sabato 5 dicembre 2020

SETTIMO GIORNO II Domenica di Avvento ( Anno B )

 

 

In confronto all’introduzione discreta nel tempo dell’Avvento avvenuta domenica scorsa, l’annuncio di oggi è spettacolare: “Ecco, io mando il mio messaggero davanti a te... Voce di uno che grida nel deserto: preparate la strada del Signore, raddrizzate i suoi sentieri”.

Giovanni Battista fa il suo ingresso spettacolare nel mondo, vestito di peli di cammello. Le sue parole bruciano l’aria, le sue azioni frustano il vento. Predica “un battesimo di conversione per il perdono dei peccati” ed immerge i suoi discepoli nelle acque del Giordano. Il suo messaggio, pur legato a un momento della storia, è eterno. Si rivolge anche a noi. Anche noi dobbiamo preparare la strada del Signore, poiché un sentiero si spinge fino ai nostri cuori. Sfortunatamente, troppo spesso, durante l’Avvento, molte distrazioni ci ostacolano nell’accogliere, spiritualmente, il messaggio del Vangelo. Non dovremmo, invece, cercare di dedicare un po’ di tempo alla meditazione di quanto dice san Pietro: “Noi aspettiamo nuovi cieli e una terra nuova, nei quali avrà stabile dimora la giustizia” (2Pt 3,13)?

 

Dal libro del profeta Isaìa  (Is 40,1-5.9-11)

«Consolate, consolate il mio popolo - dice il vostro Dio -.
Parlate al cuore di Gerusalemme e gridatele che la sua tribolazione è compiuta, la sua colpa è scontata, perché ha ricevuto dalla mano del Signore il doppio per tutti i suoi peccati».
Una voce grida: «Nel deserto preparate la via al Signore, spianate nella steppa la strada per il nostro Dio.
Ogni valle sia innalzata, ogni monte e ogni colle siano abbassati; il terreno accidentato si trasformi in piano e quello scosceso in vallata.
Allora si rivelerà la gloria del Signore e tutti gli uomini insieme la vedranno, perché la bocca del Signore ha parlato».
Sali su un alto monte, tu che annunci liete notizie a Sion!
Alza la tua voce con forza, tu che annunci liete notizie a Gerusalemme.
Alza la voce, non temere; annuncia alle città di Giuda:
«Ecco il vostro Dio!
Ecco, il Signore Dio viene con potenza, il suo braccio esercita il dominio.
Ecco, egli ha con sé il premio e la sua ricompensa lo precede.
Come un pastore egli fa pascolare il gregge e con il suo braccio lo raduna;
porta gli agnellini sul petto e conduce dolcemente le pecore madri».

Dal Vangelo secondo Marco   (Mc 1,1-8)

Inizio del vangelo di Gesù, Cristo, Figlio di Dio.
Come sta scritto nel profeta Isaìa: «Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero: egli preparerà la tua via. Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri», vi fu Giovanni, che battezzava nel deserto e proclamava un battesimo di conversione per il perdono dei peccati. Accorrevano a lui tutta la regione della Giudea e tutti gli abitanti di Gerusalemme. E si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati.
Giovanni era vestito di peli di cammello, con una cintura di pelle attorno ai fianchi, e mangiava cavallette e miele selvatico. E proclamava: «Viene dopo di me colui che è più forte di me: io non sono degno di chinarmi per slegare i lacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzato con acqua, ma egli vi battezzerà in Spirito Santo».

