Poche opere sono oscure come questo capolavoro di Giorgione. A cinque secoli dalla sua esecuzione, la Tempesta è tutta un enigma. Chi è la donna nuda che allatta il bambino sotto un albero? Una Madonna, una zingara, un’Eva primigenia? E che rapporti ha con il giovane armato, unico altro inquilino del dipinto? Anche l’importanza assunta dal paesaggio è un unicum nel panorama del Rinascimento. Quale sarà il suo senso? E per chi sta per scatenarsi la tempesta? Storia, religione, alchimia sono state scomodate per risolvere il dilemma. In attesa di una risposta, non resta che gustarsi uno dei più bei dipinti di sempre.
Ne La Tempesta di Giorgione è riprodotto un paesaggio campestre. Al suo interno vi sono dipinte alcune rovine classiche a sinistra. Si notano infatti un muro parzialmente eretto e un basamento sul quale si innalzano due tronchi di colonna. In primo piano sono dipinte tre figure. A sinistra un uomo in piedi si appoggia ad un bastone esile e lungo. È abbigliato con vesti rinascimentali. Indossa dei calzoni corti, una camicia bianca e un gilet rosso. A destra invece si trova una donna seminuda seduta su di un prato che allatta il figlio. Al centro è rappresentato un fiume attraversato da un piccolo ponte. Sull’orizzonte si trova una città. Il cielo è cupo, denso di nubi e un lampo illumina la zona sopra le case. La scena è incorniciata da grandi alberi e cespugli che creano delle quinte naturali a destra e a sinistra.
La Tempesta dipinta da Giorgione in data
incertamente attribuita, forse dal 1506 1508 appartiene al genere di paesaggi
con figure. Queste sono opere di dimensioni ridotte che furono molto apprezzate
dalla nobiltà veneziana del Cinquecento. I dipinti erano destinati ad una
clientela molto limitata e colta. I clienti dei piccoli paesaggi apprezzavano
infatti la descrizione della natura unita alla citazione di temi mitologico
allegorici. Apparentemente La Tempesta di Giorgione è
un paesaggio naturale con alcune figure che lo completano. In realtà l’opera
negli anni fu oggetto di molte indagini storiche ed estetiche. Intanto fu
analizzata attentamente la composizione molto accurata che soggiace a uno
schema geometrico ben preciso.
Le indagini degli storici si concentrano soprattutto sul contenuto dell’opera. Nonostante gli sforzi il soggetto rimane sconosciuto. Gli studiosi tendono a considerare elemento principale dell’opera il paesaggio e l’evento naturale che sta per accadere, appunto la tempesta. I personaggi dipinti sembra infatti siano stati aggiunti come figure di completamento dell’opera e non siano importanti per comprendere il significato. Attraverso una radiografia si rilevò infatti che al posto dell’uomo vi era in una prima versione una donna nuda seduta in riva ad un ruscello. Anche il ponte in lontananza era completato da una figura in cammino con un fagotto legato ad un bastone appoggiato alla spalla.(1)
Com’è noto la Tempesta di Giorgione
costituisce un mistero. Da sempre. Una delle opere più impenetrabili dal punto
di vista iconografico. Anche se è uno dei quadri più conosciuti del
Rinascimento. Studiato in ogni dettaglio, continua a mantenere il suo segreto.
