Anne Macdonnell nell’opera “In the Abruzzi “ Londra 1908 osserva l’Abruzzo montano al colmo della grande migrazione verso l’America mentre aveva inizio una larvata forma di turismo specialmente tra le classi abbienti della capitale italiana verso la regione Abruzzo.
L’Abruzzo è visto come luogo concreto del paesaggio romantico ideale scandito dalle forze e dall’imponenza delle forze della natura secondo uno stereotipo che poi il dannunzianesimo estenderà a tutta la regione.
“ Se tornassimo indietro nel periodo romantico , potremo trovare la metà dell’origine delle nostre novelle , dei drammi e dei racconti epici qui, in questa regione, dove la natura nelle sue convulsioni fa tremare le cose, dove l’uomo è molto solo con la sua anima e con le sue passioni, come un tremante pigmeo ai piedi di sovrastanti rocce , e molto orgoglioso perché si muove sempre in compagnia di grandi montagne. Quando poi la natura cospira con lui , i suoi piccoli sforzi per costruirsi un rifugio di pietra sono coronati dalla bellezza : la natura più che l’uomo è stata l’architetto dei paesi di montagna, primitivi e sublimi.”
Successivamente liberata dal filtro romantico La Macdonnell scrive con più aderenza al dato antropologico citando anche la letteratura locale di cui dimostra di avere conoscenza.
“I cani dei pastori abruzzesi sono formidabili ; sono grossi
, bianchi ,pelosi animali che hanno un aspetto
somigliante all’orso e al lupo, e
invincibili per forza e ferocia. Quando
spuntano lentamente in un sentiero , i loro occhi hanno riflessi rossi e, se li
senti ringhiare sinistramente , ti salta
il cuore in gola; sei poi fortunato se il padrone è lì vicino a richiamarkli , sebbene, quando
non si trovano al loro posto di guardia , siano generalmente inoffensivi ma non accattivanti.
Sulla strada diretta verso Pettorano , siamo state improvvisamente circondate da sei di quei grossi animali ; uno o due digrignavano, e sei coppie di occhi rossi ardevano come carboni ma lentamente il cerchio che essi avevano formato attorno a noi si è allargato e se ne sono andati per la loro via; i loro greggi non erano dappresso e forse noi, come persone straniere , potevamo destare sospetti e potevamo ricevere un’attenzione più forte di un semplice avvertimento . Essi sono stati semplicemente addestrati alla ferocia e con metodi crudeli. De Nino scrive. ‘ A lui si tagliano gli orecchi, e dopo che sono stati bene abbrustoliti si danno ben presto in pasto al sanguinante animale, che deve così diventare feroce’.Tali cani non hanno vita facile : attorno al collo portano un largo collare con chiodi acuti e lunghi come un dito. D’inverno nelle pianure ,d’estate negli alti pascoli , i lupi sono i loro costanti nemici ; ma se riesce a salvare la gola un grosso cane bianco può combattere fin contro due o tre avversari..”
Oltre al severo
ambiente montano che ha appunto come metafora per la sopravvivenza la lotta tra
cani pastori e lupi la
Macdonnell accosta la
descrizione di contadini e colture
dell’Abruzzo marittimo e collinare
che sembra essere in contrapposizione con l’ambiente e che in realtà è soltanto l’altra faccia di
una stessa regione.
“Completamente separati
dai pastori sono i contadini che
coltivano un ingrato suolo ma
naturalmente non mancano terreni
migliori . Certe zone della costa adriatica hanno una
vegetazione quasi tropicale e dovunque
fioriscono rigogliosamente l’olivo e la
vita; all’interno vi sono anche zone
ricche e fruttuose. Le nevi invernali
mantengono calde le radici delle piante
nella conca di Sulmona e la primavera
poi irrompe alla grande e fa
fiorire miriadi di alberi da frutto e fa germogliare i vigneti. Negli ultimi trenta anni la terra dove era il
Lago del Fucino è stata assoggettata a coltura scientifica e intensiva con l’aiuto di capitali romani.
