sabato 14 novembre 2020

SETTIMO GIORNO XXXIII Domenica del tempo ordinario (Anno A)



La parabola dei talenti parla della venuta di Gesù per il giudizio universale. Quando ritornerà, egli esigerà di sapere da noi come abbiamo usato il nostro tempo, cosa abbiamo fatto della nostra vita e dei talenti che abbiamo ricevuto, cioè delle nostre capacità. Il premio per il buon uso sarà la partecipazione alla gioia del Signore, cioè al banchetto eterno. La parabola racchiude un insegnamento fondamentale: Dio non misurerà né conterà i nostri acquisti, le nostre realizzazioni. Non ci chiederà se abbiamo compiuto delle prodezze ammirate dal mondo, perché ciò non dipende da noi, ma è in parte condizionato dai talenti che abbiamo ricevuto. Vengono tenute in conto soltanto la fedeltà, l’assiduità e la carità con le quali noi avremo fatto fronte ai nostri doveri, anche se i più umili e i più ordinari. Il terzo servitore, “malvagio e infingardo” ha una falsa immagine del padrone (di Dio). Il peggio è che non lo ama. La paura nei confronti del padrone l’ha paralizzato ed ha agito in modo maldestro, senza assumersi nessun rischio. Così ha sotterrato il suo talento. Dio si aspetta da noi una risposta gioiosa, un impegno che proviene dall’amore e dalla nostra prontezza ad assumere rischi e ad affrontare difficoltà. I talenti possono significare le capacità naturali, i doni e i carismi ricevuti dallo Spirito Santo, ma anche il Vangelo, la rivelazione, e la salvezza che Cristo ha trasmesso alla Chiesa. Tutti i credenti hanno il dovere di ritrasmettere questi doni, a parole e a fatti.




Dal libro dei Proverbi Pr 31,10-13.19-20.30-31


Una donna forte chi potrà trovarla?
Ben superiore alle perle è il suo valore.
In lei confida il cuore del marito
e non verrà a mancargli il profitto.
Gli dà felicità e non dispiacere
per tutti i giorni della sua vita.
Si procura lana e lino
e li lavora volentieri con le mani.
Stende la sua mano alla conocchia
e le sue dita tengono il fuso.
Apre le sue palme al misero,
stende la mano al povero.
Illusorio è il fascino e fugace la bellezza,
ma la donna che teme Dio è da lodare.
Siatele riconoscenti per il frutto delle sue mani
e le sue opere la lodino alle porte della città

Dal Vangelo secondo Matteo  Mt 25,14-30

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola:
«Avverrà come a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno;poi partì.
Subito colui che aveva ricevuto cinque talenti andò a impiegarli, e ne guadagnò altri cinque. Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone.
Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò e volle regolare i conti con loro.
Si presentò colui che aveva ricevuto cinque talenti e ne portò altri cinque, dicendo: “Signore, mi hai consegnato cinque talenti;ecco, ne ho guadagnati altri cinque”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto;prendi parte alla gioia del tuo padrone”.
Si presentò poi colui che aveva ricevuto due talenti e disse: “Signore, mi hai consegnato due talenti;ecco, ne ho guadagnati altri due”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto;prendi parte alla gioia del tuo padrone”.
Si presentò infine anche colui che aveva ricevuto un solo talento e disse: “Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso. Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco ciò che è tuo”.
Il padrone gli rispose: “Servo malvagio e pigro, tu sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso;avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse. Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza;ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha. E il servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre;là sarà pianto e stridore di denti”».
Parola del Signore.
e –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto;prendi parte alla gioia del tuo padrone”».

Fissiamo lo sguardo sul “Dio dei Doni”. Il nostro Dio, che ci ha pensati, voluti, amati e ci amerà sempre: davanti a Lui siamo soltanto uno stupore senza riserve. Merita che lo guardiamo negli occhi con riconoscenza e non con rancore, come se, confrontandoci alla maniera degli uomini venali e utilitaristici, dovessimo lamentarci perché siamo “senza doni o con pochi doni o con doni che non ci piacciono”.
Merita che lo guardiamo con meraviglia, senza invidie per i doni degli altri.
Noi contempliamo negli occhi Dio e gli diciamo un grazie senza limiti perché esistiamo. Esistiamo con le gambe, comunque esse siano, con gli occhi che vedono sempre anche se fisicamente fossero spenti, con le mani che sanno comunque accarezzare, con i piedi che non sono necessari per danzare, ma anche col cuore, con la sensibilità, con le comunicazioni misteriose che ognuno di noi mette in atto.
Dio ci guarda con la tenerezza e il compiacimento di chi conosce ogni nostro segreto. Anche quel segreto che non risulta agli occhi degli altri, eppure rappresenta la nostra ricchezza.
Dio ci ha ricolmato di doni: molti, pochi. I doni che ci accompagneranno fino al suo grembo di Padre.
Doni diversi per ciascuno. Sempre speciali e unici. Non esisterà mai un altro me stesso. Mai.
Perché Dio non costruisce gli uomini e le donne in serie.
Doni per la crescita nostra e di tutti gli altri. Sempre utili all'umanità, a partire da quella che ci è vicina.
A te cinque talenti. A te due talenti. A te un talento.
Secondo le capacità di ciascuno.
Dio mette i suoi “regali”nelle nostre mani perché li mettiamo a frutto.
Davanti a questo atto di fiducia entriamo in gioco noi.
Abbiamo cinque talenti. Possono diventare dieci.
Abbiamo due talenti, possono diventare quattro.
La perplessità viene da colui che ha ricevuto un talento e lo sotterra per paura del “padrone” che ritorna dopo il suo lungo viaggio.
A volte non capiamo la verità più semplice ed essenziale della quale ci parla Gesù: “Chi perde (cioè mette a frutto) la sua vita, la ritrova impreziosita, sempre più feconda, straripante di nuove risorse impreviste, che si richiamano l'una con l'altra”.
“Chi conserva (cioè mette sotto terra) la propria vita, tutti i doni ricevuti, le abilità, la capacità di relazione, perde ogni cosa”.

