In confronto
all’introduzione discreta nel tempo dell’Avvento avvenuta domenica scorsa,
l’annuncio di oggi è spettacolare: “Ecco, io mando il mio messaggero davanti a
te... Voce di uno che grida nel deserto: preparate la strada del Signore,
raddrizzate i suoi sentieri”.
Giovanni Battista fa il suo ingresso spettacolare nel mondo, vestito di peli di cammello. Le sue parole bruciano l’aria, le sue azioni frustano il vento. Predica “un battesimo di conversione per il perdono dei peccati” ed immerge i suoi discepoli nelle acque del Giordano. Il suo messaggio, pur legato a un momento della storia, è eterno. Si rivolge anche a noi. Anche noi dobbiamo preparare la strada del Signore, poiché un sentiero si spinge fino ai nostri cuori. Sfortunatamente, troppo spesso, durante l’Avvento, molte distrazioni ci ostacolano nell’accogliere, spiritualmente, il messaggio del Vangelo. Non dovremmo, invece, cercare di dedicare un po’ di tempo alla meditazione di quanto dice san Pietro: “Noi aspettiamo nuovi cieli e una terra nuova, nei quali avrà stabile dimora la giustizia” (2Pt 3,13)?
Dal libro del profeta Isaìa (Is 40,1-5.9-11)
«Consolate, consolate il mio popolo - dice il vostro Dio -.
Parlate al cuore di Gerusalemme e gridatele che la sua tribolazione è compiuta,
la sua colpa è scontata, perché ha ricevuto dalla mano del Signore il doppio
per tutti i suoi peccati».
Una voce grida: «Nel deserto preparate la via al Signore, spianate nella steppa
la strada per il nostro Dio.
Ogni valle sia innalzata, ogni monte e ogni colle siano abbassati; il terreno
accidentato si trasformi in piano e quello scosceso in vallata.
Allora si rivelerà la gloria del Signore e tutti gli uomini insieme la
vedranno, perché la bocca del Signore ha parlato».
Sali su un alto monte, tu che annunci liete notizie a Sion!
Alza la tua voce con forza, tu che annunci liete notizie a Gerusalemme.
Alza la voce, non temere; annuncia alle città di Giuda:
«Ecco il vostro Dio!
Ecco, il Signore Dio viene con potenza, il suo braccio esercita il dominio.
Ecco, egli ha con sé il premio e la sua ricompensa lo precede.
Come un pastore egli fa pascolare il gregge e con il suo braccio lo raduna;
porta gli agnellini sul petto e conduce dolcemente le pecore madri».
Dal Vangelo secondo Marco (Mc 1,1-8)
Inizio del vangelo di Gesù, Cristo, Figlio di Dio.
Come sta scritto nel profeta Isaìa: «Ecco, dinanzi a te io mando il mio
messaggero: egli preparerà la tua via. Voce di uno che grida nel deserto:
Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri», vi fu Giovanni, che
battezzava nel deserto e proclamava un battesimo di conversione per il perdono
dei peccati. Accorrevano a lui tutta la regione della Giudea e tutti gli
abitanti di Gerusalemme. E si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano,
confessando i loro peccati.
Giovanni era vestito di peli di cammello, con una cintura di pelle attorno ai
fianchi, e mangiava cavallette e miele selvatico. E proclamava: «Viene dopo di
me colui che è più forte di me: io non sono degno di chinarmi per slegare i
lacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzato con acqua, ma egli vi battezzerà in
Spirito Santo».
Dio
è amore. Dio è consolazione. Dio è tenerezza raccontata come il gesto del
pastore che porta gli agnellini sul petto e conduce dolcemente le pecore madri.
Il commovente messaggio che il Signore ci trasmette attraverso il Libro,
ha bisogno di essere gustato e assimilato. E' miele nella bocca. E' unguento
sulle ferite. E' certezza della Presenza nella solitudine. E' speranza
nella disperazione. È orizzonte quando ogni prospettiva si perde per strada.
Lasciamo cantare nel nostro cuore le parole della misericordia:
“Consolate, consolate il mio popolo e ditegli che è finita la sua schiavitù”.
Consolare è verbo di condivisione che tutti comprendiamo.
Se poi vogliamo aprirlo come uno scrigno, ci rendiamo conto che significa “stare
con chi è solo”. Ogni buio è solitudine. Come lo è ogni letto di dolore.
La chiamata-invito di Dio è semplice e colma di benevolenza: “State con
chi è solo. Non riuscirete mai a distruggere la sofferenza, ma potrete lenirla.
Non è nelle vostre forze cancellare le amarezze, ma potrete trasformarle in
preziose occasioni di crescita del cuore. State con chi è solo, con chi aspetta
che qualcuno si accorga della sua esistenza”.
