venerdì 11 dicembre 2020

SILLABARI : Chiarezza

 “Ad un certo punto  della sua lunga, tortuosa storia di scrittore,Calvino si accorse di essere dominato da una passione retorica esclusiva ,una passione cui si dedicò con una tacita ,ostinata, schiva devozione : la chiarezza. Scrittore limpido Calvino  lo era sempre stato; ma ora non di limpidezza si trattava ,ma di una chiarezza che forse era il suo contrario. La limpidezza mimava un’arguta ingenuità. Presupponeva una pagina unidimensionale,liscia ignara di anfratti,trasparente; ma la rivelazione della chiarezza era  tutt’altra: la capacità, la vocazione fatale a vedere  per l’appunto ciò che sta oltre ,accanto , attorno, dietro la pagina : una pagina a più dimensioni, una pagina ad infinite dimensioni , illusionistica, allucinatoria, enigmatica ma sempre tale in virtù della chiarezza. Il modello di codesta chiarezza è lo specchio , superficie apparentemente univoca, coerente ma capace di ospitare una folla  di immagini, tutte chiarissime  ,ansiose di essere nominate e descritte , ma impossibili, irraggiungibili dal tatto : immagini non cose. La scoperta della chiarezza dello specchio conduce Calvino   per le strade della fiaba, del mito, gli consentì di sfiorare le tenebre, di misurarsi con l’enigma: <figure incongrue ed enigmatiche  come rebus >. Ma il rebus è anche un gioco : Calvino non tollerò che l’enigma osasse liberarsi dallo stile del gioco.Questa astuzia, questa ostinazione, sapientemente  infantile lo protesse  dalla tentazione cui talora indulgono gli scrittori irrealistici : la profondità. Fece proprio il malizioso comandamento  di Hofmannsthal:< La profondità va nascosta. Dove? Alla superficie.> E che altro fa lo specchio?

Ma forse c’è qualcosa  che può ospitare giochi ed enigmi,illusioni e chiarezza, estro e silenzio  anche più della liscia superficie dello specchio : ed è uno specchio posto di fronte ad un altro specchio : in questo secondo specchio si troverà tutta la lucida  intangibilità del primo , ma anche un ulteriore gioco, l’enigma che risponde all’enigma , la descrizione della descrizione. < In una galleria di quadri, un uomo guarda il paesaggio di una città e questo paesaggio si apre ad includere  anche la galleria che lo contiene  e l’uomo che lo sta guardando .>

Questa citazione compresa quella di Hofmannsthal sono tratte dall’ultimo – conclusivo e culminante – libro di Italo Calvino Lezioni americane.Libro stupendamente duplice, un testo letterario che parla di letteratura. E’, per l’appunto,  il secondo specchio, quello che trasforma in specchio  anche colui che scrive : il trionfo della chiarezza. Letteratura sulla letteratura , le Lezioni  Americane di Calvino si collocano  appunto sulla cima perigliosa  di questa chiarezza: quella che illumina tutte le ambiguità,la duplicità, l’insondabile superficialità del discorso letterario. Tutto è chiaro, ma niente è limpido ; tutto è rigoroso ma niente è immobile : tutte è lì ma non lo puoi  toccare.

Già nelle prime pagine, Calvino ricorre ad un mito, uno dei grandi miti greci  : Perseo riesce ad uccidere e decapitare  la Medusa perché non la guarda direttamente ,ma la studia e la aggredisce nello specchio ; nelle sue mani questa testa  mirabile e fatale diventerà un’arma terribile, purchè Perseo non la guardi mai direttamente. Citando Ovidio Calvino nota che la testa di Medusa  non è solo orrore, ma una qualche misteriosa forma d’amore; con <rinfrescante gentilezza> Perseo colloca quella testa  su uno strato di foglie , e i ramoscelli  marini a contatto con la Medusa  diventano coralli. Calvino affascinato da questo mito stupendo , si rifiuta di commentarlo; si rifiuta di passare dalla chiarezza alla limpidezza. L?oscurità del mito  è la sua perspicuità.