A che cosa serve una fortuna in beni e in denaro se li nascondo dentro il muro perché nessuno li trovi?
Tutte queste grazie sono inutili, come se non esistessero. Non servono agli altri. Ciò che è più deludente è che non servono nemmeno a noi stessi. La paura prevale e distrugge ogni cosa, ogni entusiasmo, ogni capacità di rischio, ogni coraggio di mettersi in gioco.
Per chi valorizza i doni, anche nella sua malattia, anche nella sua disabilità, anche nella sua povertà, 

 Dio riserva parole colme di consolazione: “Bene, servo buono e fedele, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone.
Ma se abbiamo dilapidato i beni nella grettezza della paura e della pigrizia, rendendoli infruttuosi per tutti, a partire da noi stessi, il Signore riserva parole inflessibili: “Servo malvagio e pigro, tu sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso. Tu conoscevi le tue false idee su di me così potenti da costringerti a vivere nel terrore. Non sei stato capace nemmeno di mettere il talento in banca. Ti tolgo il talento. Verrà dato a chi nella sua generosità, saprà farlo circolare pensando al vantaggio di tutti. A te il pianto del tuo cuore misero senza sogni, senza ideali, senza futuro. A te il tuo inferno, quello che ogni giorno ti costruisci con le tue stesse mani infingarde”.
Il messaggio è trasparente. Splende come una luce abbagliante. Che tristezza sarebbe lasciarlo cadere nel vuoto.
Una parola ancora occorre dire. Cosa farà Dio a coloro che ritengono buoni, validi, eccellenti soltanto i loro doni e non valorizzano quelli degli altri, per non avere mai concorrenti?
Paolo ci dice che siamo tutti figli della luce e non delle tenebre. Figli del giorno che non appartengono alla notte.
E' davvero vincolante l'invito a non dormire. E' stringente l'invito stare svegli e ad essere sobri, pronti a perdersi per lodare Dio ogni giorno con la nostra vita e i suoi doni.
“Non possiedo doni speciali. Tu vedi con gli occhi, io vedo con le mani e col cuore. Tu hai le tue qualità io possiedo le mie, diverse. Se mettiamo insieme ogni bene siamo irresistibili nell'amore.
Questa è la Chiesa variegata e ricchissima che lo Spirito Santo vuole e ama”
.

( Don Mario Simula   https://www.qumran2.net/parolenuove/commenti.php?mostra_id=51136 )

La parabola dei talenti proposta dalla liturgia odierna è una parabola che, secondo il mio povero parere, oggi è pericolosa: pericolosa, perché più volte l’ho sentita commentare in un modo che, anziché spingere i cristiani a conversione, pare confermarli nel loro attuale comportamento tra gli uomini, nel mondo e nella chiesa. Dunque forse sarebbe meglio non leggere questo testo, piuttosto che leggerlo male…

In verità questa parabola non è un’esaltazione, un applauso all’efficienza (tanto meno a quella economica o finanziaria), non è un inno alla meritocrazia, ma è una vera e propria contestazione verso la comunità cristiana che sovente è tiepida, senza iniziativa, contenta di quello che fa e opera, paurosa di fronte al cambiamento richiesto da nuove sfide o dalle mutate condizioni culturali della società. La parabola non conferma “l’attivismo pastorale” di cui sono preda molte comunità cristiane, molti “operatori pastorali” che non sanno neppure leggere la sterilità di tutto il loro darsi da fare, ma chiede alla comunità cristiana consapevolezza, responsabilità, audacia e soprattutto creatività. Non la quantità del fare, delle opere rende cristiana una comunità, ma la sua obbedienza alla parola del Signore che la spinge verso nuove frontiere, verso nuovi lidi, su strade non percorse, lungo le quali la bussola che orienta il cammino è solo il Vangelo, unito al grido degli uomini e delle donne di oggi quando balbettano: “Vogliamo vedere Gesù!” (Gv 12,21).

