venerdì 18 settembre 2020

GRAMSCIANA Marinetti e la rivoluzione


Antonio Gramsci  su Ordine Nuovo del  5 giugno 1921,  considerando  le affermazioni e le manifestazioni  del  movimento Futurista , si era posto le domanda  se Marinetti  fosse un rivoluzionario o meno  . Scriveva  in realtà  aggiungendo altre considerazioni che  «I futuristi hanno svolto questo compito nel campo della cultura borghese: hanno distrutto, senza preoccuparsi se le nuove creazioni, prodotte dalla loro attività, fossero nel complesso, una opera superiore a quella distrutta: hanno avuto fiducia in sé stessi, nella foga delle energie giovani, hanno avuto la concezione netta e chiara che l' epoca nostra, l' epoca della grande industria, della grande città operaia, della vita intensa e tumultuosa doveva avere nuove forme di arte, di filosofia, di costume, di linguaggio: hanno avuto questa concezione nettamente rivoluzionaria, assolutamente marxista  quando i socialisti non si occupavano neppure lontanamente di simile questione, quando i socialisti certamente non avevano una concezione altrettanto precisa nel campo della politica e dell’economia, quando i socialisti si sarebbero spaventati (e si vede dallo spavento attuale di molti di essi) al pensiero che bisognava spezzare la macchina del potere borghese nello Stato e nella fabbrica. I futuristi, nel loro campo, nel campo della cultura, sono rivoluzionari; in questo campo, come opera creativa, è probabile che la classe operaia non riuscirà per molto tempo a fare di più di quanto hanno fatto i futuristi: quando sostenevano i futuristi, i gruppi operai dimostravano di non spaventarsi della distruzione, sicuri di potere, essi operai, fare poesia, pittura, dramma, come i futuristi, questi operai sostenevano la storicità, la possibilità di una cultura proletaria, creata dagli operai stessi». (1)

Gramsci  probabilmente non riteneva Marinetti un rivoluzionario  nel vero senso della parola .Riteneva i futuristi  veri rivoluzionari ma solo nel loro campo  anche perché diceva che ogni  rivoluzione deve  essere preceduta  “ da un intenso lavoro di critica , di penetrazione culturale  di permeazione di ideeritenendo quindi ,per   esempio ,  un vero periodo rivoluzionario quello - tra l’altro il più vicino a noi e perciò meno diverso dal nostro – il periodo  della Rivoluzione francese soprattutto quello anteriore culturale, detto dell'illuminismo (…) che fu una magnifica rivoluzione esso stesso".Gramsci fu sempre, dagli anni torinesi alla maturità delle opere del carcere, non solo un teorico della rivoluzione, ma un rivoluzionario. Lo stesso Palmiro Togliatti, affermava  nel  1958: “ Gramsci  fu un teorico della politica, ma soprattutto fu un politico pratico, cioè un combattente (...). Nella politica è da ricercarsi la unità della vita di Antonio Gramsci : il punto di partenza e il punto di arrivo. Al Congresso di Lione del 1926 del Partito comunista d’ Italia una delle tesi che Gramsci aveva presentato  ricevendo un consenso quasi  del 90% fu “la classe operaia è la forza dirigente del processo rivoluzionario, alla testa della maggioranza della popolazione.”

Per questo Gramsci nel considerare le idee del Futurismo  e la sua rivoluzione richiama l’attenzione  sul fatto che  il proletariato sarà capace allo stesso modo del Futurismo di fare cose nuove anche in poesia, arte, eccetera.

In un secolo, il Novecento , il secolo breve per le due guerre mondiali che hanno segnato il destino di  nazioni e popoli , che è secolo di  rivoluzioni . La situazione politica internazionale all'inizio del ventesimo secolo è caratterizzata da  condizioni proto-feudali  e da  monarchie  a volte dispotiche . Malgrado la rivoluzione francese abbia in parte avviato un cambiamento epocale   per il quale conta moltissimo la presa di coscienza delle classi disagiate  non è ancora  avvenuto il riscatto vero e proprio  di queste classi da  usurpatori e oppressori . La rivoluzione industriale ed il conseguente mutamento delle economie, trasferisce ad una fiorente classe padrona  gran parte dei poteri e delle ricchezze. Le rivoluzioni nazionali successe nei primi sessant'anni del secolo, nascono in un clima di evidente disparità sociale nel quale il divario tra la povertà e la ricchezza è ampio e sentito dalle masse di proletari e da milioni di contadini e sfruttati di d'ogni sorta. Zapata in Messico, Lenin in Russia, Fidel Castro a Cuba, Mao in Cina ed in Cile Salvador Allende, furono gli uomini che sintetizzarono le aspirazioni e le rivendicazioni del popolo oppresso.

