Il testo integrale dell’Introibo del Manifesto del futurismo .
1. Le lunghe dimostrazioni razionali non convincono quasi mai quelli che non son convinti prima – per quelli che son d’accordo bastano accenni, tesi, assiomi.
2. Un pensiero che non può esser detto in poche parole non merita d’esser detto.
3. Chi non riconosce agli uomini d’ingegno, agli inseguitori, agli artisti il pieno diritto di contraddirsi da un giorno all’altro non è degno di guardarli.
4. Tutto è nulla, nel mondo, tranne il genio. Le nazioni vadano in isfacelo, crepino di dolore i popoli se ciò è necessario perché un uomo creatore viva e vinca.
5. Le religioni, le morali, le leggi hanno la sola scusa nella fiacchezza e canaglieria degli uomini e nel loro desiderio di star più tranquilli e di conservare alla meglio i loro aggruppamenti. Ma c’è un piano superiore – dell’uomo solo, intelligente e spregiudicato – in cui tutto è permesso e tutto è legittimo. Che lo spirito almeno sia libero!
6. Libertà. Non chiediamo altro; chiediamo soltanto la condizione elementare perché l’io spirituale possa vivere. E anche se dovessimo pagarlo coll’imbecillità daremo liberi.
7. Arte: giustificazione del mondo – contrappeso nella bilancia tragica dell’esistenza. nostra ragione di essere, di accettar tutto con gioia.
8. Sappiamo troppo, comprendiamo troppo: siamo a un bivio. O ammazzarsi – o combattere, ridere e cantare. Scegliamo questa via – per ora.
9. La vita è tremenda, spesso. Viva la vita!
10. Ogni cosa va chiamata col suo nome. Le cose di cui non si ha il coraggio di parlare francamente dinanzi agli altri sono spesso le più importanti nella vita di tutti.
11. Noi amiamo la verità fino al paradosso (incluso) – la vita fino al male (incluso) – e l’arte fino alla stranezza (inclusa).
12. Di serietà e di buon senso si fa oggi un tale spreco nel mondo, che noi siamo costretti a farne una rigorosa economia. In una società di pinzocheri anche il cinico è necessario.
13. Noi siamo inclinati a stimare il bozzetto più della composizione, il frammento più della statua, l’aforisma più del trattato, e il genio mancato e il disgraziato ai grand’uomini olimpici e perfetti venerati dai professori.
14. Queste pagine non hanno affatto lo scopo né di far piacere, né d’istruire, né di risolvere con ponderatezza le più gravi questioni del mondo. Sarà questo un foglio stonato, urtante, spiacevole e personale. Sarà uno sfogo per nostro beneficio e per quelli che non sono del tutto rimbecilliti dagli odierni idealismi, riformismi, umanitarismi, cristianismi e moralismi.
15. Si dirà che siamo ritardatari. Osserveremo soltanto, tanto per fare, che la verità, secondo gli stessi razionalisti, non è soggetta al tempo e aggiungeremo che i Sette Savi, Socrate e Gesù sono ancora un po’ più vecchi dei sofisti, di Stendhal, di Nietzsche e di altri “disertori”.
16. Lasciate ogni paura, o voi ch’entrate!
Il manifesto programmatico lacerbiano (1) uscito nel primo numero della rivista,
emergono tendenze filosofiche ed agitazioni ampiamente diffuse nel dibattito
culturale più acceso dell’epoca. Inclinazioni e turbamenti ispirati in
particolar modo dalla propagazione del pensiero nietzscheano, e dalla nascita
del movimento futurista, nella persona di Filippo Tommaso Marinetti. Rifiuto
delle “lunghe dimostrazioni razionali”; sintetica essenzialità dell’espressione
e della forma; frammentarietà e sottile manchevolezza; diritto alla
contraddizione ed al paradosso come simbolo delle verità più autentiche;
“genio” dell'”uomo creatore” che può calpestare “nazioni” e “popoli”, perché a
lui solo “tutto è permesso”; significato assoluto dell’arte, che trionfa su
ogni cosa, persino sulla vita stessa; battaglia “culturale” come violenta
azione di molestia, di sfacciata provocazione verso tutti coloro i quali sono
“rimbecilliti dagli odierni idealismi, riformismi, umanitarismi, cristianismi e
moralismi”.
