venerdì 13 novembre 2020

LETTERA DALL’EREMO : Elogio del dimenticare



Noi siamo tempo. Siamo fatti di tempo. Da questa dimensione  dell’esistenza nasce l’autobiografia. Autobiografia come storia. Siamo dunque storia e siamo la nostra storia nella storia.  E’ sicuro però che noi siamo tempo  (perché poi dobbiamo dare  una definizione del tempo e non sempre ci riusciamo)  o piuttosto non siamo che  un accadimento dell’Eterno? Un increspatura dell’essere?

Per capire questo dovremmo poterci guardare da fuori; dovremmo poter essere spettatori  della nostra vita vissuta in un tempo , in uno spazio  entrambi circoscritti e all’interno di circoscritte relazioni.

Pensando a queste prime riflessioni sorgono  spontanee delle domande  come per esempio  che cos’è il tempo , cos’è l’assenza di tempo, cos’è l’eternità (per stare sempre nel discorso del  tempo e territori limitrofi) cos’è l’infinito?

Sono questioni che non si possono trascurare ! Impostarne i confini è però  necessario. Rispondere altrettanto. Ma ora  le dobbiamo tenere  tra parentesi  perché il loro accenno ci è servito ad introdurre   la domanda principale,  ovvero se noi siamo tempo o siamo un accadimento  dell’Eterno. Nel primo caso  il nostro riferimento è alla durata di una vita, di una, due, forse tre generazioni; nel secondo caso il riferimento è l’eternità?

Io non so dare una risposta . Quello che so di certo è che l’esperienza reale del tempo si fa attraverso la memoria  che diventa oggetto della nostra riflessione. Perché  sono la memoria e il ricordo che ci danno  la percezione del tempo. E parlando di memoria e delle sue  funzioni va immediatamente osservato  che dimenticare e ricordare sono meccanismi e dinamiche  involontarie.

La memoria si sa è frutto di impressioni.  Solo  dopo che le cose si sono impresse nella memoria  possono essere elaborate. Non siamo  però noi che decidiamo di imprimerle nella memoria . Noi non abbiamo potere decisionale in quell’incontro  tra la memoria, la nostra memoria e le cose che ci circondano; non riusciamo a decidere  che tipo di tessitura del mondo deve rimanerci dentro.

Il mondo che ci circonda entra in noi in molti modi  ma è la memoria che decide quello che  del mondo esterno  deve essere trattenuto.

 C’è dunque un gioco di attività e di passività nella memoria che trattiene  e seleziona rispetto per esempio alla coscienza che è cosa diversa dalla memoria.

Ecco perché  si dice   affiora alla memoria ; affiora alla memoria il mondo  sollecitato  dai problemi, dagli incontri  e dalle relazioni che abbiamo  con l’esterno.

Affiorare   è però un’operazione di salvezza. Se avessimo sempre presente tutto  il nostro passato nella memoria, noi moriremmo.  E chissà che la morte non sia proprio  questo. La nostra coscienza è troppo piccola per quello che siamo  E’ una spugna che prima assorbe e poi rilascia.

Affiorare alla memoria dicevamo  è l’operazione classica della memoria di restituzione del mondo. Affiorare dà bene la sensazione  di qualcosa che risale  in superficie.  Risale a galla  quello che è stato selezionato. La coscienza non seleziona  ecco perché Freud per arrivarci fece un viaggio archeologico  imponente. L’archeologia non seleziona, deposita. Anche se pure la nostra coscienza non è proprio l’occhio di Dio  in cui non c’è memoria  ama tutto è presente.

La memoria  allora è archivio, inconscio , memoria del corpo.

La memoria abbiamo detto vive di impressioni e vive di impressioni anche la memoria del corpo  che non è memoria di eventi  ma di percezioni , di realtà non databili. Il corpo ricorda : luce, ambienti, edifici, odori  e in questo esprime piacere e dispiacere  di un vivere che poi sfugge alla nostra memoria.

La memoria dunque nell’immagazzinare, nel  selezionare  ricorda. Ma la memoria può essere  soggetta ad alcune operazioni  da parte nostra. E se  a volte siamo impotenti nella formazione della memoria  altrettanto non lo siamo quando  controlliamo   i due più importanti meccanismi della memoria : ricordare e dimenticare. Noi non riusciamo  a considerare nella giusta luce il saper  dimenticare e il dovere ricordare .

