lunedì 9 novembre 2020

LETTERA DALL’EREMO Terra tremuit et quievit.


Introire secum necesse est ad vocem Domini cordibus nostris loquentem audiendam…
Et quid dicit Dominus? “Hodie si vocem meam audieritis, nolite obdurare corda vestra”.
Nam, sicuti ait propheta, “bonum est praestolari in silentio salutare Dei”.

È necessario entrare dentro di noi per ascoltare la voce del Signore che parla ai nostri cuori... E cosa dice il Signore? “se oggi udrete la mia voce, non indurite i vostri cuori…”.
Infatti, come dice il profeta, “è decisamente bello aspettare nel silenzio la salvezza del Signore”.

(San Benedetto, Regola; Lam 3,26 Teth)

 

Nella dimensione del tempo dei Monaci, Anselm Grun l’autore di Sereni nella frenesia del mondo  (titolo originale: Gelassen durch die schnelle Zeit © 2013 brunnen Verlag Gießen  www.brunnen-verlag.de ) ci racconta il Senso del tempo per i monaci benedettini, suggerendo come integrarlo in una quotidianità diversa da quella del monastero.
Le “ore” sono angeli donati del Padre. Il ritmo è un aiuto alla coscienza, offre la possibilità dell’ordine.
Il rito, ancor di più, cala nella quotidianità l’esperienza Mistica. La rende “pubblica”.
Il Sacerdote, è dunque, l’unico “attore”.

Nella presentazione  Grun dice  :“Abbiamo bisogno di momenti e periodi di calma e silenzio; di un tempo per «sgombrare» la nostra anima, così come si sgombra una casa troppo piena; di un tempo per esercitarci nella libertà e nella pace interiore.” (…)Provate a prendervela più calma, nella frene-

sia del mondo. Naturalmente, al lavoro sarete costretti a mantenere un certo ritmo. Ma provate

a rallentare il ritmo della vostra vita privata per scoprire il segreto della vita e il mistero di Dio.”

 Silenzio e tacere sono due cose diverse. Il silenzio ci è dato; il tacere sta a noi praticarlo.(…) c’è chi teme il silenzio perché teme la propria verità interiore. Per questo ha bisogno di fare tanto chiasso intorno a sé. Proteggerci dal silenzio è un nostro atteggiamento atavico: abbiamo sempre bisogno di un sottofondo di rumore per sfuggire alla nostra verità. Nel silenzio smettiamo di nasconderci dietro

alle nostre parole, o di assordarci per esorcizzare le voci inquietanti che dentro di noi reclamano la

parola. Potrebbe emergere il rimosso, la vita non vissuta; rimpianti e rimorsi potrebbero sorgere a

tormentarci. Per questo dobbiamo soffocare la nostra verità con discorsi o attività frenetiche. Altri invece hanno paura di sentirsi soli, nel silenzio.

Prova a sostare in luoghi di quiete e silenzio. Godi del silenzio che ti attornia. Forse anche nel tuo

intimo scenderà il silenzio, e con esso la quiete. Prova a sentire il silenzio intorno a te come un

mantello d’amore che ti avvolge e ti protegge.  

 Perché ci è così difficile restare in silenzio? certo, viviamo in tempi rumorosi, circondati da

così tanti input e stimoli acustici che pare quasi che il silenzio non esista più.

Anche quando riesco a liberarmi dai miei impegni quotidiani e a ritirarmi in un luogo tranquillo, calmarmi sul serio è difficile: troppe cose risuonano e si agitano in me, troppi pensieri e

preoccupazioni s’insinuano nel silenzio, reclamando la mia attenzione. A un tratto mi rendo

conto di quanto il silenzio possa essere assordante, perché finalmente tutto quanto era stato

rimosso si manifesta in me.

Ecco la prima opportunità del silenzio: prendermi del tempo per me, per tutto ciò che in me

reclama quell’attenzione che nella vita di tutti i giorni non riceve. Questo grado zero del silenzio

va sfruttato.