Dal 1910 al 1960 si succedono eventi destinati a cambiare gli assetti economici, politici e sociali del mondo intero. Come in una reazione a catena, a partire dalla rivoluzione Zapatista per finire con quella Cubana, la  rivolta contro i soprusi e lo strapotere dei pochi tenta di affermare un nuovo ordine del mondo.  Che guarda caso  alla fin fine  si divide in due  blocchi contrapposti in un rapporto di tensione e violenza che pur mutando si protrae fino ai giorni nostri.

Il futurismo  (2) in un contesto  caotico, mutevole e problematico, cerca di affermare stili e linguaggi  anche loro mutevoli e  caotici adoperati da artisti famosi e da semplici operatori culturali come i grafici per esempio ,restando tutti fedeli alla causa e alle idee del movimento  Così per esempio “la comunicazione visiva del ventesimo secolo- come scrive  Riccardo Stefanelli -  è specchio di una società (3) che cambia radicalmente i suoi assetti ed il suo modo di porsi. Il futurismo in Italia, il costruttivismo in Russia, il Dadaismo e il De Stijl, danno forma ad una arte libera dai canoni figurativi e dal maniquettismo caratteristico dei secoli passati, influenzando fortemente anche il campo della grafica anche perché i primi 'progettisti grafici' non erano che pittori prestati alla causa, senza una preparazione specifica. “

A cavallo della prima guerra mondiale l'idea di un rapporto tra futurismo, anarchismo e socialismo fu presente all'interno del Futurismo russo e italiano, attivando in quest'ultimo caso un dibattito che giunse all'ipotesi di costituzione di un Partito Politico Futurista, elaborata da Filippo Tommaso Marinetti. In Italia l'ala sinistra del futurismo, numericamente irrilevante, non giunse mai ad essere un gruppo organizzato in grado di porsi come alternativa alla leadership marinettiana, identificata politicamente con il regime fascista.

Diversamente  per quanto riguarda il  movimento futurista russo che  appoggiò la Rivoluzione d'Ottobre,(4) seguendo, dal punto di vista di Gramsci, le istanze di rottura e le posizioni rivoluzionarie di cui egli stesso parla. Analogamente il futurismo italiano ebbe al suo interno un'ala minoritaria politicamente schierata su posizioni di sinistra, spesso ignorata dalla storiografia del periodo e successiva. Gran parte di questa componente di sinistra, per i primi 15 anni del XX secolo, fu collegata al movimento anarchico, formando una corrente attualmente conosciuta come anarcofuturismo .

Ma è lo stesso Gramsci in una lettera a Trotzki  a ricordare  come il futurismo, sia a Milano che a Torino, ebbe una certa popolarità presso gli operai quando la rivista Lacerba  (4)  diffuse a prezzi ridotti cinque numeri fra gli operai.

La posizione di Gramsci in merito fu comunque articolata .  Ebbe pesantemente a criticare   gli uomini di punto del movimento futurista  che aderirono al Fascismo .Anche se  poi fecero dietro front  (celebre il suo paragonarli a scolaretti che rientrano frettolosamente in classe quando il sorvegliante chiama). Gramsci tra l’altro aveva tentato di entrare in contatto con Gabriele D'Annunzio durante l'Impresa di Fiume, a dimostrazione che aveva ben presente   le idee del movimento .

Il Fascismo  mostrò imbarazzo  e difficoltà a prendere in considerazione il movimento tanto  che Giuseppe Prezzolini espresse chiaramente questo disagio:

«Se il fascismo vuol segnare una traccia in Italia deve espellere ormai tutto ciò che vi rimane di futurista, ossia di indisciplinato e anticlassico. Sarei troppo seccante se ai miei conoscenti del movimento futurista chiedessi un franco giudizio sulle riforme classiciste del ministro Gentile?» (5)

Nessuna risposta.


Smentita dunque e anche  tragicamente tale asserzione sul piano politico, la si può confermare invece su quello culturale e condividere la sentenza finale dell' articolo di Gramsci: «I futuristi, nel loro campo, nel campo della cultura, sono rivoluzionari”.

(1)Antonio Gramsci, Socialismo e fascismo. L’Ordine Nuovo. 1921-1922,Einaudi, Torino, 1966

