sabato 21 novembre 2020

SETTIMO GIORNO XXXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) Nostro Signore Gesù Cristo Re dell'Universo


Conosciamo questo testo che, ai giorni nostri, è uno dei più citati e discussi. Per alcuni esso riassume quasi tutto il Vangelo. Questa tendenza non dipende da una moda o da una certa ideologia, ma corrisponde a qualcosa di assai più profondo che già esiste in noi. Quando siamo colpiti e sorpresi da un’idea, da un avvenimento o da una persona, sembriamo dimenticare tutto il resto per non vedere più che ciò che ci ha colpiti. Cerchiamo una chiave in grado di aprire tutte le porte, una risposta semplice a domande difficili.
Se leggiamo questo passo del Vangelo con questo spirito, il solo criterio di giudizio, e di conseguenza di salvezza o di condanna, è la nostra risposta ai bisogni più concreti del nostro prossimo. Poco importa ciò che si crede e come si crede, poco importa la nostra appartenenza o meno a una comunità istituzionale, poco importano le intenzioni e la coscienza, ciò che conta è agire ed essere dalla parte dei poveri e dei marginali.

 
Eppure, questa pagina del Vangelo di san Matteo è inscindibile dal resto del suo Vangelo e del Vangelo intero. In Matteo troviamo molti “discorsi” che si riferiscono al giudizio finale. Colui che non si limita a fare la volontà di Dio attraverso le parole non sarà condannato (Mt 7,21-27). Colui che non perdona non sarà perdonato (Mt 6,12-15; 1-35). Il Signore riconoscerà davanti a suo Padre nei cieli colui che si è dichiarato per lui davanti agli uomini (Mt 10,31-33). La via della salvezza è la porta stretta (Mt 7,13). Per seguire Cristo bisogna portare la propria croce e rinnegare se stessi. Colui che vuole salvare la propria vita la perderà (Mt 16,24-26). San Marco ci dice anche: Colui che crederà e sarà battezzato, sarà salvato. Colui che non crederà sarà condannato (Mc 16,15-16). Queste parole ci avvertono di non escludere dal resoconto finale la nostra risposta ai doni soprannaturali e alla rivelazione. Guarire le piaghe del mondo, eliminare le miserie e le ingiustizie, tutto questo fa parte integrante della nostra vita cristiana, ma noi non rendiamo un servizio all’umanità che nella misura in cui, seguendo il Cristo, liberiamo noi stessi e liberiamo gli altri dalla schiavitù del peccato. Allora solamente il suo regno comincerà a diventare realtà.

Dal libro del profeta Ezechièle   Ez 34,11-12.15-17

Così dice il Signore Dio: Ecco, io stesso cercherò le mie pecore e le passerò in rassegna. Come un pastore passa in rassegna il suo gregge quando si trova in mezzo alle sue pecore che erano state disperse, così io passerò in rassegna le mie pecore e le radunerò da tutti i luoghi dove erano disperse nei giorni nuvolosi e di caligine.
Io stesso condurrò le mie pecore al pascolo e io le farò riposare. Oracolo del Signore Dio. Andrò in cerca della pecora perduta e ricondurrò all’ovile quella smarrita, fascerò quella ferita e curerò quella malata, avrò cura della grassa e della forte; le pascerò con giustizia.
A te, mio gregge, così dice il Signore Dio: Ecco, io giudicherò fra pecora e pecora, fra montoni e capri.

 

Dal Vangelo secondo Matteo  Mt. 25,31-46

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria. Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli. Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre, e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra.
Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi”.
Allora i giusti gli risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?”. E il re risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”.
Poi dirà anche a quelli che saranno alla sinistra: “Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato”.
Anch’essi allora risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere, e non ti abbiamo servito?”. Allora egli risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l’avete fatto a me”.
E se ne andranno: questi al supplizio eterno, i giusti invece alla vita eterna».

 

Con questa domenica finisce l’anno liturgico. Un anno trascorso scorrendo il Vangelo di Matteo. Ogni anno liturgico rappresenta sempre una straordinaria opportunità per ciascuno di noi e per ogni comunità. È il progetto di vita evangelica che la Chiesa propone a tutti i cristiani.
È passato un anno, segnato per ognuno di noi da tanti avvenimenti che ci hanno coinvolti più o meno positivamente. Ma sarebbe bello se li avessimo vissuti sull’onda di quanto ci veniva proposto di domenica in domenica dalla liturgia. Soprattutto se li avessimo vissuti guardando a Gesù, nostro re e salvatore.