Ci sono  dunque cose che non  dimentichiamo , che non riusciamo a dimenticare.  Che cosa non riusciamo a dimenticare?

Non si dimenticano fatti ed eventi per troppo  amore che provocano a volte troppo dolore.  Fatti che diventano il passato che non passa, il presente che lega e che impedisce il futuro. La memoria  in questo contesto non evolve. E se la memoria non evolve  Diventa quasi patologia.  Per esempio  il risentimento per un torto subito  e il rancore vincolato al passato sono il classico esempio di una memoria cristallizzata che non riesce ad evolvere e che diventa patologica.

C’è un altro esempio ,quello della vendetta. La vendetta  è il tentativo di ripristinare  la condizione temporale prima dell’offesa.  Cosa chiaramente impossibile.  Per cui la vendetta “ danna” perché non è mai capace di risarcire  anche quando in definitiva ha portato l’altro alla distruzione.  E ancora si può dire in questi termini che l’odio ricorda.

 Invece occorre “ saper dimenticare” perché l’odio è il congelamento della memoria  in un punto che si trasforma in ossessione.

Il passato come catena ci spinge a tenere tutto lì , a non lasciare andar via niente.  Dimenticare è invece lasciare andare, lasciarsi andare.  In certe cose ci riusciamo e in certe altre no . Così per esempio  non  riusciamo  a dimenticare le nostre vergogne come riusciamo a dimenticare le nostre colpe .

 E se facciamo dunque l’elogio del dimenticare dobbiamo esortare a dimenticare la vergogna perché se questa ci marchia  pubblicamente, ci invalida dobbiamo avere consapevolezza  che  di vergogna è fatta anche la nostra esistenza. E’ la coscienza della vergogna che però riscatta la nostra esistenze e l’esistere.

Dimenticare è rimuovere il passato come nel caso dell’odio , della vendetta  e del risentimento. Anche se  la rimozione non è la dimenticanza. La rimozione è un’operazione di copertura e il cadavere prima o poi comincerà a puzzare. Dimenticare pè allora allontanarsi. Da cristiani forse si dice convertirsi.  Distaccarsi dagli eventi  e cercare di comprenderli sotto un’altra luce.  Congedarsi dal passato  attraverso un giudizio  che apre la porta alla possibilità di trarre dal passato una lezione.

Dicevamo  non si dimentica per troppo amore che provoca troppo dolore. Amore e dolore fanno diventare malsane le autobiografie  E allora diventa importante dimenticare se stessi attraverso la manipolazione delle autobiografie. Dimenticare in questo senso diventa mentire. Memoria e dimenticanza, memoria e tempo cristallizzato, memoria e malinconia  sarebbero anche punti da sviluppare in questo  elogio della dimenticanza e in questa esortazione a dimenticare. Ma com’è questo dimenticare ?

Saper dimenticare diventa dunque “ sapere” , quando non si  congeda il passato   ma si è in grado di trattenerlo senza che incomba in modo che viverlo non sia un peso.

Dimenticare per assurdo allora è far vivere il passato  come qualcosa che ci appartiene  che è dunque parte di noi stesso e che non viene fuori a modo suo nelle nostre autobiografie bugiarde.  Del tempo dicevamo siamo fatti. Ma siamo anche fatti di passato . Le cose che facciamo spesso si dissolvono  e per questo è più facile dimenticare che ricordare. Ma le cose che facciamo spesso restano e provocano conseguenze  per cui dobbiamo essere in grado di fare giustizia vera e non come siamo abituati a fare :  quello che sarebbe giusto  ricordare si dimentica e quello  che non ci serve più non si riesce a dimenticare .

Dimenticare è dunque perdere se stessi ma nell’andare avanti . E se spesso  non riusciamo a capire dove  siamo  dimenticare ci aiuta  a recuperare la bussola di un’autobiografia  di cui è testimone la nostra memoria .

 

Eremo Rocca S. Stefano  venerdì 13 novembre 2020

 

 

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