobre,(1) Mese con 5 fasi lunari, con una Luna Nuova (il 16) ma due Lune piene, rispettivamente l’1 e il 31 del mese. Per questo la Luna piena del 31 sarà Luna Blu: come detto più volte, non sarà però veramente blu.  Il nome deriva in realtà solo dalla sua presunta rarità: “once in a blue moon” (“una volta ogni luna blu”) è infatti un’espressione che vuole indicare qualcosa che non si verifica molto comunemente (anche se in realtà avviene ogni 3-5 anni). Oppure perché ricorda il nome dell’antico termine inglese “belewe”, ovvero tradire: una luna traditrice perché induceva a pensare che fosse finita la stagione anche se non era così.

E una curiosità in più: la luna piena di ottobre appare spesso più grande del solito, anche se non è così nella realtà. È “solo” una luna particolarmente luminosa, cosa che ha favorito i cacciatori dei tempi antichi nella ricerca del cibo.

Rossa, sanguigna d’ottobre, facile all’ira, “cala e cresce” secondo la letteratura popolare che sopravvive, ed è ancora proiettata nel futuro, quando alziamo la testa al cielo, quei miti diffusi, apparentemente sepolti, tornano, come le macchie dell’unico satellite della terra, i profili di Adamo ed Eva mandati lì da Gesù, per punirli, e girano, vagano, con un mazzo di spine, la loro penitenza. Gli alberi non si potano con la luna crescente altrimenti la frutta marcisce, il vino si travasa alla “mancanza”, insieme alle semine, gli innesti delle piante, la falciatura del grano, la tosatura degli animali, l’uccisione del maiale e la preparazione delle sue carni, mentre con la luna nuova si possono preparare le conserve, altrimenti si guastano. Infine, la chioccia non deve covare la prima fase lunare: i pulcini morirebbero, attaccati prima dal torcicollo della luna, l’archetipo dei nostri sogni in fondo, delle nostre visioni oniriche, irraggiungibile…

La Luna Piena del 1° ottobre porterà nuovi stimoli e tante opportunità. È un momento in cui saremmo portati a riflettere su molti progetti per il futuro, soprattutto sul piano sentimentale. Questo plenilunio ci aiuterà a dare importanza alla nostra natura indipendete, individualista e libera. Scopri quale sarà la sua influenza sui dodici segni zodiacali.

Guardando il cielo di questo Plenilunio, al di là del fatto che è in Ariete, ci rendiamo conto che è in Opposizione a Urano in Toro. Notiamo anche una Congiunzione Marte-Luna Nera in Ariete. Questa congiunzione è in Quadratura a Saturno e Plutone in Capricorno e in Trigono a Venere in Leone. Giove Sestile in Capricorno e Nettuno in Pesci contribuiranno ad alleggerire l'atmosfera... Una situazione parecchio complessa no?!

 

(1) Le fasi lunari si originano dall'interazione tra i movimenti del sole, della luna e della terra. In un anno la luna realizza tredici giri attorno alla Terra, cioè tredici lunazioni. Ogni lunazione dura circa 28 giorni.
Normalmente, conosciamo quattro tipi di fasi lunari, che sono la Luna Nuova, la Luna Crescente, la Luna Piena e la Luna Calante. Ma poiché la Luna impiega circa 28 giorni per ripetere le sue fasi, non passa solo per le quattro fasi menzionate, ma per un’infinità di fasi intermedie a cui la tradizione non ha dato un nome. Per questo gli astronomi fanno riferimento alle fasi lunari in base alla percentuale di illuminazione. In questo modo, la luna nuova è allo 0%, la luna piena è al 100%, e la luna crescente e la luna calante sono al 50%.

