martedì 29 settembre 2020

INCIPIT : Il primo di giugno dell’anno scorso

 


Il primo di giugno dell'anno scorso Fontamara rimase per la prima volta senza illuminazione elettrica. Il due di giugno, il tre di giugno, il quattro di giugno, Fontamara continuò a rimanere senza illuminazione elettrica. Così nei giorni seguenti e nei mesi seguenti, finché' Fontamara si riabituò al regime del chiaro di luna. Per arrivare dal chiaro di luna alla luce elettrica, Fontamara aveva messo un centinaio di anni, attraverso l'olio di oliva e il petrolio. Per tornare dalla luce elettrica al chiaro di luna bastò una sera .:

I giovani non conoscono la storia, ma noi vecchi la conosciamo. Tutte le novità portateci dai Piemontesi in settant'anni si riducono insomma a due: la luce elettrica e le sigarette. La luce elettrica se la sono ripresa. Le sigarette? Si possa soffocare chi le ha fumate una sola volta. A noi è sempre bastata la pipa.

La luce elettrica era diventata a Fontamara anch' essa una cosa naturale, come il chiaro di luna. Nel senso che nessuno la pagava. Nessuno la pagava da molti mesi. E con che cosa avremmo dovuta pagarla? Negli ultimi tempi il cursore comunale neppure era Più venuto a distribuire la solita fattura mensile col segno degli arretrati, il solito pezzo di carta di cui noi ci servivamo per gli usi domestici.

L'ultima volta che il cursore era venuto, per poco non vi aveva lasciato la pelle. Per poco una schioppettata non l'aveva disteso secco all'uscita del paese.

Egli era assai prudente. Veniva a Fontamara quando gli uomini erano al lavoro e nelle case non trovava che donne e creature. Ma la prudenza non è mai troppa. Egli era molto affabile. Distribuiva le sue carte con una risatella cretina, pietosa. Diceva: «Préndete, per carità, non ve l'abbiate a male, un pezzo di carta in famiglia può sempre servire ,»

Però l'affabilità non è mai troppa. Alcuni giorni dopo un carrettiere gli fece capire, non a Fontamara (a Fontamara egli non metteva più piede), ma giù nel capoluogo, che la schioppettata probabilmente non era stata diretta contro di lui, contro la sua persona, contro la persona di Innocenzo La Legge, ma piuttosto contro la tassa. Però se la schioppettata avesse colto in segno, non avrebbe ucciso la tassa, ma lui; perciò non venne più, e nessuno lo rimpianse. Né a lui balenò mai l'idea di proporre al comune un'azione giudiziaria contro i Fontamaresi.

«Se si potessero sequestrare e vendere i pidocchi», aveva suggerito una volta, «senza dubbio un'azione di giustizia darebbe importanti risultati. Ma anche se fosse lecito sequestrarli, poi, chi li ricomprerebbe?»

La luce doveva essere tagliata al primo gennaio. Poi al primo marzo. Poi al primo maggio. Poi si disse: «Non sarà più tolta. Sembra che la regina sia contraria. Vedrete che non sarà più tolta». E al primo giugno fu tagliata.

Le donne e i bambini che erano in casa furono gli ultimi ad accorgersene. Ma noi che tornavamo dal lavoro, quelli che erano stati al mulino e tornavano per la strada rotabile, quelli che erano stati alla contrada del cimitero e tornavano giù dalla montagna, quelli che erano stati alla cava di sabbia e tornavano costeggiando il fosso, quelli che erano stati a giornata e tornavano un po' da tutte le parti  a mano a mano che si faceva scuro e vedevamo le luci dei paesi vicini accendersi e Fontamara sbiadirsi velarsi, annebbiarsi, confondersi con le rocce, con le fratte, con i mucchi di letame, capimmo subito di che si trattava. (Fu e non fu una sorpresa.')

Per i ragazzi' fu anzi motivo di baldoria. Da noi i ragazzi non hanno spesso motivi di baldoria e quando capitano, povere creature, ne approfittano. Così quando arriva una motocicletta, quando due asini si accoppiano, quando si incendia un camino.

Arrivati al paese trovammo in mezzo alla via il generale Baldissera che gridava e imprecava. D'estate egli usava rattoppar scarpe fino a tarda ora, davanti a casa sua, alla luce del lampione, e la luce gli era mancata. La marmaglia gli aveva circondato il deschetto, gli aveva confuso le subbie, i chiodi, i coltelli, la pece, lo spago, i ritagli di suola, gli aveva versato sui piedi la tinozza di acqua sporca, ed egli bestemmiava ad altissima voce i santi dei dintorni e interpellava noi che tornavamo dal lavoro per sapere se alla sua età, miope, meritasse di essere privato della luce del lampione, e che cosa la regina Margherita avrebbe pensato di una simile infamia.

Difficile era immaginare che cosa la regina avrebbe pensato.