Posso farlo ad esempio prendendo carta e penna e annotando tutte le cose che mi vengono in mente. Mettendole nero su bianco posso accantonarle, un foglio dopo l’altro: me le sono annotate, ne ho preso atto, so che di quelle cose potrò (pre)occuparmi in un altro momento. E anche nel farlo poi il silenzio mi sarà d’aiuto.

 

Padre Anselm, lei ha mai paura?Per me stesso, no. Ma a volte ho paura per la società. Ho paura per la fede, che non venga più trasmessa. Ho paura che le tendenze negative prendano il sopravvento. 

Tendenze negative? Può spiegarsi meglio?Mi spaventano la brutalità, e l’assenza di cultura, di molti interventi su Facebook o su altri social media e in internet, dove alcune persone riversano tutto il loro odio e la loro aggressività verbale.

 È un po’ ciò che accade quando si parla di politiche per i rifugiati.Il mio omonimo, lo psicanalista Arno Gruen, ha scritto un libro intitolato Der Fremde in uns (Lo straniero in noi): la paura dello straniero è sempre anche paura dello straniero che alberga in noi. Perciò le persone necessitano di una maggiore autocomprensione, di conoscere meglio se stesse.

Lei viene insultato in internet, dove la definiscono un buonista. È vero?Sì, di continuo. I siti più conservatori definiscono la mia teologia e la mia spiritualità anche come eretiche… perché si allontanerebbero dalla dottrina ufficiale della chiesa. Ma perlomeno non ho ricevuto minacce di morte, come è capitato all’arcivescovo Ludwig Schick, probabilmente perché io non mi esprimo in modo così aperto in ambito politico.

 Ritiene di dover prendere una posizione più netta contro i populisti di destra e gli xenofobi?Come monaci benedettini, operiamo già in senso politico. Per esempio, nell’abbazia di Münsterschwarzach, dove risiedo, ospitiamo trentotto profughi. Sono sempre un po’ tiepido a rilasciare dichiarazioni politiche, per non fare la figura del sapientone, uno che ha sempre in tasca la soluzione giusta. Certo, ci si può schierare contro le tendenze di destra – ma non incitando all’odio in internet. Quello che cerco di fare con i miei libri è di rafforzare la saggezza della gente, della loro anima, in modo che non si perdano. Perché quelli che si sono già allontanati, non riesco più a raggiungerli con le mie parole.

 Gesù ha avuto paura?L’evangelista Luca ci dice che Gesù aveva paura di ciò che lo attendeva. Il suo sudore diventò sangue. Avrebbe potuto farsi portare in salvo, ma non volle. Pregando, prese questa decisione. Aveva paura, del dolore e della morte, perché Egli, Figlio di Dio, si è fatto uomo per noi, per annunciarci la buona notizia.

 La sua vicenda non si conclude con la morte sulla croce. Nel Credo si dice: «Il terzo giorno è risuscitato dai morti». È questo che i cristiani celebrano il giorno di Pasqua. Qual è il messaggio di questa solennità?Secondo me è triplice. 1. Gesù ci dona la speranza della trasformazione. Non c’è oscurità che la luce non possa rischiarare. Non vi è fallimento che non possa condurre a una nuova partenza. Perché lui ha trasformato la morte in vita. 2. Il conforto del fatto che anche noi risorgeremo, e già adesso, dalla tomba della nostra rassegnazione, per sollevarci contro tutto ciò che ostacola o impedisce la vita. Usciamo così ruolo di semplici spettatori (uno spettatore può sapere più cose, ma non usa la sua testa per prendere delle decisioni). 3.Il pensiero confortante che anche per noi non finisce tutto con la morte. È una grande liberazione, che ci consente di vivere più tranquilli. Non dobbiamo preoccuparci di dover sperimentare tutto in questo mondo.

Padre Anselm, lei è autore di circa trecento libri! Qualcuno potrebbe pensare: però, questo monaco ha un bel dire! Facile, per chi vive una vita protetta fra le mura del monastero.E di questo sono grato. Non devo andare a fare la spesa, non devo cucinare, e così ho tempo per altre cose. Sì, considero un privilegio la mia vita in monastero. 

