lunedì 21 settembre 2020

VERSI D’ALTRI E ALTRI VERSI Francesco Giusti

 


Le poesie che seguono sono tratte da varie raccolte , Francesco Giusti  come si legge nel retro copertina della raccolta “Quando le ombre si staccano dal muro “ ed. Quodlibet , 2019 ,(Venezia 1952) ,scrive poesie e disegna fin dagli inizi degli anni Ottanta. Fra i suoi libri recenti ricordiamo Accanto ai denti dell’eterno (Di Felice, 2012), De un dir apocrifo (Campanotto, 2014), E torna l’autunno (The Writer, 2016), Senza nome (Campanotto, 2017), tutti con disegni dell’autore. Ha inoltre pubblicato vari libri d’artista, a tiratura limitata. Su di lui hanno scritto Paolo Ruffilli, Giorgio Agamben, Annelisa Alleva, Tommaso Ottonieri, Franco Beltrametti, Giulia Nicolai, Pier Franco Uliana. Appartiene a una generazione che segue quella dei poeti nati negli anni Venti, come Pasolini, Loi, Pedretti. La sua è una generazione che scrive tanto in dialetto che in lingua, una generazione, cioè, per la quale il movimento e quasi l’andirivieni da una lingua all’altra è connaturato al gesto poetico. Le due lingue si nutrono l’un l’altra e vivono così intimamente l’una per l’altra, che anche quando una delle due sembra assente, essa dev’essere considerata virtualmente presente. Giusti scrive soprattutto in un inconfondibile, asintattico, rigoglioso italiano, ma c’è sempre dialetto nella sua poesia in lingua, così come c’è sempre lingua nel suo liquido dialetto veneziano. In questa ultima e più matura raccolta, il poeta, con una novità forse senza precedenti, può così invertire il movimento abituale della traduzione, che va dal dialetto alla lingua, e traduce in dialetto alcune delle sue poesie in lingua, come se la poesia non potesse più dimorare nell’identità di una sola lingua e, in una sorta di trafelato bilinguismo, si muovesse incessantemente da una lingua all’altra, quasi a significare che il suo vero luogo è nello spazio bianco che le unisce e divide. Quando le ombre si staccano dal muro permetterà a un pubblico più ampio di conoscere una voce originalissima nella poesia italiana tra i due secoli.

La sua è una una poesia-racconto del quotidiano, attento al mutamento naturale e fisico dell’ambiente, al suo riverberarsi su noi stessi, come quando scrive: senza darci/il tempo di comprendere/un’aria di tenebra ieri è scesa rasente le case:/ora è per le strade./Gli uccellini, scomparsi,/ci lasciano i loro sparuto richiami/ancora un poco   (1)

Scrive  Michele Joshua Maggini il 13 maggio 2019 :” Francesco Giusti, classe ’52, è un poeta che ha una lunga carriera alle spalle. Da poco è uscito il suo ultimo libro, Quando le ombre si staccano dal muro, per Quodlibet, nella collana «bilingue» Ardilut, da poco inaugurata da Giorgio Agamben e che comprende autori come Zanzotto e Pier Paolo Pasolini.
Il libro si articola in sezioni, precedute da una poesia fuori campo, Orme, che rivela una funzione esegetica della raccolta stessa. Inizia così: «Rientrato cercherò un angolo stretto». In un verso riassume l’intento del libro: il ritorno da una lingua a un’altra. Infatti, la raccolta è composta di poesie interamente in lingua dialettale con traduzione a fronte dello stesso autore. Agamben riporta in prefazione una citazione di Giusti: «La sfida è portare vicendevolmente la parola scritta e quella orale (visibile e invisibile) a dire quel che non è possibile all’altra: ammasso di aggettivi», e questa dicotomia è applicabile non solo tra parola scritta e orale, ma anche tra dialetto e la lingua italiana.
La lingua si muove in continuo tra queste due regioni: nella sezione Lingua con lingua, si parte dall’italiano per approdare poi alla traduzione in dialetto; invece, in Lengua co’ lengua, avviene il contrario. A reggere l’andamento non c’è nessuna azione se non la memoria, il tempo fuggito, che in Giusti si distende con l’uso perlopiù di un verso lungo, che ricopre spesso tutto lo spazio dell’impossibile della pagina: questo spazio bianco non è solo una pausa di lettura, ma è attesa, è amore per il verso che diventa un verso.
«Le ombre» che compaiono nel titolo pervadono l’intera raccolta, sono simulacra, pezzi che provengono da un passato vivo ancora nella scrittura e per la scrittura: «A parecchie cose ci porta la baldanza di un fuoco». La parola «essere» ha una ricorrenza elevata, sintomo di un presente che è possibile solo nella lingua e per la lingua; presente in cui si raccolgono i simulacra, quando Giusti scrive: «Ingoiati, digeriti,/ sputati fuori dal leviatano, siamo nell’aria non più/ bisognosi di direzione. L’idea/ della cosa anziché la cosa». Così il poeta si pone nel luogo dell’ideale, che è lo stesso dell’impossibile, dell’irrimediabile.

