Dialogo della moda e della morte di Giacomo Leopardi
(Composto a Recanati tra il 15 e il 18 febbraio 1824 il dialogo presenta due entità astratte (la Moda e la Morte) secondo un modello di stampo illuminista. La Moda è sorella della Morte, perché entrambe sono figlie della Caducità ed entrambe immortali. Loro scopo comune è quello di demolire e distruggere le cose del mondo, pur seguendo strade diverse (“l’una e l’altra tiriamo parimente a disfare e a rimutare di continuo le cose da quaggiù, benché tu vadi a questo effetto per una strada e io per un’altra“).
Moda. Madama Morte, madama Morte.
Morte. Aspetta che sia l’ora, e verrò senza che tu mi chiami.
Moda. Madama Morte.
Morte. Vattene col diavolo. Verrò quando tu non vorrai.
Moda. Come se io non fossi immortale.
Morte. Immortale? Passato è già più che ‘lmillesim’anno che sono finiti i tempi
degl’immortali.
Moda. Anche Madama petrarcheggia come fosse un lirico italiano del cinque o
dell’ottocento?
Morte. Ho care le rime del Petrarca, perché vi trovo il mio Trionfo, e perché
parlano di me quasi da per tutto. Ma in somma levamiti d’attorno.
Moda. Via, per l’amore che tu porti ai sette vizi capitali, fermati tanto o
quanto, e guardami.
Morte. Ti guardo.
Moda. Non mi conosci?
Morte. Dovresti sapere che ho mala vista, e che non posso usare occhiali,
perché gl’Inglesi non ne fanno che mi valgano, e quando ne facessero, io non
avrei dove me gl’incavalcassi.
Moda. Io sono la Moda, tua sorella.
Morte. Mia sorella?
Moda. Sì: non ti ricordi che tutte e due siamo nate dalla Caducità?
Morte. Che m’ho a ricordare io che sono nemica capitale della memoria.
Moda. Ma io me ne ricordo bene; e so che l’una e l’altra tiriamo parimente a
disfare e a rimutare di continuo le cose di quaggiù, benché tu vadi a questo
effetto per una strada e io per un’altra.
Morte. In caso che tu non parli col tuo pensiero o con persona che tu abbi
dentro alla strozza, alza più la voce e scolpisci meglio le parole; che se mi
vai borbottando tra’ denti con quella vocina da ragnatelo, io t’intenderò domani,
perché l’udito, se non sai, non mi serve meglio che la vista.
Moda. Benché sia contrario alla costumatezza, e in Francia non si usi di
parlare per essere uditi, pure perché siamo sorelle, e tra noi possiamo fare
senza troppi rispetti, parlerò come tu vuoi. Dico che la nostra natura e usanza
comune è di rinnovare continuamente il mondo, ma tu fino da principio ti
gittasti alle persone e al sangue; io mi contento per lo più delle barbe, dei
capelli, degli abiti, delle masserizie, dei palazzi e di cose tali. Ben è vero
che io non sono però mancata e non manco di fare parecchi giuochi da paragonare
ai tuoi, come verbigrazia sforacchiare quando orecchi, quando labbra e nasi, e
stracciarli colle bazzecole che io v’appicco per li fori; abbruciacchiare le carni
degli uomini con istampe roventi che io fo che essi v’improntino per bellezza;
sformare le teste dei bambini con fasciature e altri ingegni, mettendo per
costume che tutti gli uomini del paese abbiano a portare il capo di una figura,
come ho fatto in America e in Asia; storpiare la gente colle calzature snelle;
chiuderle il fiato e fare che gli occhi le scoppino dalla strettura dei
bustini; e cento altre cose di questo andare. Anzi generalmente parlando, io
persuado e costringo tutti gli uomini gentili a sopportare ogni giorno mille
fatiche e mille disagi, e spesso dolori e strazi, e qualcuno a morire
gloriosamente, per l’amore che mi portano. Io non vo’ dire nulla dei mali di
capo, delle infreddature, delle flussioni di ogni sorta, delle febbri quotidiane,
terzane, quartane, che gli uomini si guadagnano per ubbidirmi, consentendo di
tremare dal freddo o affogare dal caldo secondo che io voglio, difendersi le
spalle coi panni lani e il petto con quei di tela, e fare diogni cosa a mio
modo ancorché sia con loro danno.
