venerdì 4 settembre 2020

STORIA E STORIE DI VIOLENZA Seveso

"Malaterra “ è un  libro di Marina Forti pubblicato da Laterza. Nelle pagine introduttive  parla della tragedia di Seveso che vogliamo ricordare in questa rubrica  Storia e storie di violenza . Ricordiamo quella tragedia com una forma di violenza e come  l’incapacità  della società italiana  di fare i conti  con i frutti avvelenati del boom economico degli anni Sessanta e Settanta .  Una situazione che è oggi  , in modo particolare,  sotto gli occhi di tutti, così come evidente è l’urgenza di una svolta sia a livello di opinione pubblica sia a livello di azioni politiche. A proposito del libro della Forti probabilmente  gli argomenti trattati csono diventati fondamentali  stando all’uragano-Greta, abbattutosi sul palcoscenico del governo globale del clima in occasione dell’ultima Conferenza delle Parti di Katowice, e soprattutto i suoi effetti  con la partecipazione  di  milioni di giovani .Prendere coscienza dell’ampia crisi ecologica, nonché della molteplicità delle sue radici, è un passaggio cruciale sia per approfondire la comprensione della situazione in cui ci troviamo

Una nuvola su Seveso e le prime leggi sull’ambiente

Il primo shock arriva nel 1976. Il 10 luglio, un sabato, una densa nuvola di fumo esce dallo stabilimento chimico Icmesa di Meda, una ventina di chilometri a nord di Milano, in una delle province più densamente industrializzate d’Italia. Sospinta dalla brezza la nuvola si sposta verso sud-est, investe la vicina Seveso, in parte i territori di Desio e Cesano Maderno, poi si disperde. Inutile cercarne notizia sui giornali del giorno dopo: oggi sappiamo che fu il più grave disastro dell’industria chimica civile in Europa, ma sul momento la cosa passò inosservata. Solo all’indomani dell’incidente i tecnici dell’impresa informano il sindaco di Seveso, e il giorno dopo avvertono l’ufficiale sanitario. Spiegano che si tratta di triclorofenolo, sostanza usata per i diserbanti; che un reattore chimico in fase di raffreddamento si è inspiegabilmente surriscaldato fino a esplodere. L’Icmesa apparteneva a una società svizzera, la Givaudan, che a sua volta apparteneva a Hoffmann-La Roche, una delle più note multinazionali della chimica farmaceutica.

 In realtà, già il giorno dopo l’incidente i tecnici della Givaudan avevano capito che quella nuvola conteneva anche tetra-cloro-dibenzo-p-diossina, o Tcdd, la più pericolosa della famiglia delle diossine, ovvero uno dei più pericolosi sottoprodotti della reazione chimica, sostanza pericolosa già in microgrammi: ma si guardarono ben dal dirlo. Erano “i giorni del silenzio”: nessuno sapeva, e chi sapeva stava zitto.

Cinque giorni dopo l’incidente gli ufficiali sanitari accertano numerosi casi di intossicazione, che si manifestavano con febbre, bruciori sul corpo e grandi macchie rosse sul viso (si tratta di cloracne, ma i medici non lo sanno ancora). Il 16 luglio quindici bambini vengono ricoverati in ospedale, alcuni in condizioni gravi, e i medici non sanno che terapia applicare: nessuno ancora ha nominato la diossina. Il 17 luglio, ben sette giorni dopo il fatto, notizia dell’incidente arriva finalmente sulle pagine dei quotidiani. Le prime ammissioni arrivano solo il 19 luglio, quando i responsabili dell’azienda ammettono che la situazione è molto grave perché in quei 400 chili di prodotti chimici volati in aria ci sono almeno 14 chili di diossina. Al di fuori degli esperti però, tra i funzionari locali non molti sanno davvero cosa sia questa sostanza. Eppure nel mondo erano già noti altri incidenti con diffusione di diossine, e gli studi su questi casi erano ormai entrati nella letteratura scientifica mondiale (i tecnici intervenuti a Seveso se servirono poi per stimare il livello di pericolo e definire zone di sicurezza intorno all’area del disastro).

