martedì 29 dicembre 2020

Esistere&Resistere Lockdown cinque


Quando mi dicevi :”Lasciami dormire

Ho sognato il tuo respiro

tiepido e il profumo del tuo sguardo

quando mi dicevi :”lasciami dormire

devo finire un sogno “. Ora

che il crepuscolo è caduto suoi tuoi occhi

è il tuo silenzio misterioso a colorare

il mio amore. Amore che canti

sulla bocca del vento  nelle sere umide

dove i miei baci  si perdono nella solitudine

delle ore senza radici, amore

che vieni chino sulle sere

sulle sere che scintillano di stelle

spighe  sul prato del cielo

dove il vento della notte gira

e canta , gira e canta

nella notte immensa, più immensa senza te .

 

La notte che ci ha accecato il cuore

La notte  dello smarrimento

ci raccolse doloranti, muti

e sbigottiti.  La notte che caddero

le pietre – abbiamo visto

cadere  le pietre  -  avevano occhi

come di acqua marina e palpiti

di secoli. Di polvere e di ombra

furono i nostri pensieri

e restarono nel freddo della notte.

La notte che dicevamo

- è l’ora della vita – ed era

come mordere una mela

correre tra i campi di grano ,

bere acqua e bagnarsi sotto la pioggia.

La notte ci ha accecato il cuore

- una lunga , lunga notte –

ora non ha più sguardi

il nostro cuore per quelli

che scesero nelle tombe

per quelli che vivi ancora

mangiarono con la morte .

Ora camminiamo  per dimore

transitorie  e ci sovviene

ancora e ancora e ancora

il pensiero di quella notte

notte della città dolente

che attende il pane della speranza.

***

 Ti ho  sognato stanotte. Ed era
come vederti camminare  accanto a me .
Un presentimento di buon tempo
quando si sentono  passi
per le scale e la sorpresa è grande :
- così all’improvviso, chi poteva pensarlo –
si dice poi ad alta voce
nascondendo il desiderio  d’un’attesa
consumata sbattendo  tuorli d’uova
con cucchiai di zucchero
per riempire la cucina del profumo
di ciambelle e marmellata.
Diciamo sempre : -Per riguardo ai bambini
le favole che raccontiamo loro
continuano ad essere a lieto fine –
perché piace a noi  e perché
è così che vorremmo le cose della vita
che sovente non lo sono   – a lieto fine - .
E lieto dopo il sogno  di stanotte
ritorna il desiderio di te
ed è l’unico finale  che si addice
al mio sogno.
Per il  mio sogno  non conosce pace
questo desiderio  che rammenta  ogni ricordo
e non riesce a liberarsi  mai
da questo silenzio che ora
è un dilemma  che s’affolla
nel folto controvento
con altre memorie
nel cuore che resta colmo
della tua mancanza.

***

Andare  per le strade della città
dalle immagini addormentate
tra le case  grigie impassibili
a quel rituale  della vita sfuggita
che conserva in fondo all’anima
l’infermità del tempo
e la voglia di piangere ,
che lascia consumare
quello sguardo un po’ bambino
sulle cose, sui colori sui visi che odorano
di fondo tinta  e dopo barba.
Dolci passioni
così colano come cere
sulle strade dall’afrore
della polvere
e dell’umido degli scantinati
ormai a vista  nell’aria
del primo sole del mattino.
Amici amici della città
si vede il mondo
negli occhi aperti dei muri
spalancati senza ritegno
e in loro una verità
un sorriso profondo  :
il cumulo  della vita
che a stento  ti fa ripetere
chissà-se-resterà-qualcosa-di-noi.


 

***

 

Ho pensato – come dicono

i versi di un antico  tango
argentino – di lasciare aperte
la porta di notte
per poter sognare  che tu
ritorni.
Possono venire  i ladri
ma non possono  rubare
niente
perché è mio questo amore
io lo possiedo
e nessuno me lo può
portare via .
Così  ora  so che cosa si prova
a tenere dentro il cuore
questa passione
come quella di un dio
che abita la sofferenza
degli uomini  e che non riusciamo
a capire .
E’ la stesso  profumo
che viene dalle finestre annerite
delle case chiuse. Aspettano l’avvenire
e nelle stanze le voci
chetate d’un tratto all’improvviso
dopo il trambusto di quella notte
hanno una smorfia di estasi  amorosa
che gli deforma il tono.

