Noi siamo tempo. Siamo fatti di tempo. Da questa
dimensione dell’esistenza nasce
l’autobiografia. Autobiografia come storia. Siamo dunque storia e siamo la
nostra storia nella storia. E’ sicuro
però che noi siamo tempo (perché poi
dobbiamo dare una definizione del tempo
e non sempre ci riusciamo) o piuttosto
non siamo che un accadimento
dell’Eterno? Un increspatura dell’essere?
Per capire questo dovremmo poterci guardare da fuori; dovremmo poter essere spettatori della nostra vita vissuta in un tempo , in uno spazio entrambi circoscritti e all’interno di circoscritte relazioni.
Pensando a queste prime riflessioni sorgono spontanee delle domande come per esempio che cos’è il tempo , cos’è l’assenza di tempo, cos’è l’eternità (per stare sempre nel discorso del tempo e territori limitrofi) cos’è l’infinito?
Sono questioni che non si possono trascurare ! Impostarne i confini è però necessario. Rispondere altrettanto. Ma ora le dobbiamo tenere tra parentesi perché il loro accenno ci è servito ad introdurre la domanda principale, ovvero se noi siamo tempo o siamo un accadimento dell’Eterno. Nel primo caso il nostro riferimento è alla durata di una vita, di una, due, forse tre generazioni; nel secondo caso il riferimento è l’eternità?
Io non so dare una risposta . Quello che so di certo è che l’esperienza reale del tempo si fa attraverso la memoria che diventa oggetto della nostra riflessione. Perché sono la memoria e il ricordo che ci danno la percezione del tempo. E parlando di memoria e delle sue funzioni va immediatamente osservato che dimenticare e ricordare sono meccanismi e dinamiche involontarie.
La memoria si sa è frutto di impressioni. Solo dopo che le cose si sono impresse nella memoria possono essere elaborate. Non siamo però noi che decidiamo di imprimerle nella memoria . Noi non abbiamo potere decisionale in quell’incontro tra la memoria, la nostra memoria e le cose che ci circondano; non riusciamo a decidere che tipo di tessitura del mondo deve rimanerci dentro.
Il mondo che ci circonda entra in noi in molti modi ma è la memoria che decide quello che del mondo esterno deve essere trattenuto.
C’è dunque un gioco di attività e di passività nella memoria che trattiene e seleziona rispetto per esempio alla coscienza che è cosa diversa dalla memoria.
Ecco perché si dice affiora alla memoria ; affiora alla memoria il mondo sollecitato dai problemi, dagli incontri e dalle relazioni che abbiamo con l’esterno.
Affiorare è
però un’operazione di salvezza. Se avessimo sempre presente tutto il nostro passato nella memoria, noi
moriremmo. E chissà che la morte non sia
proprio questo. La nostra coscienza è
troppo piccola per quello che siamo E’
una spugna che prima assorbe e poi rilascia.
Affiorare alla memoria dicevamo è l’operazione classica della memoria di restituzione del mondo. Affiorare dà bene la sensazione di qualcosa che risale in superficie. Risale a galla quello che è stato selezionato. La coscienza non seleziona ecco perché Freud per arrivarci fece un viaggio archeologico imponente. L’archeologia non seleziona, deposita. Anche se pure la nostra coscienza non è proprio l’occhio di Dio in cui non c’è memoria ama tutto è presente.
La memoria allora è archivio, inconscio , memoria del corpo.
La memoria abbiamo detto vive di impressioni e vive di impressioni anche la memoria del corpo che non è memoria di eventi ma di percezioni , di realtà non databili. Il corpo ricorda : luce, ambienti, edifici, odori e in questo esprime piacere e dispiacere di un vivere che poi sfugge alla nostra memoria.
La memoria dunque nell’immagazzinare, nel selezionare ricorda. Ma la memoria può essere soggetta ad alcune operazioni da parte nostra. E se a volte siamo impotenti nella formazione della memoria altrettanto non lo siamo quando controlliamo i due più importanti meccanismi della memoria : ricordare e dimenticare. Noi non riusciamo a considerare nella giusta luce il saper dimenticare e il dovere ricordare .
