Per questi tempi oltracotanti e pavidi, abbiamo bisogno come spiegava il maestro torinese Norberto Bobbio , di una virtù che non sia rinuncia ma si sposi alla fortezza. Per un elogio della mitezza ed una esortazione alla mitezza prendiamo in prestito il testo della Lectio Magistralis che Carlo Ossola ha letto al Teatro Carigano di Torino in chiusura della settima dedicata all’Elogio della mitezza di Norberto Bobbio. Il testo è stato pubblicato su La Stampa del 19 ottobre 2010
Nel vibrante apologo Elogio della mitezza (dapprima conferenza del marzo 1983,
poi saggio del 1994 che s'intreccia con Il diritto mite, 1992, di Gustavo
Zagrebelsky), la virtù illustrata da Norberto Bobbio è presentata come «virtù
dialogica» di risposta accogliente: «lascia essere l'altro quello che è»,
secondo l'aforisma ch'egli trae da Carlo Mazzantini (1895-1971), filosofo
torinese del quale ho caro aver frequentato gli ultimi corsi. Ora tra le
molteplici opere di quest'insigne studioso, figura - nel 1940 - uno squisito
commento ai Ricordi di Marc'Aurelio. Vorrei partire da quel libro e da
un'osservazione di Marguerite Yourcenar nelle Memorie di Adriano: «Gli dei
ormai spenti - scriveva Flaubert - e il Cristo non ancora affermato, ci fu da
Cicerone a Marc'Aurelio un momento unico nel quale l'uomo soltanto ebbe
esistenza». Fu quello il tempo di Seneca, della cura sui, delle virtù della
dignitas hominis studiate, in tempi recenti, da Pierre Hadot e da Michel Foucault.
Potremmo dire che Norberto Bobbio è stato un degno interprete di quella
tradizione.
Il 30 giugno scorso Ezio Raimondi, in una lezione bolognese, ha tracciato una
magnifica parabola della storia di queste virtù dell'interiorità: una
direttrice «laica» - si dica per semplificare - che va da Marc'Aurelio a Italo
Calvino, e un'altra spirituale che va da sant'Agostino a Dag Hammarskjöld. Dove
si colloca, in siffatta cornice, la mitezza?
Occorre subito chiarire che essa si afferma con i testi evangelici, tanto nel
registro delle Beatitudini (Matteo, V, 5) che nel ritratto che il Cristo offre
di se stesso: «imparate da me, che sono mite e umile di cuore» (Matteo, XI,
29). Per circoscrivere i termini, occorre risalire al greco della Settanta:
intanto «umile» è traduzione approssimativa, che ha suscitato difatti le
riserve di Bobbio. Ma nel greco il termine tapeinòs brilla di luce che sarà poi
«francescana»: tapeinòs, tapino, è il «poverello» mite e sorridente, libero e
in pace con il creato, che riconosciamo in san Francesco. Nell'uno e nell'altro
passo, d'altra parte, mite è identificato dal termine praûs, praeïs (pl.),
termini rari che risalgono a un'area semantica molto limitata: al verbo praûnö,
che significa: «calmare, addolcire, mitigare» e al sostantivo, che lo ricalca,
praüpátheia: «dolcezza, mitezza».
Le traduzioni del saggio di Bobbio bene illustrano questa difficoltà: se
l'inglese In Prise of meekness richiama alla mansuetudine (e dunque ancora alle
Beatitudini), il francese douceur, per mitezza, bene mostra il lungo cammino di
secolarizzazione percorso da queste virtù, essendo la douceur associata alle
pratiche (direbbero Norbert Elias e Benedetta Craveri) della sociabilité, di
quell'amabile socievolezza che rende meno scomoda la vita associata. È uno
snervarsi, col tempo, delle virtù che già il Leopardi contemplava affranto,
vedendo quale triste esito avesse, al suo tempo e al nostro, l'euëtheia, la
bonitas, visto che l'uomo dabbene viene percepito e definito nella sua
dabbenaggine (Zibaldone, 4201, 18 settembre 1826).