Forse sono io questa persona che si butta a terra per implorare la bontà di
qualcuno che si commuova e ritrovi la compassione.
Forse sono le nostre comunità, talmente smarrite e ingrigite dalla mancanza di
“visione”, a dover attendere che il Signore si manifesti e inizi a stare
accanto ad esse, per riaccendere la speranza della quale devono rendere
testimonianza davanti al mondo.
Il meraviglioso cammino di avvento ci domanda di accogliere la bontà
inesauribile di Dio nella nostra vita perché diventi il nettare per ogni
aridità. Soprattutto perché diventi annuncio di amore e di perdono.
“Dio è magnanimo con noi, perché non vuole che alcuno si perda, ma che
tutti abbiano modo di pentirsi”.
Vediamo in questo grido di misericordia, i nuovi cieli e la nuova terra che
aspettiamo con desiderio struggente.
E' tale lo smarrimento e l'incertezza che affliggono persone, comunità e
famiglie, che non possiamo non gridare i cieli nuovi e la terra nuova.
Doni inestimabili che non piovono a caso da un cielo che si rasserena. Sono
doni che Dio mette nelle nostre mani e nel nostro cuore. Grande è il bisogno.
La nostra certezza è più grande. Viene dentro di noi dal Signore ormai
vicino. Alle porte. Non ritarda, anche se per alcuni il suo passo sembra lento.
Si chiama Gesù, Cristo, Figlio di Dio. Uomo nato da donna. Dio da sempre.
Ce ne dà la notizia la “voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via
del Signore, raddrizzate i suoi sentieri. Viene dopo di me colui che è più
forte di me: io non sono degno di chinarmi per slegare i lacci dei suoi
sandali. Vi battezzerà in Spirito Santo quando lo incontrerete a viso scoperto
lungo le vostre strade”.
Il Fuoco di Giovanni, voce che grida, ci travolge. Ci ridesta. Ci scuote. Ci
richiama alle regole dell'accoglienza. Se il Signore viene, io devo preparare.
Come si prepara la casa per l'amato dell'anima nostra, tanto sognato, pensato e
coperto di lacrime calde e di unguento profumato.
Preparo la mia vita per accogliere la Vita. Perché la Vita mi trovi
immerso nella pace del cuore, senza colpa e senza macchia.
Se poi il Signore, venendo, mi dovesse trovare sporco e lacero, non si
perde e non si stanca nell'amarmi. Mi dice: “Passerò ugualmente. Se tu vorrai
entrerò, starò con te, ti preparerò la cena dell'intimità e ti servirò. Il tuo
dolore, il tuo umile bisogno mi commuovono. Non sono abituato a passare oltre.
Tu, piuttosto, rimani, senza stancarti e senza perdere la fiducia, lungo la
strada dell'attesa”.
Gesù che viene ama questi sentieri: sono sentieri del cuore.
Giovanni è voce che grida per svegliarmi. Gesù è sussurro che mi dà la
certezza della sua visita.
Il cammino verso la nascita del Signore in mezzo a noi, continua. Gesù
viene. Senza ora fissa.
Quando nemmeno lo aspettiamo. L'amore è fatto di sorprese non di
appuntamenti rigidi.
L'amore gioca la danza del nascondimento come misura della sua forza, come
gradazione della sua intensità.
Ognuno di noi sa quante volte non è arrivato all'incontro col Signore. Gesù non
è mai scappato. E' sempre ritornato. Viene anche adesso nella vita di chi,
anche se lontano, inizia a sentirne una consolazione inspiegabile. Viene in chi
ha peccato e pecca, tra questi c'è ognuno di noi, e non lo fa arrossire. Dà
volto alla nostra fiducia verso di Lui e alla sua verso di noi.
Gesù viene ogni giorno, a qualsiasi ora, in qualunque situazione ci
troviamo. Viene senza pretese.
Viene unicamente come un mendicante di amore e come un dono di Amore.
Don Mario Simula
Se la notte, la notte del ritorno del padrone di casa, era l’ambiente in cui
ci situava la prima domenica di Avvento, il deserto è il luogo in cui ci conduce
la seconda. Se l’annuncio del Signore veniente nella gloria era al cuore della
prima domenica, l’annuncio di Colui che viene nell’oggi storico è al centro
della seconda. Se la vigilanza era l’attitudine richiesta nella prima domenica,
la preparazione è quanto richiesto nella seconda. “Preparate la via del
Signore”, dice Giovanni citando la Scrittura. Ma questo imperativo “preparate”,
diviene di fatto riflessivo: “preparatevi”. Non si tratta di preparare qualcosa
di esterno, ma di preparare se stessi. Preparare la via del Signore significa
preparare se stessi davanti al Signore che viene, significa non “fare
qualcosa”, ma fare qualcosa di se stessi. Nel testo evangelico odierno (Mc
1,1-8) la preparazione è ciò che Giovanni predica, ma soprattutto vive e
incarna. Giovanni non è semplicemente colui che chiede la preparazione della
via del Signore, ma colui che la prepara nella sua vita. Egli è la via
preparata al Signore.
