mercoledì 4 novembre 2020

STORIA E STORIE DI VIOLENZA Giuditta decapita Oloferne




Artemisia Gentileschi, Giuditta decapita Oloferne (1617; olio su tela, 158,8 x 125,5 cm; Napoli, Museo Nazionale di Capodimonte)


La Giuditta che decapita Oloferne di Artemisia Gentileschi (Roma, 1593 - Napoli, 1654) è diventata quasi un simbolo dell’arte violenta del Seicento, tanto più che l’autrice del dipinto è una donna: la scena fa riferimento all’episodio più celebre della storia dell’eroina biblica, condottiera ebrea ed avversaria dell’esercito assiro, comandato da Oloferne. Secondo il racconto biblico, Giuditta avrebbe finto di essere attratta da Oloferne, per poi ubriacarlo e ucciderlo, decapitandolo, con l’aiuto della sua ancella Abra.

 

Artemisia Gentileschi realizzò due versioni di questo dipinto: entrambe prodotte a Firenze, quella di Napoli fu dipinta per la nobildonna Laura Corsini (questo almeno secondo una recente ipotesi della studiosa Francesca Baldassari), mentre quella degli Uffizi di Firenze, meglio conservata ma di qualche anno più tarda, era destinata al granduca Cosimo II de’ Medici.

Moltissimi studiosi hanno posto in relazione l’efferata violenza con la quale Giuditta decapita Oloferne, tra schizzi e fiotti di sangue che macchiano le lenzuola, con lo stupro che la pittrice subì per mano del suo collega Agostino Tassi, e hanno interpretato il dipinto come una sorta di desiderio di vendetta: forse però si tratta di una lettura molto semplicistica che non tiene conto del fatto che il dipinto rientra pienamente nel suo contesto storico-artistico, dove abbondavano raffigurazioni altrettanto cruente dell’episodio (come quelle di Caravaggio, di Domenico Fiasella, o di Bartolomeo Manfredi, con quest’ultimo che si rende protagonista di un dipinto meno violento ma più macabro per il fatto che l’episodio è raffigurato a fatto compiuto e con in bella mostra il corpo privo di testa, e ancora sanguinante, di Oloferne). Restano comunque intatte la forza e la straordinaria potenza di questo dipinto, uno dei più entusiasmanti del suo tempo.

 

La storia, raccontata nella Bibbia Cristiana, ma non nella Bibbia Ebraica, narra che il re di Babilonia, Nabucodonosor (605-562 a.C.), dopo aver vinto la guerra contro i Medi, il "Grande re" affidò al suo generale Oloferne la Campagna d'Occidente. Nella avanzata sulle terre occidentali, Oloferne ed il suo esercito incontrarono il popolo di Israele.Oloferne chiese al suo sottoposto, Achior, condottiero di tutti gli Ammoniti, chi fossero questi israeliti che stavano preparandosi ad attaccare, questo rispose che il popolo di Israele, era considerato invincibile, perché aveva un Dio che lo proteggeva, se questi non trasgredivano le sue leggi: "se ci accorgiamo che c'è in mezzo a loro questo inciampo, avanziamo e diamo loro battaglia.
Se invece non c'è alcuna trasgressione nella loro gente, il mio signore passi oltre, perché il Signore, che è il loro Dio, non si faccia loro scudo e noi diveniamo oggetto di scherno davanti a tutta la terra".
Oloferne adirato della risposta che metteva in forse la sua vittoria, in risposta ordinò ai suoi di abbandonare Achior ai nemici, lasciandolo legato vicino alle fonti che erano sotto la città di Betulia.
Gli Israeliti uscirono dalla loro città, si avvicinarono a lui, lo slegarono, lo condussero in Betulia e lo interrogarono.

