sabato 12 dicembre 2020

SETTIMO GIORNO III Domenica d’Avvento Gaudete ( Anno B )


Io sono voce di uno che grida nel deserto

Il messaggero, annunciato nel vangelo di domenica scorsa, è descritto in modo più dettagliato dall’evangelista Giovanni. Egli ci ricorda, infatti, i dialoghi che Giovanni Battista ebbe con sacerdoti e leviti, venuti da Gerusalemme per interrogarlo. Era forse il Messia? No, rispose Giovanni Battista: “Io sono voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, come disse il profeta Isaia” (Gv 1,23).
Sant’Agostino commenta: “Giovanni Battista era una voce, ma in principio il Signore era il Verbo. Giovanni fu una voce per un certo tempo, ma Cristo, che in principio era il Verbo, è il Verbo per l’eternità” (Serm 293)
“ Egli - dice l’evangelista Giovanni - venne come testimone per rendere testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui”. Vi sentiamo un’eco del prologo: “Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo” (Gv 1,9).
Anche noi dobbiamo essere suoi testimoni (Gv 15,27) e ciò, prima di tutto, nella santità delle nostre vite perché “mi ha rivestito delle vesti di salvezza, mi ha avvolto con il manto della giustizia” (Is 61,10).

Dal libro del profeta Isaìa  (Is 61,1-2.10-11)

Lo spirito del Signore Dio è su di me,
perché il Signore mi ha consacrato con l'unzione;
mi ha mandato a portare il lieto annuncio ai miseri,
a fasciare le piaghe dei cuori spezzati,
a proclamare la libertà degli schiavi,
la scarcerazione dei prigionieri,
a promulgare l'anno di grazia del Signore.
Io gioisco pienamente nel Signore,
la mia anima esulta nel mio Dio,
perché mi ha rivestito delle vesti della salvezza,
mi ha avvolto con il mantello della giustizia,
come uno sposo si mette il diadema
e come una sposa si adorna di gioielli.
Poiché, come la terra produce i suoi germogli
e come un giardino fa germogliare i suoi semi,
così il Signore Dio farà germogliare la giustizia
e la lode davanti a tutte le genti.

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Tessalonicési  (1Ts 5,16-24)

Fratelli, siate sempre lieti, pregate ininterrottamente, in ogni cosa rendete grazie: questa infatti è volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi. Non spegnete lo Spirito, non disprezzate le profezie. Vagliate ogni cosa e tenete ciò che è buono. Astenetevi da ogni specie di male. Il Dio della pace vi santifichi interamente, e tutta la vostra persona, spirito, anima e corpo, si conservi irreprensibile per la venuta del Signore nostro Gesù Cristo.
Degno di fede è colui che vi chiama: egli farà tutto questo!

Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 1,6-8.19-28)

Venne un uomo mandato da Dio:
il suo nome era Giovanni.
Egli venne come testimone per dare testimonianza alla luce,
perché tutti credessero per mezzo di lui.
Non era lui la luce,
ma doveva dare testimonianza alla luce.
Questa è la testimonianza di Giovanni,
quando i Giudei gli inviarono da Gerusalemme sacerdoti e levìti a interrogarlo:
«Tu, chi sei?». Egli confessò e non negò. Confessò: «Io non sono il Cristo». Allora gli chiesero: «Chi sei, dunque? Sei tu Elia?». «Non lo sono», disse. «Sei tu il profeta?». «No», rispose. Gli dissero allora: «Chi sei? Perché possiamo dare una risposta a coloro che ci hanno mandato. Che cosa dici di te stesso?».
Rispose: «Io sono voce di uno che grida nel deserto: Rendete diritta la via del Signore, come disse il profeta Isaìa».
Quelli che erano stati inviati venivano dai farisei.
Essi lo interrogarono e gli dissero: «Perché dunque tu battezzi, se non sei il Cristo, né Elia, né il profeta?». Giovanni rispose loro: «Io battezzo nell'acqua. In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete, colui che viene dopo di me: a lui io non sono degno di slegare il laccio del sandalo».
Questo avvenne in Betània, al di là del Giordano, dove Giovanni stava battezzando.