Forse mai come in questo libro sulla letteratura , Calvino ha percorso i labirinti, i corridoi a specchio, i paesaggi illusionistici della propria letteratura  : un itinerario ilare, incantato , fitto di brividi  con soprassalti  di rapide angosce: quel sorriso e quella paura che tengono la mano potente  ma ignara dell’incantatore. Oh, egli sa molto di più di quanto creda  di sapere, ma questo appunto importa: che egli non commenti ,non interpreti se stesso ; non si capisca. Il Grande giocatore fa parte del gioco . Ma ancora si propone  l’ambiguità del discorso calviniano: il non sapere dello scrittore si fonda sul sapere  di non sapere, ancora su un gioco sapiente di specchi: sapere di on sapere è più sapiente  che non sapere. Anzi, non solo  non può sapere, ma neppure capire.

Diviso in cinque capitoli  intitolati ad altrettante immagini letterarie – Leggerezza, Rapidità, Esattezza, Visibilità, Molteplicità - questi  vogliono esser letti ,credo, come Cinque Lezioni  Fantastiche,  magari le prime cinque di una Mille e una notte critica. Come queste sono ricche  < di figure sospese per aria>. Anzi direi che la figure letteraria che circola più impetuosa  è questa <aria> che pone in contatto  oggetti non solo diversi ma eterogenei , anche non oggetti,una cifra ed un castello ,un emblema e un animale, mai esistito. Come i geni delle Mille e una notte , il luogo mentale naturale di Calvino è l’aria : luogo aperto alla sollecitazione dei venti ,non governabile dall’io , abitato da dinamiche  impetuose  o soavi,in ogni caso ignare di volto.

Il cristallo e la fiamma sono due modelli di forma  che sfidano lo scrittore; ma questo virrei osservare  , che del cristallo non viene sperimentata la  freddezza , né della fiamma l’ustione: entrambi sono guardati nello specchio  dove esistono solo forme , e una città che brucia  è silenziosa e gelida  come un pianeta morto.

Vorrei isolare alcune linee di questo  misto poema in prosa  De loitterarum natura, così come Calvino cita un suo Leopardi , o Ovidio.

Due citazioni da  due pagine non contigue fanno  intuire quanta elaborata sapienza  retorica  nasconda questa incantevole superficie : <Sarà la scrittura a guidare il racconto > (pag. 89) lo metto accanto a questo stupendo :< nelle narrazioni in prosa ci sono  avvenimenti che rimano tra di loro > (pag. 37):

Questa altra citazione mi sembra si colleghi per cunicoli tenebrosi  con il mito di Medusa:< ciò che i versi comunicano attraverso la musica delle parole è sempre un senso di dolcezza , anche quando definiscono esperienze di angoscia> (pag. 63) Questo discorso che qui tratta di Leopardi ,rimanda all’impossibilità di  <essere tenebre > del discorso letterario , ma solo specchio , chiaro e freddo, anche ludico , oscuramente felice.

In conclusione  tutto il discorso di Calvino porta a quel misterioso , ambiguo, emblematico culmine  che è la retorica. La  chiarezza rifiuta  l’impuro allettamento dell’ispirazione  : meglio la <pedagogia dell’immaginazione>. La retorica  è la grande difesa nei confronti  del fascinoso automatismo, della confusa potenza della visione.  L’illusione di colui che scrive è che egli sia veramente titolare in proprio di un  potere  letterario , che in definitiva lo specchio non esiste. Ma che cosa è l’argomento dello specchio  ? Ancora la letteratura, la letteratura  come mondo, spazio,universo. < La  letteratura vive solo se si pone  degli obiettivi  smisurati >.

Recensione di Giorgio Manganelli a Lezioni Americane di Italo Calvino pubblicata su Il Messaggero, 1988

 MANGANELLI, Giorgio. - Nacque a Milano il 15 nov. 1922, secondogenito di Paolino e Amelia Censi.

La famiglia era benestante grazie al lavoro del padre, che, partito come venditore ambulante, era divenuto procuratore di borsa. L'infanzia del M. fu segnata dal problematico rapporto con la madre, la cui possessività - unita a una religiosità che aveva connotati ossessivi - costituì per lui una fonte di grande angoscia, dalla quale non riuscì mai a liberarsi completamente.Frequentò il liceo classico Cesare Beccaria di Milano; agli anni delle superiori risalgono le prime prove di scrittura.Nel giornale della scuola, La Giostra, al cui allestimento partecipava attivamente, pubblicò nel 1940 un racconto intitolato Il sogno triste della casa bianca (recuperato da S.S. Nigro, in Il Sole - 24 Ore, 27 ag. 2000).

