venerdì 4 dicembre 2020

STORIE E VOCI DAL SILENZIO La tempesta di Giorgione

 

Giorgione, Tempesta, 1502-1503, Tempera a uovo e olio di noce su tela, 83 x 73 cm, Venezia, Gallerie dell'Accademia

Poche opere sono oscure come questo capolavoro di Giorgione. A cinque secoli dalla sua esecuzione, la Tempesta è tutta un enigma. Chi è la donna nuda che allatta il bambino sotto un albero? Una Madonna, una zingara, un’Eva primigenia? E che rapporti ha con il giovane armato, unico altro inquilino del dipinto? Anche l’importanza assunta dal paesaggio è un unicum nel panorama del Rinascimento. Quale sarà il suo senso? E per chi sta per scatenarsi la tempesta? Storia, religione, alchimia sono state scomodate per risolvere il dilemma. In attesa di una risposta, non resta che gustarsi uno dei più bei dipinti di sempre.   

Ne La Tempesta di Giorgione è riprodotto un paesaggio campestre. Al suo interno vi sono dipinte alcune rovine classiche a sinistra. Si notano infatti un muro parzialmente eretto e un basamento sul quale si innalzano due tronchi di colonna. In primo piano sono dipinte tre figure. A sinistra un uomo in piedi si appoggia ad un bastone esile e lungo. È abbigliato con vesti rinascimentali. Indossa dei calzoni corti, una camicia bianca e un gilet rosso. A destra invece si trova una donna seminuda seduta su di un prato che allatta il figlio. Al centro è rappresentato un fiume attraversato da un piccolo ponte. Sull’orizzonte si trova una città. Il cielo è cupo, denso di nubi e un lampo illumina la zona sopra le case. La scena è incorniciata da grandi alberi e cespugli che creano delle quinte naturali a destra e a sinistra.

La Tempesta dipinta da Giorgione in data incertamente attribuita, forse dal 1506 1508 appartiene al genere di paesaggi con figure. Queste sono opere di dimensioni ridotte che furono molto apprezzate dalla nobiltà veneziana del Cinquecento. I dipinti erano destinati ad una clientela molto limitata e colta. I clienti dei piccoli paesaggi apprezzavano infatti la descrizione della natura unita alla citazione di temi mitologico allegorici. Apparentemente La Tempesta di Giorgione è un paesaggio naturale con alcune figure che lo completano. In realtà l’opera negli anni fu oggetto di molte indagini storiche ed estetiche. Intanto fu analizzata attentamente la composizione molto accurata che soggiace a uno schema geometrico ben preciso.

Le indagini degli storici si concentrano soprattutto sul contenuto dell’opera. Nonostante gli sforzi il soggetto rimane sconosciuto. Gli studiosi tendono a considerare elemento principale dell’opera il paesaggio e l’evento naturale che sta per accadere, appunto la tempesta. I personaggi dipinti sembra infatti siano stati aggiunti come figure di completamento dell’opera e non siano importanti per comprendere il significato. Attraverso una radiografia si rilevò infatti che al posto dell’uomo vi era in una prima versione una donna nuda seduta in riva ad un ruscello. Anche il ponte in lontananza era completato da una figura in cammino con un fagotto legato ad un bastone appoggiato alla spalla.(1)

