Nella religione ebraica, uno dei cardini della legge divina e dell’alleanza tra Dio e uomini è il riposo del sabato. Dal tramonto del venerdì sera (inizio della giornata secondo la legge ebraica) a quello del sabato sera sono tassativamente vietate tutte le attività di tipo creativo e produttivo.
Il Talmud (1) indica ben 39 attività che
un buon ebreo non dovrebbe compiere nell’arco di tale giornata, dal lavorare al
cucinare, dal fare il bucato all’andare a caccia. È proibito anche viaggiare a
rilevanti distanze dalla propria abitazione e persino scrivere e disegnare.
La menzione dello Shabbat è molto frequente nell’Antico Testamento. Nella Torah ne parlano ambedue le versioni del Decalogo, nell’Esodo e nel Deuteronomio, e lo cita anche il Levitico. Il tema è trattato anche da alcuni profeti maggiori, come Isaia. Il giorno di riposo è prescritto per onorare Dio che, secondo la narrativa biblica, “ha fatto il cielo e la terra e il mare e quanto è in essi, ma si è riposato il giorno settimo. Perciò il Signore ha benedetto il giorno di sabato e lo ha dichiarato sacro.” (Esodo 20,11). Tale prescrizione era talmente importante che all’epoca, per quanti la trasgredissero, era addirittura prevista la morte. Nel I secolo, le prime comunità giudaico-cristiane hanno gradualmente sostituito al sabato la domenica, in memoria della resurrezione di Gesù. Tornando allo Shabbat e all’elenco delle attività vietate, di fronte alla sua ampiezza e al suo rigore si è assaliti da un vero sgomento, e ci si chiede: ma allora un ebreo osservante come dovrebbe trascorrere tali 24 ore?
Rientrare in possesso dei propri spazi di libertà
È proprio cercando di rispondere a questa domanda che il riposo del sabato inizia ad apparirci in un’ottica molto diversa. La principale delle attività a cui ci si dovrebbe dedicare è ovviamente il raccoglimento spirituale, lo studio delle sacre scritture, la preghiera domestica e la partecipazione ai riti in sinagoga, che rivestono un carattere molto più importante di quelli celebrati negli altri giorni. Quest’ultimo aspetto è stato pienamente recepito dal cristianesimo che attribuisce un peso particolare alla messa domenicale. Accanto a ciò ci sono però molte altre attività dal carattere ben più materiale e voluttuario. In tale arco di tempo è prevista la consumazione di tre pasti (preparati in anticipo) particolarmente ricchi, in cui, secondo molte tradizioni, non dovrebbero mancare né il vino né la carne.
Gli ebrei sono esortati a sfruttare tale giornata di pausa per rinsaldare
i rapporti familiari, andando a trovare dei parenti (che non vivano lontani
e siano raggiungibili a piedi), condividendo con loro i pasti e, se possibile,
fermandosi anche a dormire nella loro casa. È consentito svolgere
attività ricreative, come alcuni tipi di gioco di gruppo o lunghe
passeggiate rilassanti. Secondo alcune tradizioni, come quella cabalistica, la
corrente mistica dell’ebraismo, è anche consentito avere rapporti
sessuali tra marito e moglie. Di particolare interesse, ai fini del
nostro discorso, sono anche alcune osservazioni che l’Antico Testamento fa in
merito a tale tema. In un periodo in cui la condizione degli schiavi e
degli stranieri era particolarmente drammatica, l’Esodo prescrive che “tu
non farai alcun lavoro, né tu, né tuo figlio, né tua figlia, né il tuo schiavo,
né la tua schiava, né il tuo bestiame, né il forestiero che dimora presso di
te”. Il riposo sabbatico appare dunque come una forma di rispetto
verso il lavoro di categorie oppresse e come un vero e proprio diritto
che a queste ultime è riconosciuto. Il Deuteronomio è ancora più esplicito: “il
tuo schiavo e la tua schiava si riposino come te. Ricordati che sei stato
schiavo nel paese d’Egitto e che il Signore tuo Dio ti ha fatto uscire di là”.
Passando ai libri profetici, Isaia 56 cita il sabato in un contesto molto inclusivo non solo verso gli stranieri ma anche nei confronti degli “eunuchi”, espressione con la quale molto probabilmente si indicano coloro che, in varie forme, si presentano come ‘diversi’ dalla maggioranza dal punto di vista dell’orientamento sessuale o dell’identità di genere. Oggi si parlerebbe di persone lgbt: “così dice il Signore: “Agli eunuchi che osservano i miei sabati, preferiscono le cose di mio gradimento e restan fermi nella mia alleanza, io concederò nella mia casa e dentro le mie mura un posto e un nome migliore che ai figli e alle figlie; darò loro un nome eterno che non sarà mai cancellato.”
Lo spirito dello Shabbat per i cristiani del XXI secolo
Man mano che facciamo luce sul senso più profondo del sabato
ebraico, emerge sempre più chiaramente come esso in realtà, lungi
dall’essere un giorno di proibizioni, disagio e imposizioni, è al contrario una
possibilità preziosa che Dio offre ai credenti affinché si riapproprino di
spazi di libertà che i normali ritmi di vita rendono impossibili.