Nel 1940, si iscrisse alla facoltà di scienze politiche di Pavia. Il suo percorso universitario fu particolarmente brillante, nonostante le vicende belliche, che lo coinvolsero da vicino. Nel febbraio 1943, infatti, venne richiamato e arruolato nel 78 reggimento di fanteria, a Bergamo. Entrò nella Resistenza nel marzo 1944, venendo a far parte della sezione clandestina del Partito comunista di Langhirano, nell'Appennino parmense; nell'ottobre dello stesso anno, passò alla sezione di Roccabianca (paese di origine del padre), di cui divenne vicesegretario dal febbraio dell'anno successivo; in seguito fu presidente del locale Comitato di liberazione nazionale (CLN) e commissario di sezione per gli intellettuali e la propaganda. Venne catturato e condannato a morte il 18 marzo 1945; ma l'ufficiale che doveva fucilarlo gli risparmiò la vita, limitandosi a colpirlo violentemente sul capo col mitra.

Il 9 nov. 1945 si laureò, con 110 e lode, presentando una tesi in storia delle dottrine politiche, relatore V. Beonio Brocchieri, cui rimase legato anche dopo aver terminato gli studi. La tesi, Contributo critico allo studio delle dottrine politiche del '600 italiano, è stata pubblicata postuma (a cura di P. Napoli, Macerata 1999). Subito dopo la laurea, iniziò quell'attività di traduttore di testi letterari dall'inglese che lo accompagnò per tutta la vita.La prima opera affrontata fu Confidence di H. James; in seguito tradusse testi di E. Ambler, G.G. Byron, T.S. Eliot, R. Firbank, T. Hanlin, O. Henry, F. Spencer Chapman, C. Sprigge, J. Webster. Particolarmente impegnative - e riuscite - furono le versioni dei racconti di E.A. Poe (pubblicate in tre volumi nella prestigiosa collana einaudiana "Scrittori tradotti da scrittori", Torino 1983) e di varie opere di W.B. Yeats. L'incontro con l'opera di Yeats fu fondamentale per l'evoluzione letteraria, e probabilmente anche umana, del M. che, per motivi non chiari, non pubblicò mai le traduzioni che aveva ultimato nel 1956 per Guanda (con il titolo Drammi celtici vennero stampate postume, a cura di V. Papetti, Milano 1999).

Tornato a Milano, nel 1946 sposò Fausta Chiaruttini, donna colta, di origine slava; subito dopo il matrimonio, i due coniugi andarono a vivere nella grande casa dei genitori del M.; ciò causò non pochi problemi, soprattutto per i pessimi rapporti tra suocera e nuora. Il 20 maggio 1947 nacque la figlia Amelia (sempre chiamata Lietta). Nell'autunno dello stesso anno iniziò a collaborare con La Gazzetta di Parma, scrivendo di quello che era ormai divenuto il suo interesse di studio privilegiato, la letteratura inglese e americana. La scrittura per i giornali era destinata a diventare la sua principale fonte di sostentamento: nel corso di quarant'anni collaborò con molte testate diverse (tra cui Il Giorno, Il Mondo, L'Espresso, La Stampa, Corriere della sera, Il Messaggero).

Nell'autunno del 1949 conobbe la giovane poetessa Alda Merini, con la quale ebbe per alcuni anni una relazione molto tormentata, a causa soprattutto dei disturbi psichici di cui soffriva la donna. La situazione familiare, intanto, andava peggiorando, anche a causa di una grave malattia che aveva colpito il padre, figura fondamentale per il mantenimento dell'equilibrio casalingo: il M. e la moglie vivevano ormai di fatto come separati in casa. Dopo la morte del padre, il 15 giugno 1953, lasciò improvvisamente Milano, per andare a stabilirsi a Roma, tagliando ogni rapporto sia con i familiari, sia con la Merini. Nell'estate dello stesso anno, grazie a una borsa di studio, passò un mese a Liverpool; quel viaggio, il primo compiuto all'estero, contribuì ad alleviare le sofferenze psicologiche patite in quel periodo.

