martedì 8 settembre 2020

STORIE E VOCI DAL SILENZIO Otto settembre



Il 25 luglio 1943 il Gran Consiglio del fascismo con 19 voti favorevoli, 7 contrari e 1 astenuto, l'ordine del giorno presentato da Dino Grandi che esautora Mussolini dalle funzioni di capo del governo. Poche ore dopo l'ormai ex duce è fatto arrestare e imprigionare dal re Vittorio Emanuele III.

Il maresciallo Pietro Badoglio, nominato dal re capo del governo lo stesso 25 luglio, si affretta a reprimere gli entusiasmi popolari e annuncia alla nazione che “la guerra continua”:

“Italiani! Per ordine di Sua Maestà il Re e Imperatore assumo il Governo militare del Paese, con pieni poteri. La guerra continua. L'Italia, duramente colpita nelle sue provincie invase, nelle sue città distrutte, mantiene fede alla parola data, gelosa custode delle sue millenarie tradizioni. Si serrino le file attorno a Sua Maestà il Re e Imperatore, immagine vivente della Patria, esempio per tutti. La consegna ricevuta è chiara e precisa: sarà scrupolosamente eseguita, e chiunque si illuda di poterne intralciare il normale svolgimento, o tenti turbare l'ordine pubblico, sarà inesorabilmente colpito. Viva l'Italia. Viva il Re”.

Nel tempo che intercorre, simbolicamente e materialmente, tra i due proclami di Badoglio, i tedeschi hanno modo di occupare quasi tutta l'Italia e di preparare i piani che permetteranno loro, dopo l'annuncio dell'armistizio – interpretato dal Reich, in maniera del tutto strumentale, come “tradimento dell'alleanza” – di disarmare, deportare e uccidere, in alcuni casi, centinaia di migliaia di soldati italiani, colti completamente di sorpresa e abbandonati dalle istituzioni che avrebbero dovuto prepararli alla svolta. Le forze armate italiane terminano la guerra – o almeno questa prima fase di guerra – come l'hanno iniziata, nel segno dell'impreparazione e dell'inadeguatezza.

Il 3 settembre 1943 , a Cassibile, in Sicilia, Italia e Alleati anglo-americani firmano un armistizio, noto come “armistizio breve”. A nome di Badoglio, ancora a Roma, firma il generale Giuseppe Castellano; per gli Alleati è invece presente il generale Walter Bedell Smith. Le clausole dell'armistizio breve – che sarà seguito, il 29 settembre 1943, dall'“armistizio lungo” – prevedono in realtà la resa incondizionata dell'Italia.

La sera dell'8 settembre 1943, tocca nuovamente al maresciallo Badoglio, leggere alla radio un proclama che annuncia al paese l'armistizio tra Italia e Alleati.

“Il governo italiano, riconosciuta l'impossibilità di continuare la impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell'intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla Nazione, ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo delle forze alleate anglo-americane.

La richiesta è stata accolta.

Conseguentemente, ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo.

Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza.”

 Dopo la sigla dell'armistizio di Cassibile, Badoglio riunì il governo solo per annunciare che le trattative per la resa erano "iniziate". Gli Alleati, da parte loro, avevano fatto pressioni  sullo stesso Badoglio affinché rendesse pubblico la decisione italiana di abbandonare  i suoi alleati dell’asse, ma il maresciallo tergiversava. La risposta degli anglo-americani fu drammatica: gli aerei alleati scaricarono bombe sulle città della penisola. Nei giorni dal 5 al 7 settembre i bombardamenti furono intensi: oltre 130 aerei  B-17 attaccarono Civitavecchia e Viterbo. Il 6 fu la volta di Napoli. Perdurando l'incertezza da parte italiana, gli Alleati decisero di annunciare autonomamente l'avvenuto armistizio: l'8 settembre, alle 17:30 (le 18:30 in Italia), il generale Dwight Eisenhower lesse il proclama ai microfoni di Radio Algeri. Poco più di un'ora dopo, Badoglio fece il suo annuncio da Roma. (1)

