In quel
tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola:
«Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per
prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un
denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del
mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro:
“Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò”. Ed essi
andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno e verso le tre, e fece altrettanto.
Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro:
“Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?”. Gli risposero:
“Perché nessuno ci ha presi a giornata”. Ed egli disse loro: “Andate anche voi
nella vigna”.
Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: “Chiama i
lavoratori e dai loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi”.
Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro.
Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma
anch’essi ricevettero ciascuno un denaro. Nel ritirarlo, però, mormoravano
contro il padrone dicendo: “Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li
hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo”.
Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, io non ti faccio
torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene.
Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie
cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”. Così
gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi». Matteo 20 ,1-6
Commento a
cura di don Marco Simeone
La parabola del Vangelo di oggi è una di quelle che indigna il nostro senso di
giustizia e, aggiungerei, è fatta apposta. Prima alcune indicazioni storiche
sulla disciplina del lavoro dei braccianti al tempo di Gesù (che poi non sono
così distante dalle attuali): la giornata lavorativa in iniziava alle 06 della
mattina e finiva alle 18, la paga base (per 12 ore di lavoro) era un denaro. Il
contratto era sulla parola e la scelta si faceva nella piazza del paese (quello
che oggi accade davanti allo smorzo di materiali edili). Ovviamente chi era più
conosciuto o forte o pronto, veniva scelto e chi non manifestava granché, ovviamente,
era una seconda o terza scelta. Detto questo, entriamo nella parabola.
Ovviamente in chi ci identifichiamo? Ma certamente nei primi operai!
Il senso di ingiustizia della parabola viene dall'identificazione: se mi sento
(e mi ci sento!) di essere l'operaio delle 6 di mattina (cosa che è tutta da
dimostrare...) allora la domanda grande che mi fa questa parabola è: per quale
motivo fai il bene che fai? Che cosa ti aspetti? Forse la domanda sta tutta qui
ma... andiamo per gradi.
La parabola è costruita verso un culmine: gli operai vengono scelti in modo
normale (quelli delle 6), poi in modo sempre più esagerato, perché avrebbero
lavorato sempre di meno (9 ore, 6 o 3 o addirittura 1 ora soltanto), tuttavia
non si dà più una quantificazione alla paga, semplicemente "quello che è
giusto te lo darò". Appunto, cosa è il giusto? Ovviamente noi ci
aspetteremmo una parte frazionaria -con buona pace dell'insegnante di
matematica- del denaro. Aggiungiamoci che un bracciante era un vero proletario,
cioè oltre ai figli non aveva altro, rimaneva in piazza perché tanto a casa non
avrebbe portato nulla, era un giorno perso non solo a livello economico ma
anche a livello personale e umano, esagerando era un giorno di non vita, di
morte. Nel caso della scelta di dare un denaro a tutti (nella parabola quindi
vita a tutti) io personalmente avrei pagato prima quelli delle 6 e via via
tutti gli altri, tutti felici e contenti, forse solo noi lettori ci saremmo
fatti delle domande, ma l'ordine pubblico era salvaguardato. Ma non è questo
l'intento di Gesù: io voglio che tu veda questa scena, che ti confronti con lo
sbilancio, l'ingiustizia della misericordia, perché ti devi fare delle domande,
3 per la precisione:
Cosa significa che il Padre è buono?
Tu sei l'operaio delle 6?
Per quale motivo fai il bene che fai?
Questo mi sembra il nocciolo duro della parabola; sono 3 domande strettamente
legate tra loro. La prima ti chiede di dare forma alla bontà di Dio: cosa
significa per te? Il volto di Dio sarebbe la versione spiritualizzata della
maestra che sulla lavagna traccia la linea tra buoni e cattivi e premia e
castiga in base alle azioni? E allora la bontà dove sarebbe? nella quantità del
premio? E, d'altra parte, come collegare la giustizia? La prima lettura ci
insegna proprio questo: Dio è un mistero e non possiamo proprio ridurlo ai
nostri concetti: non significa che non ci si capisce niente ma che se penso di
capire e poter spiegare tutto, allora sto proprio fuori strada. Dio lo si
capisce nell'amore perché è Lui stesso che si spiega a noi e se non stiamo in
ascolto, e un ascolto che sia veramente impastato di fiducia, non afferreremo
mai la profonda bellezza di Colui che da sempre ci ama. La bontà di Dio ci
svela come la nostra bontà sia asfittica, un abbellimento della giustizia
remunerativa: se sei bravo allora ti voglio bene. Gesù ci insegna che è il suo
amore che ci fa buoni, è una bontà che rende giusti, s. Paolo direbbe che
giustifica, perché quando qualcuno ti vuole così tanto bene e crede in te,
allora ti viene di dare il meglio di te, di andare in profondità perché c'è chi
ti accetta e ti sostiene. Quando ti senti amato diventi generoso, è una regola
certa!
Da questo segue la seconda domanda: perché allora fai il bene, perché ti
comporti bene? Per la ricompensa? Per la paghetta? Per scappare dall'inferno?
Per l'approvazione degli altri? Perché non sopporti l'idea di non essere il più
bravo?