 Intanto le piante intorno alla fabbrica sembrano bruciate da qualche acido, gli animali muoiono, aumentano i casi di intossicazione. Quindici giorni dopo l’incidente, la regione Lombardia istituisce una Commissione per dare pareri sugli aspetti sanitari di quello che ormai appare per quello che è, un disastro gravissimo. Il 26 luglio, sedici giorni dopo l’incidente, a Seveso e Meda arriva l’esercito, con filo spinato e cavalli di frisia, per sgomberare la “Zona A”, la più contaminata. In seguito viene definita una “Zona B”, meno contaminata ma più ampia, dove è vietato consumare i prodotti degli orti. Più di settecento persone, cioè 204 famiglie, dovranno sfollare: mesi dopo non sanno ancora se e quando torneranno nelle proprie case (molti non ci torneranno mai).

«Si era creata un’atmosfera di paura e di rabbia, i cittadini erano furiosi», ricorda Gianni Tognoni, medico e epidemiologo, allora ricercatore all’Istituto Mario Negri: in quel luglio 1976 era uno dei tecnici mandati a misurare la presenza di diossina nel territorio investito dalla nuvola dell’Icmesa. «L’Istituto aveva appena comprato uno spettrometro di massa, uno dei primi, e grazie a questo nei quattro o cinque giorni successivi all’esplosione abbiamo visto i picchi di diossina nel terreno». C’era un tale clima di rabbia, racconta, «che quando andavamo a prelevare i campioni ci mandavano i carabinieri di scorta»[1].

  Solo nel giugno del 1977, dopo quasi un anno di proteste, polemiche e rinvii, la regione Lombardia istituisce un “Ufficio speciale per Seveso”. La bonifica comincia infine nel ’81, e durerà diversi anni. È la prima volta in Italia che si pone il problema di ripulire una zona contaminata da inquinamento industriale. “Bonifica” in questo caso vuol dire scavare e portare via il terreno contaminato per circa mezzo metro di profondità, ma fino a novanta centimetri nei punti più colpiti. Scartata l’idea di incenerirlo, quel terreno intriso di diossina verrà sepolto in due grandi vasche, ben isolate con diverse barriere di sicurezza e interrate in profondità. Là sono finiti anche gli animali morti, gli oggetti personali e i detriti delle case evacuate, tutto ciò che era stato contaminato dalla diossina. Parte del materiale più pericoloso sarà invece sigillato in 41 fusti, che Hoffmann-La Roche si era impegnata a prelevare e smaltire: i “bidoni di Seveso” sono rimasti in ballo per anni, prima trafugati illegalmente in Francia, poi segnalati in Italia, finalmente smaltiti in Germania[2]. La zona ripulita è stata infine ricoperta di terra buona portata da altrove. Sorvoliamo qui sulla vicenda legale: Hoffmann-La Roche fu costretta ad accettare la responsabilità per l’azienda “figlia”, ma poi se la cavò con un risarcimento, concordato con la regione Lombardia, che ha fatto decadere il procedimento penale.

Oggi chi va a Meda trova un bel parco, il Bosco delle querce: creato negli anni Ottanta, occupa quarantadue ettari di terreno bonificato della vecchia Zona A. È aperto al pubblico, salvo una zona “di rispetto” (dove sono interrate le vasche); ospita attività ricreative e culturali e anche un archivio[3]. Una zona verde nel cuore della Brianza, sul luogo del più grave disastro industriale avvenuto in Europa.

 Il disastro di Seveso ha segnato una svolta per diversi aspetti. Uno riguarda l’informazione, la diffusione delle conoscenze. Nei primi anni Settanta alcuni medici del lavoro ed epidemiologi avevano cominciato a prestare attenzione alla salute e alla nocività nelle fabbriche. Una delle prime analisi puntuali su cosa era successo alla Icmesa di Meda, sulla produzione di triclorofenoli, le diossine e i dettagli del disastro, è stata quella del “Gruppo di prevenzione e igiene ambientale” del Consiglio di fabbrica della Montedison di Castellanza (Varese), a cui avevano collaborato due professori di chimica dell’Università di Milano (fu pubblicata dalla rivista Sapere, in un numero speciale su Seveso in cui si ricostruivano anche le omissioni e i silenzi nella gestione del disastro, le conseguenze sanitarie, le responsabilità[4]). Il gruppo di Castellanza nasceva da un lavoro comune tra lavoratori e “tecnici”, sindacalisti, medici e scienziati, e fu il primo nucleo dell’associazione Medicina democratica costituita formalmente proprio nei primi mesi del ’76.