Anche se qualcosa di nuovo sembra spuntare. Chi sono i personaggi in primo
piano? Chi rappresentano? Fra le molte interpretazioni avanzate, quella
di Salvatore Settis nel 1978, resta una delle
letture più suggestive: i due giovani del quadro incarnano Adamo ed Eva dopo la
cacciata dal Paradiso terrestre. Quarant’anni dopo, il saggio di Sergio Alcamo, La
verità celata. Giorgione, la tempesta e la salvezza (Donzelli
editore, pag. 205, euro 32) rende più credibile l’ipotesi, l’arricchisce
mediante “nuove diramazioni interpretative”. Scoprendo un dettaglio ignorato e
mettendo a confronto la Tempesta con opere affini.(…) In ultima analisi i
protagonisti della tela sembrano essere tre: la cingana allattante, il bambino
e il cosiddetto soldato. Ma è proprio vero? Alcamo sostiene di
no. E tra poco lo scopriremo. Lo studioso
riconosce a Settis di aver rintracciato un precedente iconografico della
Tempesta nel rilievo marmoreo dello scultore pavese Giovanni Antonio
Amadeo che orna tuttora la facciata della Cappella Colleoni a Bergamo
raffigurante Dio ammonisce Adamo ed Eva. Un’analogia
fondamentale per ribadire che le due figure della Tempesta Sono Adama ed Eva,
inserendo il quadro di Giorgione in quella serie che ripropone lo stesso schema
iconografico. Se non sono stati individuati altri precedenti,
Alcamo è però in grado di fare riferimento a due opere successive alla
Tempesta, Alabardiere con donna e bambino di Sebastiano del
Piombo (1507/8 circa) e Alabardiere con donna e due
bambini(Idillio) di Palma il vecchio (1507/8). Vi si leggono
chiaramente i punti di contatto con il capolavoro giorgionesco. Anche se la
figura della donna che ricorre in entrambe le tele indossa abiti contemporanei.
Troviamo però il soldato e il paesaggio nel quale compaiono alcune abitazioni.
Da notare che manca il non trascurabile dettaglio del fenomeno atmosferico
registrato da Michiel.A questo punto Alcamo tira in ballo un altro dipinto,
successivo alla Tempesta, un tondo su tavola, I progenitori,
attribuito a Francesco di Ubertino Verdi, noto come Francesco Ubertini o il Bachiacca,
il cui soggetto sembra essere strettamente legato all’invenzione di Giorgione.
Alcuni dettagli sarebbero inspiegabili senza la visione diretta, o quanto meno,
di una sua fedele traduzione grafica. Anche qui la donna, chiaramente Eva,
allatta un bambino, seduta su un terreno rialzato e come nel dipinto
dell’Accademia, una quinta arborea alle sue spalle ne sottolinea, isolandola,
la figura.
Nello fondo non troviamo un paesaggio reale ma il Paradiso terrestre o il
Giardino dell’Eden. A sinistra la tradizionale figura di Adamo seminudo.
Coperto di pelli intento a lavorare la terra con una vanga. Il che suggerisce
che anche il personaggio maschile della Tempesta debba essere il primo uomo.
Ultimo elemento da non trascurare, a guardia della porta del paradiso troviamo,
come da consuetudine, un angelo con la spada sguainata, qui raffigurato come un
serafino infuocato. C’è l’angelo nella Tempesta? Si
risponde Alcamo. Ecco il nuovo dettaglio che incrementa il numero dei
protagonisti del quadro. Da tre a quattro. Ad uno
sguardo molto ravvicinato possiamo scorgere sul ponte l’appena percepibile
figura di un angelo dalle grandi ali e con una veste biancastra stretta in
vita.
Quest’ultimo tassello mimetizzato tra la vegetazione permette di interpretare con più facilità l’enigma del dipinto, avvalorando l’interpretazione di Settis e cioè che la Tempesta di Giorgione altro non raffigura se non Adamo ed Eva dopo la cacciata dall’Eden. Il minuscolo angelo, in apparenza a guardia del ponte, rimanda al limite invalicabile oltre il quale non si può più andare. E quell’oltre, altro non è che il Paradiso terrestre. E la torre-porta alla testa del ponte sulla destra potrebbe identificarsi con quella del suo ingresso alla quale l’angelo fa da guardia, così come riportato nel Genesi: “Scacciò l’uomo e pose ad Oriente del giardino di Eden i cherubini e la fiamma della spada folgorante, per custodire la via all’albero della vita”. (2)
A Cocchi su https://www.geometriefluide.com/pagina.asp?cat=giorgione&prod=interpreta-tempesta-giorgione
riporta una bibliografia attraverso la
quale evidenzia le seguenti
interpretazioni :Ferriguto sostiene che si tratti di un'allegoria della
natura.