Le capita mai di incontrare delle persone che non le credono?Alcuni sono invidiosi e dicono che scrivo tanti libri perché sono avido.  

Il denaro che lei guadagna va tutto al suo monastero?Sì, proprio così.

 Se si osserva la lista delle sue pubblicazioni, viene da pensare anche che lei non abbia alcun problema: dopotutto, ha un consiglio da dare per qualunque situazione.Io non cerco di dare consigli, ma di descrivere la vita e di offrire aiuto attraverso la fede. I libri li scrivo innanzitutto per me stesso. Era così già con i miei primi scritti negli anni Settanta. Li ho scritti sullo sfondo di una crisi personale, chiedendomi: come posso uscire da questa crisi?

Per lei scrivere è dunque terapeutico?Si potrebbe metterla così.

 Che crisi ha attraversato in quegli anni?Tra i 25 e i 30 anni ero molto insicuro. Quando ho iniziato a studiare ero molto ambizioso, volevo sapere molte cose, ero influenzato dal raziocinio. Ma poi sono subentrati i sentimenti: il desiderio di un incontro, di una donna. A 19 anni ero già entrato in monastero. E un paio d’anni più tardi mi domandavo: cosa voglio davvero nella vita? Da una parte ero un prete, avevo già studiato filosofia e teologia a Roma. Dall’altra avevo iniziato a studiare business administration a Norimberga. Ero di nuovo a un inizio. E mi ritrovai in crisi.

Chi o che cosa l’ha salvata?In quel periodo alcuni confratelli erano appassionati di Karlfried Graf Dürckheim, un terapeuta che ha combinato la meditazione zen con la psicologia junghiana. Io avevo approfondito e meditato a lungo l’opera dello psichiatra svizzero Carl Gustav Jung. Con i miei confratelli ci siamo interrogati su cosa fosse il monachesimo. Più di qualcuno ha lasciato il monastero. Noi che siamo rimasti ci siamo chiesti: perché restiamo? Che cosa ha ancora da dire lo stile di vita monastico all’uomo d’oggi? Pian piano si faceva strada in me la sensazione che valesse la pena vivere così.

È stato anche lei sul punto di uscire dal monastero?Mi sono fatto questa domanda. Ma sempre, se m’immaginavo di uscire, pensavo: no, non è giusto. Quindi la risposta è no.

 Non ha mai la sensazione di essersi perso qualcosa nella vita?No, non più. A volte ho detto ai miei confratelli: il seminario mi ha fatto male. Sono entrato in seminario all’età di 10 anni. Nel senso che mi mancava la maturità necessaria. Lo studio di Graf Dürckheim mi ha permesso di recuperare un po’ di terreno perduto, in questo senso.

 Perché è entrato così giovane in monastero?Nel 1964 era normale decidere dopo il diploma di scuola superiore. Non avevo dubbi. Da quando avevo 10 anni, dalla prima comunione, ero rimasto affascinato dalla liturgia, dalla messa, dal sacerdozio. Era una suggestione infantile, che si è mantenuta con forza negli anni.

 Oggi, uno dei suoi compiti è l'accompagnamento di sacerdoti in crisi. Per queste persone la “Recollectio-Haus” della vostra abbazia costituisce un punto di ripartenza. Lei è il direttore spirituale. Chi viene da voi?La maggior parte di loro si trova in situazioni di conflitto con dei collaboratori o con il consiglio parrocchiale. Oppure sono preti che si sentono depressi, che soffrono per delle vecchie ferite, che si chiedono: riuscirò a vivere il celibato? Anche il tema dell’esaurimento, del burnout, gioca un ruolo importante.

 Questi problemi sono aumentati? Dopotutto, le richieste ai preti lo sono senz’altro.La figura del sacerdote è oggi meno definita. Ci sono preti che gestiscono delle unità pastorali e sono per metà dei manager. Ma ci sono sacerdoti che, chiamati a collaborare con una cerchia più vasta di persone, si trovano in difficoltà in questo ruolo. Fare il parroco in una normale parrocchia diventa sempre più raro. Molti si interrogano sul senso del loro operato, non vedono il successo delle loro fatiche. Molti preti soffrono perché per esempio si sforzano di fare delle belle prediche, ma sempre meno persone frequentano la messa.