Questa preparazione noi siamo soliti chiamarla “conversione”. Conversione designa un ritorno, una svolta, un’inversione di cammino, un cambiamento di direzione nello spazio. Metánoia, invece, termine usato al v. 4 di Mc 1, indica una trasformazione interiore che avviene nel tempo, una scelta che inaugura un modo nuovo di pensare, giudicare, volere e agire che deve durare nel tempo. Il nous di cui si cerca il cambiamento (insito nella parola metánoia) indica quella realtà pensante che noi chiamiamo spirito e che in ciascuno è al principio della coscienza, della vita interiore, del sé, della vita tanto affettiva quanto intellettuale e volontaria.
Il primo versetto (Mc 1,1) è il titolo del vangelo e ne annuncia il centro:
Gesù è il Cristo e il Figlio di Dio. Il vangelo ha un inizio: “Inizio del
vangelo di Gesù, Cristo, Figlio di Dio”. E l’inizio è anzitutto nella
Scrittura, nella profezia di Isaia che trova realizzazione nella persona di
Giovanni. “Inizio del vangelo … come sta scritto nel profeta Isaia”: viene
affermato il legame di unità della storia di salvezza tra il profeta Isaia,
Giovanni il battezzatore e Gesù, tra la pagina biblica e la carne di Giovanni,
carne che dà voce alla parola biblica, tanto che Giovanni è colui che nel
deserto grida di preparare la via del Signore, come invitava a fare il testo
profetico molti secoli prima. Il vangelo inizia sì con l’annuncio profetico,
inizia con il Primo Testamento, ma inizia particolarmente con un uomo che,
obbedendo alle Scritture, precede il Signore. L’inizio del vangelo è anche il
racconto di un uomo che si sente interpellato personalmente dalla parola di Dio
e vi risponde esistenzialmente. Nessun racconto di vocazione precede l’ingresso
in scena di Giovanni: la Scrittura basta a investirlo di una missione divina.
Nessuna data, nessun riferimento storico all’epoca in cui avvengono i fatti come
spesso avviene nei racconti di vocazione dei profeti. Giovanni è lui stesso
l’evento suscitato dalla parola della Scrittura. “Avvenne Giovanni” (dice
letteralmente il v. 4). Insomma, l’inizio del vangelo è un uomo che ascolta le
Scritture, le obbedisce e cambia vita. Il Vangelo inizia quando un essere umano
mostra la capacità di far iniziare qualcosa nella sua vita in obbedienza alla
parola di Dio, quando una persona si mostra così libera da far regnare la
Parola nelle condizioni reali della sua vita. Anche quando queste condizioni
fossero umilianti o penose. Certo, si tratta di un inizio che dura una vita,
una vita che procede di inizio in inizio, di sempre rinnovato ricominciamento.
È un inizio che si distende su una durata.
La parola biblica citata all’inizio, combinazione di Mal 3,1 e Es 23,20,
afferma un’esperienza di precedenza. “Ecco, io mando il mio messaggero davanti
a te” (Mc 1,2). Colui che preparerà la via è colui che cammina davanti, che
apre dunque la strada. Il testo dice “davanti al tuo volto”, davanti ai tuoi
occhi. La vita cristiana è iniziatica, e l’iniziazione è data non da una
struttura esoterica, autoreferenziale, ma da un’esperienza di cammino che
alcuni fanno prima e davanti ad altri. Anche Gesù impara il suo cammino, la
strada che lui stesso percorrerà grazie a un altro che cammina davanti a lui,
il Precursore, com’è chiamato Giovanni nella tradizione. Colui che viene dopo e
dietro può guardare e ascoltare colui che viene prima e sta davanti a lui, e
imparare da lui. Infatti, il precursore non è solo colui che cammina davanti,
ma anche colui che grida nel deserto, colui che parla e annuncia e che dunque
deve essere ascoltato, così come può essere guardato e visto da chi lo segue.
La tradizione è anzitutto questa comunione visibile di vite.
Giovanni illumina il cammino che chi lo segue (e Gesù viene “dietro” di lui: Mc 1,7) deve compiere. È la vita di una persona che inizia altri alla vita. Ma l’esperienza di precedenza che Giovanni vive nei confronti di Gesù è importante perché insegna a vivere il precedere non come superiorità o privilegio, ma come servizio. Giovanni insegna a vivere i ruoli diversi non nella via della concorrenza, ma del servizio.
