La proposta è stata prodotta ormai da molti anni e in particolare in occasione
dell’incontro in Senato “Convenzione di Istanbul e Media”. nel 2012 .
Ecco di seguito le “best practice” suggerite:
1. Evitiamo di riferirci alle donne come “soggetti deboli”, vittime predestinate, e agli uomini come “soggetti violenti”, in preda a ineluttabili meccanismi mostruosi. Le donne, lo sappiamo, vengono rese vulnerabili – in determinate condizioni – dalla violenza che gli uomini agiscono – in determinate condizioni. Insistere su deboli e violenti in una società che ancora tende a crescere le bambine come dolci e gentili e i bambini come forti e aggressivi conferma uno dei pre-giudizi che è alla base della non pAritá e alla radice della violenza. Conferma alla donna che sta subendo violenza lo stereotipo che lei è debole e non avrá mai la forza per uscire dalla situazione di cui è protagonista con il suo compagno. È importante raccontare che non tutti gli uomini sono così fragili da non reggere una donna che si allontana o che cerca la propria individualità; non tutte le donne sono così fragili da subire sempre e comunque quello che resta di una promessa d’amore. Una volta, a un post dedicato a una storia di violenza, arrivò il commento di in lettore che ci invitava a desistere, a rassegnarci. La violenza degli uomini sulle donne, scrisse, è come la grandine: ogni tanto arriva, si abbatte sulle campagne, fa parte di cicli stagionali che esistono e persistono da sempre e regolano la vita della terra. Arrendetevi, ci esortava. È contro questa visione antica che possiamo raccontare le storie, una per una, scardinando vecchi codici di genere.
2. Il secondo punto sembra banale, eppure forse è il piu difficile nella quotidianità del nostro lavoro. Evitare nei titoli delle storie, dei fatti di cronaca, di ricorrere alle solite frasi: raptus di gelosia, omicidio passionale, l’ha uccisa ma l’amava moltissimo. Anzi: perché l’amava moltissimo. E ancora: nessuno avrebbe potuto amarla di più. Sono – appunto – frasi fatte e rifatte da una cultura che pesa sulla libertà delle donne e degli uomini; sono luoghi comuni nei quali ci siamo infilati per inerzia con il rischio di restarne prigionieri. Assieme a questa rinuncia a parole sbagliate, dai testi ai titoli, evitiamo di indulgere lungo il fronte morboso delle storie stesse. Queste storie vanno racontate, ma è nostro compito trovare parole nuove. E mettiamo magari subito al bando l’ipocrisia del troppo amore. Ripetiamoci che questo non è amore.
3. Proviamo a porre la stessa attenzione
nell’iconografia delle storie che pubblichiamo. Tendiamo a proporre ai
lettori solo le facce, i corpi, i sorrisi delle donne ferite o uccise. Le
chiamiamo con disinvoltura Angela, Maria, Serena. Rubiamo le loro immagini da
Fb. Ma dove sono gli uomini che commettono quei reati? Spesso sono solo ombre,
e ombre restano, in quanto tali indecifrabili. E così non facciamo alcun passo
avanti nel tentativo di decifrare il male. Anche quegli uomini che sono stati
protagonisti di atti violenti hanno un percorso che è utile chiarire: non
giustificare, ma capire sì. La tentazione che ci fa riempire giornali, siti dei
giornali, tg, di facce di donne assassinate o pestate scivola anche nelle
pubblicità progresso. Anche qui volti tumefatti di donne, mentre gli uomini
attori della violenza restano eternamente invisibili.
4. Ricostruiamo le storie di violenza: non si può imporre a ogni singolo articolo o a ogni singolo titolo un intento educativo, ma lo sforzo di dire come è andata può essere utile a trasmettere nel tempo un messaggio nuovo. L’osservatorio della Casa delle Donne di Bologna ha contato che questo sforzo di raccontare ciò che ha preceduto l’atto finale viene compiuto nel 40 per cento dei casi. È più di prima, ma non è abbastanza. Se il lavoro del cronista è quello della ricerca delle storie, la storia non può partire e fermarsi all’ultimo atto. Raccontare il percorso, indicava già nel 2008 la Federazione internazionale dei giornalisti, amplifica la comprensione del pubblico contribuendo a sconfiggere l’idea che la violenza contro le donne sia una tragedia inesplicabile e irrisolvibile. Ricostruire senza cliché, senza banalitá le storie e i contesti in cui avvengono significa mostrare in diretta quanto la violenza sia trasversale: alle generazioni, ai luoghi, a fasce sociali diverse per cultura o censo. Significa fare buon giornalismo, non seguire il faile racconto di chi vorrebbe spingere lontano da sé o dal proprio condominio la violenza domestica.
5. Non stiamo parlando di un’emergenza,
di un’onda improvvisa che si è alzata e che – affrontata con piglio da
emergenza – si abbasserà. La violenza degli uomini sulle donne è strutturale: è
una realtà che permane nei codici espressi e nell’oscurità dei corpi. Lo
dimostra l’osservazione non confutabile che il numero totale degli omicidi
commessi in Italia scende, mentre resta fissa la quota di quelli contro le
donne. Inutile combattere sui decimali per poter negare o almeno minimizzare
questa questone rispetto ad altre questioni sociali di cui - è il
discorso di molti nelle ultime settimane – si parla ingiustamente meno. E poi
quello che rende strutturale la violenza è la natura stesse delle
relazioni violente, anche quando non si concludono con un femminicidio. Noi
vorremmo davvero che venisse sospesa la battaglia dei numeri che tanto sta
facendo dibattere soprattutto negli ultimi giorni. Stiamo sprecando tempo ed
energie che potremmo dedicare alle persone. Per questo un’evoluzione positiva
dell’ultimo anno è l’impegno preso da Viminale e ISTAT affinché ci siano in
Italia finalmente dati precisi, aggiornati, suddivisi e analizzabili su violenze
domestiche, stupri, stalking, morti, denunce, destino delle denunce
stesse.