Il brano evangelico della terza domenica di Avvento – la domenica Gaudete, tradizionalmente posta sotto il segno della gioia per l’approssimarsi della memoria dell’evento dell’incarnazione –, in questa annata liturgica B è formato da uno stralcio del prologo del IV vangelo, 1,6-8, e dai vv. 19-28 sempre del primo capitolo, che danno inizio al racconto giovanneo. Ciò che unisce i due brani è il tema della testimonianza di Giovanni il Battista nei confronti di Gesù: il IV vangelo ama presentare Giovanni con la categoria della testimonianza. Dopo aver presentato il Verbo, la Parola che era presso Dio e che è vita e luce degli uomini, l'autore del IV vangelo sente il bisogno di parlare di Giovanni il Precursore, di colui che venne come lampada a preparare la strada alla Luce, a Cristo luce del mondo. Il IV vangelo ci mostra l'inestricabile rapporto tra il Messia e chi lo precede, tra la Luce e chi l'annuncia senza essere la luce, tra la Parola e la voce che non è il Logos, tra colui che dirà Io sono (Gv 4,26; 6,20.35.41.48.51; 8,12; ecc.) e colui che dice Io non sono (“Io non sono il Cristo”: Gv 1,20). Il rapporto tra Giovanni e Gesù può essere evocato con l’espressione: lucem demonstrat umbra, cioè: l'ombra è la prova della luce. Sono due dimensioni che non possono stare l'una senza l'altra, come non può stare l'ombra senza ciò di cui è ombra, ma sono in vitale relazione reciproca. Né si tratta di due dimensioni assolute, perché come è invivibile il buio pesto, così è altrettanto insopportabile la luce abbagliante. Giovanni dunque come ombra del Messia, cioè come colui che lo accenna, lo abbozza, lo prefigura.

Nei vv. 6-8 Giovanni è presentato come uomo mandato da Dio. Non si narra la vocazione, non si danno notazioni biografiche, non si accenna alla situazione storica: si dice solo che è stato inviato da Dio. Anche Giovanni avrà avuto un percorso, un cammino esistenziale, ma il IV vangelo non ne dice nulla, e si limita all’essenziale: era un uomo di Dio. Questo essere inviato da Dio lascia tuttavia spazio ad almeno tre cose che di lui si possono dire: il nome, la missione, ciò che lui non è. Questo è racchiuso nei vv. 6-8.

Anzitutto il nome: “Il suo nome: Giovanni” (Gv 1,6). Il nome Jochanan significa “Il Signore fa grazia”. Il suo nome rinvia alla grazia di Dio, al piegarsi di Dio sull’uomo che è l’atto misericordioso di Dio fonte di ogni vocazione e missione. È l’atto sovrano con cui il Signore guarda dall’alto la creatura e se ne prende cura. Ed è ciò che, intuito dall’uomo, sta alla radice della sua vocazione e della sua missione.

Quindi la missione: egli venne per la testimonianza, per dare testimonianza alla luce (Gv 1,7). Giovanni viene come testimone. Egli è il paradossale testimone che precede il Messia. Così Giovanni diviene figura di ogni credente che è chiamato a essere testimone, ma certo, testimone che segue il Messia, che viene dopo il Signore.

Infine ciò che lui non è: “Non era lui la luce” (Gv 1,8). Egli era solo il testimone della luce. In verità, non solo Giovanni, ma nessuno è la luce vera che illumina ogni uomo, se non il Cristo, e nessuno può dire in verità “Io sono”, nemmeno la chiesa, ma solo il Cristo. Giovanni ci insegna che l’identità di ogni persona implica un limite, un negativo, un “non”. Ogni identità è parzialità, è rigetto di onnipotenza e accoglienze di un limite.

Ma se questa è la presentazione nel prologo, ecco che l’inizio della parte in prosa del IV vangelo ci mostra Giovanni come colui che rende attivamente testimonianza al Veniente. Come rende testimonianza? “Questa”, dice il vangelo, “è la testimonianza di Giovanni quando i Giudei mandarono da Gerusalemme sacerdoti e leviti per interrogarlo”. Se Giovanni è stato mandato da Dio (1,6), sacerdoti e scribi sono mandati dai Giudei (1,19), più precisamente, dai farisei (1,24). Il contrasto si impone. E nell’interrogatorio di Giovanni il Precursore che apre il IV vangelo già si intravede l’interrogatorio che Gesù stesso subirà ad opera del mondo e che attraversa l’intero IV vangelo per sfociare nel processo vero e proprio.

