Diceva Umberto Eco : “Naturalmente il bibliofilo, anche chi colleziona libri contemporanei, è esposto all’insidia dell’imbecille che ti entra in casa, vede tutti quegli scaffali, e pronuncia: “Quanti libri! Li ha letti tutti?” L’esperienza quotidiana ci dice che questa domanda viene fatta anche da persone dal quoziente intellettivo più che soddisfacente. Di fronte a questo oltraggio esistono, a mia scienza, tre risposte standard. La prima blocca il visitatore e interrompe ogni rapporto, ed è: “Non ne ho letto nessuno, altrimenti perché li terrei qui?”. Essa però gratifica l’importuno solleticando il suo senso di superiorità e non vedo perché si debba rendergli questo favore. La seconda risposta piomba l’importuno in uno stato d’inferiorità, e suona: “Di più, signore, molti di più!”. La terza è una variazione della seconda e la uso quando voglio che il visitatore cada in preda a doloroso stupore. “No, ” gli dico, “quelli che ho già letto li tengo all’università, questi sono quelli che debbo leggere entro la settimana prossima”. Visto che la mia biblioteca conta cinquantamila volumi, l’infelice cerca soltanto di anticipare il momento del commiato, adducendo improvvisi impegni.”
In
una Bustina di minerva, la rubrica dell’Espresso
nel 1997 si legge : “Quanto tempo ci vuole per leggere un libro?
Parlando sempre dal punto di vista del lettore comune, che dedica alla lettura
solo alcune ore del giorno, azzarderei per un’opera di medio volume almeno
quattro giorni. È vero che per leggere Proust o san Tommaso occorrono mesi, ma
ci sono capolavori che si leggono in un giorno. Atteniamoci dunque alla media
di quattro giorni. Ora quattro giorni per ogni opera registrata dal Dizionario
Bompiani farebbe 65.400 giorni: dividete per 365 e avete quasi 180 anni. Il
ragionamento non fa una grinza. Nessuno può aver letto o leggere tutte le opere
che contano.”
In un’altra Bustina di minerva , Eco dice : “Una biblioteca di casa non è solo un luogo in cui si raccolgono libri: è anche un luogo che li legge per conto nostro. […] Se pertanto una biblioteca serve per conoscere il contenuto di libri mai letti, quello di cui ci si dovrebbe preoccupare non è la sparizione del libro bensì quella delle biblioteche di casa.
Forse
bisognerebbe rileggere Il paradosso del bibliotecario nella Biblioteca di Babele di Borges . Ecco quello che dice
Umberto Eco nel De Bibliotheca.: “ Ora, cos’è importante nel problema di
accessibilità degli scaffali? È che uno dei malintesi che dominano la nozione
di biblioteca è che si vada in biblioteca per cercare un libro di cui si
conosce il titolo. In verità accade sovente di andare in biblioteca perché si
vuole un libro di cui si conosce il titolo, ma la principale funzione della
biblioteca, almeno la funzione della biblioteca di casa mia e di qualsiasi
amico che possiamo andare a visitare, è di scoprire dei libri di cui non si
sospettava l’esistenza, e che tuttavia si scoprono essere di estrema importanza
per noi. Ora, è vero che questa scoperta può essere data sfogliando il
catalogo, ma non c’è niente di più rivelativo e appassionante dell’esplorare
degli scaffali che magari riuniscono tutti i libri di un certo argomento, cosa
che intanto sul catalogo per autore non si sarebbe potuto scoprire, e trovare
accanto al libro che si era andati a cercare un altro libro, che non si era
andati a cercare, ma che si rivela come fondamentale.”
Nel
Secondo diario minimo si legge : “Di solito, fin da piccolo, sono stato esposto a due (e
due sole) sorte di battute: "Tu sei (lei è) quello che risponde
sempre" e "Tu risuoni (lei risuona) nelle valli". Per tutta
l'infanzia ho creduto che, per un caso curioso, tutte le persone che incontravo
fossero stupide. Poi, arrivato alla mia tarda età, ho dovuto convincermi che ci
sono due leggi a cui nessun essere umano può sottrarsi: la prima idea che viene
in mente è la più ovvia, e avuta una idea ovvia, non viene in mente che altri
possano già averla avuta prima.