 In realtà  la firma di Cassibile in cui l’Italia  chiedeva una cessazione  delle ostilitàfu determinato dalla convinzione di Badoglio di poter negoziare, quantunque si trattasse in realtà di una richiesta di cessazione delle ostilità. Inviò Castellano come ambasciatore presso gli Alleati. Castellano fu incaricato di specificare una condizione: l'intervento alleato nella penisola. Badoglio decise addirittura di chiedere agli alleati di conoscere quali fossero i loro piani, sebbene il conflitto fosse ancora in corso.

Tra le tante altre condizioni che furono richieste agli alleati, solo quella di inviare 2.000 unità paracadutate su Roma per la difesa della Capitale fu accolta, anche perché in parte già prevista dai piani alleati (ma sarebbe stata poi snobbata dagli stessi comandi italiani). Il 31 agosto il generale Castellano giunse a  Termini Imerese e fu portato a Cassibile, vicino Siracusa.

Castellano chiese garanzie agli Alleati riguardo alla reazione tedesca contro l'Italia alla notizia della firma dell'armistizio e, in particolare, uno sbarco alleato a nord di Roma precedente all'annuncio; da parte alleata si ribatté che uno sbarco in forze e l'azione di una divisione di paracadutisti sulla capitale (un'altra richiesta su cui Castellano insistette) sarebbero stati in ogni caso contemporanei e non precedenti alla proclamazione dell'armistizio. In serata Castellano rientrò a Roma per riferire.

Il giorno successivo Castellano fu ricevuto da Badoglio; all'incontro parteciparono il ministro degli esteri Raffaele Guariglia e i generali  Vittorio Ambrosio e Giacomo Carboni. Emersero posizioni non coincidenti: Guariglia e Ambrosio ritenevano che le condizioni alleate non potessero a quel punto non essere accettate; Carboni dichiarò invece che il Corpo d’armata da lui dipendente, schierato a difesa di Roma, non avrebbe potuto difendere la città dai tedeschi per mancanza di munizioni e carburante. Badoglio, che nella riunione non si pronunciò, fu ricevuto nel pomeriggio dal re Vittorio Emanuele, che decise di accettare le condizioni dell'armistizio.

 L'annuncio dell'armistizio da parte degli alleati colse del tutto impreparate e lasciò quasi prive di direttive le forze armate italiane che si trovavano impegnate in compiti di occupazione all'estero, e quelle addette alla protezione del territorio metropolitano: non vi erano ordini né piani, né ve ne sarebbero stati nei giorni a seguire.

Il mattino successivo, di fronte alle prime notizie di un'avanzata di truppe tedesche dalla costa tirrenica verso Roma  il re, la regina, il principe ereditario, Badoglio, due ministri del Governo e alcuni generali dello stato maggiore fuggirono da Roma  verso il sud Italia per mettersi in salvo dal pericolo di una cattura da parte tedesca. La fuga si arrestò a Brindisi che divenne per qualche mese la sede degli enti istituzionali. Il progetto iniziale era stato quello di trasferire con il re anche gli stati maggiori al completo delle tre forze armate, ma solo pochi ufficiali raggiunsero Brindisi.

Beppe Fenoglio in Primavera di bellezza (1959) raccontò l’8 settembre del 1943 dal punto di vista di un soldato: “E poi nemmeno l’ordine hanno saputo darci. Di ordini ne è arrivato un fottio, ma uno diverso dall’altro, o contrario. Resistere ai tedeschi - non sparare sui tedeschi - non lasciarsi disarmare dai tedeschi - uccidere i tedeschi - autodisarmarsi - non cedere le armi”.  Poche righe che rappresentano esattamente i momenti drammatici in cui il nostro Paese, stremato dalla guerra, fu consegnato in mani straniere, americane al Sud, tedesche al Nord.