(2) Nel manifesto del Futurismo, pubblicato il 20 febbraio 1909 sul giornale francese «Le Figaro», il fondatore dell’avanguardia Filippo Tommaso Marinetti presenta gli undici punti programmatici con cui introduce il movimento al pubblico degli intellettuali.  Si dice che a definire in Marinetti la volontà di costituire un’avanguardia che inneggiasse alla velocità, all’aggressività e alla distruzione, si suppone sia stato l’incidente automobilistico del quale egli fu protagonista nell’ottobre nel 1908, mentre guidava la sua cento cavalli nei pressi di Milano. Sopravvissuto all’impatto, incolume e trionfante, Marinetti decideva così di dare impulso a una rottura culturale, volta a traslare nel panorama intellettuale quella vitalità distruttiva tipica del nuovo mezzo borghese per eccellenza, l’automobile, emblema veloce e scattante dell’orientamento al futuro. Marinetti decanta la necessità di diffondere in tutti i campi artistici quegli stessi caratteri tecnologici e innovativi della società industriale, così da integrare armoniosamente la produzione culturale all’interno del nuovo mondo meccanico. Il movimento, inizialmente letterario, si estende in breve tempo alla scultura, al disegno, alla musica (e anche alla politica), tra convegni e diatribe intellettuali: la più celebre disputa è senza dubbio quella che i futuristi intrattennero con il letterato e pittore fiorentino Ardengo Soffici, il quale criticò aspramente l’arte dell’avanguardia marinettiana in occasione di una mostra milanese; il giudizio negativo di Soffici trovava senz’altro la sua genesi nel carattere anomalo dell’arte futurista, che rigettava ogni tipo di legame con la tradizione e in particolar modo con il mondo classico. Probabilmente per primo, Marinetti comprese l’enorme potenza mediatica della pubblica indignazione.  ( Federica Santoni  Filippo Tommaso Marinetti :il Futurismo tra  letteratura e arte  2/12/2019 https://www.artwave.it/cultura/filippo-tommaso-marinetti-il-futurismo-tra-letteratura-e-arte/)

(3)Riccardo Stefanelli  Il Novecento: un secolo di rivoluzioni http://socialdesignzine.aiap.it/notizie/5028

(4) “ Lacerba” fu una rivista letteraria italiana fondata a Firenze il primo gennaio 1913 da Giovanni Papini ed Ardengo Soffici.

Il giornale riprende il titolo del trattato scientifico in versi – L’Acerba – dell’autore trecentesco Cecco d’Ascoli (1269-1327), inserendone nella testata il verso “Qui non si canta al modo delle rane”.

Visto il carattere particolarmente polemico ed audace degli autori, tra i quali, oltre ai fondatori, sono da ricordare Aldo Palazzeschi ed Italo Tavolato, Lacerba accolse con entusiasmo l’avvento del movimento futurista, facendosi portavoce di tale corrente artistico-letteraria, ed ospitandone gli esponenti più illustri: Filippo Tommaso Marinetti, Luciano Folgore, Umberto Boccioni, Carlo Carrà e Corrado Govoni.

Nel N.20 del 15 ottobre 1913, il rotocalco pubblica il Programma politico futurista, un documento che fa riferimento alle imminenti elezioni politiche, le prime a suffragio universale maschile, invitando con ardore l’elettore a non votare le liste clerico-liberali-moderate di Giolitti e Gentiloni, e a non prestare attenzione ai programmi democratici, repubblicani e socialisti.

Allo scoppio della Prima guerra mondiale, il giornale si schiera con fervore dalla parte interventista. Appaiono articoli violenti, veri e propri assalti frontali contro il governo definito “vile”, contro i “piagnoni” neutralisti e socialisti.

Nel febbraio del 1915, dalle pagine della rivista, si assiste alla scissione del movimento futurista. Da una parte i fiorentini Palazzeschi, Papini e Soffici, che si proclamano gli autentici futuristi, dall’altra i milanesi, definiti con disprezzo “marinettisti”.

Nello stesso anno, precisamente il 22 maggio, due giorni prima dell’entrata dell’Italia nel conflitto, Lacerba chiude i battenti pubblicando l’ultimo editoriale di Papini dall’eloquente titolo: Abbiamo vinto!

(5) In Russia, prima e dopo la rivoluzione d'Ottobre del 1917 e durante la guerra civile, si crea e si perfeziona con un'applicazione vastissima un metodo di agitazione politica che si imporr? come esempio di riferimento per ogni campagna di propaganda di massa. Accanto alla creazione di slogan d'effetto ed alla mobilitazione di migliaia di persone con il compito di accendere discussioni di piazza, il comitato centrale del partito Comunista con a capo Lenin sollecita lo sviluppo di una grafica rivoluzionaria, di informazione e d'agitazione che ragiungesse la gran parte della popolazione, molto spesso analfabeta.
Ma se nei primi dieci anni dopo la rivoluzione le avanguardie artistiche trovano ampio campo d'azione è soprattutto nella Rosta (agenzia statale che si occupa della comunicazione) e nelle case editrici statali è compartecipando volenterosamente al processo di cambiamento che coinvolge l'intero paese, quando l'impeto rivoluzionario si smorza e le direttive divengono mere imposizioni ideologiche del partito, sfuma il grande impeto innovativo nella comunicazione politica e sociale legata alle avanguardie, trapassando nell'ambito della propaganda, monumentale, minacciosa ed impositiva.( Riccardo Stefanelli  Il Novecento: un secolo di rivoluzioni
http://socialdesignzine.aiap.it/notizie/5028)

(5) (dall'articolo Fascismo e futurismo pubblicato il 3 luglio del 1923)

Eremo Rocca S. Stefano  venerdì 18 settembre 2020

 

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