Quello che disse Achior aumentò la paura della gente che moltiplicò le preghiere ed i sacrifici al loro Dio perchè restasse al loro fianco durante l'assedio che Oloferne aveva incominciato.Giuditta, una ricca e bella vedova, era fra la gente di Betulia che stava subendo da 34 giorni l'assedio nemico e, venuta a conoscenza che il loro capo della città, Ozia, non sapendo come resistere a Oloferne, era disposto a cedere la città stessa tra cinque giorni, se nel frattempo non avveniva qualche miracolo divino, si rivolse ai Capi Anziani, rimproverandoli di avere poca fede nel Signore e di cercare di ricattarlo.Poi, credendo e sperando che Dio l'avrebbe aiutata, si vesti e si agghindò in modo da essere attraente agli occhi del capo nemico e si recò con una ancella nel campo nemico.

Catturata, fu portata innanzi a Oloferne che, colpito dalla sua bellezza, pensò di farla sua.Giuditta raccontò al generale che il popolo ebreo aveva gravemente offeso il loro Dio che le era apparso per dirle di aiutare Oloferne a entrare in città. Oloferne, cadde nella trappola, acconsentì a lasciare a Giuditta tre giorni per pregare e chiedere l'approvazione del suo Signore e fece preparare un gran banchetto e volle che la bella ebrea si sedesse accanto a lui.Giuditta finse di esser ammirata della forza di Oloferne e innamorata di lui.
Durante il banchetto Giuditta si mostrò compiacente e docile con l'uomo che mangiò e bevve al punto di ubriacarsi.Quando gli altri commensali se ne furono andati, Giuditta rimase sola con Oloferne steso su un divano, mise la sua ancella di guardia alla porta, poi, pregato fervidamente Dio che desse forza al suo braccio, prese la grande spada di Oloferne, e con essa gli tagliò il capo.  Giuditta con la sua ancella e la testa in una bisaccia, tornarono alla città di Betulia, dove, il popolo, sentendo la storia e vedendo la testa di Oloferne, la onorarono come una eroina.Il giorno dopo la testa di Oloferne fu esposta sulle mura della città, e gli Assiri, spaventati, levarono le tende inseguiti dagli israeliani.Molti grandi artisti realizzarono opere aventi come soggetto la storia di Giuditta perchè è una storia appassionante ed interessante, dove sono messi in evidenza vari elementi dell'animo umano: la viltà e la mancanza di fede, un finto tradimento, il coraggio di una donna ed il suo amore per il suo paese.(1)

(1)https://www.settemuse.it/arte/storia_di_giuditta_e_oloferne.htm

Lucas Cranach

Al termine  del libro di Giuditta dell’Antico testamento si legge : “ Giuditta rispose loro: «Ascoltatemi, fratelli: prendete questa testa e appendetela sugli spalti delle vostre muraQuando apparirà la luce del mattino e il sole sorgerà sulla terra, prenderete ciascuno le vostre armature da guerra e ogni uomo valido uscirà dalla città. Quindi date inizio all’azione contro di loro come se voleste scendere in pianura contro le prime difese degli Assiri, ma non scenderete. Quelli prenderanno le loro armi e correranno nel loro accampamento a svegliare i capi dell’esercito assiro. Poi si raduneranno insieme davanti alla tenda di Oloferne, ma non lo troveranno e così si lasceranno prendere dal terrore e fuggiranno davanti a voi. 4Allora inseguiteli voi e quanti abitano l’intero territorio d’Israele e abbatteteli nella loro fuga. 5Ma, prima di far questo, chiamatemi Achiòr l’Ammonita, perché venga a vedere e riconoscere colui che ha disprezzato la casa d’Israele e che lo ha inviato qui tra noi come per destinarlo alla morte».
6Chiamarono subito Achiòr dalla casa di Ozia ed egli, appena giunse e vide la testa di Oloferne in mano ad un uomo in mezzo al popolo radunato, cadde a terra e rimase senza respiro. 7Quando l’ebbero sollevato, si gettò ai piedi di Giuditta pieno di riverenza per la sua persona e disse: «Benedetta sei tu in ogni tenda di Giuda e tra tutti i popoli: quanti udranno il tuo nome saranno presi da terrore. 8Ed ora raccontami tutto quello che hai fatto in questi giorni». E Giuditta in mezzo al popolo gli narrò quanto aveva compiuto dal giorno in cui era partita fino al momento in cui parlava loro. 9Quando finì di parlare, il popolo scoppiò in alte grida di giubilo e riempì la città di voci festose. 10Allora Achiòr, vedendo quello che il Dio d’Israele aveva fatto, credette fermamente in Dio, si fece circoncidere e fu accolto nella casa d’Israele fino ad oggi. (2)

(2)Antico Testamento Libro di Giuditta

La versione fiorentina fu realizzata per Cosimo II de’ Medici, ma per il suo crudo realismo fu disprezzata e relegata in un angolo buio di Palazzo Pitti; Artemisia dovette quindi ricorrere alla mediazione di Galileo Galilei, con il quale era in amichevoli contatti, per ricevere il compenso pattuito.