P
otremmo del resto osservare che le Beatitudini non potevano non secolarizzarsi
nello stesso mondo cristiano: quando esso vide la che la parousía, il ritorno
del Cristo, tardava, che il tempo e le generazioni scorrevano senza che i miti
possedessero la terra e i perseguitati per la giustizia possedessero i cieli
(Matteo, V, 10), fu inevitabile riconoscere il carattere apocalittico, proprio
del tempo ultimo, di quelle promesse. In questo senso, ha ragione Bobbio, la
mitezza è una virtù «impolitica», perché non richiama alla polise al tempo
terreno. Per il lunghissimo oggi si tornò alle virtù della Politica, definite
da Aristotele nel suo terzo libro (cap. III: Della virtù dell'uomo buono e del
cittadino buono): la prudenza, la giustizia, la fortezza, la temperanza. Esse
furono dunque le «virtù cardinali» dell'agire da cittadino, cardini e pilastri
dell'uomo «tetragono» appunto, saldamente poggiato sui quattro angoli di quelle
colonne di Bildung e di resistenza. Ad esse, confermando dunque il mondo greco,
il cristianesimo aggiunse le tre virtù teologali sancite da san Paolo nella I
Lettera ai Corinti (XIII, 13): la fede, la speranza, la carità, maggiore delle
quali è la charitas (che vale come amore).
I trattati medievali ne sono nutriti: e il fine ultimo di queste virtù,
cardinali e teologali, è - come ricorderà Dante nel suo Monarchia (I, 4, 1-4; e
I, 16) - l'instaurazione di quella pace che il Messia ha portato agli uomini:
pax hominibus bonae voluntatis. Più ancora, nella stessa Divina Commedia, Dante
celebra le «quattro stelle» (Purg. I, 23-24 e VIII, 89-93) «non viste mai fuor
ch'a la prima gente». Poco dopo, Ambrogio Lorenzetti, nello splendido affresco
dell'Allegoria del Buono e del Cattivo Governo (1338-1339: Sala dei Nove, Palazzo
Pubblico, Siena), fisserà definitivamente quel canone di virtù, aggiunta la Magnanimità, e posta
al centro di tutto la
Pace.
Sarebbe istruttivo ripercorre la storia della magnanimitas,
ma rinvio qui al recente libro di Rob Riemen, La nobiltà di spirito. Elogio di
una virtù perduta (Milano, Rizzoli, 2010), che la delinea con sapienza; così
non affronto le «virtù teologali», che sono piuttosto dono che esercizio.
Restando alle umanissime «virtù cardinali», c'è da chiedersi perché esse siano
così dimenticate - nel loro bel vigore - a vantaggio di pulsioni «traslate» da
altri orizzonti: passioni, emozioni, sensazioni.
La stessa mitezza del resto (come conferma la versione spagnola del saggio di
Bobbio: Elogio de la templanza, 1997) può essere ascritta, come consorella
della temperanza, alle virtù maggiori. E le associò lo stesso Dante, in versi
misurati del suo Purgatorio : «E ‘l segnor mi parea, benigno e mite, /
risponder lei con viso temperato» (Purg., XV, 102-103). La temperanza è mite
perché tempera e mitiga; ma è ad un tempo forte perché tempra, esercitando
fortifica, fortificando rende lucidi, e impavidi, almeno secondo la lettura del
Foscolo che evoca nei Sepolcri "quel grande (Machiavelli ndr)/ Che
temprando lo scettro a' regnatori / Gli allor ne sfronda, ed alle genti svela /
Di che lagrime grondi e di che sangue» (vv. 155-158).
Temperare e temprare: per questi tempi oltracotanti e pavidi, abbiamo bisogno
di una «mitezza ben temperata» dalla fortezza, di quel vittorioso emblema che
solcò acque e secoli: mites et fortes.
Eremo Rocca S.Stefano
giovedì 10 dicembre 2020

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