Morte. In conclusione io ti credo che mi sii sorella e, se tu vuoi, l’ho per
più certo della morte, senza che tu me ne cavi la fede del parrocchiano.’ Ma
stando così ferma, io svengo; e però, se ti dà l’animo di corrermi allato, fa
di non vi crepare, perch’io fuggo assai, e correndo mi potrai dire il tuo
bisogno; se no, a contemplazione della parentela, ti prometto, quando io muoia,
di lasciarti tutta la mia roba, e rimanti col buon anno.
Moda. Se noi avessimo a correre insieme il palio, non so chi delle due si
vincesse la prova, perché se tu corri, io vo meglio che di galoppo; e a stare
in un luogo, se tu ne svieni, io me ne struggo. Sicché ripigliamo a correre, e correndo,
come tu dici, parleremo dei casi nostri.
Morte. Sia con buon’ora. Dunque poiché tu sei nata dal corpo di mia madre,
saria conveniente che tu mi giovassi in qualche modo a fare le mie faccende.
Moda. Io l’ho fatto già per l’addietro più che non pensi. Primieramente io che
annullo o stravolgo per lo continuo tutte le altre usanze, non ho mai lasciato
smettere in nessun luogo la pratica di morire, e per questo vedi che ella dura
universalmente insino a oggi dal principio del mondo.
Morte. Gran miracolo, che tu non abbi fatto quello che non hai potuto!
Moda. Come non ho potuto? Tu mostri di non conoscere la potenza della moda.
Morte. Ben bene: di cotesto saremo a tempo a discorrere quando sarà venuta
l’usanza che non si muoia. Ma in questo mezzo io vorrei che tu da buona
sorella, m’aiutassi a ottenere il contrario più facilmente e più presto ch e non
ho fatto finora.
Moda. Già ti ho raccontate alcune delle opere mie che ti fanno molto profitto.
Ma elle sono baie per comparazione a queste che io ti vo’ dire. A poco per
volta, ma il più in questi ultimi tempi, io per favorirti ho mandato in disuso
e in dimenticanza le fatiche e gli esercizi che giovano al ben essere
corporale, e introdottone o recato in pregio innumerabili che abbattono il
corpo in mille modi e scorciano la vita. Oltre di questo ho messo nel mondo
tali ordini e tali costumi, che la vita stessa, così per rispetto del corpo
come dell’animo, e più morta che viva; tanto che questo secolo si può dire con
verità che sia proprio il secolo della morte. E quando che anticamente tu non
avevi altri poderi che fosse e caverne, dove tu seminavi ossami e polverumi al
buio, che sono semenze che non fruttano; adesso hai terreni al sole; e genti
che si muovono e che vanno attorno co’ loro piedi, sono roba, si può dire, di
tua ragione libera, ancorché tu non le abbi mietute, anzi subito che elle nascono.
Di più, dove per l’addietro solevi essere odiata e vituperata, oggi per opera
mia le cose sono ridotte in termine che chiunque ha intelletto ti pregia e
loda, anteponendoti alla vita, e ti vuol tanto bene che sempre ti chiama e ti
volge gli occhi come alla sua maggiore speranza. Finalmente perch’io vedeva che
molti si erano vantati di volersi fare immortali, cioè non morire interi,
perché una buona parte di sé non ti sarebbe capitata sotto le mani, io
quantunque sapessi che queste erano ciance, e che quando costoro o altri
vivessero nella memoria degli uomini, vivevano, come dire, da burla, e non
godevano della loro fama più che si patissero dell’umidità della sepoltura; a
ogni modo intendendo che questo negozio degl’immortali ti scottava, perché parea
che ti scemasse l’onore e la riputazione, ho levata via quest’usanza di cercare
l’immortalità, ed anche di concederla in caso che pure alcuno la meritasse. Di
modo che al presente, chiunque si muoia, sta sicura che non ne resta un
briciolo che non sia morto, e che gli conviene andare subito sotterra tutto
quanto, come un pesciolino che sia trangugiato in un boccone con tutta la testa
e le lische. Queste cose, che non sono poche né piccole, io mi trovo aver fatte
finora per amor tuo,volendo accrescere il tuo stato nella terra, com’è seguito.