L'analisi del quadro, in chiave psicologica, ha portato alcuni critici contemporanei a vedervi il desiderio femminile di rivalsa rispetto alla violenza sessuale subita da Agostinjo Tassi.

È difficile tuttavia effettuare una lettura più appropriata e suggestiva di quella che ne aveva dato Roberto Longhi già nel 1916.

«Chi penserebbe infatti – scriveva il Longhi - che sopra un lenzuolo studiato di candori e ombre diacce degne d'un Vermeer a grandezza naturale, dovesse avvenire un macello così brutale ed efferato [...] Ma - vien voglia di dire - ma questa è la donna terribile! Una donna ha dipinto tutto questo?» ed aggiungeva «[...]che qui non v'è nulla di sadico, che anzi ciò che sorprende è l'impassibilità ferina di chi ha dipinto tutto questo ed è persino riuscita a riscontrare che il sangue sprizzando con violenza può ornare di due bordi di gocciole a volo lo zampillo centrale! Incredibile vi dico! Eppoi date per carità alla Signora Schiattesi – questo è il nome coniugale di Artemisia – il tempo di scegliere l'elsa dello spadone che deve servire alla bisogna! Infine non vi pare che l'unico moto di Giuditta sia quello di scostarsi al possibile perché il sangue non le brutti il completo novissimo di seta gialla? Pensiamo ad ogni modo che si tratta di un abito di casa Gentileschi, il più fine guardaroba di sete del Seicento europeo, dopo Van Dyck.» 

 

Francesco Furini

 

 

 

 

 

 

 

 

Le considerazioni svolte, su questo quadro, da Roland Barthes aggiungono elementi che ne chiariscono ulteriormente la originalità iconografica, anche a paragone della Giuditta di Caravaggio. 

Valentine de Boulogne

«Il primo colpo di genio – afferma Barthes - è quello di aver messo nel quadro due donne, e non solo una, mentre nella versione biblica, la serva aspetta fuori; due donne associate nello stesso lavoro, le braccia frapposte, che riuniscono i loro sforzi muscolari sullo stesso oggetto: vincere una massa enorme, il cui peso supera le forze di una sola donna. Non sembrano due lavoranti sul punto di sgozzare un porco? Tutto ciò assomiglia a un'operazione di chirurgia veterinaria. Nel frattempo (secondo colpo di genio), la differenza sociale delle due compagne è messa in risalto con acume: la padrona tiene a distanza la carne, ha un'aria disgustata anche se risoluta; la sua occupazione consueta non è quella di uccidere il bestiame; la serva, al contrario, mantiene un viso tranquillo, inespressivo; trattenere la bestia è per lei un lavoro come un altro: mille volte in una giornata essa accudisce a delle mansioni così triviali. (3)

  (3) https://it.wikipedia.org/wiki/Giuditta_che_decapita_Oloferne_(Artemisia_Gentileschi_Firenze)

Tizianio Vecelio 1488-1576

Nel corso della storia le vicende di Giuditta e Oloferne sono state ampiamente rappresentate: dalle miniature medievali, passando per il Rinascimento fino a giungere all'età moderna. Ma è nell'età contemporanea che le opere pittoriche che ritraggono Giuditta – e in alcuni casi Oloferne – si moltiplicano in un trionfo di stili, tecniche e rappresentazioni diversissime. 