Papini e Soffici inoltre rifiutano la “serietà” ed il “buon senso”, divulgando un’idea di letteratura come gioco e divertimento. Arte è “accettar tutto con gioia”, come “contrappeso nella bilancia tragica dell’esistenza”. “Combattere” vuol dire, fra le altre cose, “ridere e cantare”. Ed è su questa visione artistico-letteraria che, per i fiorentini, si fonda il Futurismo. Un pensiero che negli anni porterà alla scissione definitiva con i cosiddetti “marinettisti”.
(1) Lacerba fu una rivista
letteraria italiana fondata a Firenze il primo gennaio 1913 da Giovanni Papini
ed Ardengo Soffici.
Il giornale riprende il titolo del trattato scientifico in versi – L’Acerba – dell’autore trecentesco Cecco d’Ascoli (1269-1327), inserendone nella testata il verso “Qui non si canta al modo delle rane”.
Visto il carattere particolarmente polemico ed audace degli autori, tra i quali, oltre ai fondatori, sono da ricordare Aldo Palazzeschi ed Italo Tavolato, Lacerba accolse con entusiasmo l’avvento del movimento futurista, facendosi portavoce di tale corrente artistico-letteraria, ed ospitandone gli esponenti più illustri: Filippo Tommaso Marinetti, Luciano Folgore, Umberto Boccioni, Carlo Carrà e Corrado Govoni.
Nel N.20 del 15 ottobre 1913, il rotocalco pubblica il Programma politico futurista, un documento che fa riferimento alle imminenti elezioni politiche, le prime a suffragio universale maschile, invitando con ardore l’elettore a non votare le liste clerico-liberali-moderate di Giolitti e Gentiloni, e a non prestare attenzione ai programmi democratici, repubblicani e socialisti.
Allo scoppio della Prima guerra mondiale, il giornale si schiera con fervore dalla parte interventista. Appaiono articoli violenti, veri e propri assalti frontali contro il governo definito “vile”, contro i “piagnoni” neutralisti e socialisti.
Nel febbraio del 1915, dalle pagine della rivista, si assiste alla scissione del movimento futurista. Da una parte i fiorentini Palazzeschi, Papini e Soffici, che si proclamano gli autentici futuristi, dall’altra i milanesi, definiti con disprezzo “marinettisti”.
«Lacerba» fa
la sua comparsa per la prima volta a Firenze il 1° gennaio 1913. La rivista è
pubblicata dal tipografo Attilio Vallecchi, alla sua prima esperienza da
editore. La periodicità quindicinale viene mantenuta fino al numero 24 del 1°
dicembre 1914; nel 1915 diventa settimanale e uscirà ogni domenica. Nei primi
due anni sarà composta da 16 grandi pagine (formato tabloid) a due colonne e
costerà 4 soldi; i fascicoli dell’ultima annata avranno invece 8 pagine, con
testata di colore rosso vivo (mentre precedentemente era nera) e costeranno
solo 2 soldi. Nonostante i numeri crescano da 24 a 52 l’abbonamento annuale
resterà invariato a Lire 4. La redazione è in via Nazionale 25 a Firenze, il
gerente responsabile è Guido Pogni, sostituito, alla fine del 1914, da Pietro
Gramigni. Quasi ogni numero pubblica riproduzioni di quadri e illustrazioni.
L’elegante impaginazione ricorda quella della «Voce» e verrà conservata anche
nelle altre riviste italiane d’avanguardia fino al secondo dopoguerra. Sotto il
frontespizio appare il primo verso del poemetto di Cecco d’Ascoli, L’Acerba:
«Qui non si canta al modo delle rane».