Lo stile, a volte, è arzigogolato, difficile per un lettore non praticante poesia. La sintassi è portata a limiti estremi come a voler rivelare, attraverso la sua scomposizione, la materia poetica. La complicazione avviene, inoltre, per l’alto numero di aggettivi, usati spesso in concatenazione, e che coagulandosi portano l’oggetto/soggetto a cui si rivolgono a una iper-presenza, perdendo malgrado in immediatezza.
Tuttavia non mancano assolutamente momenti di altissima lucidità in cui la poesia si distende. La poesia di Giusti resta umile, lontana dall’uso di sentenze, o versi di chiusura a effetto e lapidari. L’atmosfera è elegiaca, sì, ma pacata e distesa come laguna. Il lirismo è interamente dedicato alla lingua, perché essa è un soggetto inteso come luogo custode di tempi: le stagioni sono l’unico leitmotiv di scansione temporale e suddividono le tempistiche dei due anni in cui le poesie sono state scritte.

(1)http://www.ilverri.it/index.php/la-rivista-del-verri/edizione-dal-1996/teoria-e-poesia-detail

 

Buonuomo

Invece di scarpe
due tre idee rammendate
come nuove. Nel sancta sanctorum
delle sue tasche scese - e ci scese - fino
alle chiavi di qualche vecchio consunto segreto,
alla fuga senza fine in un biglietto spiegazzato.
L'arrendersi alla bellezza cimiteriale di un fiore
degna di una lacrima spesa sul ciglio
del lenzuolo lo cavalcò a pelo,
e fin qui ci siamo. Ma che l'andare
con la coda dell'occhio là dove trionfava
la tazzina vuota con le labbra degli amanti
e il mezzogiorno caduto orfana foglia
sul fondo gli spalancasse un mondo
treno che ti piomba in casa,
tuono di mandria che nel televisore
abbatte la doppia staccionata...

°°°

Improvvisa distanza

L'ascolto quest'oggi
è corpo che scalpita e scalpita. Polvere
sui libri massi nel ventre di buio dirupo.
Sciabatta sciabatta sciatta per casa la voce
dell'acqua nei tubi; lascia bigodini
di grumosi gorgheggi come mine
in un campo dietro sui muri. Mamma,
sempre più spesso la notte
abbandono il mio nido d'ossa
per capire cosa dici con gli occhi là dove sei.
Da allora il caffè non ha più avuto il profumo
del fiorire del giorno e presto, la mattina,
la mosca balla con il lampadario sbagliato.

Nonostante tutto

 

Qui finirà. la voglia che ancora dedichiamo

a scomporre e il vento dopo la fatica

questo pensava un ennesimo compratore

d'intelligenza, non è appropriato diciamo

stingere i profumi dilettanti ad ogni mitica

fermata d'autobus periferica, è una reliquia

ineludibile che ha perso il nome e l'oro

e che per il futuro ha già scelto la sua veste,

alta, troppo alta, il ballo ora richiede agilità

un buona performance richiede quello

che non trovo in ogni corpo, c'è chi ne parla

e chi nonostante tutto non ha capito il gioco.

Vieni, vieni, tra questi cinque miliardi

d'hardware disegnati col sangue,

cartomante per nostalgia.

 

*

 

Imago - tratti leggeri tracciati

in coincidenza cerebrale

riflesso di luce elettrica sulla parete,

pochi numeri e un criterio di verità

accettato per accondiscendenza

lui lo sa che non è stato un errore

una resistenza distratta al canto

a Madame Bovary, al sorriso da vigilia

della notte. Le mani nel dubbio

sceglieranno la malizia, la religione

degli inseguimenti, dei sanguinamenti,

delle passeggiate sottopelle, di una lettera

postmortern ai Corinzi. Saranno le mani

a togliere le schegge della specie

che preferisce il punto e un a capo

di generazione, l'accordo resta,

un senso trasversale di lenta mutazione

un ricordo di stato in luogo per un tempo

riconosciuto. L'alba nella stanza entra o non entra

a sua discrezione, è un sicario del sonno

è una fede nel sogno, è un libro di niente

come voleva Flaubert.  La casa del giorno

ha un'ipotesi d'alfabeto, una sabbia bianca

su cui disegnare figure geometriche

a un'ora precisa, ogni partenza ha un'ora,

l'approdo lo stesso, ironica isocronia

per convenzione, e la madre ha un silenzio

di nebbia volontaria, un epigramma già

nascosto nel cassetto che può essere rifugio

provvisorio per vent'anni. In altre parole

ritornati a distanza di sicurezza dalla neve

in odore di terra.