E allora leggiamo con intelligenza questa parabola la cui prospettiva – lo ripeto – non è economica né finanziaria; essa non è un invito all’attivismo ma alla vigilanza che resta in attesa, non contenta del presente ma protesa verso la venuta del Signore. Egli non è più tra di noi, sulla terra, è come partito per un viaggio e ha affidato ai suoi servi, ai suoi discepoli un compito: moltiplicare i doni che egli ha fatto a ciascuno. Nella parabola, a due servi il Signore ha lasciato molto, una somma cospicua – cinque lingotti di argento a uno, due a un altro –, affinché la facciano fruttare; a un terzo servo ha lasciato un solo lingotto, che comunque non è poco. In tutti egli ha messo la sua fiducia, confidando loro i suoi beni. Spetta dunque ai servi non tradire la fiducia del padrone e operare una sapiente gestione dei beni, non di loro proprietà ma del padrone, il quale al suo ritorno darà loro la ricompensa.

“Dopo molto tempo” – allusione al ritardo della parusia, della venuta gloriosa del Signore (cf. Mt 24,48; 25,5) – il padrone ritorna e chiede conto della fiducia da lui riposta nei suoi servi, i quali devono mostrare la loro capacità di essere responsabili, in grado cioè di rispondere della fiducia ricevuta. Eccoli dunque presentarsi tutti davanti a lui. Colui che aveva ricevuto cinque talenti si è mostrato operoso, intraprendente, capace di rischiare, si è impegnato affinché i doni ricevuti non fossero diminuiti, sprecati o inutilizzati; per questo, all’atto di consegnare al padrone dieci talenti, riceve da lui l’elogio: “Bene, servo buono e fedele, … entra nella gioia del tuo Signore”. Lo stesso avviene per il secondo servo, anche lui in grado di raddoppiare i talenti ricevuti. Viene infine quello che aveva ricevuto un solo talento, il quale mette subito le mani avanti: “Da quando mi hai fatto fiducia, io sapevo che sei un uomo duro, esigente, arbitrario, che fa ciò che vuole, raccogliendo anche dove non ha seminato”. Con queste sue parole (“dalle tue parole ti giudico”, si legge nel testo parallelo di Luca; cf. Lc 19,22) il servo confessa di avere un’immagine del Signore che si è fabbricata: un padrone che gli fa paura, che chiede una scrupolosa osservanza di ciò che ordina, che agisce in modo arbitrario. Avendo questa immagine in sé, ha scelto di non correre rischi: ha messo al sicuro, sotto terra, il denaro ricevuto, e ora lo restituisce tale e quale. Così rende al padrone ciò che è suo e non ruba, non fa peccato…

Ma ecco che il Signore va in collera e gli risponde: “Sei un servo malvagio e pigro. Malvagio perché hai obbedito all’immagine del Signore che ti sei fatta, e così hai vissuto un rapporto di amore servile, di amore ‘costretto’. Per questo sei stato pigro, non hai avuto né il cuore né la capacità di operare secondo la fiducia che ti avevo accordato”. Lo sappiamo: è più facile seppellire i doni che Dio ci ha dato, piuttosto che condividerli; è più facile conservare le posizioni, i tesori del passato, che andarne a scoprire di nuovi; è più facile diffidare dell’altro che ci ha fatto del bene, piuttosto che rispondere consapevolmente, nella libertà e per amore. Ecco dunque la lode per chi rischia e il biasimo per chi si accontenta di ciò che ha, rinchiudendosi nel suo “io minimo”.

Ma a me piacerebbe che la parabola si concludesse altrimenti: così sarebbe più chiaro il cuore del padrone, mentre il cuore del discepolo sarebbe quello che il padrone desidera. Oso dunque proporre questa conclusione “apocrifa”:

Venne il terzo servo, al quale il padrone aveva confidato un solo talento, e gli disse: “Signore, io ho guadagnato un solo talento, raddoppiando ciò che mi hai consegnato, ma durante il viaggio ho perso tutto il denaro. So però che tu sei buono e comprendi la mia disgrazia. Non ti porto nulla, ma so che sei misericordioso”. E il padrone, al quale più del denaro importava che quel servo avesse una vera immagine di lui, gli disse: “Bene, servo buono e fedele, anche se non hai niente, entra pure tu nella gioia del tuo padrone, perché hai avuto fiducia in me”.

Anche così la parabola sarebbe buona notizia!

(Ezio Bianchi   https://www.monasterodibose.it/fondatore/riflessioni-sul-vangelo/8768-la-parabola-dei-talenti )

 

Eremo Rocca S. Stefano sabato 14 novembre 2020

 

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