Eremo Rocca S. Stefano  martedì 29 settembre 2020

 

INCIPIT : Il primo di giugno dell’anno scorso

 


Il primo di giugno dell'anno scorso Fontamara rimase per la prima volta senza illuminazione elettrica. Il due di giugno, il tre di giugno, il quattro di giugno, Fontamara continuò a rimanere senza illuminazione elettrica. Così nei giorni seguenti e nei mesi seguenti, finché' Fontamara si riabituò al regime del chiaro di luna. Per arrivare dal chiaro di luna alla luce elettrica, Fontamara aveva messo un centinaio di anni, attraverso l'olio di oliva e il petrolio. Per tornare dalla luce elettrica al chiaro di luna bastò una sera .:

I giovani non conoscono la storia, ma noi vecchi la conosciamo. Tutte le novità portateci dai Piemontesi in settant'anni si riducono insomma a due: la luce elettrica e le sigarette. La luce elettrica se la sono ripresa. Le sigarette? Si possa soffocare chi le ha fumate una sola volta. A noi è sempre bastata la pipa.

La luce elettrica era diventata a Fontamara anch' essa una cosa naturale, come il chiaro di luna. Nel senso che nessuno la pagava. Nessuno la pagava da molti mesi. E con che cosa avremmo dovuta pagarla? Negli ultimi tempi il cursore comunale neppure era Più venuto a distribuire la solita fattura mensile col segno degli arretrati, il solito pezzo di carta di cui noi ci servivamo per gli usi domestici.

L'ultima volta che il cursore era venuto, per poco non vi aveva lasciato la pelle. Per poco una schioppettata non l'aveva disteso secco all'uscita del paese.

Egli era assai prudente. Veniva a Fontamara quando gli uomini erano al lavoro e nelle case non trovava che donne e creature. Ma la prudenza non è mai troppa. Egli era molto affabile. Distribuiva le sue carte con una risatella cretina, pietosa. Diceva: «Préndete, per carità, non ve l'abbiate a male, un pezzo di carta in famiglia può sempre servire ,»

Però l'affabilità non è mai troppa. Alcuni giorni dopo un carrettiere gli fece capire, non a Fontamara (a Fontamara egli non metteva più piede), ma giù nel capoluogo, che la schioppettata probabilmente non era stata diretta contro di lui, contro la sua persona, contro la persona di Innocenzo La Legge, ma piuttosto contro la tassa. Però se la schioppettata avesse colto in segno, non avrebbe ucciso la tassa, ma lui; perciò non venne più, e nessuno lo rimpianse. Né a lui balenò mai l'idea di proporre al comune un'azione giudiziaria contro i Fontamaresi.

«Se si potessero sequestrare e vendere i pidocchi», aveva suggerito una volta, «senza dubbio un'azione di giustizia darebbe importanti risultati. Ma anche se fosse lecito sequestrarli, poi, chi li ricomprerebbe?»

La luce doveva essere tagliata al primo gennaio. Poi al primo marzo. Poi al primo maggio. Poi si disse: «Non sarà più tolta. Sembra che la regina sia contraria. Vedrete che non sarà più tolta». E al primo giugno fu tagliata.

Le donne e i bambini che erano in casa furono gli ultimi ad accorgersene. Ma noi che tornavamo dal lavoro, quelli che erano stati al mulino e tornavano per la strada rotabile, quelli che erano stati alla contrada del cimitero e tornavano giù dalla montagna, quelli che erano stati alla cava di sabbia e tornavano costeggiando il fosso, quelli che erano stati a giornata e tornavano un po' da tutte le parti  a mano a mano che si faceva scuro e vedevamo le luci dei paesi vicini accendersi e Fontamara sbiadirsi velarsi, annebbiarsi, confondersi con le rocce, con le fratte, con i mucchi di letame, capimmo subito di che si trattava. (Fu e non fu una sorpresa.')

Per i ragazzi' fu anzi motivo di baldoria. Da noi i ragazzi non hanno spesso motivi di baldoria e quando capitano, povere creature, ne approfittano. Così quando arriva una motocicletta, quando due asini si accoppiano, quando si incendia un camino.