Com’è noto la Tempesta di Giorgione costituisce un mistero. Da sempre. Una delle opere più impenetrabili dal punto di vista iconografico. Anche se è uno dei quadri più conosciuti del Rinascimento. Studiato in ogni dettaglio, continua a mantenere il suo segreto. Anche se qualcosa di nuovo sembra spuntare. Chi sono i personaggi in primo piano? Chi rappresentano? Fra le molte interpretazioni avanzate, quella di Salvatore Settis nel 1978, resta una delle letture più suggestive: i due giovani del quadro incarnano Adamo ed Eva dopo la cacciata dal Paradiso terrestre. Quarant’anni dopo, il saggio  di Sergio AlcamoLa verità celata. Giorgione, la tempesta e la salvezza (Donzelli editore, pag. 205, euro 32) rende più credibile l’ipotesi, l’arricchisce mediante “nuove diramazioni interpretative”. Scoprendo un dettaglio ignorato e mettendo a confronto la Tempesta con opere affini.(…) In ultima analisi i protagonisti della tela sembrano essere tre: la cingana allattante, il bambino e il cosiddetto soldato. Ma è proprio vero? Alcamo sostiene di no. E tra poco lo scopriremo. Lo studioso riconosce a Settis di aver rintracciato un precedente iconografico della Tempesta nel rilievo marmoreo dello scultore pavese Giovanni Antonio Amadeo che orna tuttora la facciata della Cappella Colleoni a Bergamo raffigurante Dio ammonisce Adamo ed EvaUn’analogia fondamentale per ribadire che le due figure della Tempesta Sono Adama ed Eva, inserendo il quadro di Giorgione in quella serie che ripropone lo stesso schema iconografico. Se non sono stati individuati altri precedenti, Alcamo è però in grado di fare riferimento a due opere successive alla Tempesta, Alabardiere con donna e bambino di Sebastiano del Piombo (1507/8 circa) e Alabardiere con donna e due bambini(Idillio) di Palma il vecchio (1507/8). Vi si leggono chiaramente i punti di contatto con il capolavoro giorgionesco. Anche se la figura della donna che ricorre in entrambe le tele indossa abiti contemporanei. Troviamo però il soldato e il paesaggio nel quale compaiono alcune abitazioni. Da notare che manca il non trascurabile dettaglio del fenomeno atmosferico registrato da Michiel.A questo punto Alcamo tira in ballo un altro dipinto, successivo alla Tempesta, un tondo su tavola, I progenitori, attribuito a Francesco di Ubertino Verdi, noto come Francesco Ubertini o il Bachiacca, il cui soggetto sembra essere strettamente legato all’invenzione di Giorgione. Alcuni dettagli sarebbero inspiegabili senza la visione diretta, o quanto meno, di una sua fedele traduzione grafica. Anche qui la donna, chiaramente Eva, allatta un bambino, seduta su un terreno rialzato e come nel dipinto dell’Accademia, una quinta arborea alle sue spalle ne sottolinea, isolandola, la figura.

Nello fondo non troviamo un paesaggio reale ma il Paradiso terrestre o il Giardino dell’Eden. A sinistra la tradizionale figura di Adamo seminudo. Coperto di pelli intento a lavorare la terra con una vanga. Il che suggerisce che anche il personaggio maschile della Tempesta debba essere il primo uomo. Ultimo elemento da non trascurare, a guardia della porta del paradiso troviamo, come da consuetudine, un angelo con la spada sguainata, qui raffigurato come un serafino infuocato. C’è l’angelo nella Tempesta? Si risponde Alcamo. Ecco il nuovo dettaglio che incrementa il numero dei protagonisti del quadro. Da tre a quattro.  Ad uno sguardo molto ravvicinato possiamo scorgere sul ponte l’appena percepibile figura di un angelo dalle grandi ali e con una veste biancastra stretta in vita.

Quest’ultimo tassello mimetizzato tra la vegetazione permette di interpretare con più facilità l’enigma del dipinto, avvalorando l’interpretazione di Settis e cioè che la Tempesta di Giorgione altro non raffigura se non Adamo ed Eva dopo la cacciata dall’Eden. Il minuscolo angelo, in apparenza a guardia del ponte, rimanda al limite invalicabile oltre il quale non si può più andare. E quell’oltre, altro non è che il Paradiso terrestre. E la torre-porta alla testa del ponte sulla destra potrebbe identificarsi con quella del suo ingresso alla quale l’angelo fa da guardia, così come riportato nel Genesi: “Scacciò l’uomo e pose ad Oriente del giardino di Eden i cherubini e la fiamma della spada folgorante, per custodire la via all’albero della vita”. (2)