Dio è amore. Dio è consolazione. Dio è tenerezza raccontata come il gesto del pastore che porta gli agnellini sul petto e conduce dolcemente le pecore madri.
Il commovente messaggio che il Signore ci trasmette attraverso il Libro, ha bisogno di essere gustato e assimilato. E' miele nella bocca. E' unguento sulle ferite. E' certezza della Presenza nella solitudine. E' speranza nella disperazione. È orizzonte quando ogni prospettiva si perde per strada.
Lasciamo cantare nel nostro cuore le parole della misericordia: “Consolate, consolate il mio popolo e ditegli che è finita la sua schiavitù”.
Consolare è verbo di condivisione che tutti comprendiamo. Se poi vogliamo aprirlo come uno scrigno, ci rendiamo conto che significa “stare con chi è solo”. Ogni buio è solitudine. Come lo è ogni letto di dolore.
La chiamata-invito di Dio è semplice e colma di benevolenza: “State con chi è solo. Non riuscirete mai a distruggere la sofferenza, ma potrete lenirla. Non è nelle vostre forze cancellare le amarezze, ma potrete trasformarle in preziose occasioni di crescita del cuore. State con chi è solo, con chi aspetta che qualcuno si accorga della sua esistenza”.
Forse sono io questa persona che si butta a terra per implorare la bontà di qualcuno che si commuova e ritrovi la compassione.
Forse sono le nostre comunità, talmente smarrite e ingrigite dalla mancanza di “visione”, a dover attendere che il Signore si manifesti e inizi a stare accanto ad esse, per riaccendere la speranza della quale devono rendere testimonianza davanti al mondo.
Il meraviglioso cammino di avvento ci domanda di accogliere la bontà inesauribile di Dio nella nostra vita perché diventi il nettare per ogni aridità. Soprattutto perché diventi annuncio di amore e di perdono.
“Dio è magnanimo con noi, perché non vuole che alcuno si perda, ma che tutti abbiano modo di pentirsi”.
Vediamo in questo grido di misericordia, i nuovi cieli e la nuova terra che aspettiamo con desiderio struggente.
E' tale lo smarrimento e l'incertezza che affliggono persone, comunità e famiglie, che non possiamo non gridare i cieli nuovi e la terra nuova.
Doni inestimabili che non piovono a caso da un cielo che si rasserena. Sono doni che Dio mette nelle nostre mani e nel nostro cuore. Grande è il bisogno. La nostra certezza è più grande. Viene dentro di noi dal Signore ormai vicino. Alle porte. Non ritarda, anche se per alcuni il suo passo sembra lento. Si chiama Gesù, Cristo, Figlio di Dio. Uomo nato da donna. Dio da sempre.
Ce ne dà la notizia la “voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri. Viene dopo di me colui che è più forte di me: io non sono degno di chinarmi per slegare i lacci dei suoi sandali. Vi battezzerà in Spirito Santo quando lo incontrerete a viso scoperto lungo le vostre strade”.
Il Fuoco di Giovanni, voce che grida, ci travolge. Ci ridesta. Ci scuote. Ci richiama alle regole dell'accoglienza. Se il Signore viene, io devo preparare. Come si prepara la casa per l'amato dell'anima nostra, tanto sognato, pensato e coperto di lacrime calde e di unguento profumato.
Preparo la mia vita per accogliere la Vita. Perché la Vita mi trovi immerso nella pace del cuore, senza colpa e senza macchia.
Se poi il Signore, venendo, mi dovesse trovare sporco e lacero, non si perde e non si stanca nell'amarmi. Mi dice: “Passerò ugualmente. Se tu vorrai entrerò, starò con te, ti preparerò la cena dell'intimità e ti servirò. Il tuo dolore, il tuo umile bisogno mi commuovono. Non sono abituato a passare oltre. Tu, piuttosto, rimani, senza stancarti e senza perdere la fiducia, lungo la strada dell'attesa”.
Gesù che viene ama questi sentieri: sono sentieri del cuore.
Giovanni è voce che grida per svegliarmi. Gesù è sussurro che mi dà la certezza della sua visita.
Il cammino verso la nascita del Signore in mezzo a noi, continua. Gesù viene. Senza ora fissa.
Quando nemmeno lo aspettiamo. L'amore è fatto di sorprese non di appuntamenti rigidi.
L'amore gioca la danza del nascondimento come misura della sua forza, come gradazione della sua intensità.
Ognuno di noi sa quante volte non è arrivato all'incontro col Signore. Gesù non è mai scappato. E' sempre ritornato. Viene anche adesso nella vita di chi, anche se lontano, inizia a sentirne una consolazione inspiegabile. Viene in chi ha peccato e pecca, tra questi c'è ognuno di noi, e non lo fa arrossire. Dà volto alla nostra fiducia verso di Lui e alla sua verso di noi.
Gesù viene ogni giorno, a qualsiasi ora, in qualunque situazione ci troviamo. Viene senza pretese.
Viene unicamente come un mendicante di amore e come un dono di Amore.

Don Mario Simula

Se la notte, la notte del ritorno del padrone di casa, era l’ambiente in cui ci situava la prima domenica di Avvento, il deserto è il luogo in cui ci conduce la seconda. Se l’annuncio del Signore veniente nella gloria era al cuore della prima domenica, l’annuncio di Colui che viene nell’oggi storico è al centro della seconda. Se la vigilanza era l’attitudine richiesta nella prima domenica, la preparazione è quanto richiesto nella seconda. “Preparate la via del Signore”, dice Giovanni citando la Scrittura. Ma questo imperativo “preparate”, diviene di fatto riflessivo: “preparatevi”. Non si tratta di preparare qualcosa di esterno, ma di preparare se stessi. Preparare la via del Signore significa preparare se stessi davanti al Signore che viene, significa non “fare qualcosa”, ma fare qualcosa di se stessi. Nel testo evangelico odierno (Mc 1,1-8) la preparazione è ciò che Giovanni predica, ma soprattutto vive e incarna. Giovanni non è semplicemente colui che chiede la preparazione della via del Signore, ma colui che la prepara nella sua vita. Egli è la via preparata al Signore.