Nell'anno successivo intraprese una collaborazione con il Terzo Programma della RAI, per cui scrisse testi relativi alla letteratura inglese e angloamericana. Nel dicembre 1955 si iscrisse al Partito radicale, ciò che nelle sue aspettative avrebbe dovuto permettergli di uscire da uno stato di isolamento politico vissuto come molto penoso. Nell'agosto 1957, risultato vincitore in un concorso, divenne insegnante di ruolo di inglese nelle scuole superiori (come incaricato, aveva cominciato a insegnare dieci anni prima).Il 2 apr. 1959, dopo un periodo in cui aveva avvertito un netto peggioramento delle sue condizioni psicologiche, cominciò con Ernst Bernhard un percorso di psicoterapia interrotto solo dalla morte del medico, nel 1965. Il contatto con Bernhard, un analista di scuola junghiana, si rivelò di importanza fondamentale per il M., non solo dal punto di vista psicologico ma anche da quello letterario.

Infatti, fu da appunti scritti nell'ambito della terapia che nacque la versione iniziale della prima opera compiuta del M. scrittore, Hilarotragoedia. Più in generale, la presenza di suggestioni psicanalitiche, segnatamente del pensiero di C.G. Jung, è avvertibile nell'intera opera del M., che peraltro dedicò alle tematiche psicanalitiche non pochi interventi (una raccolta postuma - Il vescovo e il ciarlatano. Inconscio, casi clinici, psicologia del profondo. Scritti 1969-1987, Roma 2001 - è stata curata da E. Trevi).Dopo l'inizio della psicoterapia, il M. riprese i contatti, interrotti ormai da molti anni, con la madre, che viveva a casa del figlio maggiore, a Torino. Ma i rapporti rimasero estremamente problematici. Non è forse un caso che il M. arrivò a pubblicare il primo libro, Hilarotragoedia, solo poco dopo la morte della madre, nel 1964. Nello stesso anno rivide, dopo più di un decennio, la figlia, con la quale mantenne poi sempre un buon rapporto.

L'uscita di Hilarotragoedia, insieme con l'adesione al Gruppo 63, lo rese noto al mondo letterario, e il M. venne considerato subito un esponente di primo piano della neoavanguardia. Gli anni Sessanta lo videro molto impegnato nel campo dell'editoria.Fu fra i fondatori della rivista Grammatica e condirettore della collana "La ricerca letteraria" di Einaudi. Dette inizio, inoltre, a quell'attività di consulente editoriale che lo accompagnò per tutta la vita (molte, e importanti, le case editrici per cui lavorò: Guanda, Einaudi, Feltrinelli, Garzanti, Mondadori e Adelphi).Nella primavera del 1970 compì un impegnativo viaggio in Africa (dall'Egitto al Kenia).Il M., che in precedenza aveva condotto una vita molto sedentaria, scoprì in sé una forte passione per i viaggi, anche in terre lontane, che trovò negli anni successivi un preciso sbocco letterario, con numerosi reportages da vari Paesi del mondo (soprattutto dell'Asia), alcuni dei quali a tutt'oggi non raccolti in volume o rimasti inediti.

Nel 1972 decise di lasciare il posto di docente incaricato di letteratura inglese presso l'Università di Roma La Sapienza (cui era arrivato da assistente di G. Baldini), profondamente deluso dal mondo accademico, al quale si sentiva del tutto estraneo. Da allora in poi visse esclusivamente della sua scrittura; gli anni Settanta e Ottanta lo videro sempre più impegnato nelle attività culturali avviate nei decenni precedenti.

Nel marzo del 1990 venne colpito da una grave forma di mielite; ma non erano solo i problemi di salute ad affliggerlo: secondo la testimonianza dell'amica Giulia Niccolai, il M., nel corso di una conversazione telefonica avvenuta in quello stesso mese, aveva confessato di aver perso la voglia di vivere.Morì a Roma il 28 maggio 1990.

https://www.treccani.it/enciclopedia/giorgio-manganelli_(Dizionario-Biografico)/

 Eremo Rocca S. Stefano venerdì  11 dicembre 2020  

 

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