Richter invece sostiene che il dipinto sia riferito all'infanzia di
Paride.
In base all'ipotesi, condivisa da diversi studiosi, di un'origine illegittima
di Giorgione (comunque non attestata da documenti), il Morassi e altri
sostengono che nel dipinto l'artista abbia voluto riferirsi alla sua vicenda
personale.
L'interpretazione di Stefanini propende per una derivazione da Polifilo
di Francesco Colonna.
Qualcun altro riconosce nella donna la ninfa Io che allatta il figlio
Epafo, sorvegliata da Mercurio.
Altro rinvio mitologico è offerto dalla proposte che si tratti della nascita
di Bacco.
A questo si contrappone l'idea di una rappresentazione biblica dei progenitori Deucalione
e Pirra dopo il diluvio.
Su una linea simile si muove Salvatore Settis, che propende per una
scena tratta della Genesi: Adamo ed Eva con il piccolo Caino dopo la
cacciata dal Paradiso terrestre. A questa va collegata la rappresentazione del rilievo
eseguito da Giovanni Antonio Amadeo per la facciata della cappella
Colleoni a Bergamo. Ma con alcune differenze: nella versione di Amadeo Adamo è
nudo nudo e al posto del fulmine è scolpita l'immagine di Dio. La tempesta
di Giorgione, secondo Settis, potrebbe alludere alla condizione umana
dopo la cacciata dal Paradiso terrestre, le colonne alla fugacità della vita
umana e le rovine alla morte del paganesimo con l'avvento dell'era cristiana.
Ma la rappresentazione del fulmine potrebbe essere anche un raffinato
modo da parte di Giorgione di paragonarsi al grande pittore greco Apelle,
che le fonti antiche tramandano come abilissimo nel dipingere il bagliore dei
lampi. Si suggerisce anche il tema del Ritrovamento di Mosè, e la città
sullo sfondo, in cui si riconoscono forme orientaleggianti, viene identificata
come una città d'Egitto.
Sostenendo che il committente dell'opera fosse Bartolomeo Campagnola, e
non il Vendramin, Guidoni in una sua ricerca riconosce nella città sullo
sfondo Padova e sostiene che si tratti di un'allegoria della
fondazione di Padova da parte di Antenore. Lo studioso riconosce
nelle costruzioni e nella torre il Castello di Ezzelino e gli stemmi di Venezia
e dei Carraresi sulle porte della città.
Antenore, identificato nel soldato in primo piano, dopo la sua fuga
dall'incendio che devastò l'antica Troia, giunse in Italia e fondò la città di
Padova.
Altra possibile lettura è quella dell'allegoria di due virtù: la
fortezza, (l'uomo) e della carità (la donna), soggette alla fortuna (il
fulmine). Secondo Calvesi, la fusione di temi cristiani e pagani ha
probabili riferimenti all’alchimia e alla filosofia neoplatonica,
ma anche al sapere esoterico appartenenti alle cultura dell’aristocrazia
veneta.
L’armonia dei colori può essere un riferimento al concetto del mondo come
armonia retta dall’amore divino, tema centrale del neoplatonismo. In
quest’ottica può essere colta la rappresentazione del matrimonio del
Cielo (uomo-Mercurio) e della Terra (donna che allatta-Gea).
La città sullo sfondo indicherebbe l’Egitto, le rovine l’antica sapienza
mercuriale, le colonne e il fulmine, rispettivamente la salita e ridiscesa di
umori liquidi, aerei e del fuoco. Più in generale il mescolarsi dei colori
sulla tela alluderebbe alla fusione degli elementi naturali, simile al
ribollire dei metalli e delle sostanze negli alambicchi degli alchimisti,
cultori dell’antica sapienza mercuriale. (3)
Giorgione . Ci sono molti dubbi sulla sua formazione
Nella sua città, Castelfranco Veneto, ha realizzato almeno due
opere importanti: il Fregio di casa Marta,
in buone condizioni di conservazione, ma molto trascurato o addirittura
non riconosciuto da alcuni studiosi, e la celebre Pala di Castelfranco del
1500-1504, conservata nel Duomo.