Giovanni poi appare come testimone anzitutto in quanto responsabile: egli risponde alle domande che gli sono poste. E risponde anzitutto di se stesso. Per poter parlare di Cristo occorre saper rispondere di sé: “Che cosa dici di te stesso?” (1,22). Non di argomenti teologici, ma di te stesso, non degli altri, ma di te stesso, non del mondo, ma di te stesso. Se il testimone è colui che suscita domande negli altri, non tanto colui che prende la parola per indirizzarsi agli altri, ma piuttosto una persona la cui vita è tale che agli altri accade, vedendolo, di interrogare se stessi sulla propria vita e di interrogare il testimone sull’origine della sua diversità, ecco che Giovanni non si sottrae alla domande che lo vagliano, lo mettono in crisi e indagano la sua singolarità. Giovanni non si difende da queste domande, ma le affronta e vi risponde senza mentire. “Egli confessò e non negò e confessò” (1,20): egli non mentì. Giovanni accetta di rispondere di se stesso, accoglie le domande su di sé non come aggressione o intrusione, ma come occasione di chiarezza su di sé e di verità davanti a tutti. Perché la missione è pubblica e il ministero, ogni ministero ecclesiale, non lo si vive nel nascondimento, come nella logica chiusa della setta, ma è giustamente esposto al giudizio e alla critica altrui. La testimonianza cristiana nasce nello spazio della responsabilità, dove responsabilità è capacità di rispondere di sé, del proprio ministero, delle motivazioni e delle modalità del proprio servizio. È la non-libertà che implica il rifiuto del dialogo, del confronto, della domanda, del presentare ad altri il proprio ministero e la propria condotta. La non-libertà che rifiuta tutto questo diventa irresponsabilità e impossibilità di testimoniare, perché a quel punto non si conosce in verità né se stessi né colui di cui si dovrebbe testimoniare. Giovanni ci insegna che non abbiamo altra via verso la nostra verità personale e la verità della nostra relazione con il Signore, che non passi attraverso la crisi, la messa al vaglio di sé, il confronto con l’altro che ci interroga.

E tre sono essenzialmente le domande poste a Giovanni: “Chi sei?” (ripetuta tre volte: 1,19.21.22). Poi: “Che dici di te stesso?” (1,22). Infine: “Perché battezzi?” (1,25). Alla domanda “chi sei?” del v. 19 il narratore aggiunge che Giovanni “confessò e non rinnegò, e confessò” dove la triplice ripetizione forse si riferisce alle tre risposte immediatamente successive: “Io non sono il Cristo”, poi, alla domanda se lui sia Elia, “Non lo sono”, infine, alla domanda se sia il Profeta, “No”. Ma il verbo arnéomai (negare-rinnegare) suggerisce di vedervi un riferimento alla triplice sconfessione di Pietro, quando Pietro, interrogato a sua volta, ma non da una delegazione ufficiale inviata da Gerusalemme, bensì da una serva portinaia (Gv 18,17), da servi e guardie (Gv 18,25), da un servo del sommo sacerdote (Gv 18,27), e interrogato sul suo essere discepolo di Gesù, risponde prima “Non lo sono” (Gv 18,17), poi, ancora “Non lo sono” (Gv 18,25) e infine si dice solo che “rinnegò” (Gv 18,27). Pietro mente. E mentire è misura di difesa di sé, di sopravvivenza a qualcosa che viene sentito come troppo duro, tale da mettere in discussione il senso del proprio stare al mondo. Pietro pensa di proteggersi, di evitare il rischio di essere a sua volta arrestato, negando di essere discepolo di Gesù. Pietro non è libero, e la sua menzogna lo mostra; Pietro è dominato dalla paura di perdersi e dall’ansia di voler salvare se stesso. Se Pietro rinnega, Giovanni, al contrario, “non rinnegò”; se Pietro sconfessa Gesù, Giovanni, al contrario, “confessò”. Se Pietro mente, Giovanni resta nella verità.