Con il disastro dell’Icmesa però non era in questione solo la sicurezza nelle fabbriche, ma quella di tutto il territorio e della popolazione circostante. «Era cominciato un percorso collettivo di presa di coscienza del rapporto tra la fabbrica e il territorio, la salute, l’ambiente, che coinvolgeva operatori della sanità, tecnici, sindacati, lavoratori, cittadini», dice Gianni Tognoni. «L’epidemiologia ambientale e sociale, nata allora, era espressione di una cultura di cittadinanza fondata sulla partecipazione, e sull’idea che questa sia una delle espressioni della democrazia». Lavoratori che si mettono a studiare per capire cosa succede nelle loro fabbriche; medici, tecnici, scienziati che vanno nei distretti industriali a indagare i rischi: ne incontreremo, in questo viaggio nell’Italia inquinata.

Lo shock della diossina ebbe riflessi in tutta Europa. È conseguenza di quel disastro la prima direttiva dell’Unione europea sulla sicurezza industriale, non a caso chiamata direttiva Seveso. In sostanza ha stabilito che sostanze nocive e lavorazioni potenzialmente pericolose devono essere dichiarate e censite; che vanno confinate a distanza di sicurezza dalle abitazioni, e che le autorità locali devono predisporre piani d’emergenza in caso d’incidente: proprio perché non succeda mai più quel che è avvenuto nella cittadina lombarda. Non succeda, ad esempio, che dei medici non sanno come curare delle persone intossicate perché l’azienda responsabile non vuole rivelare le sostanze coinvolte: proprio come era successo a Seveso in quei primi giorni.

Quanto all’Italia, fu allora che cominciò a prendere corpo una legislazione ambientale. C’era già la prima legge sull’inquinamento atmosferico, detta “legge anti smog”, approvata nel 1966 (ma poi c’erano voluti cinque anni solo per avere i “decreti attuativi”, e altri ancora per un’applicazione concreta). Solo dopo però sono arrivate norme più stringenti, come la legge sugli scarichi inquinanti nei fiumi, detta legge Merli (1976), o la legge di attuazione della direttiva Seveso[5].

 

[1] Conversazione con l’autrice, luglio 2017. Gianni Tognoni, medico, farmacologo e epidemiologo, ha avuto vari incarichi dirigenziali all’Istituto Mario Negri e ha diretto il Consorzio Mario Negri Sud. È anche segretario del Tribunale Permanente dei popoli, a cui ha lavorato fin dall’inizio con il fondatore Lelio Basso.

[2] Ricostruisce questa storia Paolo Rabitti in Diossina, la verità nascosta, Feltrinelli, 2012.

[3] Vedi www.boscodellequerce.it. Per la cronologia degli eventi ho attinto da «Seveso e l´Icmesa dall’insediamento della fabbrica al dramma del 10 luglio 1976», tesi di Massimiliano Fratter, corso di laurea in Storia. Anno Accademico 1998/99, in www.boscodellequerce.it/bdq/storia-dellincidente/.

[4]  «Seveso, un crimine di pace», Sapere n. 796, nov-dic 1976. Sapere era allora diretta dal medico e biologo Giulio Maccacaro (1924-1977), che ebbe un ruolo trainante nel “Gruppo di prevenzione”, in cui collaborò con il Consiglio di fabbrica della Montedison di Castellanza, sia nella fondazione di Medicina Democratica, “movimento di lotta per il diritto alla salute”.

[5] Nel 2006 l’insieme delle normative ambientali sono state raccolte in un Testo unico noto come “Codice dell’ambiente”.

Eremo Rocca S. Stefano  venerdì  4 settembre 2020

 

 

 

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