Probabilmente, Giorgione si trasferisce a Venezia piuttosto
tardi, intorno al 1503-04. Dall'iscrizione presente dietro il
suo Ritratto di Laura, è documentato il suo ingresso
presso la bottega di Vincenzo Catena, seguace arcaizzante di Giovanni
Bellini, per poi entrare in contatto con altri artisti allievi di Leonardo
da Vinci.
Il presunto incontro con Leonardo, nel marzo del 1500, spesso citato dai testi
di storia dell'arte, è in realtà molto improbabile, sia perchè Leonardo si
fermò a Venezia giusto il tempo di consegnare al governo della Serenissima un
Progetto di ingegneria militare e poi ripartire in tutta fretta, sia perchè
Giorgione non risulta essere a Venezia prima del 1503.
Sulla sua formazione esiste quindi un silenzio totale per la mancanza di
qualsiasi documento. Gli studiosi hanno potuto solo fare riferimento alle
componenti stilistiche che mettono le opere del maestro veneto in rapporto con
altri artisti rinascimentali.
A venezia, Giorgione ha potuto studiare anche le opere di Antonello da
Messina, e, accanto all'uso della luce derivata dalla corrente
belliniana, sembra aver assimilato qualche componente del classicismo
peruginesco e dell'armonia e delicatezza dei bolognesi Francesco
Francia e Lorenzo Costa. (4) La ricerca espressiva di
Giorgione va anche intesa nell'ambito del neoaristotelismo,
fenomeno culturale nato in seno all'ateneo padovano per opera
soprattutto di Pietro Pomponazzi e rapidamente approdato a
Venezia e nel territorio lagunare.
In questa nuova cultura spicca la concezione di autonomia del sapere e la ricerca
del vero naturale, inteso come verità non mediata, che viene
sviluppata da un forte rapporto tra letteratura, scienza e filosofia.
La lirica interpretazione del Giorgione su temi come uomo, natura,
universo si basa su un'intimo amore per la natura e per l'uomo, ma
rappresenta anche una sensibile risposta a stimoli e suggestioni ricevuti dal
quel particolare contesto culturale.
Anche il tema della divinità viene affrontato da Giorgione in
modo assolutamente inedito e lo esprime secondo la propria autonoma esperienza
spirituale. Così immerge le sue figure sacre in paesaggi incantati, la cui
bellezza è l'essenza stessa del divino.
La verità per Giorgione coincide con il vissuto interiore. Il
suo amore per la natura, e per i suoi fenomeni, il nascere o tramontare del
sole, le montagne, gli alberi, i boschi, l'acqua, la foschia, le nuvole sono i
veri protagonisti dei suoi dipinti, cantati più che descritti, dalla voce del
suo colore.
Scrive Sgarbi in "Gli anni delle
meraviglie da Piero della Francesca a
Pontormo il tesoro d'Italia II" Bompiani Rcs . “Ed eccoci dentro La
tempesta. Anzi, sotto La tempesta, così come vuole lo spirito del quadro, che deve
il suo celebre titolo a quel lampo nel cielo che vira in un brivido argentino
la prevalente tonalità verde del dipinto. Esso è quello che si vede: un
paesaggio sotto l'imminente minaccia della pioggia (della “tempesta”, appunto).
È complicato dal suo apparente mistero, che ha sopportato le interpretazioni
più cervellotiche, ma non è altro da quello che ne dice Marcantonio Michiel, il
più antico dei suoi ammiratori, a soli quindici anni dalla morte di Giorgione.