Arrivati al paese trovammo in mezzo alla via il generale Baldissera che gridava e imprecava. D'estate egli usava rattoppar scarpe fino a tarda ora, davanti a casa sua, alla luce del lampione, e la luce gli era mancata. La marmaglia gli aveva circondato il deschetto, gli aveva confuso le subbie, i chiodi, i coltelli, la pece, lo spago, i ritagli di suola, gli aveva versato sui piedi la tinozza di acqua sporca, ed egli bestemmiava ad altissima voce i santi dei dintorni e interpellava noi che tornavamo dal lavoro per sapere se alla sua età, miope, meritasse di essere privato della luce del lampione, e che cosa la regina Margherita avrebbe pensato di una simile infamia.

Difficile era immaginare che cosa la regina avrebbe pensato.

Vi erano naturalmente alcune donne che si lamentavano; donne, è inutile fare nomi, sedute per terra, davanti alle loro case, che allattavano i loro figli, o li spidocchiavano, o facevano la cucina, e si lamentavano come se fosse morto qualcuno. Si lamentavano per la sospensione della luce, come se la miseria, al buio, fosse per diventare più nera.

Davanti alla cantina di Marietta, attorno al tavolo messo per strada, ci fermammo Michele Zompa ed io; e subito dopo sopravvenne Losurdo con l'asina che aveva portato alla monta; e dopo venne anche Ponzio Pilato con la pompa per insolfare sulla schiena; e dopo arrivarono Ranocchia e Sciarappa che erano stati a potare; e dopo arrivarono Barletta; Venerdì Santo, Ciro Zìronda, Papasisto e altri che erano stati alla cava di sabbia. E tutti insieme parlavano della luce elettrica, delle tasse nuove, delle tasse vecchie, delle tasse comunali, delle tasse statali, ripetendo sempre la stessa cosa, perché son cose che non mutano. E senza che noi ce ne accorgessimo, era giunto un forestiero. Un forestiero con la bicicletta. Era difficile dire chi potesse essere, a quell'ora. Ci consultammo tra noi, con lo sguardo. Era veramente strano. Quello della luce non era. Quello del comune nemmeno. Quello della pretura nemmeno. D'aspetto era un giovanotto elegantino. Aveva una faccia delicata, rasata, una boccuccia rosea, come un gatto. Con una mano teneva la bicicletta per il manubrio, e la mano era piccola, viscida, come la pancia delle lucertole, e su un dito portava un grande anello, da monsignore. Sulle scarpe portava delle ghette bianche. Un'apparizione incomprensibile a quell'ora.

Noi cessammo di parlare. Era evidente che quel fringuellino era arrivato con l'avviso di una nuova tassa. Su questo non c'era da avere dubbi. Nessun dubbio ch'egli avesse fatto un viaggio inutile e che i suoi fogli avrebbero subito la stessa fine dì quelli di Innocenzo La Legge. Il punto da chiarire era un altro: su che cosa fosse ancora possibile mettere una nuova tassa. Ognuno di noi, per

proprio conto, pensava a questo e con lo sguardo interrogava gli altri. Ma nessuno sapeva. Forse sul chiaro di luna?

Intanto il forestiero aveva già chiesto, due o tre volte,con una voce di capretta, che gli si indicasse «la casa della vedova dell'Eroe Sorcanera».

Marietta era  sulla soglia della cantina, ostruendo la porta della cantina con la sua gravidanza, la terza o la quarta da quando il marito era morto in guerra. Il marito le aveva lasciato una medaglia d'argento con la pensione. Ma non le aveva lasciate probabilmente le tre o quattro gravidanze. A causa della gloria del marito (come si dice) nel dopoguerra la Sorcanera aveva avuto spesso a che fare con persone di riguardo. L'avevano portata un paio di volte a Roma e l'avevano mostrata alle autorità, l'avevano fotografata, le avevano dato da bere e da mangiare, l'avevano fatta sfilare assieme a centinaia di altre vedove, a passo di corsa, sotto i balconi dei palazzi. Ma poi non l'avevano più chiamata, a causa delle gravidanze.

«Perché non torni a sposarti?» noi le rinfacciavamo. «Se la vita di vedova. non ti conviene, potresti rimaritarti.» «Se rifaccio famiglia», essa rispondeva, «perdo la pensione di vedova di Eroe. Così è la legge. Oramai sono costretta a rimanere vedova.»