Vi erano naturalmente alcune donne che si lamentavano; donne, è inutile fare nomi, sedute per terra, davanti alle loro case, che allattavano i loro figli, o li spidocchiavano, o facevano la cucina, e si lamentavano come se fosse morto qualcuno. Si lamentavano per la sospensione della luce, come se la miseria, al buio, fosse per diventare più nera.

Davanti alla cantina di Marietta, attorno al tavolo messo per strada, ci fermammo Michele Zompa ed io; e subito dopo sopravvenne Losurdo con l'asina che aveva portato alla monta; e dopo venne anche Ponzio Pilato con la pompa per insolfare sulla schiena; e dopo arrivarono Ranocchia e Sciarappa che erano stati a potare; e dopo arrivarono Barletta; Venerdì Santo, Ciro Zìronda, Papasisto e altri che erano stati alla cava di sabbia. E tutti insieme parlavano della luce elettrica, delle tasse nuove, delle tasse vecchie, delle tasse comunali, delle tasse statali, ripetendo sempre la stessa cosa, perché son cose che non mutano. E senza che noi ce ne accorgessimo, era giunto un forestiero. Un forestiero con la bicicletta. Era difficile dire chi potesse essere, a quell'ora. Ci consultammo tra noi, con lo sguardo. Era veramente strano. Quello della luce non era. Quello del comune nemmeno. Quello della pretura nemmeno. D'aspetto era un giovanotto elegantino. Aveva una faccia delicata, rasata, una boccuccia rosea, come un gatto. Con una mano teneva la bicicletta per il manubrio, e la mano era piccola, viscida, come la pancia delle lucertole, e su un dito portava un grande anello, da monsignore. Sulle scarpe portava delle ghette bianche. Un'apparizione incomprensibile a quell'ora.

Noi cessammo di parlare. Era evidente che quel fringuellino era arrivato con l'avviso di una nuova tassa. Su questo non c'era da avere dubbi. Nessun dubbio ch'egli avesse fatto un viaggio inutile e che i suoi fogli avrebbero subito la stessa fine dì quelli di Innocenzo La Legge. Il punto da chiarire era un altro: su che cosa fosse ancora possibile mettere una nuova tassa. Ognuno di noi, per

proprio conto, pensava a questo e con lo sguardo interrogava gli altri. Ma nessuno sapeva. Forse sul chiaro di luna?

Intanto il forestiero aveva già chiesto, due o tre volte,con una voce di capretta, che gli si indicasse «la casa della vedova dell'Eroe Sorcanera».

Marietta era  sulla soglia della cantina, ostruendo la porta della cantina con la sua gravidanza, la terza o la quarta da quando il marito era morto in guerra. Il marito le aveva lasciato una medaglia d'argento con la pensione. Ma non le aveva lasciate probabilmente le tre o quattro gravidanze. A causa della gloria del marito (come si dice) nel dopoguerra la Sorcanera aveva avuto spesso a che fare con persone di riguardo. L'avevano portata un paio di volte a Roma e l'avevano mostrata alle autorità, l'avevano fotografata, le avevano dato da bere e da mangiare, l'avevano fatta sfilare assieme a centinaia di altre vedove, a passo di corsa, sotto i balconi dei palazzi. Ma poi non l'avevano più chiamata, a causa delle gravidanze.

«Perché non torni a sposarti?» noi le rinfacciavamo. «Se la vita di vedova. non ti conviene, potresti rimaritarti.» «Se rifaccio famiglia», essa rispondeva, «perdo la pensione di vedova di Eroe. Così è la legge. Oramai sono costretta a rimanere vedova.»

E c'erano degli uomini che le davano ragione; ma le donne la odiavano.

Dunque, la cantiniera sapeva trattare con le persone di riguardo. Fece perciò sedere il forestiero accanto al tavolo. Il forestiero cacciò di tasca alcuni grandi fogli e li posò sul tavolo.

Quando vedemmo i fogli, ci guardammo tra noi e non avemmo più dubbi. I fogli erano lì (i fogli della nuova tassa). Rimaneva da sapere di che tassa si trattasse.

Infatti il forestiero cominciò a parlare. Capimmo subito che era uno di città. Rare parole capivamo di tutto quello che diceva. Ma non riuscivamo a capire di che tassa si trattasse. Forse sul chiaro di luna?...