Il nobile Michiel entra nella casa di Gabriele Vendramin, vede il quadro, ne
resta folgorato e così scrive: “Paesetto in tela con la tempesta con la cigana
e il soldato, fu de man de Zorzi de Castelfranco.” Un documento e insieme una
perizia perfetta. Inutile cercare complicazioni: Giorgione era stato a lungo a
fianco di Giovanni Bellini, aveva guardato con curiosità i dipinti di Cima da
Conegliano, si era trovato con il più giovane Tiziano in un circolo di persone
colte e gaudenti, desiderose di esprimere edonismo in pittura e, soprattutto,
fuori del vincolo dei soggetti sacri. Ecco allora i Tre filosofi e il Concerto
campestre e anche (perché no?) un paesaggio nell'imminenza di una tempesta.
Tutto il soggetto è nel lampo nel cielo, che si fa minaccioso per chi, zingara
e soldato, si trova all'aperto a cercare il fresco. Con questa semplice
intuizione (in fondo non è interessante sapere chi si nasconda dietro i due
personaggi-non personaggi), Giorgione, in apertura di secolo, dipinge il primo
paesaggio moderno. E, come davanti a un dipinto impressionista, la zingara e il
soldato siamo noi, sotto la tempesta siamo noi. Lo spazio di Giorgione è nuovo
sul piano psicologico, perché ci costringe a guardare la natura e il paesaggio
con occhi diversi. Noi non guardiamo, sentiamo. In questa condizione di idillio,
La tempesta è così moderna, così romantica, da trovare un corrispondente
nell'Infinito, idillio leopardiano. Guardandola, non ci si può sottrarre alla
sensazione di essere risucchiati dentro: “e il naufragar m'è dolce in questo
mare”. (5)
La Tempesta di Giorgione è nelle collezioni delle Gallerie dell’Accademia di Venezia grazie all’acquisto da parte del Comune di Venezia dal principe Giovannelli nel 1932.
(1)Fonte ADO – analisidellopera.it è un progetto che coinvolge autori di diversa formazione uniti dalla comune passione per la divulgazione e la promozione del patrimonio culturale ed artistico.Gli autori che formano il team del progetto ADO – analisidellopera.it contribuiscono ad incrementare il numero delle opere d’arte analizzate e ad arricchire le analisi già pubblicate attraverso approfondimenti che competono il proprio campo di esperienze.https://www.analisidellopera.it/la-tempesta-di-giorgione-da-castelfranco/
(2) https://www.artesplorando.it/2019/03/la-tempesta-il-dettaglio-ignorato.html
(3)Bibliografia.
A. Gentili.
Giorgione. Dossier Art n.148. Giunti. Firenze, 1999
V. Lilli. L'opera completa di Giorgione. Classici dell'arte
Rizzoli. Milano, 1966
Vasari, Vite, 1568
G. Cricco, F. P. Di Teodoro Itinerario mnell'arte. Vol. 3 Dal Rinascimento al
Manierismo. Zanichelli Editore, Ozzano Emilia 2006
Vivere l'arte. A cura di C. Fumarco e L. Beltrame. Vol. 2 Dal Rinascimento al
Rococò. Bruno Mondadori Editore, Verona 2008
La Nuova Enciclopedia dell’arte Garzanti, Giunti, Firenze 1986
R. Bossaglia Storia dell'arte. Vol 2 Dal Rinascimento al Barocco al Rococò.
Principato Editrice, Milano 2003.
P. Adorno, A. Mastrangelo. Arte. Correnti e artisti vol. II
F. Negri Arnoldi Storia dell'arte vol III. Fratelli Fabbri Editori
E. Bernini, R. Rota Eikon guida alla storia dell'arte. Vol. 2 Dal Quattrocento
al Seicento. Editori Laterza, Bari 2006
G. Dorfles, S. Buganza, J. Stoppa Storia dell'arte. Vol. 2 Dal Quattrocento al
Settecento. Istituto Italiano Edizioni Atlas, Begamo 2006
(4) A,Cocchi ,idem
Eremo Rocca S. Stefano venerdì 4 dicembre 20


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