Ad eccezione di questi luoghi piacevoli
, la vita dei contadini è una lotta disperata per guadagnarsi da vivere su sterile roccia, stretta da neve o gelo per oltre metà dell’anno. (..) ‘La terra non
viene più coltivata’ ci ha detto con
tristezza un uomo a Scanno. Noi gli
abbiamo indicato gli appezzamenti di terreno
coltivate nelle altitudini e sui clivi,
più adatti per i piedi delle capre che per gli uomini con i loro strumenti di lavoro. ‘Ah! Una
volta.’ Ci ha detto ‘ si andava anche molto
più in alto ‘ e i suoi occhi si sono volti su , su, fin
dove sembrava che le aquile avessero lasciato
cadere i semi del grano che ivi
avevano mietuto. I contadini poveri sono stati sempre spinti ad andare fuori dal paese . Il figlio del
pastore nomade non sta sempre nello stesso luogo . Gli abruzzesi sono stati i
più pazienti e i più resistenti tra quelli ingaggiati per lavorare nella Campania e nelle Paludi Pontine. Scesi giù dalla pura aria delle montagne ,
sono andati per un misero salario da mandare alla moglie e ai figli sui loro monti, a respirare l’aria malsana della Maremma: molti
ne morivano, molti si sono riportati indietro malattie che nemmeno l’aria pura avrebbe potuto
guarire.”
Sulla vita di Anne
Macdonell, scrittrice inglese, si hanno poche notizie: a lei si deve la stesura
e la traduzione di alcune opere dall’Italiano all’inglese, relative alla
storia, i santi, i personaggi italiani come Benvenuto Cellini. Alla Macdonell
si deve anche la traduzione di una raccolta di fiabe italiana, pubblicata nel
1911 a Londra con il titolo The Italian fairy book. L’autrice conosceva bene
l’Abruzzo e la storia della nostra regione tanto da inserire nel suo libro
“Negli Abruzzi” un profilo storico dall’ampio respiro ed aperto ai problemi
sociali. Durante il suo soggiorno in Abruzzo la Macdonnel si incontra con la
pittrice americana Amy Atkinson, assai attiva a Londra alla fine del 800, alla
quale si devono i 12 bellissimi acquerelli che riproducono paesaggi abruzzesi e
corredano il testo della Macdonnel.
Scrive Ilio Di Iorio
:” La Macdonell intraprese il suo
viaggio negli Abruzzi soprattutto per l’interesse in lei suscitato da Richard
Keppel Craven, ma pare che non conobbe Edward Lear.
Lei indugiò sulle leggende popolari abruzzesi, specie su quelle che riguardano
la Vergine ed i Santi ed i vari santuari; sono da segnalare la descrizione sul
culto di S. Domenico di Cocullo, la Festa dei Turchi a Tollo, la Festa dei
Talami ad Orsogna.
La Macdonell dedica molta attenzione ai pastori abruzzesi, e li sospetta anche
di complicità con i briganti; descrive con dovizia di particolari la transumanza
e indugia particolarmente sulla partenza dei pastori a Novembre verso il
Tavoliere delle Puglie e sul loro ritorno in Abruzzo alla fine di Maggio.
La scrittrice inglese dà grande risalto al folclore e alle leggende, ai cantori
ed agli improvvisatori, alle superstizioni, all’arte e poi ci guida nel suo
viaggio lungo la via Valeria da Tivoli a Tagliacozzo, al Fucino, a Celano, a
Sulmona verso il mare Adriatico, passando per S. Clemente di Casauria, Chieti,
Castellammare e Pescara.
Per la prima volta il reale stato socio-economico e ambientale, connesso al
mondo della civiltà agro-pastorale, viene osservato e trattato con estrema
puntualità; nessuna problematica sfugge all’attenta analisi; ogni fenomeno
viene segnalato e studiato. Anne posa il suo sguardo sagace su di una civiltà
antica, severamente incentrata sul De Agricultura di Catone; ne fissa riscontri
e testimonianze in modo assai diverso dall’irrequieto viaggiare di Byron, che
la precedette in Italia di circa un secolo, sempre in cerca di nuove sensazioni,
di ispirata emotività, di romantico coinvolgimento.
Questo amore degli inglesi per l’Italia serve a dimostrare che l’Italia e la
Britannia sono sempre rimaste vicine nei secoli, nel bene e nel male, nell’odio
e nell’amore.
https://www.abruzzo-vivo.it/viaggiatori-stranieri-in-terra-dabruzzo-anne-mcdonel/


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