A Cocchi  su https://www.geometriefluide.com/pagina.asp?cat=giorgione&prod=interpreta-tempesta-giorgione  riporta una bibliografia attraverso la quale evidenzia  le seguenti interpretazioni :Ferriguto sostiene che si tratti di un'allegoria della natura.
Richter
invece sostiene che il dipinto sia riferito all'infanzia di Paride.
In base all'ipotesi, condivisa da diversi studiosi, di un'origine illegittima di Giorgione (comunque non attestata da documenti), il Morassi e altri sostengono che nel dipinto l'artista abbia voluto riferirsi alla sua vicenda personale.
L'interpretazione di Stefanini propende per una derivazione da Polifilo di Francesco Colonna.
Qualcun altro riconosce nella donna la ninfa Io che allatta il figlio Epafo, sorvegliata da Mercurio.

Altro rinvio mitologico è offerto dalla proposte che si tratti della nascita di Bacco.
A questo si contrappone l'idea di una rappresentazione biblica dei progenitori Deucalione e Pirra dopo il diluvio.
Su una linea simile si muove Salvatore Settis, che propende per una scena tratta della Genesi: Adamo ed Eva con il piccolo Caino dopo la cacciata dal Paradiso terrestre. A questa va collegata la rappresentazione del rilievo eseguito da Giovanni Antonio Amadeo per la facciata della cappella Colleoni a Bergamo. Ma con alcune differenze: nella versione di Amadeo Adamo è nudo nudo e al posto del fulmine è scolpita l'immagine di Dio. La tempesta di Giorgione, secondo Settis, potrebbe alludere  alla condizione umana dopo la cacciata dal Paradiso terrestre, le colonne alla fugacità della vita umana e le rovine alla morte del paganesimo con l'avvento dell'era cristiana.
Ma la rappresentazione del fulmine potrebbe essere anche un raffinato modo da parte di Giorgione di paragonarsi al grande pittore greco Apelle, che le fonti antiche tramandano come abilissimo nel dipingere il bagliore dei lampi. Si suggerisce anche il tema del Ritrovamento di Mosè, e la città sullo sfondo, in cui si riconoscono forme orientaleggianti, viene identificata come una città d'Egitto.
Sostenendo che il committente dell'opera fosse Bartolomeo Campagnola, e non il Vendramin, Guidoni in una sua ricerca riconosce nella città sullo sfondo Padova e sostiene che si tratti di un'allegoria della fondazione di Padova da parte di Antenore. Lo studioso riconosce nelle costruzioni e nella torre il Castello di Ezzelino e gli stemmi di Venezia e dei Carraresi sulle porte della città.
Antenore, identificato nel soldato in primo piano, dopo la sua fuga dall'incendio che devastò l'antica Troia, giunse in Italia e fondò la città di Padova.
Altra possibile lettura è quella dell'allegoria di due virtù: la fortezza, (l'uomo) e della carità (la donna), soggette alla fortuna (il fulmine). Secondo Calvesi, la fusione di temi cristiani e pagani ha probabili riferimenti all’alchimia e alla filosofia neoplatonica,  ma anche al sapere esoterico appartenenti alle cultura dell’aristocrazia veneta.
L’armonia dei colori può essere un riferimento al concetto del mondo come armonia retta dall’amore divino, tema centrale del neoplatonismo.  In quest’ottica può essere colta  la rappresentazione del matrimonio del Cielo (uomo-Mercurio) e della Terra (donna che allatta-Gea).
La città sullo sfondo indicherebbe l’Egitto, le rovine l’antica sapienza mercuriale, le colonne e il fulmine, rispettivamente la salita e ridiscesa di umori liquidi, aerei e del fuoco. Più in generale il mescolarsi dei colori sulla tela alluderebbe alla fusione degli elementi naturali, simile al ribollire dei metalli e delle sostanze negli alambicchi degli alchimisti, cultori dell’antica sapienza mercuriale. (3)