Questa preparazione noi siamo soliti chiamarla “conversione”. Conversione designa un ritorno, una svolta, un’inversione di cammino, un cambiamento di direzione nello spazio. Metánoia, invece, termine usato al v. 4 di Mc 1, indica una trasformazione interiore che avviene nel tempo, una scelta che inaugura un modo nuovo di pensare, giudicare, volere e agire che deve durare nel tempo. Il nous di cui si cerca il cambiamento (insito nella parola metánoia) indica quella realtà pensante che noi chiamiamo spirito e che in ciascuno è al principio della coscienza, della vita interiore, del sé, della vita tanto affettiva quanto intellettuale e volontaria.

Il primo versetto (Mc 1,1) è il titolo del vangelo e ne annuncia il centro: Gesù è il Cristo e il Figlio di Dio. Il vangelo ha un inizio: “Inizio del vangelo di Gesù, Cristo, Figlio di Dio”. E l’inizio è anzitutto nella Scrittura, nella profezia di Isaia che trova realizzazione nella persona di Giovanni. “Inizio del vangelo … come sta scritto nel profeta Isaia”: viene affermato il legame di unità della storia di salvezza tra il profeta Isaia, Giovanni il battezzatore e Gesù, tra la pagina biblica e la carne di Giovanni, carne che dà voce alla parola biblica, tanto che Giovanni è colui che nel deserto grida di preparare la via del Signore, come invitava a fare il testo profetico molti secoli prima. Il vangelo inizia sì con l’annuncio profetico, inizia con il Primo Testamento, ma inizia particolarmente con un uomo che, obbedendo alle Scritture, precede il Signore. L’inizio del vangelo è anche il racconto di un uomo che si sente interpellato personalmente dalla parola di Dio e vi risponde esistenzialmente. Nessun racconto di vocazione precede l’ingresso in scena di Giovanni: la Scrittura basta a investirlo di una missione divina. Nessuna data, nessun riferimento storico all’epoca in cui avvengono i fatti come spesso avviene nei racconti di vocazione dei profeti. Giovanni è lui stesso l’evento suscitato dalla parola della Scrittura. “Avvenne Giovanni” (dice letteralmente il v. 4). Insomma, l’inizio del vangelo è un uomo che ascolta le Scritture, le obbedisce e cambia vita. Il Vangelo inizia quando un essere umano mostra la capacità di far iniziare qualcosa nella sua vita in obbedienza alla parola di Dio, quando una persona si mostra così libera da far regnare la Parola nelle condizioni reali della sua vita. Anche quando queste condizioni fossero umilianti o penose. Certo, si tratta di un inizio che dura una vita, una vita che procede di inizio in inizio, di sempre rinnovato ricominciamento. È un inizio che si distende su una durata.

La parola biblica citata all’inizio, combinazione di Mal 3,1 e Es 23,20, afferma un’esperienza di precedenza. “Ecco, io mando il mio messaggero davanti a te” (Mc 1,2). Colui che preparerà la via è colui che cammina davanti, che apre dunque la strada. Il testo dice “davanti al tuo volto”, davanti ai tuoi occhi. La vita cristiana è iniziatica, e l’iniziazione è data non da una struttura esoterica, autoreferenziale, ma da un’esperienza di cammino che alcuni fanno prima e davanti ad altri. Anche Gesù impara il suo cammino, la strada che lui stesso percorrerà grazie a un altro che cammina davanti a lui, il Precursore, com’è chiamato Giovanni nella tradizione. Colui che viene dopo e dietro può guardare e ascoltare colui che viene prima e sta davanti a lui, e imparare da lui. Infatti, il precursore non è solo colui che cammina davanti, ma anche colui che grida nel deserto, colui che parla e annuncia e che dunque deve essere ascoltato, così come può essere guardato e visto da chi lo segue. La tradizione è anzitutto questa comunione visibile di vite.

Giovanni illumina il cammino che chi lo segue (e Gesù viene “dietro” di lui: Mc 1,7) deve compiere. È la vita di una persona che inizia altri alla vita. Ma l’esperienza di precedenza che Giovanni vive nei confronti di Gesù è importante perché insegna a vivere il precedere non come superiorità o privilegio, ma come servizio. Giovanni insegna a vivere i ruoli diversi non nella via della concorrenza, ma del servizio.

