Le poesie che seguono sono tratte da varie raccolte , Francesco Giusti come si legge nel retro copertina della raccolta “Quando le ombre si staccano dal muro “ ed. Quodlibet , 2019 ,(Venezia 1952) ,scrive poesie e disegna fin dagli inizi degli anni Ottanta. Fra i suoi libri recenti ricordiamo Accanto ai denti dell’eterno (Di Felice, 2012), De un dir apocrifo (Campanotto, 2014), E torna l’autunno (The Writer, 2016), Senza nome (Campanotto, 2017), tutti con disegni dell’autore. Ha inoltre pubblicato vari libri d’artista, a tiratura limitata. Su di lui hanno scritto Paolo Ruffilli, Giorgio Agamben, Annelisa Alleva, Tommaso Ottonieri, Franco Beltrametti, Giulia Nicolai, Pier Franco Uliana. Appartiene a una generazione che segue quella dei poeti nati negli anni Venti, come Pasolini, Loi, Pedretti. La sua è una generazione che scrive tanto in dialetto che in lingua, una generazione, cioè, per la quale il movimento e quasi l’andirivieni da una lingua all’altra è connaturato al gesto poetico. Le due lingue si nutrono l’un l’altra e vivono così intimamente l’una per l’altra, che anche quando una delle due sembra assente, essa dev’essere considerata virtualmente presente. Giusti scrive soprattutto in un inconfondibile, asintattico, rigoglioso italiano, ma c’è sempre dialetto nella sua poesia in lingua, così come c’è sempre lingua nel suo liquido dialetto veneziano. In questa ultima e più matura raccolta, il poeta, con una novità forse senza precedenti, può così invertire il movimento abituale della traduzione, che va dal dialetto alla lingua, e traduce in dialetto alcune delle sue poesie in lingua, come se la poesia non potesse più dimorare nell’identità di una sola lingua e, in una sorta di trafelato bilinguismo, si muovesse incessantemente da una lingua all’altra, quasi a significare che il suo vero luogo è nello spazio bianco che le unisce e divide. Quando le ombre si staccano dal muro permetterà a un pubblico più ampio di conoscere una voce originalissima nella poesia italiana tra i due secoli.
La sua è una una poesia-racconto del quotidiano, attento al mutamento naturale e fisico dell’ambiente, al suo riverberarsi su noi stessi, come quando scrive: senza darci/il tempo di comprendere/un’aria di tenebra ieri è scesa rasente le case:/ora è per le strade./Gli uccellini, scomparsi,/ci lasciano i loro sparuto richiami/ancora un poco (1)
Scrive Michele Joshua Maggini il 13
maggio 2019 :” Francesco Giusti, classe ’52, è un poeta che ha una lunga
carriera alle spalle. Da poco è uscito il suo ultimo libro, Quando le ombre
si staccano dal muro, per Quodlibet, nella collana «bilingue» Ardilut, da
poco inaugurata da Giorgio Agamben e che comprende autori come Zanzotto e Pier
Paolo Pasolini.
Il libro si articola in sezioni, precedute da una poesia fuori campo, Orme,
che rivela una funzione esegetica della raccolta stessa. Inizia così:
«Rientrato cercherò un angolo stretto». In un verso riassume l’intento del
libro: il ritorno da una lingua a un’altra. Infatti, la raccolta è composta di
poesie interamente in lingua dialettale con traduzione a fronte dello stesso
autore. Agamben riporta in prefazione una citazione di Giusti: «La sfida è
portare vicendevolmente la parola scritta e quella orale (visibile e
invisibile) a dire quel che non è possibile all’altra: ammasso di aggettivi», e
questa dicotomia è applicabile non solo tra parola scritta e orale, ma anche
tra dialetto e la lingua italiana.
La lingua si muove in continuo tra queste due regioni: nella sezione Lingua
con lingua, si parte dall’italiano per approdare poi alla traduzione in
dialetto; invece, in Lengua co’ lengua, avviene il contrario. A reggere
l’andamento non c’è nessuna azione se non la memoria, il tempo fuggito, che in
Giusti si distende con l’uso perlopiù di un verso lungo, che ricopre spesso
tutto lo spazio dell’impossibile della pagina: questo spazio bianco non è solo
una pausa di lettura, ma è attesa, è amore per il verso che diventa un verso.
«Le ombre» che compaiono nel titolo pervadono l’intera raccolta, sono simulacra,
pezzi che provengono da un passato vivo ancora nella scrittura e per la
scrittura: «A parecchie cose ci porta la baldanza di un fuoco». La parola
«essere» ha una ricorrenza elevata, sintomo di un presente che è possibile solo
nella lingua e per la lingua; presente in cui si raccolgono i simulacra, quando
Giusti scrive: «Ingoiati, digeriti,/ sputati fuori dal leviatano, siamo
nell’aria non più/ bisognosi di direzione. L’idea/ della cosa anziché la cosa».