Giovanni non si arroga un nome non suo, non prende il posto di un altro, e nega recisamente di identificarsi con le tre figure salienti dell’attesa giudaica dell’epoca: il Messia, l’Elia che deve venire, il profeta escatologico. Giovanni, che pure ha visto indirizzarsi su di sé attese colorate di tinte messianiche e che al dire di Gesù stesso è stato profeta e più che profeta, sa abitare il proprio limite, sa integrare ciò che lui non è nella sua identità, sa cogliere fin dove lui può arrivare, sa obbedire. Dopo aver rifiutato la vertigine del porsi più in alto di se stesso, ecco che alla domanda che gli chiede di dirsi, egli risponde positivamente, rinviando alla fonte della sua obbedienza, la Scrittura: “Io, voce di chi grida nel deserto: spianate la via del Signore” (Gv 1,23). Ecco il luogo della sua pace: la parola del Signore obbedita e divenuta principio ordinatore della sua esistenza. Ecco allora che dopo aver negato e poi confessato, può dare la sua testimonianza al Messia in verità, ovvero cogliendo se stesso in riferimento al Messia: “Io non sono degno di sciogliere il legaccio del suo sandalo” (1,27). Io battezzo in acqua, lui in Spirito santo. Giovanni compie dunque la sua testimonianza, la sua confessione di fede coinvolta e partecipe del destino del suo Signore, nella piena coscienza della distanza fra sé e il Messia. Nella conoscenza chiara di sé, condizione necessaria per conoscere e confessare il Signore in verità e non mentire su se stessi, non nascondersi a se stessi e ovviamente, agli altri. La testimonianza del Signore richiede questo processo di verità personale.

Luciano Manicardi   https://www.monasterodibose.it/preghiera/vangelo/14234-che-dici-di-te-stesso

 Quanto siano importanti oggi queste parole, lo si comprende benissimo alla luce dell'esperienza della pandemia. Quello sta volgendo a termine, il 2020, non è stato un anno giubilare, ma un anno della sofferenza, della croce e del dolore universale.
Il nuovo anno che ci apprestiamo a vivere ce lo auguriamo possa portare quella gioia che abbiamo tutti persa e smarrita per paura del coronavirus.
Una gioia vera, quella del Signore e nel Signore, come ci dice il profeta: “Io gioisco pienamente nel Signore, la mia anima esulta nel mio Dio, perché mi ha rivestito delle vesti della salvezza, mi ha avvolto con il mantello della giustizia, come uno sposo si mette il diadema e come una sposa si adorna di gioielli.
Ecco perché questo Natale 2020 pur segnato da tante limitazioni, da tutti è atteso come un tempo di rinascita e di ripresa, poiché, “come la terra produce i suoi germogli e come un giardino fa germogliare i suoi semi, così il Signore Dio farà germogliare la giustizia e la lode davanti a tutte le genti”.
Sempre per sollecitare la gioia nella nostra vita, ci viene proposta come seconda lettura di oggi, un brano della prima lettera di San Paolo Apostolo ai Tessalonicési, in cui ci viene raccomandato di essere sempre lieti, di pregare ininterrottamente, e in ogni cosa rendere grazie a Dio, per mezzo di Gesù.
Non dobbiamo spegnere lo Spirito che è in noi e non dobbiamo disprezzare le profezie, ma vagliare ogni cosa e tenete per se solo ciò che è buono.
La gioia cristiana consiste, infatti, nell'astenersi da ogni specie di male e cercare la pace sempre, perché Cristo è venuto sulla terra a portare pace, come ci ricorda il brano del vangelo di oggi, tratto da San Giovanni, che ci presenta la figura del precursore di Cristo, Giovanni Battista, come un uomo mandato da Dio per dare testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui.
Giovanni non era lui la luce, ma doveva dare testimonianza alla luce, cioè a Cristo salvatore del mondo.
Giovanni sapeva benissimo che non era lui il Cristo, il Messia. Non si arroga un ruolo ed una missione che non le è propria, né tantomeno una falsa identità, come capita spesso ai nostri tempi.
Egli è la voce di uno che grida nel deserto: Rendete diritta la via del Signore”.

Dove sta allora la nostra vera gioia? Sta proprio nel raddrizzare ciò che è storto e non va nella nostra vita di uomini e cristiani.
Spesso conviviamo con il male, con l'ipocrisia e le apparenze, come i farisei che inviarono i loro discepoli da Giovanni per sapere dalla sua voce se era lui il messia. Cosa poteva mai interessare loro se lo fosse o meno il messia? Niente.
Come non interessò loro quando Gesù si presentò per quello che era davvero il Messia, il Salvatore e il Figlio di Dio.
Perciò quanti fingono con se stessi e con gli altri non potranno mai assaporare la gioia della luce e della verità, che viene da Dio e che illumina la vita di ogni anima che ama camminare sui sentieri dritti e non storti della vita di ogni giorno. Chiediamo al Signore la grazia di assaporare la vera gioia, oggi e sempre.

padre Antonio Rungi https://www.qumran2.net/parolenuove/commenti.php?mostra_id=51464

Eremo Rocca S. Stefano sabato 12 dicembre 2020

 

 

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