Anche se nel terzo fascicolo si dichiara che «la rivista non ha un vero e proprio direttore», «Lacerba» è animata dall’allora trentaduenne Giovanni Papini che – come ci ricorda Sebastiano Vassalli ne L’alcova elettrica (Torino, Einaudi, 1986) – a quel tempo è «un nipotino sgraziato del Superuomo di Nietzsche, un Superuomo di carta, un misto di goliardia e di canaglieria dai comportamenti contraddittori e non sempre decifrabili; è l’occhialuto teppista che butta sterco di cane oltre il portone dell’Accademia della Crusca e che improvvisa sconce serenate sotto le finestre del senatore Mazzoni; è l’uomo indisponente e gelido che quando incontra il povero Federigo Tozzi si diverte a aizzarlo a pubbliche scenate […]; è lo spietato persecutore dei letterati estranei alla sua cerchia, che attira in trappole predisposte per farne sommaria e pubblica giustizia».
Fallita l’esperienza de «L’Anima», la rivista d’arte e di letteratura con cui aveva cercato di ritagliarsi un proprio spazio nell’azienda editoriale della «Voce», Papini deve cercare di sbarcare il lunario altrove e intraprende una nuova scommessa, quella di creare una rivista di cultura, edita da Vallecchi che «per i primi mesi pagherà soltanto gli articoli pubblicati, poi, se il giornale sarà attivo, stipendierà un direttore». In questa rischiosa avventura Papini si avvale dell’aiuto di tre collaboratori: il trentaquattrenne Ardengo Soffici, aspirante pittore e scrittore di successo, il triestino Italo Tavolato, giunto a Firenze per studiare filosofia, fedelissimo di Papini, il quale rappresenta per lui un maestro di vita e di pensiero, oltre che il datore di lavoro; infine il ventottenne Aldo Palazzeschi (il cui vero nome è Alfredo Giurlani), poeta garbato, estroso, che si dichiara futurista.
Il periodico
è inaugurato dallo scritto Introibo, ossia un manifesto programmatico
suddiviso in 16 punti; il quattordicesimo punto può servire per comprendere
meglio lo spirito che anima i fondatori: «Queste pagine non hanno affatto lo
scopo né di far piacere, né d’istruire, né di risolvere con ponderatezza le più
gravi questioni del mondo. Sarà questo un foglio stonato, urtante, spiacevole e
personale. Sarà uno sfogo per nostro beneficio e per quelli che non sono del
tutto rimbecilliti dagli odierni idealismi, riformismi, umanitarismi,
cristianismi e moralismi». Tra le righe si può leggere quindi il proposito di
dar vita a una rivista originale, aperta ai nuovi fermenti della cultura
italiana e con un piglio dirompente e aggressivo, ben lontano dal civile e
democratico dibattito politico e culturale ospitato nelle pagine de «La Voce»,
testata che esce negli stessi anni e da cui Papini si distacca, dopo averla
diretta nel biennio 1912-1913, manifestando una progressiva insofferenza verso
il suo orientamento moderato.
«Lacerba», oltre che riunire il meglio della creazione artistica del tempo, desidera liberare il campo delle arti e delle lettere «dal numero stragrande dei pregiudizi, delle routines, delle prevenzioni, delle ignoranze, delle incomprensioni, delle imbecillità che lo infestano». Il criterio, dunque, con cui vengono scelte le opere che figurano sulle pagine del periodico, oltre che un criterio di bellezza è un criterio polemico e «di preparazione in vista di un’arte futura»; da questo ne deriva una propensione verso tutto ciò che è nuovo o almeno ardito.
Una rivista
che si propone come spregiudicata e agguerrita non può tuttavia non tener conto
della novità più dirompente e rumorosa di quegli anni, e cioè il movimento futurista
milanese, attivo già dal 1909. E difatti Marinetti, Boccioni, Russolo e Carrà,
i primi attori del futurismo milanese, eleggono «Lacerba» organo del loro
movimento, utile strumento per diffondere le loro idee e le loro imprese.