Così il poeta si pone nel luogo dell’ideale, che è lo stesso dell’impossibile,
dell’irrimediabile.
Lo stile, a volte, è arzigogolato, difficile per un lettore non praticante
poesia. La sintassi è portata a limiti estremi come a voler rivelare,
attraverso la sua scomposizione, la materia poetica. La complicazione avviene,
inoltre, per l’alto numero di aggettivi, usati spesso in concatenazione, e che
coagulandosi portano l’oggetto/soggetto a cui si rivolgono a una iper-presenza,
perdendo malgrado in immediatezza.
Tuttavia non mancano assolutamente momenti di altissima lucidità in cui la
poesia si distende. La poesia di Giusti resta umile, lontana dall’uso di
sentenze, o versi di chiusura a effetto e lapidari. L’atmosfera è elegiaca, sì,
ma pacata e distesa come laguna. Il lirismo è interamente dedicato alla lingua,
perché essa è un soggetto inteso come luogo custode di tempi: le stagioni sono
l’unico leitmotiv di scansione temporale e suddividono le tempistiche dei due
anni in cui le poesie sono state scritte.
(1)http://www.ilverri.it/index.php/la-rivista-del-verri/edizione-dal-1996/teoria-e-poesia-detail
Buonuomo
Invece di
scarpe
due tre idee rammendate
come nuove. Nel sancta sanctorum
delle sue tasche scese - e ci scese - fino
alle chiavi di qualche vecchio consunto segreto,
alla fuga senza fine in un biglietto spiegazzato.
L'arrendersi alla bellezza cimiteriale di un fiore
degna di una lacrima spesa sul ciglio
del lenzuolo lo cavalcò a pelo,
e fin qui ci siamo. Ma che l'andare
con la coda dell'occhio là dove trionfava
la tazzina vuota con le labbra degli amanti
e il mezzogiorno caduto orfana foglia
sul fondo gli spalancasse un mondo
treno che ti piomba in casa,
tuono di mandria che nel televisore
abbatte la doppia staccionata...
Improvvisa distanza
L'ascolto
quest'oggi
è corpo che scalpita e scalpita. Polvere
sui libri massi nel ventre di buio dirupo.
Sciabatta sciabatta sciatta per casa la voce
dell'acqua nei tubi; lascia bigodini
di grumosi gorgheggi come mine
in un campo dietro sui muri. Mamma,
sempre più spesso la notte
abbandono il mio nido d'ossa
per capire cosa dici con gli occhi là dove sei.
Da allora il caffè non ha più avuto il profumo
del fiorire del giorno e presto, la mattina,
la mosca balla con il lampadario sbagliato.
Nonostante tutto
Qui finirà. la voglia che ancora dedichiamo
a scomporre e il vento dopo la fatica
questo pensava un ennesimo compratore
d'intelligenza, non è appropriato diciamo
stingere i profumi dilettanti ad ogni mitica
fermata d'autobus periferica, è una reliquia
ineludibile che ha perso il nome e l'oro
e che per il futuro ha già scelto la sua veste,
alta, troppo alta, il ballo ora richiede agilità
un buona performance richiede quello
che non trovo in ogni corpo, c'è chi ne parla
e chi nonostante tutto non ha capito il gioco.
Vieni, vieni, tra questi cinque miliardi
d'hardware disegnati col sangue,
cartomante per nostalgia.
*
Imago - tratti leggeri tracciati
in coincidenza cerebrale
riflesso di luce elettrica sulla parete,
pochi numeri e un criterio di verità
accettato per accondiscendenza
lui lo sa che non è stato un errore
una resistenza distratta al canto
a Madame Bovary, al sorriso da vigilia
della notte. Le mani nel dubbio
sceglieranno la malizia, la religione
degli inseguimenti, dei sanguinamenti,
delle passeggiate sottopelle, di una lettera
postmortern ai Corinzi. Saranno le mani
a togliere le schegge della specie
che preferisce il punto e un a capo
di generazione, l'accordo resta,
un senso trasversale di lenta mutazione
un ricordo di stato in luogo per un tempo
riconosciuto. L'alba nella stanza entra o non entra
a sua discrezione, è un sicario del sonno
è una fede nel sogno, è un libro di niente
come voleva Flaubert. La casa del giorno
ha un'ipotesi d'alfabeto, una sabbia bianca
su cui disegnare figure geometriche
a un'ora precisa, ogni partenza ha un'ora,
l'approdo lo stesso, ironica isocronia
per convenzione, e la madre ha un silenzio
di nebbia volontaria, un epigramma già
nascosto nel cassetto che può essere rifugio
provvisorio per vent'anni. In altre parole
ritornati a distanza di sicurezza dalla neve
in odore di terra.