6. Quello che può fare la differenza, nella cronaca dei fatti che si impongono per tragicità, è difendere uno spazio per le storie che invece non finiscono male. Offrire le testimonianze dirette di quante sono riuscite, come si dice, a “venirne fuori”. Fuori dalle case dove vengono minacciate, picchiate, oppresse anche solo psicologicamente. Proporre modelli positivi – donne che si sono chiuse una porta alle spalle e sono state sostenute in questo cammino da forze dell’ordine, magistratura, comunità di accoglienza – aiuta la diffusione di una consapevolezza che oggi in Italia è ancora debole. E sostiene le donne che stanno vivendo una situazione di violenza a non sentirsi uniche e sbagliate. Una storia che si rivela sbagliata può essere chiusa ed esiste un sistema di sicurezza al quale si ha il diritto di ricorrere. Quando una donna viene uccisa nonostante ripetute denunce non è perché “non c’era nulla da fare”, ma perché c’è stata una falla in quel sistema e su quella falla si deve lavorare affinché non si ripeta.
7. Il ruolo dei media è anche quello di raccontare belle storie di donne belle secondo un codice di bellezza liberato da un immaginario soffocante e ormai insopportabile. Non rimpiangeremo qui Miss Italia, ma non basta develinizzare i palinsesti di televisioni-giornali-siti di giornali. Il lavoro culturale più sensibile e utile a un cambiamento profondo nel tempo è quello che racconta le donne reali: quelle che lavorano nelle imprese o che fondano una propria impresa, che avanzano nella ricerca o nelle istituzioni; quelle che scelgono di dedicarsi alla cura della famiglia senza sentirsi obbligate a questo ruolo da un’architrave culturale che incombe sulle loro teste; quelle che cambiano idea su una scelta precedente senza temere le conseguenze del passo indietro o di lato o in avanti che sia. Donne che crescono in consapevolezza e libertà accanto agli uomini in un incrocio di diritti/doveri finalmente pari. La diversitá, raccontata e sostenuta come fattore positivo di cambiamento, non potrà che aiutare l’Italia a muoversi: a uscire da un sistema che appare bloccato ormai da decenni. Quasi tutti gli indici che misurano i divari tra i generi hanno fatto registrare miglioramenti impercettibili dagli anni Ottanta.
8. Chi lavora stabilmente sui casi di violenza spiega come sia indiscutibile che gli uomini che “condividono la subcultura della superiorità maschile” siano più inclini a diventare “partner abusanti“. Così come è dimostrato dai fatti che “le donne portate a concepire per sé un ruolo subalterno” nella coppia/famiglia siano più inclini a subirla e non denuncia. L’85 per cento degli uomini che agiscono violenza l’hanno vista perpetrata dai propri padri o familiari. Non ci resta – come mass media – che contribuire a un sovvertimento della subcultura generale della diseguaglianza secondo cui la mascolinità si esprime attraverso il dominio e il controllo delle donne. Proviamo a cambiare racconto: raccontiamo che la violenza è fragilità. Che la prova di forza più grande è il rispetto della libertà degli altri, rispetto per il grande cambiamento di ruolo e pensiero di cui le donne sono protagoniste. In Francia, come sappiamo, il governo ha avviato quest’anno un programma sperimentale che cerca di scardinare ogni pregiudizio e previsione di genere nelle scuole pubbliche. Può essere un programma di Stato, ma può essere un laboratorio di idee al quale i media devono partecipare in primissima linea. Sovvertire i codici lessicali e le rappresentazioni tradizionali rosa-azzurre, che poi vanno a definire le aspettative e a determinare i desideri.
9.
In tutto ciò gli uomini devono trovare
spazio. Questo vale anche nello scambio che si svolge attorno ai giornali o
alle tv, nei luoghi più tradizionali o via social media. Non dobbiamo
cedere alla contrapposizione maschile-femminile. Non dobbiamo lasciare, come
spesso è avvenuto o ancora avviene, che la questione della violenza sulle donne
resti nella cornice pur importante e irrinunciabile di una conversazione tra
donne. Gli uomini che prendono la parola su questioni di genere spesso temono
di dire le cose sbagliate, di usare parole imprecise, infine pensano sia meglio
non esporsi su un fronte che non dá loro appigli. Invece la voce di un uomo –
un giornalista, nel nostro caso, che si sia sempre occupato d’altro – ha un
effetto amplificato sul pubblico più vasto. Allo stesso tempo è fondamentale,
come in parte abbiamo accennato in un punto precedente, raccontare gli uomini
che sono autori di violenza. Chi sono, come sono stati cresciuti, come parlano
e pensano, dove nascono il rancore e la rabbia e l’incapacità di sopportare un
“no” o un “basta”. In Italia si stanno radicando i primi centri di ascolto per
gli uomini che si sono dimostrati violenti: la loro esperienza si può rivelare
utilissima per smontare il meccanismo che sta sotto un’idea sbagliata di
virilità. Spesso, quando si raccolgono testimonianze di chi conosceva
l’omicida, si sente ripetere: una persona impeccabile, una così brava persona.
Un uomo a modo che ha perso la testa. Forse è l’occasione di scogliere i fili
mal intrecciati: quell’essere impeccabili scherma la possibilità di comprendere
la propria vulnerabilità e dunque chiedere aiuto prima di precipitare.
Eremo Rocca S. Stefano martedì 24 novembre 2020
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