E c'erano degli uomini che le davano ragione; ma le donne la odiavano.

Dunque, la cantiniera sapeva trattare con le persone di riguardo. Fece perciò sedere il forestiero accanto al tavolo. Il forestiero cacciò di tasca alcuni grandi fogli e li posò sul tavolo.

Quando vedemmo i fogli, ci guardammo tra noi e non avemmo più dubbi. I fogli erano lì (i fogli della nuova tassa). Rimaneva da sapere di che tassa si trattasse.

Infatti il forestiero cominciò a parlare. Capimmo subito che era uno di città. Rare parole capivamo di tutto quello che diceva. Ma non riuscivamo a capire di che tassa si trattasse. Forse sul chiaro di luna?...

 Ignazio Silone  Fontamara  1933 pubblicato in tedesco, 1944 in italiano

 

Dice la quarta di copertina dell’edizione Mondadori del l 1984  “Il  romanzo di Silone, pur presentandosi come un'opera intessuta di una sua verità storica, che esprime gli stati d'animo collettivi dei contadini di Fontamara, è scandito da un'alternanza di registri che confluiscono nella coralità e nella denuncia violenta di ogni ingiustizia.
La vicenda si inquadra nei primi anni della dittatura fascista a Fontamara, "un antico e oscuro luogo di contadini poveri situato nella Marsica, a settentrione del prosciugato lago del Fucino". La scala sociale del paese conosce solo due condizioni: quella dei "cafoni", che sono i braccianti, i manovali, gli artigiani poveri" e quella dei piccoli proprietari, ma sono solo i primi a subire i soprusi e le ingiustizie, divenuti per loro così antichi da sembrare naturali come la neve e il vento. Il romanzo registra la scintilla della ribellione, personificata da Berardo Viola, che assurge a emblema di un nuovo, seppure ancora impreciso e velleitario, livello di dignità. Il giovane subirà le torture della milizia fascista, ma sarà il primo "cafone" a morire in nome di una causa collettiva. In questa luce, anche l'acqua fatta deviare abusivamente dal potente podestà di Fontamara assume un significato simbolico e vitale: il risveglio catartico delle coscienze, impastate dall'ignoranza e dall'apatia di secolari prevaricazioni.”

Pseudonimo di Secondino Tranquilli, Ignazio Silone nasce a Pescina, in provincia dell'Aquila, il 1° maggio del 1900, figlio di una tessitrice e di un piccolo proprietario terriero. Qualche anno dopo la morte del padre (1910), egli perde anche un fratello per i postumi di un incidente e la madre nel terremoto che nel gennaio del 1915 distrugge gran parte della Marsica. Rimasto senza genitori e senza casa, va ad abitare con la nonna paterna e col fratello più giovane, Romolo, «nel quartiere più povero e disprezzato» del paese, dove comincia a frequentare la baracca della Lega dei contadini.

Nel periodo della prima guerra mondiale, precisamente nel 1917, lascia definitivamente la scuola. Prende parte alle proteste contro l'entrata in guerra dell'Italia e viene processato e condannato al pagamento di un'ammenda, per aver capeggiato una violenta manifestazione contro una baracca dei carabinieri di Pescina.

Certamente tra i 17 e i 18 anni, si trasferisce a Roma, ove s'immerge del tutto nella lotta politica. Tra il 1919 e il 1921 affronta con vivo entusiasmo i nuovi impegni: la segreteria dell'Unione socialista romana, la redazione dell'«Avanti!» e la direzione de «L'Avanguardia», il settimanale dei giovani socialisti. Nel 1921 partecipa alla fondazione del Partito Comunista Italiano come rappresentante della Gioventù Socialista. Probabilmente a metà del 1922 si trasferisce a Trieste come redattore del quotidiano «Il Lavoratore».

Nel maggio del 1927 si reca insieme con Togliatti a Mosca, dove partecipa a una riunione dell'Esecutivo dell'Internazionale comunista, presieduta da Stalin. D'accordo con Togliatti, Silone si oppone all'espulsione di Trotzki e Zinovieff.