Giorgione . Ci sono molti dubbi sulla sua formazione
Nella sua città, Castelfranco Veneto, ha realizzato almeno due opere importanti: il Fregio di casa Marta, in buone condizioni di conservazione, ma molto trascurato o addirittura non riconosciuto da alcuni studiosi, e la celebre Pala di Castelfranco del 1500-1504, conservata nel Duomo.
Probabilmente, Giorgione si trasferisce a Venezia piuttosto tardi, intorno al 1503-04. Dall'iscrizione presente dietro il suo Ritratto di Laura, è documentato il suo ingresso presso la bottega di Vincenzo Catena, seguace arcaizzante di Giovanni Bellini, per poi entrare in contatto con altri artisti allievi di Leonardo da Vinci.
Il presunto incontro con Leonardo, nel marzo del 1500, spesso citato dai testi di storia dell'arte, è in realtà molto improbabile, sia perchè Leonardo si fermò a Venezia giusto il tempo di consegnare al governo della Serenissima un Progetto di ingegneria militare e poi ripartire in tutta fretta, sia perchè Giorgione non risulta essere a Venezia prima del 1503.
Sulla sua formazione esiste quindi un silenzio totale per la mancanza di qualsiasi documento. Gli studiosi hanno potuto solo fare riferimento alle componenti stilistiche che mettono le opere del maestro veneto in rapporto con altri artisti rinascimentali.
A venezia, Giorgione ha potuto studiare anche le opere di Antonello da Messina, e, accanto all'uso della luce derivata dalla corrente belliniana, sembra aver assimilato qualche componente del classicismo peruginesco e dell'armonia e delicatezza dei bolognesi Francesco Francia e Lorenzo Costa. (4) La ricerca espressiva di Giorgione va anche intesa nell'ambito del neoaristotelismo, fenomeno culturale nato in seno all'ateneo padovano per opera soprattutto di Pietro Pomponazzi e rapidamente approdato a Venezia e nel territorio lagunare.
In questa nuova cultura spicca la concezione di autonomia del sapere e la ricerca del vero naturale, inteso come verità non mediata, che viene sviluppata da un forte rapporto tra letteratura, scienza e filosofia.
La lirica interpretazione del Giorgione su temi come uomo, natura, universo si basa su un'intimo amore per la natura e per l'uomo, ma rappresenta anche una sensibile risposta a stimoli e suggestioni ricevuti dal quel particolare contesto culturale.
Anche il tema della divinità viene affrontato da Giorgione in modo assolutamente inedito e lo esprime secondo la propria autonoma esperienza spirituale. Così immerge le sue figure sacre in paesaggi incantati, la cui bellezza è l'essenza stessa del divino.
La verità per Giorgione coincide con il vissuto interiore. Il suo amore per la natura, e per i suoi fenomeni, il nascere o tramontare del sole, le montagne, gli alberi, i boschi, l'acqua, la foschia, le nuvole sono i veri protagonisti dei suoi dipinti, cantati più che descritti, dalla voce del suo colore.