È la chiesa cattolica che li fa ammalare?Non è la chiesa in sé. Ma per i preti non è certamente un bene che le unità pastorali siano sempre più estese.

Quanti dei sacerdoti che ha accompagnato hanno abbandonato la chiesa?Forse il 5%. Io rispetto le scelte di ognuno. In qualche caso osservo semplicemente che non funziona più, la motivazione è scomparsa. O in altri casi qualcuno ha subito troppe pressioni per accedere al ministero sacerdotale, non ha assunto liberamente la propria decisione.

 Il teologo e psicoterapeuta Wunibald Müller, che ha diretto la Recollectio-Haus per venticinque anni (fino al 2016), di recente ha affermato che le questioni del potere e della sessualità vengono del tutto ignorate dal Vaticano, anche se quasi il 30% del clero è omosessuale.Alla Recollectio-Haus vengono anche sacerdoti omosessuali, e su questo punto si scontrano la dottrina ufficiale e la realtà. Non parlerei del 30%; certo, ci sono alcuni preti gay, e sono dei bravi sacerdoti. Con noi possono parlare apertamente dei loro problemi e sentirsi accettati. Questo è molto importante. La maggior parte di loro ha delle amicizie, ma comunque non vive la propria omosessualità oppure ne hanno avuto rarissime esperienze. È come per i preti eterosessuali che non possono avere una compagna: non funzionerà a lungo.

Lei è favorevole all’abolizione del celibato e all’istituzione del sacerdozio per le donne? Wunibald Müller vedrebbe bene anche una papessa…Non c’è un fondamento teologico che impedisca l’abolizione del celibato, o alle donne di essere ordinate prete, vescovo o papa. Si tratta solo di processi storici, perciò ci vuole tempo. Il primo passo può essere ora quello delle donne diacono. La chiesa non deve perdere le donne! Per quanto riguarda il celibato, dovrebbe essere una libera scelta.

Sarebbe ora che la chiesa cattolica si avventurasse in queste riforme, più grandi di quelle sinora iniziate da papa Francesco?Non si può cambiare tutto in modo radicale: farebbe paura. La spinta iniziale deve venire dall’interno, altrimenti si genera confusione. Per me è decisiva questa domanda: la chiesa è un luogo di esperienza spirituale, a cui le persone possono rivolgersi con le loro attese? La risposta dovrebbe essere sì. Le strutture sono secondarie.

Una nuova partenza pasquale?È ciò che spero. (1)

Secondo il sito  https://www.radiospada.org/2017/10/anselm-grun-un-benedettino-rinnegato/ questa è la fotografia di un monaco discusso raccontato dall’articolo anonimo che si riporta di seguito :

Guardatelo bene, questa specie di Rasputin in cocolla: si chiama dom Anselm Grün, ed è un monaco benedettino tedesco eretico. Uno dei tanti, direte. Ma questo personaggio, che vive nell’Abbazia di Münsterschwarzach, lungi dall’esser condannato per le sue farneticanti affermazioni eterodosse, è portato in palmo di mano dalla Conferenza Episcopale Tedesca e, a quel che si vocifera, è uno dei membri della commissione vaticana che prepara la cosiddetta Messa ecumenica. 

Questo rinnegato osa affermare:

Quando tengo dei corsi nella casa per ospiti della nostra abbazia di Münsterschwarzach, invito sempre ed espressamente tutti a fare la Comunione, perché alcuni cristiani evangelici non si fidano. Ma quando li invito, vengono volentieri. Che il parroco cattolico celebri l’Eucaristia in modo diverso da quello evangelico, fa parte delle differenze di rappresentazione delle varie confessioni. Ciò che è importante è la fede nel fatto che Gesù è presente nell’ostia, espressa dalle parole istitutive “Questo è il mio corpo” e “Questo è il mio sangue”. Dato ciò, nulla impedisce di fare insieme la Comunione.