La solennità che celebriamo è abbastanza recente. Fu istituita nell’Anno Santo 1925 da papa Pio XI. Mentre l’Italia e l’Europa si trovavano sotto il giogo di dure dittature, papa Achille Ratti sottolineava, più o meno esplicitamente, che i regni di questo mondo restano tutti ridimensionati di fronte alla regalità di Cristo. Lo spirito del tempo era quello, e la Chiesa rispondeva così al bisogno di dignità e di libertà che veniva dall’Europa e dal mondo.
Le grandi basiliche romane e bizantine dei primi secoli della Chiesa ci presentano dei bellissimi e grandiosi mosaici del Cristo pantocratore. Anche oggi quando pensiamo a Dio lo immaginiamo nella sua regalità e grandezza. I pittori lo rappresentato glorioso, su un trono di nuvole, circondato da angeli e santi.
In realtà Gesù non volle farsi re. «I re della terra comandano i loro popoli, ma io sono in mezzo a voi come colui che serve» (Lc 22,27). «Se qualcuno vuol essere il primo si faccia l’ultimo…» (Mc 9,35).

La regalità di Gesù va letta alla luce del Vangelo, quando Gesù per la prima volta ammette di essere re. Perché non lo afferma nel fulgore della sua trasfigurazione o quando vogliono proclamarlo re per lo stupore di un miracolo, e nemmeno nel pieno della sua predicazione, quando la gente dimentica di mangiare per ascoltarlo. Dice di essere re mentre è in catene davanti a Pilato. È lì che per la prima volta Gesù ammette: «Tu lo dici, io sono re».
«Io sono re», dice Gesù, ma tutta la scena della passione di Cristo sarà una parodia di questa regalità. Come potremmo dimenticare? Una corona di spine, il mantello purpureo, i soldati che s’inginocchiano davanti a lui e lo deridono: «Salve, re dei Giudei!». E infine la scritta sulla croce: «Gesù Nazareno Re dei Giudei».
Gesù non nega la sua regalità nemmeno nel momento supremo e accetta la preghiera di uno dei malfattori, quello che, messo in croce come lui, ha uno squarcio di fede e gli dice: «Gesù, ricordati di me, quando sarai nel tuo regno!» (Lc 23,42).
Il Vangelo parla quindi esplicitamente della regalità di Cristo, ma, come afferma Lutero, sub contrario: è una regalità capovolta rispetto ai criteri del mondo. E noi che in quanto cristiani siamo sacerdoti, profeti e re come Gesù, siamo chiamati a imitarlo in questa regalità. Gesù è un re che ha avuto fame e sete, che si è fatto straniero e rifiutato, che ha assunto la condizione di servo e si è umiliato, facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce (Fil 2,6ss).

Matteo 25 presenta Gesù glorioso nell’atto supremo e conclusivo del giudizio finale. Di questo giudizio si precisa bene chi è il giudice e qual è la materia dell’esame finale. Il giudice è Gesù stesso, il Figlio dell’uomo, colui che è stato tradito, abbandonato, deriso, messo a morte, annientato. Ora abbiamo un rovesciamento di posizioni: tocca a colui che è stato rifiutato e respinto stabilire chi è dalla parte di Dio e chi no.
Il giudizio è fondato sul comandamento nuovo dell’amore. Gesù s’immedesima con i piccoli delle beatitudini: «Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere…». «Gesù stabilisce un legame così stretto tra sé e gli uomini da arrivare fino a identificarsi con loro: l’avete fatto a me. Nella memoria di Dio in quel momento non ci sarà spazio per i nostri peccati, ma solo per i gesti di bontà» (Ermes Ronchi).
Incontriamo dunque Gesù nel nostro fratello, lo incontriamo ogni giorno sulla nostra strada, nella nostra famiglia. Gesù indossa i panni feriali di chi vive accanto a noi ed è umile e infelice. Solo così l’incontro con Gesù nel giudizio sarà un abbraccio desiderato.

(Valter  Rossi  https://www.elledici.org/3-annunciare-la-parola-22-novembre-202)

 

Da questa domenica è possibile cominciare ad usare il nuovo Messale , ovvero la nuova traduzione del messale di Paolo VI che entrerà in vigore dalla Pasqua 2021.

Scrive Avvenire del 28 agosto 2020  a firma di  Giacomo Gambassi  : “Non è il numero “zero” del nuovo Messale in italiano ma idealmente è come se lo fosse. La prima copia del libro liturgico, frutto della nuova traduzione del Messale Romano di Paolo VI promossa dai vescovi italiani, è stata consegnata questa mattina a papa Francesco al termine dell’udienza concessa in Vaticano al presidente della Cei, il cardinale Gualtiero Bassetti. Un incontro “a porte chiuse”, come avviene di solito, ma arricchito stavolta dal “dono” del Messale Romano rinnovato che al Pontefice è stato presentato da una delegazione della Cei composta, oltre che dal cardinale presidente, anche dal segretario generale, il vescovo Stefano Russo, dal presidente della Commissione episcopale Cei per la liturgia, il vescovo Claudio Maniago (a lungo impegnato in questo complesso servizio), dal direttore uscente e da quello entrante dell’Ufficio liturgico nazionale della Cei, rispettivamente don Franco Magnani (coordinatore di tutta l’opera) e don Mario Castellano. E ancora da suor Elena Massimi, collaboratrice per la sezione musicale dell’Ufficio liturgico della Cei, da due addetti di segreteria, dall’artista Mimmo Paladino che ha realizzato le illustrazioni del Messale, dallo stampatore Maggioni e da una rappresentante dello studio grafico. Papa Francesco ha ringraziato per il dono ricevuto, sottolineando l’importanza del lavoro svolto e la continuità nell’applicazione del Concilio di cui il Messale Romano di Paolo VI è un frutto. Il cardinale Bassetti, salutando Bergoglio, ha ricordato l'impegno profuso da tanti nel migliorare il testo sotto il profilo teologico, pastorale e stilistico.

