Affido da qualche tempo a
questa rubrica “versi d’altri ed altri versi “ le voci dei poeti che
leggo più frequentemente e il racconto
di avvenimenti che interessano la poesia . Al coinvolgimento di quelli che leggono questa rubrica di “ diario di malebolge” , affido anche le mie poesie parte delle quali sono state pubblicate in raccolte a stampa,
altre sul blog “osservatorio di confine” e parte sulla rubrica “le stanze della poesia “ su Il Capoliogo.it .
Voglio iniziare proprio con un ritorno allo sguardo sulla quotidianità. Fatta di gesti comuni, piccoli e semplici gesti, capaci di dare valore ad una marginalità individuale ,fatta di fragili emozioni, come di forti sentimenti dentro un tempo che scorre inesorabilmente, Così che la poesia diventa un tentativo di sillabare la giusta misura delle cose attingendo alla biografia personale e collettiva ; ripercorrendo , in definitiva , nel gioco della memoria, attimi di vita sparsi in frammenti ,detriti e campioni da raccogliere e custodire .
Che compiti restano da fare
A maggio si sta ancora
dentro casa la sera.
Per il resto è come quand’ero bambino
colazione pranzo merenda e cena
dormire al pomeriggio, leggere
leggere avventure e storie
senza aver fatto i compiti di scuola.
Che compiti restano da fare
a questa età : bere acqua,
mangiare senza sale,carezzare le ossa
appassite dall’artrosi,passeggiare
un po’al sole quando c’è
contare i battiti del cuore,
scrivere dei ricordi e sognare la notte
con la ricchezza di quel poco
che resta, che resta nel cuore
di aurora in aurora.
Il tempo si fa corpo
Il tempo s’addormenta
tra la polvere e le muffe
dell’antica casa
ai piedi del colle,
là al limite della pianura
dove il ragno solitario
ricama la sua tela.
Il tempo si fa corpo
e quello che resta
è l’ambigua definizione
della vita
quando non riesce più
nemmeno a dormire
con la polvere e le muffe
del suo tempo.
La mia voce cerca il vento
La mia voce cerca il vento
nella notte stellata e silenziosa
perché sono stanco di essere uomo
e voglio affidargli il pianto
per essere radice,albero
pietra, seme e fiore.
La mia voce cerca il vento
e arde come un lucignolo
e muove passi ardenti nella notte
alla ricerca dei profumi,
della vita, della storia,
attraverso porte e cortili
con i panni stesi sul filo di ferro
e i mobili pieni di tarli.
La mia voce cerca il vento
per affidargli il mare di ciò che continua
quando il cuore si ritira dalla terra
e non ha più senso continuare
ad essere uomini .
meglio essere radici. Seme e fiore
pietra e goccia di mare.
Venite a vedere la mia città
Perché la mia poesia non parla
del sogno .
Venite a vedere la mia città
rasa al suolo
venite a vedere per le strade
le macerie e l’erbacce e la polvere
che ancora non va via.
Perché la mia poesia non parla
del sole
venite a vedere la mia città
e il sangue per le strade.
Tutto giace quello che fu costruito
e quello che fu usato
su un fazzoletto di terra
tra le onde di una terra irrequieta
dall’odore di zolfo ,
dal profumo dell’azzurro distrutto
dal cemento inco9llato ai sogni
degli esseri che qui dormirono
mangiarono. Fecero l’amore, sorrisero
e piansero.
Perché la mia poesia non parla.
Non parla.
Eremo Rocca S. Stefano
giovedì 24 settembre 2020




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