Epitome del nuovo corso conciliare bergogliano, egli si fa paladino dell’intercomunione considerando irrilevante, ai fini del dialogo interreligioso, la differenza sostanziale tra la fede nel dogma cattolico della Transustanziazione e l’eresia luterana della Transignificazione. 

Badate bene: egli non nega esplicitamente che le Sacre Specie, per il ministero del sacerdote ordinato, si mutino sostanzialmente nel Corpo, nel Sangue, nell’Anima e nella Divinità di Nostro Signore Gesù Cristo; ma afferma che questo dogma cattolico possa coniugarsi con l’errore protestante, secondo il quale nel Pane e nel Vino, per la fede dei presenti, si realizzi una presenza meramente spirituale di Gesù. 

Che poi è ciò che affermava la prima versione ereticale del 1969 di quell’articolo VII dell’Institutio Generalis Missalis Romani promulgata da Paolo VI, e che fu poi modificata nella successiva Editio typica, senza tuttavia cambiare il rito cui essa dava forma. 

La cena del Signore, o messa, è la sacra sinassi o assemblea del popolo di Dio, presieduta dal sacerdote, per celebrare il memoriale del Signore. Vale perciò eminentemente per questa assemblea locale della Santa Chiesa, la promessa del Cristo: “Là dove due o tre sono radunati nel mio nome, io sono in mezzo a loro” (Mt. XVIII, 20).

Articolo che nel 1970 venne così emendato: 

Alla messa, o cena del Signore, il popolo di Dio si raduna sotto la presidenza del sacerdote che rappresenta il Cristo, per celebrare il memoriale del Signore o sacrificio eucaristico. Per conseguenza per questa assemblea locale della Santa Chiesa vale la promessa del Cristo: “Là dove due o tre sono radunati nel mio nome, io sono in mezzo a loro” (Mt. XVIII 20). In effetti, alla celebrazione della messa, nella quale si perpetua il sacrificio della Croce, il Cristo è realmente presente nell’assemblea riunita in suo nome, nella persona del ministro, nella sua parola e sostanzialmente e in maniera ininterrotta sotto le specie eucaristiche.

L’astuzia diabolica delle affermazioni di dom Grün risiede nell’ignorare deliberatamente la differenza tra la Messa cattolica e la Cena luterana, considerandole entrambe due legittime declinazioni della fede, mere differenze di rappresentazione delle varie confessioni, in nome dell’unità nella molteplicità tanto cara ai fautori dell’ecumenismo. 

Andrebbe detto che non dissimile atteggiamento contraddistingue anche, ad intra, l’accettazione di due forme di celebrazione del medesimo Rito Romano, cosicché la Messa tridentina, dal Summorum Pontificum, si ritrova sì legittimata, ma solo se la si accetta come versione straordinaria del Novus Ordo, che nella mens del Legislatore rimane forma ordinaria

Non è chi non veda che, se è arduo considerare possibile una equiparazione tra un rito perfettamente cattolico e la sua versione censurata ed equivoca, è altresì impossibile fingere che uno dei dogmi più sacri custoditi e difesi dalla Chiesa in tutti i tempi – ed in particolare proprio contro l’eresia di Lutero – venga posto sullo stesso piano dell’errore che lo nega. Ma in nome dell’unità con le sette inaugurata dal Concilio vi è chi evidentemente è disposto a comportarsi esattamente come chi considera irrilevante il baratro dottrinale che separa la Messa cattolica dalla sua versione omissoria ed edulcorata partorita da Bugnini con la collaborazione attiva di pastori protestanti. 

Quel che ne risulta è oggi chiaro: il cattolico crede – più o meno – che nel Pane Eucaristico sia sostanzialmente e ininterrottamente presente il Signore, mentre il calvinista crede che quella presenza sia solo simbolica e temporanea. Ma siccome entrambi credono in una presenza, questo li unisce al punto da poter partecipare alla stessa mensa. 

Chissà che ne pensano, lassù, i Martiri massacrati dagli eretici per difendere il dogma della Presenza Reale. 