In questi anni comincia a profilarsi la crisi che in seguito lo condurrà a staccarsi totalmente dal comunismo. Mentre progressivamente si rende conto degli oscuri intrighi della politica staliniana e prende atto di «ambiguità e reticenze» dei suoi compagni di partito di fronte all'Esecutivo di Mosca, si rifugia prima in Francia e poi in Svizzera, dove svolge un'intensa attività come responsabile dell'Ufficio Stampa e propaganda.

Il 13 aprile del 1928 il fratello Romolo Tranquilli viene arrestato con l'accusa gravissima di aver partecipato all'attentato al re Vittorio Emanuele III, alla fiera campionaria di Milano. Gli autori di quest'attentato, che provocò venti morti e quaranta feriti, non sono mai stati scoperti, e lo stesso arresto di Romolo Tranquilli (morto nel 1932 in carcere per le gravi torture subite dalla polizia fascista) rimane tinto di mistero.

Già nel 1930, aggravatosi il suo stato di salute, proprio in clinica, a Davos, nei Grigioni, Silone inizierà a scrivere il suo romanzo più famoso Fontamara, che con gran successo nel 1933 viene pubblicato, prima in tedesco e poi in quasi tutte le altre lingue.

Negli anni dell'esilio svizzero (1931-1944), Silone scrive anche una raccolta di sei racconti dal titolo Un viaggio a Parigi (1935), e i romanzi Pane e vino (1937, (rititolato Vino e pane in una stesura successiva) e Il seme sotto la neve (1941).

Negli anni 1932-'34 è redattore del mensile in lingua tedesca, edito a Zurigo, «Information», destinato a raccogliere un cospicuo gruppo di artisti e intellettuali liberi (Thomas Mann, Bertold Brecht, Robert Musil e altri). Intraprende, inoltre, un'intensa attività saggistico-culturale. Pubblica il saggio Il fascismo, le sue origini e il suo sviluppo (1934); il trattato di filosofia politica, La scuola dei dittatori (1938) e un'antologia di pagine scelte di Mazzini, dal titolo Nuovo incontro con Mazzini (1938-39).

 

Eremo Rocca S. Stefano martedì 29 settembre 2020

sabato 26 settembre 2020

SETTIMO GIORNO Il ricredersi del credente

 

Domenica  27 settembre 2020  XXVI Domenica del tempo ordinario  (Anno A)

Vangelo secondo Matteo  (Mt 21,28-32)

In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: Figlio, oggi va' a lavorare nella vigna. Ed egli rispose: Non ne ho voglia. Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: Sì, signore. Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Risposero: «Il primo». E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli».

Nel capitolo 21 del suo vangelo Matteo mostra come il confronto tra Gesù e le autorità giudaiche si faccia sempre più serrato e si inasprisca. In particolare, dopo una discussione con i capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo sulla sua autorità (Mt 21,23-27), Gesù pronuncia tre parabole tutte incentrate sul rifiuto, da parte dei capi d’Israele, dell’offerta di salvezza. Nel loro insieme esse disegnano una sintesi di storia della salvezza mostrando che, a differenti inviati da parte di Dio (Giovanni Battista: Mt 21,28-32; i profeti dell’Antico Testamento e il Figlio: Mt 21,33-46; i profeti del Nuovo Testamento e i missionari cristiani: Mt 22,1-14), ha sempre corrisposto un’identica reazione di rigetto. In particolare, Gesù lega strettamente la sua autorità a quella di Giovanni Battista e stigmatizza il rifiuto di “credere in” Giovanni (Mt 21,25.32) da parte delle autorità giudaiche, cogliendolo come fattore che impedisce loro di accedere al riconoscimento pieno della sua stessa persona e del suo ministero. Sia Giovanni, infatti, che Gesù sono inviati da Dio. Seppure in forme diverse, essi narrano l’azione di Dio, ma entrambi hanno incontrato analoga opposizione e rifiuto: “È venuto Giovanni, che non mangia e non beve, e dicono: ‘È indemoniato’. È venuto il Figlio dell’uomo, che mangia e beve, e dicono: ‘Ecco un mangione e un beone, un amico di pubblicani e peccatori’” (Mt 11,18-19). Ed è proprio subito dopo aver negato una risposta a coloro che lo interrogavano circa la sua autorità e che a propria volta non avevano voluto rispondere alla sua domanda sull’autorità del Battista (Mt 21,27), che Gesù rivolge ai suoi interlocutori la parabola dei due figli inviati nella vigna.