 Dunque Mussolini era stato deposto da poco, dalla seduta del Gran consiglio del Fascismo, il 25 luglio 1943. Quel giorno il re Vittorio Emanuele III aveva nominato capo del Governo il maresciallo Pietro Badoglio, ex capo di Stato maggiore: fu lui ad autorizzare la resa. Il 3 settembre 1943 fu siglato segretamente l'armistizio di Cassibile tra il generale Castellano, incaricato da Badoglio, e il suo pari grado americano Eisenhower (che nel 1953 sarebbe diventato il 34° presidente degli Stati Uniti).«L’armistizio fu reso pubblico 5 giorni dopo», racconta la storica Elena Aga Rossi, autrice di Una nazione allo sbando (Il Mulino): «La situazione militare era disastrosa. Dopo lo sbarco in Sicilia, il 10 luglio, il governo italiano aveva perso tempo prezioso nel tentativo di evitare una resa senza condizioni. Ma non ci riuscì.»

Gli italiani che si erano illusi  che la guerra fosse finalmente finita, presero atto che così non era. Il conflitto si trascinò ancora per più di un anno, fino alla primavera del 1945. 

Intanto Mussolini, il 23 settembre 1943, proclamava  la nascita della Repubblica di Salò. Nasceva il movimento partigiani e iniziava la guerra di liberazione dai nazi fascisti .

 Il 1943 è l'anno della svolta della seconda guerra mondiale. Sul fronte orientale inizia la controffensiva dell'Armata Rossa, che vince la lunga e difficile battaglia di Stalingrado (31.1.-2.2.1943). Nello scacchiere meridionale si ha, nel maggio di quell'anno, la capitolazione definitiva delle truppe italo-tedesche in Africa. Immediatamente dopo, gli Alleati sbarcano in Sicilia, iniziando così lo sfondamento della “fortezza Europa”.

In Italia, gli scioperi del marzo 1943, il bombardamento di Roma del luglio e la caduta, nello stesso mese (25.7.1943), del fascismo, fanno precipitare la situazione. Il paese è al tracollo, la guerra è persa su ogni fronte e l'Italia si arrende: il 3 settembre viene stipulato l'armistizio con gli Alleati. Verrà divulgato il successivo 8 settembre.

 Venticinque luglio e otto settembre 1943 sono due date cruciali nella storia d'Italia. Nella notte tra il 24 e il 25 luglio il Gran Consiglio del Fascismo approva con 19 voti favorevoli, 7 contrari e 1 astenuto, l'ordine del giorno presentato da Dino Grandi che esautora Mussolini dalle funzioni di capo del governo. Poche ore dopo l'ormai ex duce è fatto arrestare e imprigionare dal re Vittorio Emanuele III. Il 25 luglio segna dunque la data della fine del fascismo come forma istituzionale e regime legittimo. Non è, tuttavia, la fine del fascismo tout court, che di lì a pochi giorni si riproporrà in una nuova veste alla guida della Repubblica Sociale Italiana, al cui vertice sarà lo stesso Benito Mussolini.

  Francesco Perfetti, storico, direttore della rivista «Nuova storia contemporanea» scrive : “Che Badoglio sia stato, nel bene e nel male, il protagonista delle iniziative diplomatiche per condurre l'Italia fuori dal conflitto è fuor di dubbio. Ma queste furono portate avanti all'insegna della confusione, dell'incertezza e della contraddittorietà. Già il proclama diffuso dopo l'insediamento come capo del governo, con l'infelice frase: «la guerra continua», dette l'impressione di un espediente per guadagnare tempo e organizzare un armistizio con gli angloamericani. Poi, i contatti con i tedeschi per far digerire loro l'idea di un'uscita dell'Italia dalla guerra in cambio della neutralità e del passaggio graduale del controllo alle forze del Reich del fronte nei Balcani e in Grecia mostrarono un forte velleitarismo. Infine, gli stessi abboccamenti con gli angloamericani - con un accavallarsi di iniziative affidate a diplomatici di secondo livello o a privati - furono effettuati in modo da non assicurarsi la fiducia piena degli Alleati.