L’utilizzo del nuovo Messale diventerà obbligato nelle parrocchie della Penisola a partire dalla prossima Pasqua, ossia dal 4 aprile 2021, ma potrà essere utilizzato immediatamente, cioè non appena il libro pubblicato giungerà nelle comunità, anche se ciascun vescovo potrà stabilire nella propria diocesi da quando impiegarlo. Si tratta della nuova traduzione in italiano della terza edizione tipica - in latino - del Messale Romano scaturito dal Concilio Vaticano II nella quale cambiano alcune formule con cui viene celebrata l’Eucaristia nella nostra lingua. Il nuovo volume è edito dalla Fondazione di Religione Santi Francesco d’Assisi e Caterina da Siena in un unico formato e viene distribuito dalla Libreria Editrice Vaticana che lo farà arrivare nelle librerie e nelle parrocchie che lo stanno prenotando a partire dalla fine di settembre. Il costo è di 110 euro.

Papa Francesco aveva autorizzato la promulgazione della terza edizione in italiano del Messale Romano un anno fa. Il testo italiano era passato al vaglio della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei Sacramenti per la necessaria confirmatio. La nuova traduzione era stata approvata nel novembre 2018 dall’Assemblea generale della Cei. Fra le novità introdotte quelle sul Padre Nostro: non diremo più «e non ci indurre in tentazione», ma «non abbandonarci alla tentazione». Inoltre, sempre nella stessa preghiera, è previsto l’inserimento di un «anche» («come anche noi li rimettiamo»). In questo modo il testo del Padre Nostro contenuto nella versione italiana della Bibbia, approvata dalla Cei nel 2008, e già recepito nella rinnovata edizione italiana del Lezionario, entrerà anche nell’ordinamento della Messa. Altra modifica riguarda il Gloria dove il classico «pace in terra agli uomini di buona volontà» è sostituito con il nuovo «pace in terra agli uomini, amati dal Signore». Se queste sono le principali variazioni che riguardano il popolo e quindi dovranno essere “imparate” da tutti, si annunciano anche altre modifiche in ciò che viene pronunciato dal sacerdote, anche ad esempio nelle Preghiere eucaristiche, vale a dire quelle della consacrazione del pane e del vino. Oltre ai ritocchi e agli arricchimenti della terza edizione tipica latina, il volume propone altri testi facoltativi di nuova composizione, maggiormente rispondenti al linguaggio e alle situazioni pastorali delle comunità e in gran parte già utilizzati a partire dalla seconda edizione in lingua italiana del 1983.

«Il libro del Messale – spiega il cardinale Bassetti – non è soltanto uno strumento liturgico, ma un riferimento puntuale e normativo che custodisce la ricchezza della tradizione vivente della Chiesa, il suo desiderio di entrare nel mistero pasquale, di attuarlo nella celebrazione e di tradurlo nella vita. La riconsegna del Messale diventa così un’occasione preziosa di formazione per tutti i battezzati, invitati a riscoprire la grazia e la forza del celebrare, il suo linguaggio - fatto di gesti e parole - e il suo essere nutrimento per una piena conversione del cuore». Le variazioni giungono al termine di un percorso durato oltre 17 anni. Un arco temporale in cui «vescovi ed esperti hanno lavorato al miglioramento del testo sotto il profilo teologico, pastorale e stilistico, nonché alla messa a punto della presentazione del Messale», aveva spiegato la Cei in una nota.

La nuova traduzione italiana è quella della terza edizione tipica del Missale Romanum, edizione in latino che risale al 2002. La prima editio typica, che recepiva la riforma liturgica del Vaticano II e seguiva le indicazioni della Sacrosanctum Concilium, è stata pubblicata nel 1970 ed era stata tradotta in italiano nel 1973. La seconda edizione tipica latina porta la data del 1975. E proprio la traduzione italiana dell’edizione del 1975 – traduzione che risale al 1983 – è quella ancora in uso per qualche mese.

Eremo Rocca S. Stefano  sabato 21 novembre 2020

 

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