Gina, scene da un matrimonio violento
«Nel febbraio 2006 ho conosciuto Vittorio e a luglio mi sono trasferita a
vivere a casa sua insieme a mio figlio Andrea, nato dal matrimonio con il mio
primo marito, dal quale a quel tempo ero già divorziata. Quindi, non molto
tempo dopo, ho sposato Vittorio in seconde nozze. All’inizio della nostra
relazione lui era molto premuroso nei miei confronti, però avevo notato che
talvolta sembrava insofferente nei confronti di Andrea. Comunque, ero certa che
non appena lo avesse conosciuto meglio e si fosse rilassato avrebbe cominciato
ad amarlo: mio figlio è un ragazzino adorabile.
In effetti l’atteggiamento di Vittorio migliorò moltissimo quando rimasi di nuovo incinta e nacque un altro maschietto, che chiamammo Nicola. Un giorno, mentre lo allattavo, mio marito rincasò dal lavoro visibilmente alticcio. Cominciò a urlarmi contro, dicendo che gli avevano riferito che avevo degli amanti. Poi mi ha insultato, chiamandomi “puttana”. Ho cercato di calmarlo, gli ho detto che non era assolutamente vero, che con un bambino piccolo non avevo neanche il tempo di uscire da casa. Lui, per tutta risposta, ha gridato: “Non è vero, ti hanno vista. Hai l’amante!”
Nonostante fossi stesa sul letto con il bimbo attaccato al seno, Vittorio ha iniziato a prendermi a pugni, sulla schiena e in testa. Ho protetto il bambino col mio corpo e lui, a quel punto, ha continuato a colpirmi forte alle spalle. Finita l’aggressione ha continuato a bere e dopo è crollato nel sonno. Il mattino dopo sembrava acquietato e motivò i suoi sospetti su di me col fatto che da quando era nato il piccolo rifiutavo sempre di fare sesso con lui. Nicola era nato solo da 12 giorni, gli ricordai che dopo il parto i medici avevano prescritto almeno 40 giorni di astinenza dai rapporti sessuali.
Vittorio, considerato da tutti quelli che lo conoscono un uomo mediamente colto, in quell’occasione reagì facendo una cosa tremenda e incredibile: in un attimo mi ha immobilizzata sul letto e mi ha stuprata. In seguito a quella violenza rimasi incinta di Bruna. La nuova gravidanza era avvenuta troppo presto rispetto al parto precedente e sono stata male per tutti i nove mesi. Nonostante ciò, Vittorio seguitava a pretendere rapporti in continuazione. Se tentavo di rifiutarmi, mi picchiava o mi faceva oggetto di altre vessazioni e violenze, ritirando sempre fuori nei discorsi le solite fantasie sui miei presunti amanti. Nella sua mentalità, la gelosia era la dimostrazione del grande amore che provava per me.
Un altro grave episodio avvenne al quinto mese di gravidanza. Eravamo a letto quando, dicendomi che avevo un altro uomo, si è avventato su di me per consumare un rapporto mentre mi insultava: “Puttana, zoccola, scopi con tutti”. Terrorizzata che con quella brutalità potesse finire per far del male alla bimba che portavo in grembo, mi sono subito divincolata cercando di proteggere la pancia girandomi nel letto e supplicandolo di smettere. Ma non si fermava, allora sono riuscita a divincolarmi e sono scappata fuori di casa.
Era freddissimo, quella notte: lui mi ha inseguita e raggiunta, mi ha afferrato per la maglietta leggera che indossavo a letto, si è strappata, sono rimasta quasi nuda, in strada. Intanto Vittorio mi dava tanti pugni sul capo e sulle reni. Continuavo a correre, scalza, sfuggivo e lui mi riprendeva, e giù altri cazzotti. A causa del gelo sofferto in quella nottata ho avuto una polmonite, curata con medicine e iniezioni per due settimane. La piccola Bruna nacque prematura e la situazione degenerava.