Quando venne firmato a Cassibile l'«armistizio breve», i rappresentanti Alleati tirarono un sospiro di sollievo temendo che gli italiani, fino all'ultimo, potessero tornare indietro. Badoglio volle mantenere le trattative nel segreto anche con i più stretti collaboratori. Neppure i vertici politici, militari e diplomatici ne furono a conoscenza. Il 3 settembre egli riunì i ministri militari per comunicare non la conclusione dell'armistizio, ma l'esistenza di trattative. Un comportamento che autorizza a pensare che da parte italiana non fu abbandonata del tutto l'idea che, in difetto di uno sbarco alleato tanto massiccio da costringere i tedeschi alla ritirata, sarebbe stato ipotizzabile sconfessare l'armistizio e riprendere la cooperazione con questi. Un comportamento ambiguo che irrigidì gli Alleati e li spinse a rifiutare la richiesta di posticipare l'annuncio dell'armistizio già deciso per l'8 settembre alle 18,30. Un messaggio di Eisenhower non lascia spazio a dubbi: «Ho deciso di diffondere l'esistenza dell'armistizio all'ora programmata originariamente».

Il dramma dell'8 settembre sta tutto qui, nel gioco degli equivoci e nella ambiguità dei comportamenti. Ed è un dramma che finì per ricadere sulle spalle di tutta la nazione.

 Marcello Veneziani scrive : “Cosa resta negli italiani dell’8 settembre del ’43? Nella memoria poco o niente, nel carattere tanto o tutto. Resta lo spaesamento, nel senso etimologico di perdita del Paese. Resta la desolazione, anche nel senso di perdita del suolo. Resta la fine dello Stato, alibi sontuoso per il sisalvichipuò dell’egoismo e del familismo amorale. Resta la religione di Kazzimiei; badiamo ai fatti nostri che qui non si capisce niente e il potere cambia, si rovescia da un giorno all’altro. Dell’8 settembre resta poi il disprezzo per le classi dirigenti, la voglia di scappare dalla storia o di defilarsi, la via del tradimento e della resa pur di non caricarsi di responsabilità e la sub-filosofia italiena del tirare a campare. Restano i rancori tra le fazioni, anche se si è dimenticata la ragione storica e ideale che le animava. Resta il peggiore degli antifascismi, quello a babbo morto, ossia a fascismo caduto e poi sepolto, usato per criminalizzare l’avversario e accreditarsi come salvatori.

 

 (1) Elena Aga Rossi, Una nazione allo sbando. L'armistizio italiano del settembre 1943 e le sue conseguenze. Bologna, Il Mulino, 2003

Silvio Bertoldi, Apocalisse italiana. Otto settembre 1943. Fine di una nazione. Milano, Rizzoli, 1998.

Renzo De Felice, La grande Italia. Il mito della nazione nel XX secolo, Bari, Laterza, 1997

Davide Lajolo, Il voltagabbana. 1963

Oreste Lizzadri, Il regno di Badoglio. Milano, Edizioni Avanti!, 1963

Luigi Longo, Un popolo alla macchia. Milano, Mondadori, 1952

Paolo Monelli, Roma 1943. Torino, Einaudi, 1993

Gianni Oliva, L'Italia del silenzio, Milano, Mondadori, 2013

Paolo Sorcinelli, Otto settembre, Milano, Bruno Mondadori, 2013

Ruggero Zangrandi, 1943: 25 luglio-8 settembre. Milano, Feltrinelli, 1964

Ruggero Zangrandi, Il lungo viaggio attraverso il fascismo. Milano, Feltrinelli, 1976

Ruggero Zangrandi, L'Italia tradita. 8 settembre 1943. Milano,

 

Eremo Rocca S. Stefano  martedì 8 settembre 2020

 

 

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