Il fratello maggiore della parabola del ?figliol prodigo? è sempre in agguato
dentro di noi, noi che siamo i "buoni", ed è una sindrome che
avvelena il bene che facciamo e, molto più, intossica il rapporto con Dio. Sì,
perché l'amore è un dono che gratuitamente si dona e altrettanto gratuitamente
si riceve, se invece vivo per guadagnarmi l'amore di Dio allora ho
automaticamente cancellato ogni gratuità: sono amato perché me lo merito,
perché mi si riconosca il merito! Vivendo così ci si nega da soli l'esperienza
della bontà di Dio: questo non significa che devo fare il male! Semplicemente
che fare il bene è il luogo dove imparo il vocabolario di Dio: fare il bene mi
apre cuore e mente a comprendere come ragiona il Signore, lo stupore di poter
collaborare con
Lui, la gioia di sentirci scelti anche quando noi per primi non
ci sceglieremmo, è il motore della conversione. Zaccheo cambia perché nel
momento più basso della vita scopre che Qualcuno ancora gli vuole bene e sa
esagerare per lui, la sua generosità, a sua volta, sarà esagerata, non starà
più a combattere per i soldi che fino a poco prima erano la sua ragione di
vita. Allora ci dobbiamo fare le domande: dato che Gesù ti pagherà lo stesso,
ti vorrà bene lo stesso, continueresti a fare il bene che fai? O smetteresti?
Daresti spazio a quella vocina in fondo al cuore che ti fa invidiare i
comportamenti sbagliati degli altri? Se vuoi: sei capace di goderti il bene che
fai? Ti fa vivere seguire Gesù o ti ingrigisce la vita? A queste domande non si
può fuggire per una vita intera. Quanti cristiani inaciditi da una vita di
fatica nel "meritare" l'amore di Dio, una vita passata a giudicare gli
altri perché, in fondo, li si invidia.
E in fondo ci aspetta la terza domanda: io sono l'operaio di quale ora?
L'identificazione con l'operaio della 1° ora ci viene dal senso di ingiustizia
che tracima dalla lettura di questa pagina del vangelo, ma se per un attimo,
solo un attimo per carità..., ci mettiamo nei panni dell'operaio delle 17, cioè
di chi si trova a prendere la paga piena per aver lavorato solo 1 ora, allora
il sentimento è quello dello stupore, della gioia, della generosità. Proviamo
ad invertire la parabola: se avesse pagato prima quelli delle 17, avrebbero
avuto da ridire se il padrone avesse dato ancora di più a quelli delle 6? Ma
sì, dagli anche 4 denari, se li sono ben guadagnati!
Sentirsi beneficati, aver
ricevuto un dono totalmente inaspettato ci apre a condividere la felicità, non
ci sentiamo più minacciati dalla felicità e dalla gioia degli altri. È per
questo che nella seconda lettura Paolo arriva a dire che pensa di aspettare ad
andare in cielo perché sente di dover fare qualcosa di buono per i Filippesi,
se ci si sente amati allora si diventa capaci di atti d'amore liberi e
liberanti, si pensa di più agli altri che a sé stessi.
In conclusione, diventa importante capire chi sono io: se mi ostino a dire che
sono l'operaio delle 6, che sto a posto, che se manco io il mondo si ferma, che
nessuno è bravo come me e che nessuno se ne accorge, allora sono io che rimango
in guerra con me stesso, con Dio e con i fratelli.
Oppure mi tolgo l'illusione di stare a posto, mi levo la maschera di chi deve
essere perfetto per meritare l'amore, allora questa parabola è l'annuncio
dell'amore di Dio. Segni esterni per riconoscere chi siamo: mormorazione o
condivisione?
(http://www.lachiesa.it/calendario/Detailed/20200920.shtml)
Il
padrone non toglie nulla ai primi, aggiunge agli altri. Non è ingiusto, ma
generoso. E crea una vertigine dentro il nostro modo mercantile di concepire la
vita: mette l'uomo prima del mercato, la dignità della persona prima delle ore
lavorate.
E ci lancia tutti in un'avventura sconosciuta: quella di una economia solidale,
economia del dono, della solidarietà, della cura dell'anello debole, perché la
catena non si spezzi. L'avventura della bontà: il padrone avvolge di carità la
giustizia, e la profuma.
Mi commuove il Dio presentato da Gesù, un Dio che con quel denaro, che giunge
insperato e benedetto a quattro quinti dei lavoratori intende immettere vita
nelle vite dei più precari tra loro. La giustizia umana è dare a ciascuno il
suo, quella di Dio è dare a ciascuno il meglio. Nessun imprenditore farebbe
così. Ma Dio non lo è; non un imprenditore, non il contabile dei meriti, lui è
il Donatore, che non sa far di conto, ma che sa saziarci di sorprese. Nessun
vantaggio, allora, a essere operai della prima ora? Solo più fatica? Un vanto
c'è, umile e potente, quello di aver reso più bella la vigna della storia, di
aver lasciato più vita dietro di te.
Ti dispiace che io sia buono? No, Signore, non mi dispiace, perché sono
l'ultimo bracciante, perché so che verrai a cercarmi ancora, anche quando si
sarà fatto molto tardi.



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