Nell’antica società ebraica le giornate degli uomini erano occupate da
asfissianti ritmi di lavoro, soprattutto in ambito agropastorale, e quelle
delle donne da un lavoro domestico altrettanto pesante. In tale contesto era
davvero difficile prendersi cura di quegli aspetti che, per un essere umano,
rendono la vita degna di essere vissuta: la propria sfera interiore, la
famiglia, l’ambito ricreativo, i piccoli piaceri della tavola e anche del sesso
(consentito di sabato, lo ripetiamo, solo da alcune delle correnti teologiche
ebraiche).
Fermarsi un giorno a settimana, non per pigrizia o scarsa serietà, ma perché è Dio stesso ad imporlo, era un modo per rientrare in possesso di quegli spazi che soli possono dare un senso alla nostra vita e renderla un grande piacere, più che una sofferenza. Era anche un modo per sottrarsi a quelle leggi e regole che prevedevano l’emarginazione delle minoranze (schiavi, stranieri, omosessuali), facendo del sabato un momento di inclusione: lo schiavo aveva il diritto di smettere di lavorare, lo straniero di non sentirsi più tale, l’“eunuco” che rispettasse il giorno di riposo poteva essere guardato come un fratello.
Proprio questa è la ragione per la quale, a nostro
avviso, è di fondamentale importanza che i cristiani dei nostri giorni (ma
anche, perché no, quanti abbiano una spiritualità non confessionale),
riscoprano lo spirito più autentico dello Shabbat e, nei
limiti di quanto i ritmi della vita di oggi consentono, si concedano
periodicamente uno spazio di pausa, auto-liberazione e solidarietà sociale. Per
il cristiano, ovviamente, potrebbe e dovrebbe essere la domenica, che del
sabato ebraico è evoluzione, ma sappiamo bene che i meccanismi lavorativi
dell’economia di mercato fanno sì che ciò non sia facile, in qualche caso è
addirittura impossibile.
Se proprio non può essere la domenica, è importante che questo spazio periodico per fermarci e prenderci cura di noi stessi sia comunque un aspetto importante della nostra vita, quando possibile. Non possono essere certamente la settimana bianca o quella al mare (pur preziose) a svolgere questo ruolo. A volte esse ci fanno tornare a casa più stressati e stanchi di prima, e in ogni caso presuppongono risorse economiche per poterselo permettere. Il riposo settimanale dovrebbe essere invece anche e soprattutto un momento di liberazione dal danaro e di temporanea uguaglianza all’interno della comunità dei credenti.
(Riflessioni di Marta S. pubblicate sul blog della comunità MCC-Il Cerchio, 25 agosto 2017)
http://www.donpaolozambaldi.it/2018/02/lo-spirito-dello-shabbat-per-i-cristiani-del-xxi-secolo/
(1) Talmūd Titolo («studio») di due opere
analoghe, che hanno per oggetto lo studio della dottrina tradizionale giudaica
post-biblica (Mishnāh). Più importante è il T. babilonese (T. bablī
o Talmūdā dĕ-Bābel in aramaico); più ridotto e
meno diffuso è il T. palestinese o gerosolimitano (T. ereṣ
Yiśrā’ēl o Talmūdā dĕ-Ma‛arabā in aramaico; T. yĕrūshalmī). Il T. rappresenta, accanto
alla Bibbia, il testo fondamentale dell’ebraismo, sul quale si basa tutta la
tradizione morale e giuridica successiva alla sua redazione. Alla sua origine
sta l’insegnamento orale degli Amorei,
babilonesi e palestinesi, che dal 3° al 5° sec. d.C. si applicarono allo studio
della Mishnāh e delle tradizioni tannaitiche che in questa non erano state
raccolte, commentandone e illustrandone le norme. La parte essenziale e più
ampia (due terzi del T. babilonese, cinque sesti di quello palestinese)
riguarda le norme giuridiche che regolano la vita delle comunità giudaiche (hălākāh), discusse con
molta sottigliezza attraverso tutte le interpretazioni trasmesse dai dottori;
il resto è haggādāh,
cioè narrazioni, leggende ecc.
Il T. è giunto alla fase attuale attraverso una progressiva
elaborazione. Gli insegnamenti che in un primo momento erano trasmessi
oralmente, cominciarono a essere messi per iscritto sotto forma di appunti; e
questi furono progressivamente ampliati e riuniti con altri provenienti da
scuole diverse. La lingua è l’aramaico (ma molti passi sono in ebraico), in due
varietà diverse: l’orientale (affine al siriaco) per quello babilonese,
l’occidentale (affine al samaritano) per quello palestinese. Entrambe le
varietà non corrispondono tuttavia alla lingua parlata, trattandosi di un
linguaggio dotto e artificioso, molto influenzato dalla lingua letteraria
biblica. All’elaborazione del T. babilonese si dedicò in particolare la scuola
amoraica di Sūrā con Rab Āshī (m. 427) e Rābīnā (m. 499); la revisione fu poi
continuata dai Saborei.
https://www.treccani.it/enciclopedia/talmud/


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