Grün afferma anche:

Maria è il prototipo dell’uomo redento e ciò che viene detto di lei vale anche per noi. L’Immacolata concezione non è altro che ciò che viene detto nella prima lettera agli Efesini e nella liturgia: tutti siamo stati scelti in Cristo prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati. Ciò non significa quindi che Maria è un essere speciale e noi dei poveri peccatori. Purtroppo è un’interpretazione frequente, ma questa non è la dogmatica cattolica.

L’orrore che suscita quest’affermazione blasfema contro la Beatissima Vergine non deve però portare a considerare che dom Grün neghi esplicitamente il dogma dell’Immacolata Concezione: come nel caso precedente, egli mostra una perfidia luciferina nell’estenderlo a tutta l’umanità, facendo sì che esso non sia più privilegio esclusivo della Madre di Dio, ma fatto condiviso da tutta l’umanità secondo un’interpretazione arbitraria e distorta della Lettera agli Efesini di San Paolo. 

Così, secondo questo delirio, la Madonna è stata sì preservata dal peccato, ma lo siamo anche noi; e lo siamo non perché incorporati a Cristo in virtù del Battesimo – cosa che sarebbe comunque erronea – ma addirittura in virtù del semplice fatto di essere, al pari di Lei, esseri umani. Il che echeggia quell’eresia postconciliare,  secondo la quale la salvezza sarebbe stata da Cristo acquistata, anzi quasi imposta all’umanità intera, per mezzo dell’Incarnazione. 

Proprio in ragione di questa presunta impeccabilità – che nega il peccato personale oltreché quello originale – dom Grün invita alla Sacra Mensa tutti, cattolici ed eretici, prescindendo dalle loro disposizioni e dallo stato di Grazia richiesto per comunicarsi: come si vede, tout se tient. I peccatori ostinati ringraziano per l’occasione di compiere sacrilegio, ricevendo indegnamente il Corpo del Signore su incoraggiamento dell’indegno benedettino. 

E qui mi viene alla mente il sogno di San Giovanni Bosco, che vide come presidio della Chiesa quelle due mistiche colonne, quegli stendardi sui quali sfolgoravano l’Ostia Santa e la Madonna Auxilium Christianorum

Ecco svelato l’inganno diabolico: l’odio verso la Santissima Eucaristia e la Beatissima Vergine. Poco importa che si neghi esplicitamente il dogma della Transustanziazione – come osa affermare con infame arroganza il cosiddetto liturgista Andrea Grillo, docente all’Ateneo Sant’Anselmo e parimenti membro della commissione segreta che riforma in senso calvinista la Messa – o quello dell’Immacolata Concezione: quel che conta è che entrambi questi pilastri della nostra Santa Religione siano considerati di poca importanza, dinanzi al supremo bene dell’unità ecumenica, la quale di fatto implica, se non la negazione di Vero e Falso, di Bene e Male, quantomeno la loro parificazione. 

A riprova della collocazione ideologica del monaco, basti sapere che egli viene citato in uno scritto massonico del Gran Maestro Silvano Danesi dello scorso Maggio 2017, laddove egli sostiene che “La meta del processo di trasformazione consiste nell’unificazione degli opposti” (vedi qui). Non c’è che dire: dom Grün viene chiamato in causa – verrebbe da dire, al pari di un altro personaggio assiso su ben più alto Soglio – per difendere la tolleranza, intesa “come trasformazione in uguali e fratelli”, considerata significativamente “principio fondamentale della Libera Muratoria”. 

E si vedrà, se solo si vorrà usare il semplice raziocinio, che questa è in fondo la matrice perversa che accomuna a questi errori dottrinali non diversi errori pastorali implicati da Amor Laetitiae, grazie ai quali è possibile ammettere la coesistenza di un bene nella teoria e di un male nella prassi, in virtù di un presunto discernimento soggettivo. 