E per quest’effetto sono disposta a far ogni giorno altrettanto e più; colla
quale intenzione ti sono andata cercando; e mi pare a proposito che noi per
l’avanti non ci partiamo dal fianco l’una dell’altra, perché stando sempre in
compagnia, potremo consultare insieme secondo i casi, e prendere migliori
partiti che altrimenti, come anche mandarli meglio ad esecuzione.
Morte. Tu dici il vero, e così voglio che facciamo.
Giacomo Leopardi, Dialogo della moda e della morte, in Operette morali, Saverio Starita, Napoli 1835.
Fino a Leopardi, la letteratura italiana si è occupata della
moda essenzialmente come bersaglio di un discorso satirico. Ma è soltanto con
l’autore delle “Operette morali” e dello “Zibaldone” che la letteratura inizia
davvero a “pensare” la moda, il suo linguaggio, te sue potenzialità. La
riflessione estetica avviata da Leopardi abbonda di soluzioni che torneranno
nei massimi teorici della moda del secolo seguente, da Simmel a Flugel, da
Benjamin a Baudrillard attraverso Barthes: su tutte, l’intuizione che la moda
sì vada costituendo come una “retorica della modernità”, una retorica in cui
sarà molto arduo separare le coppie vestizione/restrizione, libertà/vessazione,
travestimento/blindatura. Siamo all’interno di una crisi dell’Umanesimo che
Leopardi scopre – anche – come disparità insanabile tra moda e filosofia, tra
la coesione del costume antico e la minaccia, espressamente moderna, di
un’inarrestabile deriva simbolica promossa dalia moda, dal suo parlare
essenzialmente per cataloghi: grotteschi, folli, autoreferenziali.
Leopardi guarda con
occhio critico e di sfiducia la società
moderna della produzione industriale e soprattutto vede nella moda
un principio di vanità, di consumismo e di apparenza, tipici dei tempi moderni
e della società consumistica. Le varie mode si susseguono, una dopo
l’altra e, poco dopo, muoiono; una moda per affermarsi prevede che muoia quella
prima di essa.
Per questo Leopardi afferma che la Moda e la Morte
sono sorelle: perché entrambe sono figlie
della Caducità ed
entrambe sono immortali. Nel dialogo, la Moda spiega alla sorella Morte che entrambe possono decidere il
destino dell’umanità: la Morte può, appunto, uccidere, mentre la Moda può imporre delle tendenze e dei modi di vivere. La
Moda afferma anche che molti uomini nella vita si sono
vantati di poter essere immortali in seguito a gesta eroiche, convinti di
rimanere vivi nella memoria delle persone, ma la Moda stessa ha fatto in modo
che questo non succedesse. La Morte è rappresentata da Leopardi
secondo l’iconografia tradizionale dello scheletro, mentre riguardo la Moda non sono forniti
dettagli fisici precisi. Una riflessione viene fatta dall’autore attraverso il
dialogo delle due entità: egli afferma che il dominio della Morte
una volta era circoscritto ai cimiteri,
mentre ora il mondo stesso è diventato un gigantesco cimitero, poiché gli
uomini hanno perso il senso dell’eternità. Il legame tra la moda e la morte, così precocemente intuito d
Leopardi, rappresenta
quasi una sorta di topos
della filosofia novecentesca, tanto che vari autori dopo di lui
hanno riflettuto e scritto riguardo questo tema, a volte anche citando lo
stesso Leopardi, più o meno esplicitamente.


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