***

 

Quando ti senti

come un parente abbandonato

in un manicomio

che può permettersi una breve vacanza

allora è che ti viene voglia

di persistere nelle tue idee :

che la terra resti immobile

sempre nello stesso posto ,

che ogni momento è finito in se stesso,

che nulla nell’universo si perde.

Raccogliere nell’universo

quello che non si perde

è  il modo  per  rovistare

nelle storie passate da un pezzo

che brancolano nel nostro cuore

e uscire dalla razionalità del manicomio

per dire : eppure …


 

 

***

 

La vita  disseminata dalle comete

nell’universo di rocce basalti ardesie ,

di carne, sangue e ossa ;

l’attesa ancora per quanto

non si sa dentro un tempo a  zig zag

solo la melodia di una tromba e il suo sol,

affrettati, affrettati

se bussano alla porta

affrettati ,affrettati ad aprire

sono le stelle che chiedono

di raccontarti l’alfabeto

che portò la vita .Ascolta.

 

***

 

Di quella giovinezza schifa

com’è che non mi ricordo

di John e Yoko

e quando ci penso non riesco

a capire che ci facevano

in quella foto di Brian Hamil

che ho visto sul giornale,

quello che fotografava  De Niro

e Woody Allen che pure

mi piacevano tanto.

Perché si fa presto a dirlo

ora che anche il sessantotto

è un ricordo

io di quella giovinezza schifa

mi ricordo

la blusa  gialla irregolare

del poeta  Volodia

ma anche Vladimir Vladimirovič

Maiakovskij e poco altro :

 ma oggi non è giorno di pensieri ,

i pensieri se ne vanno come stelle

tra le altre stelle

e se poi il futuro

non dovesse cominciare mai

allora, allora c’è ancora il presente

di riserva,

il presente quello dei ricordi

dove c’è  ancora tanto da fare

anche se non si ricorda

di John e Yoko

quell’anno di una giovinezza schifa.

 


 

***

 

Suonava il vento

gli alti larici e le sparute betulle

dentro uno spartito

di terra arrochito dalle smorfie

delle linee dei monti ,curvi

nel buio della sera ;

veniva da oriente  anonimo

ormai illeso dalla morte

e portava con le ali

dell’amore ritornante

la canzone della festa,

la festa che ho visto tramare

una favola a tradimento ,

la festa che dovrà riconoscere

la sua diversità

per potersi arrendere

alla grazia

quella che confida  nella nascita

d’un uomo  da una vergine bambina.

Ecco il ballo rabbioso

della strage ,

ecco il ballo della festa di Natale.

Invoco la cecità

come perdono .

 

***

 

Un sonno antico

dentro le tiepide arenarie

e dentro qualche brandello

di muro

dove dorme  anche il gatto al sole

il pomeriggio e canta di notte

la piccola civetta

dalle piume mimetiche ;

il sonno  dei morti

dentro la conservazione

provvisoria delle cose ,

affacciate al silenzio

dell’indecifrabile arabesco

del tempo.

Ecco il gioco divino

senza alcuna promessa 

per la liberazione dei desideri

quelli che hanno passi di gioia

che sono  partenza e direzione

nell’eternità della requie

e speranza di guadagno

di un altro valore

che non sa che farsene

della Gerusalemme siderale

della repubblica di Marx

dell’Eden. Mete da applauso ,

ma non di vittoria ,

mete della vita

che arriva sempre  al  sonno antico

di grazia e bellezza senza paragone ,

sempre in cerca della innocenza

innamorata della tenerezza sacra

nel gioco meraviglioso

del tempo dell’al di là.

 

(Versi che paiono affollati di vento  dentro l’ultimo seme del non essere ma che in realtà sono promessa di normalità dentro  un attimo eterno, promessa accogliente e rifugio sentimentale )

 

 

***

Ecco allora quello che resta:

“aver cura del morire”,

conoscere le cose, educare l’intelligenza,

concepire le persone così

come le abbiamo incontrate.

Quello che resta allora

è la dignità che cerca una vittoria,

quella che non sarà mai nostra

qualunque cosa  facciamo

e cuore mio stanne certo

anche la morte così

riconoscerà la nostra immortalità

quella che abbiamo pensato,

giorno dopo giorno

per il nostro fine e i nostri eredi.

Cuore mio non ti turbare

è ora di vivere la morte

perché la vita vale;

per la vita infatti

ho fatto “ quello che potevo “

e ora mi basta

perché è quello che resta.

 

Eremo Rocca S. Stefano martedì 29 dicembre 2020

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