L'incontro con le storie di
adolescenti privati della libertà e chiusi nel carcere minorile dell'Aquila è stato, per più di quarant'anni, un
momento saliente del mio lavoro in quella istituzione, prima come educatore poi
come direttore.
Ora quell'esperienza è conclusa. Da un decennio . Con il sisma del 2009 i
ragazzi furono trasferiti per ragioni di sicurezza in altri istituti del Dipartimento della giustizia minorile . Negli anni successivi il carcere malgrado le sue strutture, che non avevano
subito danni dal terremoto , siano state adeguate per dare modo di ospitare adeguatamente giovani
in esecuzione di pena , non è stato più riaperto. Il carcere minorile di
L’Aquila , in Via Acquasanta ,a ridosso della zona di Colle Sapone, dove sono ubicati molti
istituti scolastici ,occupava
gli ex edifici della Casa di Rieducazione. Al momento in cui furono trasferite alcune
competenze dallo Stato alle regioni
la Casa di rieducazione cessò di funzionare . All’inizio degli anni
Ottanta, attorno ad alcune palazzine di
quel complesso, fu alzato un muro e
furono adibite ad Istituto Penale per minorenni
che era aperto a L’Aquila e aveva la sua sede accanto
alla Casa Circondariale nel complesso di S. Domenico in pieno centro storico. . Nel complesso
della Casa di Rieducazione intitolata al magistrato aquilano Luigi
Ferrari che ne aveva promosso la
costruzione, aveva ed ha ancora oggi la
sede il Tribunale per i minorenni d’Abruzzo. Oggi gli edifici dell’ex istituto
penale minorenni sono stati ceduti all’Università degli studi di L’Aquila che
vi ha trasferito la Facoltà di Economia
e commercio la cui sede è stata danneggiata dal terremoto.
Sovente mi tornano alla mente quelle
storie, quei volti, quelle emozioni come memoria ancora palpitante di vita:
la mia in tutti quegli anni e quella dei ragazzi affidati all'istituto.
La poesie che seguono di cui la prima 'Dentro
il silenzio', che da anche il titolo a questo breve post sono , parte
di una raccolta più ampia, inedita, dal titolo provvisorio 'Casa Rieducazione’
già parzialmente pubblicate negli anni scorsi ne LeStanzeDellaPoesia,una
rubrica del quotidiano on line Il
capoluogo.it ,
E’ ancora un modo di dare voce a quei ragazzi brutti,
sporchi e cattivi chiamati, di volta in volta, discoli, monelli, banditi, bulli
e dalle scienze sociali devianti e disadattati, ma sempre adolescenti alla ricerca di sé nell'arcipelago
di esperienze positive e negative che il mondo degli adulti offre loro che
spesso sono minori in tutto, nei diritti e nelle aspettative .
Dare voce a chi non ha molta voce
di per sé stesso, tanto più in un contesto come quello dell'Aquila che, ancora
oggi, dall'evento del sisma dell'aprile 2009, rimane chiuso, è un modo per far ascoltare quel silenzio e in generale
il silenzio di tutti i ragazzi rinchiusi in un carcere,oggi nel nostro paese .
Il silenzio di quelle stanze e di quei cortili, di quei visi, di quelle storie
che si alza, a volte, assordante.
Dentro il silenzio
Di te era stremato in fondo
al cuore anche
un sorriso. Io non avevo
che le parole
per navigare lontano:
mi dicevo ti raggiungerò
anche a nuoto. Se tu
mi affidi
anche solo il segno della tua
pena, ritroverò la voce
per te
per dire questo e poco altro.
Tu lo sai che basta un sorriso
per accarezzare il viso
per dire in una grande solitudine
quello che può dire
in una parola una sofferenza senza fine.
Lasciami quel sorriso e dentro il silenzio
mi porti per una dolce deriva a ritrovare
forse per gioco il tempo quand'ero
adolescente come te e mi permetta
di restare adolescente anche se
in ogni età e in ogni lingua
il tuo pianto è pianto.
Piangeva con una voce da baritono
Una
tristezza come di ragazzo
svagato dai sogni solitari
senza terra era la sua:
veniva da un'altra città
tutta diversa e nella memoria
aveva tutte quelle storie
della sua terra.
Piangeva con una voce da baritono
in quel baratro di meraviglia
dei suoi sogni,
note spuntate sull'armonia
d'un clarino affogato
era la sua voce. Saliva,saliva
fino ad incontrare quel sole di carta
disegnato e appeso sul muro della cella.
A sipario calato, dopo l'udienza
continuava a piangere
con la sua antica voce di baritono
e la consolazione non veniva,
non veniva da tutte quelle storie
che non riuscivano mai a concludersi
per continuare ad avvicendarsi
ai confini del mondo
prima di arrivare a quel sole di carta
disegnato e appeso sul muro della cella.
Quella curva ad angolo retto
L'alba rugginosa gonfia il muro,
tra le ombre dei cancelli
s'affaccia uno sguardo, un tremito,
un sogno,
un lungo battere di palpebre.
E così un giorno, e poi dopo
un altro giorno
la colonna sonora della vita
riprende dove s'era interrotta
per il sonno della notte;
il sonno che racconta i sogni
fatti di storie senza fretta
e senza riposo
d'ogni giorno, d'un giorno
dopo l'altro dentro le celle
dietro il muro dopo quella curva
ad angolo retto
di strada dell'Acqua Santa.
Angela si chiamava
Sul muro aveva scritto
col pennarello blu
"Angela si chiamava"
una sera sul letto
a testa in giù.
E quell'amore in fretta
silenzioso e solitario
gli rimbombava dentro.
Un'onda, un'onda lunga
e travolgente
non si spegneva più al ricordo di Angela
Angela lasciata laggiù.
"Angela si chiamava"
e il sole nella cella
molti anni aveva corso
per dondolare il sogno
di quel ragazzo biondo.
Un sogno come in grembo
ad una madre crudele
e dolce
pianta con l'ultima nostalgia
del giorno, del giorno finito
allo sbattere dei cancelli
al suono del campanello
al correre pesante d'ogni sera
e poi di nuovo al mattino
nei corridoi, nei corridoi
del carcere di Via dell'Acqua Santa.
Sul muro c'era scritto
"Angela si chiamava"
scritto da quel ragazzo biondo
che ancora la chiama
mentre il sole corre ancora
ancora ogni giorno
e non ha più sogni da cullare
di quel ragazzo biondo
rimasto senza Angela
e senza sogni.
Eremo Rocca S. Stefano venerdì 25 settembre 2020

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