Il testo evangelico è composto dalla parabola vera e propria (vv. 28-30) e da un’applicazione (vv. 31-32). Entrambe le parti sono introdotte da una domanda: “Che ve ne pare?” (v. 28); “Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?” (v. 31). La domanda, frequente nel parlare di Gesù, appare come invocazione e come offerta. Invocazione e offerta di verità, di coinvolgimento, di relazione autentica. Al centro di entrambe le domande vi è la parabola: la prima chiede attenzione e la seconda, una presa di posizione. Così, la parabola stessa appare come domanda che agisce come terzo tra Gesù e i suoi interlocutori e cerca di condurli alla verità in modo rispettoso e delicato. La parabola diviene narrazione che parla di Giovanni Battista (“Giovanni venne a voi …”) sia in riferimento a prostitute e pubblicani che gli hanno creduto (“i pubblicani e le prostitute …”) sia ai suoi interlocutori che non gli hanno creduto (“voi invece …”). Il rovesciamento descritto nella parabola per cui chi ha risposto di sì al comando del padre in realtà non gli obbedisce e chi gli ha risposto di no alla fine gli obbedisce, diviene specchio della situazione esistenziale di emarginati e pubblici peccatori che scavalcano, “precedono” nel Regno coloro che sembravano gli obbedienti e i fedeli. Coloro cioè che tutto indicava avessero risposto di sì alla volontà di Dio Padre.

La parabola riguarda due figli a cui il padre chiede di andare a lavorare nella vigna. Uno risponde di no, ma poi, pentitosi, ci va; l’altro risponde di sì, ma poi non ci va. Entrambi sono in contraddizione con se stessi. È interessante il comportamento di chi risponde di sì. Egli risponde chiamando suo padre “signore” (kyrie): si rivolge a un padre o a un padrone? Sta rispondendo nella libertà o nella logica imprigionante del dovere? Immagina forse che il padre si senta gratificato dall’essere chiamato padrone, signore? A parole, egli si mostra “come si deve”, ma il suo agire si rivelerà lontano dal suo dire. C’è - e il Gesù di Matteo lo ha già denunciato con vigore - un dire “Signore, Signore” che viene smentito da una prassi in cui non si fa la volontà di Dio (Mt 7,21). Criterio veritativo della parola è il fare, la prassi. C’è infatti un uso della parola che viene contraddetto da prassi e comportamenti contrari oppure che diventa una cortina fumogena che stravolge la realtà e inganna se stessi e gli altri. Da un lato avviene che spesso noi confondiamo il “parlare di” con l’“aver esperienza di”, ma ancor più grave è il comportamento di chi non vive di realtà, ma delle sue parole sulla realtà, del suo reinterpretare la realtà e riplasmarla a suo piacimento. Il sì che il figlio dice al padre rischia di divenire la realtà a cui crede il figlio stesso. Colui che dice di sì e poi non fa, è colui che esaurisce la sua ubbidienza a Dio a fatto di parola: l’apparenza è salva, la sua immagine è salva, ma il suo cuore è lontano da Dio.

Qual è la differenza con l’altro figlio che dice di no e poi obbedisce? Questi dice ciò che sente, forse in modo non riflesso, ma parla con sincerità, dicendo ciò che prova e che lo mette in contrasto con il padre. Appunto, egli si espone a un conflitto con il padre, con una persona esterna a lui, e questo lo conduce a prendere coscienza del suo conflitto interiore e a mutare opinione. Cosa che non avviene in chi risponde “sì” e che compiace l’altro, si adagia sull’altro, non si espone conflittualmente all’altro e può evitare di guardare alla tentazione della disobbedienza che abita pure in lui. Per Matteo è poi evidente che coloro che vivono nel “sì” sono i religiosi (sacerdoti e anziani del popolo: Mt 21,23) che possono non sentirsi bisognosi di conversione perché già “a posto”, a differenza di coloro che invece vivono nel “no”, come pubblicani e prostitute, e che possono fare spazio al Vangelo ed entrare nel Regno.