*
Una religione del presupposto
circoscrive un collo di congiunzione
di presunzione, di coscrizione obbligatoria,
nel palato s'inchioda un altro respiro sincero,
Serena è una ragazza seria
e sa che il vero è un'utopia circostanziata
sa che il vero ha un tempo di decollo
troppo rapido per poter essere distratto
per poter essere distrutto e non lo chiede.
E dopotutto è un costo sopportabile
qualche scucitura, qualche perdita d'udito.
Oggi Kafka non scrive più le sue risposte
sui biglietti da visita di sconosciuti
la divinità s'è fatta a mezza a mezza
col bisogno, un testo raro, un orpello
da diario.
*
Serena malgrado i suoi anni
è una ragazza seria, guarda il suo maggio
che non giunge da una panchina sul canale
ed ha un'ipotesi, una spiegazione
che non è la forma chiusa della sorte
una barca porta qualche libro e una mitologia
un ritratto di maestro, un sorso troppo semplice
di luce. Morirai senza interruzione di discorso
gli hanno detto, allora sarà un compagno di viaggio
in lontananza, due viaggi diversi senza
che lo sguardo abbia ferite.
*
Sul Corso c'è un teatro,
stasera non si recita a soggetto
il soggetto è un altro, si è li
con una vibrazione d'anticamera,
un labirinto troppo stretto per darci
l'impressione d'esserci perduti, appoggiati
ne avrai di tempo da passare sul velluto
rosso e in tondo il labirinto ha una sua
piacevolezza, qui tu sei alla meta,
appoggiata al muro di casa, probabilmente
hai anche un indirizzo, l'errore è un classico
l'orario di chiusura non rispettato, il sorriso
che scusa sempre lo squallore
per non sembrare polvere,
guai a colui a cui si chiude
guai a colui che chiude,
lo dimenticarono del tutto.
*
Il tempo è un'invariabile discussa
di resti sparsi tutt'intorno, sotto i piedi
la tua assenza di pericoli è una natura morta
da pelle a pelle in infinita vicinanza.
*
Serena andava a cavallo in sincrono
col cuore, andava a cavallo come andava
in chiesa a pregare il suo dio postmoderno
postatomico e non chiede venia oggi d'essere
quello che voleva. Respirare l'aria ricostruita
ne ha bisogno per vivere oggi
più di quanto abbia bisogno d'ossigeno.
Serena mentre camminava sopra i ponti
sapeva, sapeva che il migliore dei mondi
possibili è una vendetta, una rivincita,
lei è una figlia dei mondi, lei vive al plurale.
*
Vittorio ha un'esperienza nuova
nella sua rustica romana lingua,
è sceso a patti con la sete dopo
due adolescenze di trattative maturate
come un vecchio incesto con la vita
senza imparare, l'età se n'è andata in chiesa
e il corpo in veranda riconosce l'etimo
d'ogni avvio di pensiero, due torri e tre o quattro
centimetri quadrati un canto postumo
d'inesperto giocatore. Parlare sempre
per non aver capito non fa nessun rumore
ma consente di non essere ascoltati,
diplomato bachelier nascosto
tra le righe d'un Canaletto. Una vacanza
tra gli antichi borghi della Linguadoca
in barca lungo l'ultimo tratto del Canal du Midi:
il molo è affollato d'uomini che cercano
l'arte nelle brioches, anche la cruna dell'ago
è un errore filologico figuriamoci il tuo nome
col fumo che confonde, il fumo che risale
dall'acqua che s'approssima alle rive.
E torna l’autunno
Tra giovedì e sabato è stato
s’è fatta povera la luce. Venerdì,
giorno di questua, ha poi mandato
una squilla di lucore per ogni porta. Ma
mute le case, afoni i campanelli. E,
quei due qui dietro, di là dalla rete zincata,
le mani rimaste a bagnarsi
in una sfolgorante luna d’avorio
anche adesso che un raggio
porge la sacca del frate: non sanno più
dove hanno sentito lo stradone
srotolarsi sul grembiule del mezzogiorno,
alzare un reciso pudore da prefiche nerovelate,
seduta, l’ombra incinta dei tini
togliersi il cappello dello spaventapasseri,
predisporre i fuggitivi al canto.




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