Tuttavia Papini e Soffici mantengono una posizione più defilata rispetto a
Marinetti e ai suoi; l’articolo Il cerchio si chiude del 15 febbraio
1914 manifesta con chiarezza le divergenze inconciliabili, soprattutto in
materia di rappresentazione artistica, tra il gruppo fiorentino e quello
milanese. La rivista continuerà ad ospitare articoli, manifesti, testi
paroliberi dei seguaci di Marinetti, ma le strade tra il gruppo fiorentino e i
milanesi saranno ormai irrimediabilmente divise.
La rivista può comunque contare sulla collaborazione, tra gli altri, di Lucini, Govoni, Ungaretti, Jahier, Sbarbaro, Max Jacob, Guillaume Apollinaire, Paul Fort, nonché dei pittori Rosai e Boccioni, dell’architetto Sant’Elia, del musicista Russolo.
Con l’inizio della prima guerra mondiale «Lacerba» si getta immediatamente nel fuoco del dibattito tra interventismo e atteggiamento neutrale, orientandosi verso un violento e acceso sostegno dell’entrata in guerra dell’Italia. Il numero 16 del 15 agosto 1914 ospita un corsivo redazionale che recita: «Se la guerra presente fosse soltanto politica ed economica, noi, pur non restando indifferenti, ce ne saremmo occupati piuttosto alla lontana. Ma siccome questa è guerra non soltanto di fucili e di navi, ma anche di cultura e di civiltà ci teniamo a prender subito posizione e a seguire gli avvenimenti con tutta l’anima. Si tratta di salvaguardare e difendere tutto quello che c’è di più italiano nel mondo, anche se non tutto cresciuto in terra nostra. Non possiamo stare zitti. Forse questa è l’ora più decisiva della storia europea dopo la fine dell’impero romano. Noi ci proponiamo di esprimere in questo libero giornale di avanguardia, il nostro pensiero con tutta quella schiettezza che ci sarà possibile col rigore presente. Noi sentiamo che questo pensiero è quello di tutta la gioventù intelligente italiana e anche della maggior parte del popolo. Noi vorremmo incanalare queste aspirazioni e queste forze per la necessaria rivincita dell’Italia». Da questo fascicolo in poi la rivista sarà soltanto politica e si assisterà a un crescendo di violenza interventista che culminerà con la propaganda enfatica dei miti della violenza purificatrice, della razza, del sangue.
«Lacerba»
sospende le pubblicazioni col numero del 22 maggio 1915, quando l’Italia è
ormai in guerra. Papini festeggia l’entrata nel conflitto con toni
trionfalistici e, forse inconsapevole della portata di un evento che
sconvolgerà il volto, non solo artistico e letterario, dell’Europa, è certo di
un rapido ritorno alla consueta attività della rivista: «Non abbandoniamo
perciò la nostra opera. La riprenderemo con nuove forze, senza nulla rinnegare
e molto, speriamo, aggiungendo. Questo non è un addio ma una pausa e una sosta.
Non rinunciamo a una sillaba, a una idea – all’arte nostra, a quello che v’è di
più profondo in noi, anche più profondo della nostra qualità di cittadini
italiani. A tutti gli amici conosciuti e sconosciuti che fin qui ci seguirono
ed aiutarono diamo appuntamento qui, nello stesso posto, il giorno dopo la
pace. Oggi, giorno di preparazione e di pericolo, ognuno si reca al suo posto
di combattimento». Ma la rivista non riaprirà più.
Nello stesso anno, precisamente il 22 maggio, due giorni prima dell’entrata dell’Italia nel conflitto, Lacerba chiude i battenti pubblicando l’ultimo editoriale di Papini dall’eloquente titolo: Abbiamo vinto!
FONTE La ricostruzione della storia della rivista è a cura dell'Università degli studi di Trento . La documentazione si trova nel Progetto Circe Catalogo informatico Riviste europee della stessa Universitàè in collaborazione con il MART, Museo d’arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto https://r.unitn.it/it/lett/circe/lacerba
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