Ma possono farvi spazio, come annota Matteo, attraverso il pentimento. Il primo figlio, quello che rispose impulsivamente di no, dopo “si pentì” (Mt 21,29); invece a sacerdoti e anziani Gesù dice: “non vi siete nemmeno pentiti” (Mt 21,32) per credere a Giovanni. Il pentimento afferma che il credere implica a volte il ricredersi. L’obbedienza alla parola e alla volontà di Dio passa anche attraverso uno smentire la propria parola e la propria volontà. La fede infatti non ci chiede di non sbagliare e di non peccare, ma di riconoscere l’errore e di confessare il peccato. In quel “ricredersi” c’è il dialogo interiore, c’è la presa di coscienza della realtà, c’è l’audacia di guardare in faccia se stessi, di osare vedersi in verità, preliminare essenziale per l’agire responsabile. Insomma, c’è l’inizio del movimento verso la responsabilità, c’è l’inizio della decisione di passare dall’irresponsabilità alla responsabilità. In questo senso, lungi dall’essere un segno di debolezza, il pentimento è segno di coraggio e di forza. Per quanto sia raro e impopolare, anche nella chiesa, il gesto di chi riconosce di aver sbagliato, di chi ammette di aver assunto posizioni che si sono rivelate poco conformi al Vangelo e muta la propria posizione cercando di essere più fedele al Vangelo, è segno di grandezza umana e spirituale. Il pentimento è poi attestazione di libertà: libertà nei confronti di se stessi e della potentissima tirannia dell’io narcisistico ma anche libertà in quanto contestazione di ogni determinismo. Il pentimento dice che anche il malvagio può cambiare: il peccato non è una potenza metafisica che schiaccia l’uomo e che ha su di lui l’ultima parola. Nel pentimento ogni essere umano ritrova la retta via e “torna” a se stesso e a Dio allo stesso tempo. Atto di libertà, il pentimento è anche atto di liberazione. Il malvagio che cambia condotta “fa vivere se stesso”, per usare le parole del profeta Ezechiele (Ez 18,27), dà vita alla sua esistenza, mostrando di non essere schiavo dei suoi precedenti comportamenti. Dobbiamo riconoscere che nel cristianesimo il pentimento è la via maestra per accedere alla volontà di Dio. Come dice in modo eccellente il teologo ortodosso Christos Yannaras: “Noi cristiani abbiamo il privilegio di disporre di un metodo altro, rispetto alla mondanità, per avvicinarci alla verità: il pentimento”.

Potremmo accostare la narrazione parabolica di Matteo a uno dei testi spirituali più intensi dedicati al tema del pentimento e della misericordia: Le mie missioni in Siberia, dell’archimandrita Spiridone, un prete e monaco ortodosso vissuto tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento. L’esperienza pluriennale di cappellano nelle carceri siberiane gli permise di narrare diversi incontri con omicidi, parricidi, stupratori, con quella che sembra essere la feccia dell’umanità. Ma Spiridone, che ha conosciuto la fragilità della carne umana in se stesso, è capace di riconoscerla nell’altro, e sa essere compassionevole: egli può così attestare tante “presenze” della misericordia, tanti “miracoli” della grazia, anche nei peccatori più incalliti. E in un passaggio, che echeggia la parabola di Matteo, si legge: “Notai con stupore quanto fossero poco disposti a un pentimento sincero i detenuti che erano stati sacerdoti, o monaci o novizi, o che avevano fatto in qualche modo parte del clero”, a dire come il pentimento, che esige un lavoro faticoso di verità e di incontro con se stessi, a volte possa trovare un ostacolo proprio nell’“apparecchiatura” religiosa.

Luciano Manicardi della Comunità di Bose 

Eremo Rocca S. Stefano  sabato 26 settembre 2020