*

 

Una religione del presupposto

circoscrive un collo di congiunzione

di presunzione, di coscrizione obbligatoria,

nel palato s'inchioda un altro respiro sincero,

Serena è una ragazza seria

e sa che il vero è un'utopia circostanziata

sa che il vero ha un tempo di decollo

troppo rapido per poter essere distratto

per poter essere distrutto e non lo chiede.

E dopotutto è un costo sopportabile

qualche scucitura, qualche perdita d'udito.

Oggi Kafka non scrive più le sue risposte

sui biglietti da visita di sconosciuti

la divinità s'è fatta a mezza a mezza

col bisogno, un testo raro, un orpello

da diario.

 

*

 

Serena malgrado i suoi anni

è una ragazza seria, guarda il suo maggio

che non giunge da una panchina sul canale

ed ha un'ipotesi, una spiegazione

che non è la forma chiusa della sorte

una barca porta qualche libro e una mitologia

un ritratto di maestro, un sorso troppo semplice

di luce. Morirai senza interruzione di discorso

gli hanno detto, allora sarà un compagno di viaggio

in lontananza, due viaggi diversi senza

che lo sguardo abbia ferite.

 

*

 

Sul Corso c'è un teatro,

stasera non si recita a soggetto

il soggetto è un altro, si è li

con una vibrazione d'anticamera,

un labirinto troppo stretto per darci

l'impressione d'esserci perduti, appoggiati

ne avrai di tempo da passare sul velluto

rosso e in tondo il labirinto ha una sua

piacevolezza, qui tu sei alla meta,

appoggiata al muro di casa, probabilmente

hai anche un indirizzo, l'errore è un classico

l'orario di chiusura non rispettato, il sorriso

che scusa sempre lo squallore

per non sembrare polvere,

guai a colui a cui si chiude

guai a colui che chiude,

lo dimenticarono del tutto.

 

*

 

Il tempo è un'invariabile discussa

di resti sparsi tutt'intorno, sotto i piedi

la tua assenza di pericoli è una natura morta

da pelle a pelle in infinita vicinanza.

 

*

 

Serena andava a cavallo in sincrono

col cuore, andava a cavallo come andava

in chiesa a pregare il suo dio postmoderno

postatomico e non chiede venia oggi d'essere

quello che voleva. Respirare l'aria ricostruita

ne ha bisogno per vivere oggi

più di quanto abbia bisogno d'ossigeno.

Serena mentre camminava sopra i ponti

sapeva, sapeva che il migliore dei mondi

possibili è una vendetta, una rivincita,

lei è una figlia dei mondi, lei vive al plurale.

 

*

 

Vittorio ha un'esperienza nuova

nella sua rustica romana lingua,

è sceso a patti con la sete dopo

due adolescenze di trattative maturate

come un vecchio incesto con la vita

senza imparare, l'età se n'è andata in chiesa

e il corpo in veranda riconosce l'etimo

d'ogni avvio di pensiero, due torri e tre o quattro

centimetri quadrati un canto postumo

d'inesperto giocatore. Parlare sempre

per non aver capito non fa nessun rumore

ma consente di non essere ascoltati,

diplomato bachelier nascosto

tra le righe d'un Canaletto. Una vacanza

tra gli antichi borghi della Linguadoca

in barca lungo l'ultimo tratto del Canal du Midi:

il molo è affollato d'uomini che cercano

l'arte nelle brioches, anche la cruna dell'ago

è un errore filologico figuriamoci il tuo nome

col fumo che confonde, il fumo che risale

dall'acqua che s'approssima alle rive.

 

E torna l’autunno
 
Tra giovedì e sabato è stato
s’è fatta povera la luce. Venerdì,
giorno di questua, ha poi mandato
una squilla di lucore per ogni porta. Ma
mute le case, afoni i campanelli. E,
quei due qui dietro, di là dalla rete zincata,
le mani rimaste a bagnarsi
in una sfolgorante luna d’avorio
anche adesso che un raggio
porge la sacca del frate: non sanno più
dove hanno sentito lo stradone
srotolarsi sul grembiule del mezzogiorno,
alzare un reciso pudore da prefiche nerovelate,
seduta, l’ombra incinta dei tini
togliersi il cappello dello spaventapasseri,
predisporre i fuggitivi al canto.

 

Eremo Rocca S. Stefano lunedì 21 settembre 2020  

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