Il vangelo sottolinea che il deserto può essere luogo di rinascita, di inizio. Nel deserto, normalmente luogo di morte, nasce il futuro. Il deserto, nel momento stesso in cui qualcuno decide di abitarlo, cambia segno e diviene dimora. Anzi, diviene dimora accogliente per folle numerose. Molti accorrono al deserto divenuto dimora: “usciva verso di lui tutta la regione di Giudea e tutti gli abitanti di Gerusalemme” (Mc 1,5). Vivendo nel deserto, Giovanni fa vivere il deserto stesso. Lo rende luogo di vita. Parlando e gridando nel deserto rende il deserto cassa di risonanza che echeggia nelle città e libera una parola che viene udita da tanti. Parlando nel deserto Giovanni dà voce anche al deserto, lo rende parlante. Nel deserto la parola può acuirsi fino a divenire profetica, lontana com’è dal chiasso della città e dal multiloquio del potere. E se Giovanni prepara la strada a colui che è la Parola fatta carne, lo fa con un esercizio della parola che sa dire l’essenziale, e sa dire l’essenziale perché Giovanni stesso vive l’essenziale, sa chiedere con forza e con autorità ciò che è vitale e lo sa fare con autorità e forza perché lui stesso è autorevole in quanto vive ciò che chiede agli altri sicché gli altri, mentre lo ascoltano, anche lo vedono. Giovanni vive ciò che dice e ciò che chiede. Nel deserto fa risuonare una parola forte, penetrante, lucida. Giovanni è un asceta della parola.

Inoltre Giovanni nel deserto racconta che è possibile una vita alternativa, una vita altra, una vita centrata sull’essenziale, finalmente liberata dall’inessenziale. Una vita che sa cogliere il centro della vita. Sobrietà del cibo e povertà del vestito (Mc 1,6) sono parte di questa essenzialità, che è anche e soprattutto valorizzazione di ciò che è prettamente umano. L’ascesi di Giovanni non è ricerca esagerata del digiuno o di altre pratiche ascetiche fini a se stesse, ma scelta costante dell’essenziale. Giovanni prepara poi il ministero di colui che viene dopo e dietro di lui dichiarando di essere indegno perfino di compiere il gesto del servo nei confronti del padrone (“non sono degno di chinarmi per sciogliere i legacci dei suoi sandali”: Mc 1,7) e parlando del battesimo attuato da colui che viene come battesimo nello Spirito santo, non nell’acqua, come il suo (Mc 1,8). Giovanni è uomo umile. In lui è avvenuta l’opera di spianamento della via e di abbassamento delle colline dell’orgoglio (cf. Is 40,3-4) sicché ora attraverso di lui e grazie a lui l’orizzonte si è fatto aperto ed è visibile la gloria del Signore (Is 40,5). Egli ha reso visibile la gloria del Signore che è Gesù il Messia.

Ma tutto avviene nel deserto. Nel luogo della solitudine. Nel luogo in cui è vano e folle gridare, è insensato e fuori luogo annunciare e predicare. Giovanni, nella sua follia, ci ricorda che l’essenziale della vita umana e cristiana è la passione che muove il nostro incedere, il fuoco che accende il nostro desiderio, e che rende naturale ciò che agli occhi del mondo è pura follia. Il deserto della solitudine consente di vedersi come in uno specchio, di vedere la propria realtà, i fantasmi del proprio cuore, i demoni del proprio intimo, le rovine della propria vita. Immagini tutte - queste delle rovine, delle bestie feroci, dei demoni - che affollano le descrizioni bibliche del deserto. E quando questa visione degli abissi del cuore viene domata dall’ascolto della parola di Dio che porta ordine e armonia anche nel caos del deserto, ecco che il cuore umano entra nella libertà, nella lucidità, nella luminosità. L’effetto della solitudine è poter ascoltare Dio che parla al cuore. Giovanni ci insegna anche ad abitare e a non a fuggire la solitudine, a farne una scelta, un atto, non una realtà subita. Questa solitudine è uno stato dello spirito, un elemento della vita spirituale, un elemento fondamentale per il cammino di pacificazione, integrazione e unificazione interiore della persona. Osare se stessi, osare il proprio desiderio, è anche osare la propria solitudine. Come Giovanni, che ha conosciuto anche la solitudine di colui che è troppo libero per poter essere tollerato. E ha preceduto Gesù anche nella morte violenta. Egli è stato reso via del Signore, cammino di Gesù nella vita come nella morte.

Luciano Manicardi

 

Eremo Rocca S. Stefano sabato  5 diecmbre 2020

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