Il vangelo sottolinea che il deserto può essere luogo di rinascita, di
inizio. Nel deserto, normalmente luogo di morte, nasce il futuro. Il deserto,
nel momento stesso in cui qualcuno decide di abitarlo, cambia segno e diviene
dimora. Anzi, diviene dimora accogliente per folle numerose. Molti accorrono al
deserto divenuto dimora: “usciva verso di lui tutta la regione di Giudea e
tutti gli abitanti di Gerusalemme” (Mc 1,5). Vivendo nel deserto, Giovanni fa
vivere il deserto stesso. Lo rende luogo di vita. Parlando e gridando nel
deserto rende il deserto cassa di risonanza che echeggia nelle città e libera
una parola che viene udita da tanti. Parlando nel deserto Giovanni dà voce
anche al deserto, lo rende parlante. Nel deserto la parola può acuirsi fino a
divenire profetica, lontana com’è dal chiasso della città e dal multiloquio del
potere. E se Giovanni prepara la strada a colui che è la Parola fatta carne, lo
fa con un esercizio della parola che sa dire l’essenziale, e sa dire
l’essenziale perché Giovanni stesso vive l’essenziale, sa chiedere con forza e
con autorità ciò che è vitale e lo sa fare con autorità e forza perché lui
stesso è autorevole in quanto vive ciò che chiede agli altri sicché gli altri,
mentre lo ascoltano, anche lo vedono. Giovanni vive ciò che dice e ciò che
chiede. Nel deserto fa risuonare una parola forte, penetrante, lucida. Giovanni
è un asceta della parola.
Inoltre Giovanni nel deserto racconta che è possibile una vita alternativa, una vita altra, una vita centrata sull’essenziale, finalmente liberata dall’inessenziale. Una vita che sa cogliere il centro della vita. Sobrietà del cibo e povertà del vestito (Mc 1,6) sono parte di questa essenzialità, che è anche e soprattutto valorizzazione di ciò che è prettamente umano. L’ascesi di Giovanni non è ricerca esagerata del digiuno o di altre pratiche ascetiche fini a se stesse, ma scelta costante dell’essenziale. Giovanni prepara poi il ministero di colui che viene dopo e dietro di lui dichiarando di essere indegno perfino di compiere il gesto del servo nei confronti del padrone (“non sono degno di chinarmi per sciogliere i legacci dei suoi sandali”: Mc 1,7) e parlando del battesimo attuato da colui che viene come battesimo nello Spirito santo, non nell’acqua, come il suo (Mc 1,8). Giovanni è uomo umile. In lui è avvenuta l’opera di spianamento della via e di abbassamento delle colline dell’orgoglio (cf. Is 40,3-4) sicché ora attraverso di lui e grazie a lui l’orizzonte si è fatto aperto ed è visibile la gloria del Signore (Is 40,5). Egli ha reso visibile la gloria del Signore che è Gesù il Messia.
Ma tutto avviene nel deserto. Nel luogo della solitudine. Nel luogo in cui è
vano e folle gridare, è insensato e fuori luogo annunciare e predicare.
Giovanni, nella sua follia, ci ricorda che l’essenziale della vita umana e
cristiana è la passione che muove il nostro incedere, il fuoco che accende il
nostro desiderio, e che rende naturale ciò che agli occhi del mondo è pura
follia. Il deserto della solitudine consente di vedersi come in uno specchio,
di vedere la propria realtà, i fantasmi del proprio cuore, i demoni del proprio
intimo, le rovine della propria vita. Immagini tutte - queste delle rovine,
delle bestie feroci, dei demoni - che affollano le descrizioni bibliche del
deserto. E quando questa visione degli abissi del cuore viene domata
dall’ascolto della parola di Dio che porta ordine e armonia anche nel caos del
deserto, ecco che il cuore umano entra nella libertà, nella lucidità, nella
luminosità. L’effetto della solitudine è poter ascoltare Dio che parla al
cuore. Giovanni ci insegna anche ad abitare e a non a fuggire la solitudine, a
farne una scelta, un atto, non una realtà subita. Questa solitudine è uno stato
dello spirito, un elemento della vita spirituale, un elemento fondamentale per
il cammino di pacificazione, integrazione e unificazione interiore della
persona. Osare se stessi, osare il proprio desiderio, è anche osare la propria
solitudine. Come Giovanni, che ha conosciuto anche la solitudine di colui che è
troppo libero per poter essere tollerato. E ha preceduto Gesù anche nella morte
violenta. Egli è stato reso via del Signore, cammino di Gesù nella vita come
nella morte.
Luciano Manicardi


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