Scrive  Sgarbi in "Gli anni delle meraviglie  da Piero della Francesca a Pontormo il tesoro d'Italia II" Bompiani Rcs . “Ed eccoci dentro La tempesta. Anzi, sotto La tempesta, così come vuole lo spirito del quadro, che deve il suo celebre titolo a quel lampo nel cielo che vira in un brivido argentino la prevalente tonalità verde del dipinto. Esso è quello che si vede: un paesaggio sotto l'imminente minaccia della pioggia (della “tempesta”, appunto). È complicato dal suo apparente mistero, che ha sopportato le interpretazioni più cervellotiche, ma non è altro da quello che ne dice Marcantonio Michiel, il più antico dei suoi ammiratori, a soli quindici anni dalla morte di Giorgione. Il nobile Michiel entra nella casa di Gabriele Vendramin, vede il quadro, ne resta folgorato e così scrive: “Paesetto in tela con la tempesta con la cigana e il soldato, fu de man de Zorzi de Castelfranco.” Un documento e insieme una perizia perfetta. Inutile cercare complicazioni: Giorgione era stato a lungo a fianco di Giovanni Bellini, aveva guardato con curiosità i dipinti di Cima da Conegliano, si era trovato con il più giovane Tiziano in un circolo di persone colte e gaudenti, desiderose di esprimere edonismo in pittura e, soprattutto, fuori del vincolo dei soggetti sacri. Ecco allora i Tre filosofi e il Concerto campestre e anche (perché no?) un paesaggio nell'imminenza di una tempesta. Tutto il soggetto è nel lampo nel cielo, che si fa minaccioso per chi, zingara e soldato, si trova all'aperto a cercare il fresco. Con questa semplice intuizione (in fondo non è interessante sapere chi si nasconda dietro i due personaggi-non personaggi), Giorgione, in apertura di secolo, dipinge il primo paesaggio moderno. E, come davanti a un dipinto impressionista, la zingara e il soldato siamo noi, sotto la tempesta siamo noi. Lo spazio di Giorgione è nuovo sul piano psicologico, perché ci costringe a guardare la natura e il paesaggio con occhi diversi. Noi non guardiamo, sentiamo. In questa condizione di idillio, La tempesta è così moderna, così romantica, da trovare un corrispondente nell'Infinito, idillio leopardiano. Guardandola, non ci si può sottrarre alla sensazione di essere risucchiati dentro: “e il naufragar m'è dolce in questo mare”. (5)

 

 

La Tempesta di Giorgione è nelle collezioni delle Gallerie dell’Accademia di Venezia grazie all’acquisto da parte del Comune di Venezia dal principe Giovannelli nel 1932.

(1)Fonte ADO – analisidellopera.it è un progetto che coinvolge autori di diversa formazione uniti dalla comune passione per la divulgazione e la promozione del patrimonio culturale ed artistico.Gli autori che formano il team del progetto ADO – analisidellopera.it contribuiscono ad incrementare il numero delle opere d’arte analizzate e ad arricchire le analisi già pubblicate attraverso approfondimenti che competono il proprio campo di esperienze.https://www.analisidellopera.it/la-tempesta-di-giorgione-da-castelfranco/

(2) https://www.artesplorando.it/2019/03/la-tempesta-il-dettaglio-ignorato.html

(3)Bibliografia.

A. Gentili. Giorgione. Dossier Art n.148. Giunti. Firenze, 1999
V. Lilli. L'opera completa di Giorgione. Classici dell'arte Rizzoli.  Milano, 1966
Vasari, Vite, 1568
G. Cricco, F. P. Di Teodoro Itinerario mnell'arte. Vol. 3 Dal Rinascimento al Manierismo. Zanichelli Editore, Ozzano Emilia  2006
Vivere l'arte. A cura di C. Fumarco e L. Beltrame. Vol. 2 Dal Rinascimento al Rococò. Bruno Mondadori Editore, Verona 2008
La Nuova Enciclopedia dell’arte Garzanti, Giunti, Firenze 1986
R. Bossaglia Storia dell'arte. Vol 2 Dal Rinascimento al Barocco al Rococò. Principato Editrice, Milano 2003.
P. Adorno, A. Mastrangelo. Arte. Correnti e artisti vol. II
F. Negri Arnoldi Storia dell'arte vol III. Fratelli Fabbri Editori
E. Bernini, R. Rota Eikon guida alla storia dell'arte. Vol. 2 Dal Quattrocento al Seicento. Editori Laterza, Bari 2006
G. Dorfles, S. Buganza, J. Stoppa Storia dell'arte. Vol. 2 Dal Quattrocento al Settecento. Istituto Italiano Edizioni Atlas, Begamo 2006

(4) A,Cocchi ,idem

(5) https://www.ilgazzettino.it/pay/nazionale_pay/sgarbi_tutti_dentro_la_tempesta_di_giorgione-692993.html

Eremo Rocca S. Stefano venerdì 4 dicembre 20

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