Dispongo di una collezione di titoli di recensioni, in tutte le lingue di ceppo
indoeuropeo, che si muovono tra "L'eco di Eco" e "Un libro che
fa eco". Salvo che in questo caso ho il sospetto che questa non sia la
prima idea che è venuta in mente al redattore; è che la redazione si è riunita,
ha discusso una ventina di titoli possibili, e finalmente il caporedattore si è
illuminato in volto e ha detto: "Ragazzi, mi è venuta una idea
fantastica!" E i collaboratori. "Capo, sei un demonio, come è che ti
vengono?" "È un dono," avrà risposto.
Con questo non voglio dire che la gente sia banale. Prendere come inedita,
inventata per illuminazione divina, una ovvietà, rivela una certa freschezza di
spirito, un entusiasmo per la vita e la sua imprevedibilità, un amore per le
idee – per piccole che siano. Ricorderò sempre il mio primo incontro con quel
grande uomo che è stato Erving Goffman: lo ammiravo e amavo per la genialità e
profondità con cui sapeva cogliere e descrivere le più sottili sfumature del
comportamento sociale, per la capacità con cui sapeva individuare tratti
infinitesimali che a tutti erano sfuggiti sino ad allora. Ci siamo seduti in un
caffè all'aperto e dopo un poco, guardando la strada, mi ha detto: "Sai,
io credo che ormai nelle città circolino troppe automobili." Forse non ci
aveva mai pensato, perché pensava a cose ben più importanti; aveva avuto una
illuminazione improvvisa e la freschezza mentale per enunciarla. Io, piccolo
snob avvelenato dalla Seconda inattuale di Nietzsche, avrei avuto ritegno a
dirlo, anche se lo penso.
Il secondo shock da ovvietà sopravviene a molti che si trovano nelle mie
condizioni, che cioè posseggono una biblioteca abbastanza vasta – tale che
entrando in casa nostra non si può fare a meno di notarla, anche perché non c'è
altro. Il visitatore entra e dice: "Quanti libri! Li ha letti tutti?"
All'inizio ritenevo che la frase rivelasse solo persone di scarsa dimestichezza
con il libro, aduse a vedere solo scaffaletti con cinque gialli e una enciclopedia
dei ragazzi a dispense. Ma l'esperienza mi ha insegnato che la frase viene
pronunciata anche da persone insospettabili. Si può dire che si tratta pur
sempre di persone che hanno una nozione dello scaffale come deposito di libri
letti e non della biblioteca come strumento di lavoro, ma non basta. Ritengo
che di fronte a molti libri chiunque sia preso dall'angoscia della conoscenza,
e fatalmente scivoli verso la domanda che esprime il suo tormento e i suoi
rimorsi.
Il problema è che alla battuta "Lei è quello che risponde" basta
reagire con un risolino e al massimo, se si vuol essere gentili, con un
"Buona, questa!" Ma alla domanda sui libri occorre rispondere, mentre
la mascella si irrigidisce e rivoli di sudore diaccio colano lungo la colonna
vertebrale. Io un tempo avevo adottato la risposta sprezzante: "Non ne ho
letto nessuno, altrimenti perché li terrei qui?" Ma è una risposta
pericolosa perché scatena l'ovvia reazione: "E dove mette quelli che ha
letto?" Migliore è la risposta standard di Roberto Leydi: "Molti di
più, signore, molti di più", che gela l'avversario e lo piomba in uno
stato di stuporosa venerazione. Ma la trovo impietosa e ansiogena. Ora ho
ripiegato verso l'affermazione: "No, questi sono quelli che debbo leggere
entro il mese prossimo, gli altri li tengo all'università", risposta che
da un lato suggerisce una sublime strategia ergonomica, e dall'altro induce il
visitatore ad anticipare il momento del congedo.” (1)
(1)Umberto Eco , Il secondo diario minimo (Milano, Bompiani 1992).


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