Ci sono dunque cose che non dimentichiamo , che non riusciamo a dimenticare. Che cosa non riusciamo a dimenticare?
Non si dimenticano fatti ed eventi per troppo amore che provocano a volte troppo dolore. Fatti che diventano il passato che non passa, il presente che lega e che impedisce il futuro. La memoria in questo contesto non evolve. E se la memoria non evolve Diventa quasi patologia. Per esempio il risentimento per un torto subito e il rancore vincolato al passato sono il classico esempio di una memoria cristallizzata che non riesce ad evolvere e che diventa patologica.
C’è un altro esempio ,quello della vendetta. La
vendetta è il tentativo di
ripristinare la condizione temporale
prima dell’offesa. Cosa chiaramente
impossibile. Per cui la vendetta “
danna” perché non è mai capace di risarcire
anche quando in definitiva ha portato l’altro alla distruzione. E ancora si può dire in questi termini che
l’odio ricorda.
Invece occorre “ saper dimenticare” perché l’odio è il congelamento della memoria in un punto che si trasforma in ossessione.
Il passato come catena ci spinge a tenere tutto lì , a non lasciare andar via niente. Dimenticare è invece lasciare andare, lasciarsi andare. In certe cose ci riusciamo e in certe altre no . Così per esempio non riusciamo a dimenticare le nostre vergogne come riusciamo a dimenticare le nostre colpe .
E se facciamo dunque l’elogio del dimenticare dobbiamo esortare a dimenticare la vergogna perché se questa ci marchia pubblicamente, ci invalida dobbiamo avere consapevolezza che di vergogna è fatta anche la nostra esistenza. E’ la coscienza della vergogna che però riscatta la nostra esistenze e l’esistere.
Dimenticare è rimuovere il passato come nel caso dell’odio , della vendetta e del risentimento. Anche se la rimozione non è la dimenticanza. La rimozione è un’operazione di copertura e il cadavere prima o poi comincerà a puzzare. Dimenticare pè allora allontanarsi. Da cristiani forse si dice convertirsi. Distaccarsi dagli eventi e cercare di comprenderli sotto un’altra luce. Congedarsi dal passato attraverso un giudizio che apre la porta alla possibilità di trarre dal passato una lezione.
Dicevamo non si dimentica per troppo amore che provoca troppo dolore. Amore e dolore fanno diventare malsane le autobiografie E allora diventa importante dimenticare se stessi attraverso la manipolazione delle autobiografie. Dimenticare in questo senso diventa mentire. Memoria e dimenticanza, memoria e tempo cristallizzato, memoria e malinconia sarebbero anche punti da sviluppare in questo elogio della dimenticanza e in questa esortazione a dimenticare. Ma com’è questo dimenticare ?
Saper dimenticare diventa dunque “ sapere” , quando non
si congeda il passato ma si è in grado di trattenerlo senza che
incomba in modo che viverlo non sia un peso.
Dimenticare per assurdo allora è far vivere il passato come qualcosa che ci appartiene che è dunque parte di noi stesso e che non viene fuori a modo suo nelle nostre autobiografie bugiarde. Del tempo dicevamo siamo fatti. Ma siamo anche fatti di passato . Le cose che facciamo spesso si dissolvono e per questo è più facile dimenticare che ricordare. Ma le cose che facciamo spesso restano e provocano conseguenze per cui dobbiamo essere in grado di fare giustizia vera e non come siamo abituati a fare : quello che sarebbe giusto ricordare si dimentica e quello che non ci serve più non si riesce a dimenticare .
Dimenticare è dunque perdere se stessi ma nell’andare avanti . E se spesso non riusciamo a capire dove siamo dimenticare ci aiuta a recuperare la bussola di un’autobiografia di cui è testimone la nostra memoria .
Eremo Rocca S. Stefano
venerdì 13 novembre 2020

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