Bisogna denunciare ad alta voce questi inganni diabolici, e considerare anatema di chi se ne fa svergognato araldo in seno alla Chiesa, o a quel che ne resta sotto questo infaustissimo pontificato.  (2)

Il capitolo sesto, della Regola di San Benedetto, tratta dell'amore per il silenzio. Non è del tutto un voto al silenzio, come potrebbe inizialmente sembrare. Piuttosto tratta dell'importanza di frenare le parole («Nel molto parlare non sfuggirai al peccato», verso 4), della loro purezza quando si parla («è necessario evitare le cattive parole per le pene del peccato», verso 2), come pure l'ascolto e l'obbedienza ai superiori («Se infatti al maestro conviene parlare ed istruire, al discepolo tocca tacere ed ascoltare», verso 6). Vengono proibiti i discorsi offensivi: « Le trivialità poi e le parole oziose ed eccitanti al riso le condanniamo in tutti i luoghi con eterna esclusione», verso 8. Si parla anche del valore del silenzio, della riflessione personale, del fatto che non si debba sempre condividere tutto ciò che si pensa: « dai buoni discorsi bisogna talvolta astenersi per amore del silenzio», verso 2. San Benedetto ci insegna che le parole, buone o cattive, sono potenti ed il loro utilizzo dovrebbe essere rispettoso ed attento: «la morte e la vita sono in potere della lingua», verso 5.

Capitolo sesto:

1. Facciamo ciò che afferma il Profeta: "Ho detto: custodirò il mio cammino per non peccare con la mia lingua; ho posto un freno alla mia bocca, mi son fatto muto, mi sono umiliato ed ho taciuto che delle cose buone".2. Ora, se il Profeta mostra qui che dai buoni discorsi bisogna talvolta astenersi per amore del silenzio, quanto più è necessario evitare le cattive parole per le pene del peccato!
3. Perciò, anche se si tratti di argomenti buoni e pii ed edificanti, tanta è la gravità del silenzio, che i discepoli perfetti raramente si deve conceder licenza di parlare,4. perché sta scritto "Nel molto parlare non sfuggirai al peccato"5. e altrove: "la morte e la vita sono in potere della lingua"
6. Se infatti al maestro conviene parlare ed istruire, al discepolo tocca tacere ed ascoltare.
7. Se quindi è necessario chiedere qualche cosa al superiore, si domandi con tutta umiltà e con rispettosa sottomissione.8. Le trivialità poi e le parole oziose ed eccitanti al riso le condanniamo in tutti i luoghi con eterna esclusione, e che il discepolo apra la bocca per proferire cose tali, non lo permettiamo. (3)

(1)© Augsburger Allgemeine  © 2018 by Teologi@Internet Forum teologico diretto da Rosino Gibellini Editrice Queriniana, Brescia (UE)

 (2) Radio Spada è un sito di controinformazione che ritiene il Cattolicesimo Romano l’unica forma veridica ed efficace di antagonismo culturale, sociale e politico alla grave decadenza e alle pulsioni dissolutrici del mondo in cui viviamo: per questo intende, oggi più che mai, difendere e propagandare la Fede cattolica, i principi e i valori della civiltà e cultura cristiana (occupandosi di molteplici tematiche: dall’apologetica all’attualità, dalla vita spirituale all’analisi storico-teologica, dalla geopolitica al revisionismo storico, dalla letteratura alle arti etc).

Radio Spada non è espressione di un solo punto di vista, ma è gestito da più persone – più voci che vogliono rappresentare sensibilità ecclesiali diverse, sempre nell’alveo della bimillenaria Tradizione della Chiesa. Chi legge RS, lo può notare chiaramente: è un esperimento felice e ben riuscito (e speriamo continui così). Poi ognuno – negli ambiti di propria pertinenza ecclesiale – agisce iuxta propria principia. Non si tratta di pluralismo, ma di pluralità: più voci che vogliono tendere ad un unico Fine, la maggior gloria di Dio e la salvezza delle anime.,

opportuneimportune.blogspot.it/

(3) http://www.abbaziamontecassino.org/abbey/carisma/la-regola-di-san-benedetto/85-regola-san-benedetto-silenzio-montecassino-monastero

Eremo Rocca S. Stefano  lunedì 9 ottobre 2020  

Nessun commento:

Posta un commento