Secondo alcune interpretazioni Giuditta ebbe così tanto successo nella storia dell'arte perché rappresenterebbe la difesa della patria: il suo coraggio e la sua fede la portarono a giocarsi il tutto per tutto pur di salvare il suo popolo. Altri propendono per il ritratto di una donna che finalmente reagisce ai continui attacchi e soprusi del genere maschile. 



 

 

 

 

 

 

 

Ritorno di Giuditta a Betulia. 1492 circa.

Questa tempera su tavola di Sandro Botticelli, datata intorno al 1492, è lo scomparto destro di un dittico intitolato Scoperta del cadavere di Oloferne. È attualmente conservato presso la Galleria degli Uffizi, a Firenze. 

Le due donne di questa composizione procedono con passo leggero, soprattutto l'ancella che porta la testa del defunto Oloferne. Giuditta sembra rivolgere lo sguardo alle sue spalle come per assicurarsi di non essere seguita dal nemico. Tiene in mano la sciabola, con cui ha appena decapitato Oloferne, e un rametto d'ulivo, simbolo della pace guadagnata con la sua impresa. 


Giuditta con la testa di Oloferne. 1495 circa.

Andrea Mantegna firma anche questa tempera a colla su tela di lino conservata nella National Gallery of Ireland di Dublino. L'opera si colloca negli ultimi anni di vita del maestro mantovano, che in quel periodo produsse diverse grisailles – pitture monocrome con vari toni di grigio. 

 Le analogie tecniche con la tela di Sansone e Dalila, firmata dallo stesso autore, hanno portato alcuni studiosi a credere che entrambe le opere decorassero gli appartamenti privati di Isabella d'Este nel Palazzo Ducale di Mantova. Anche in questo caso vediamo Giuditta e l'ancella sotto la tenda di Oloferne, intente a nascondere la testa del defunto in un sacco. 

 

 

Giuditta con la testa di Oloferne. 1504 circa.

Giorgione firma quest'olio su tavola trasportata su tela conservato nell'Ermitage a San Pietroburgo. La critica si divide sull'attribuzione, ma tutto sembra indicare che appartenga alla fase giovanile di Giorgione. Il volto perfetto di Giuditta contrasta con quello tumefatto di Oloferne, la cui testa giace sotto i piedi della donna. 

La composizione verticale, i colori e le vesti, rimandano a una bellezza nordica, ma la sua posizione richiama piuttosto una statua classica, l'Afrodite Urania di Fidia.

 

Giuditta e Oloferne. 1508 circa. Dettaglio.

L'affresco Giuditta e Oloferne, di Michelangelo Buonarroti, fa parte della decorazione della volta della Cappella Sistina. Si tratta del pennacchio immediatamente a sinistra della porta d'ingresso, uno dei primi ad essere realizzati. 

Nel dettaglio che esaminiamo si vedono Giuditta e l'ancella: quest'ultima porta sul capo un vassoio di metallo che contiene la testa di Oloferne mentre Giuditta si muove per coprirla con un panno. L'eroina biblica sembra rivolgere lo sguardo sulla destra, dove giace il corpo di Oloferne (non visibile nell'immagine). 



Giuditta e Oloferne. 1597 circa

Olio su tela dipinto intorno al 1597 da Caravaggio e attualmente conservato nella Galleria nazionale di arte antica di Roma. Giuditta, impegnata a decapitare Oloferne, è accompagnata da un'anziana ancella che sorregge il cesto in cui verrà posta la testa dell'assiro.

Si è ipotizzato che la Giuditta di Caravaggio fosse Fillide Melandroni, amica dell'autore, e il suo abbigliamento è tipico delle donne del suo tempo. Alla sua bellezza fa da contraltare la serva, anziana e poco aggraziata. Quest'opera è stata sottoposta ad analisi radiografica ed è emersa una prima raffigurazione dell'eroina con il seno scoperto, che nell'opera definitiva viene celato con una tela sottile. 

Sembra che Caravaggio abbia dipinto una seconda versione di Giuditta e Oloferne, ma l'opera andò perduta nel corso del XVII secolo. 

(4) https://www.storicang.it/a/leroina-biblica-giuditta-nella-pittura-delleta-moderna_14813/8


Eremo Rocca S. Stefano  mercoled’ 4 ottobre 2020

 

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