 Ignazio Silone  Fontamara  1933 pubblicato in tedesco, 1944 in italiano

 

Dice la quarta di copertina dell’edizione Mondadori del l 1984  “Il  romanzo di Silone, pur presentandosi come un'opera intessuta di una sua verità storica, che esprime gli stati d'animo collettivi dei contadini di Fontamara, è scandito da un'alternanza di registri che confluiscono nella coralità e nella denuncia violenta di ogni ingiustizia.
La vicenda si inquadra nei primi anni della dittatura fascista a Fontamara, "un antico e oscuro luogo di contadini poveri situato nella Marsica, a settentrione del prosciugato lago del Fucino". La scala sociale del paese conosce solo due condizioni: quella dei "cafoni", che sono i braccianti, i manovali, gli artigiani poveri" e quella dei piccoli proprietari, ma sono solo i primi a subire i soprusi e le ingiustizie, divenuti per loro così antichi da sembrare naturali come la neve e il vento. Il romanzo registra la scintilla della ribellione, personificata da Berardo Viola, che assurge a emblema di un nuovo, seppure ancora impreciso e velleitario, livello di dignità. Il giovane subirà le torture della milizia fascista, ma sarà il primo "cafone" a morire in nome di una causa collettiva. In questa luce, anche l'acqua fatta deviare abusivamente dal potente podestà di Fontamara assume un significato simbolico e vitale: il risveglio catartico delle coscienze, impastate dall'ignoranza e dall'apatia di secolari prevaricazioni.”

Pseudonimo di Secondino Tranquilli, Ignazio Silone nasce a Pescina, in provincia dell'Aquila, il 1° maggio del 1900, figlio di una tessitrice e di un piccolo proprietario terriero. Qualche anno dopo la morte del padre (1910), egli perde anche un fratello per i postumi di un incidente e la madre nel terremoto che nel gennaio del 1915 distrugge gran parte della Marsica. Rimasto senza genitori e senza casa, va ad abitare con la nonna paterna e col fratello più giovane, Romolo, «nel quartiere più povero e disprezzato» del paese, dove comincia a frequentare la baracca della Lega dei contadini.

Nel periodo della prima guerra mondiale, precisamente nel 1917, lascia definitivamente la scuola. Prende parte alle proteste contro l'entrata in guerra dell'Italia e viene processato e condannato al pagamento di un'ammenda, per aver capeggiato una violenta manifestazione contro una baracca dei carabinieri di Pescina.

Certamente tra i 17 e i 18 anni, si trasferisce a Roma, ove s'immerge del tutto nella lotta politica. Tra il 1919 e il 1921 affronta con vivo entusiasmo i nuovi impegni: la segreteria dell'Unione socialista romana, la redazione dell'«Avanti!» e la direzione de «L'Avanguardia», il settimanale dei giovani socialisti. Nel 1921 partecipa alla fondazione del Partito Comunista Italiano come rappresentante della Gioventù Socialista. Probabilmente a metà del 1922 si trasferisce a Trieste come redattore del quotidiano «Il Lavoratore».

Nel maggio del 1927 si reca insieme con Togliatti a Mosca, dove partecipa a una riunione dell'Esecutivo dell'Internazionale comunista, presieduta da Stalin. D'accordo con Togliatti, Silone si oppone all'espulsione di Trotzki e Zinovieff.

In questi anni comincia a profilarsi la crisi che in seguito lo condurrà a staccarsi totalmente dal comunismo. Mentre progressivamente si rende conto degli oscuri intrighi della politica staliniana e prende atto di «ambiguità e reticenze» dei suoi compagni di partito di fronte all'Esecutivo di Mosca, si rifugia prima in Francia e poi in Svizzera, dove svolge un'intensa attività come responsabile dell'Ufficio Stampa e propaganda.

Il 13 aprile del 1928 il fratello Romolo Tranquilli viene arrestato con l'accusa gravissima di aver partecipato all'attentato al re Vittorio Emanuele III, alla fiera campionaria di Milano. Gli autori di quest'attentato, che provocò venti morti e quaranta feriti, non sono mai stati scoperti, e lo stesso arresto di Romolo Tranquilli (morto nel 1932 in carcere per le gravi torture subite dalla polizia fascista) rimane tinto di mistero.

Già nel 1930, aggravatosi il suo stato di salute, proprio in clinica, a Davos, nei Grigioni, Silone inizierà a scrivere il suo romanzo più famoso Fontamara, che con gran successo nel 1933 viene pubblicato, prima in tedesco e poi in quasi tutte le altre lingue.

Negli anni dell'esilio svizzero (1931-1944), Silone scrive anche una raccolta di sei racconti dal titolo Un viaggio a Parigi (1935), e i romanzi Pane e vino (1937, (rititolato Vino e pane in una stesura successiva) e Il seme sotto la neve (1941).

Negli anni 1932-'34 è redattore del mensile in lingua tedesca, edito a Zurigo, «Information», destinato a raccogliere un cospicuo gruppo di artisti e intellettuali liberi (Thomas Mann, Bertold Brecht, Robert Musil e altri). Intraprende, inoltre, un'intensa attività saggistico-culturale. Pubblica il saggio Il fascismo, le sue origini e il suo sviluppo (1934); il trattato di filosofia politica, La scuola dei dittatori (1938) e un'antologia di pagine scelte di Mazzini, dal titolo Nuovo incontro con Mazzini (1938-39).

 

Eremo Rocca S. Stefano martedì 29 settembre 2020

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