Vittoriopretendeva rapporti sessuali come se niente fosse. Quando provavo a rifiutarli, piovevano i soliti insulti e le solite accuse maniacali. Avevo paura che urlando svegliasse i bambini, perciò mi sottomettevo per non correre il rischio di traumatizzare i miei figli. Mi svegliava nel cuore della notte o al mattino presto, per fare sesso prima di andare al lavoro. Lo assecondavo sperando che finisse il più presto possibile Poi, la mattina, indossava i suoi completi impeccabili di fresco lana o di tweed e se ne andava a svolgere la sua interessante occupazione in una sede di lavoro prestigiosa. E ogni sera, quando rincasava, mi voleva violentare.
Mio marito aveva una tale smania di controllo e di dominio totale sul mio corpo che arrivò a chiedermi di avere rapporti sessuali, in sua presenza, con altre persone. Mi parlò con calma, quasi con dolcezza, mentre mi faceva la sua proposta. Visto che mi piaceva andare a letto con altri uomini, tanto valeva condividere le esperienze. Capii finalmente che dovevo mettermi in salvo. Ricordo che guardai il suo viso, comunque interessante, non privo di bellezza. Le espressioni che andava assumendo crepavano via via i lineamenti e la sua maschera andava giù in pezzi.
Il lavoro su me stessa non è per niente semplice, anzi è durissimo. Ripercorrere le tappe dell’abominio, però, giorno dopo giorno, mi ha resa un po’ più forte e un po’ più libera».
(Questo articolo è stato pubblicato sul mensile dell’Anpi Patria Indipendente, numero 6 del 2013
Alberta maltrattata
Alberta ha 45 anni, italiana, è stata inviata allo sportello antiviolenza di
Be Free dai carabinieri della sua zona, ai quali si era rivolta per denunciare
i maltrattamenti subiti dall’ex compagno. La relazione era iniziata nove anni
prima, quando Alberta aveva già una figlia. Le violenze psicologiche erano
cominciate quasi subito, appena mamma e figlia erano andate a vivere a casa di
Roberto. Denigrazioni e umiliazioni: “Tu non capisci niente, sei una cretina,
una stupida, non vali un cazzo”.
Roberto si era anche rivelato molto possessivo e bastavano cinque minuti di
ritardo quando rientrava dal lavoro per accusarla, urlando, di essere stata con
altri uomini: “Con chi sei andata? Ti ho vista, sai, parlare con quei ragazzi.
Sei una che va con tutti. Non sai fare la madre e tua figlia diventerà una poco
di buono come te”. Con il passar del tempo, il linguaggio e le vessazioni
divengono sempre più violente, le ingiurie e le aggressioni verbali, sempre più
volgari.
Il clima di quotidiana tensione e paura spinge Alberta a interrompere la
relazione e a trasferirsi con la figlia in casa di sua madre. Nonostante ciò,
l’uomo non si rassegna e continua a molestarla tutti i giorni con innumerevoli
telefonate al cellulare. Se lo trova spento, tempesta il numero della figlia,
inveendo e minacciandole entrambe: “Vi investo con la macchina, non avrete
pace, ve la farò pagare per quello che state facendo”.
Un giorno Roberto si è appostato nell’androne del palazzo e ha atteso la figlia di Alberta che usciva per andare al lavoro. L’ha strattonata violentemente e l’ha sbattuta con la schiena contro un muro: “Tu non devi rompere il cazzo o vedrai che ti succede, grandissima figlia di una mignotta”. Subito dopo entra nell’appartamento come una furia, comincia a scagliare piatti e altri oggetti verso Alberta, poi si accanisce contro la madre di lei, rompendole il cellulare col quale tentava di chiedere aiuto.
Quando arrivano i carabinieri, chiamati dalla figlia di Alberta, Roberto è già scappato. Le due donne vengono visitate e medicate al pronto soccorso e denunciano l’aggressione. La persecuzione, anziché cessare, diviene ancora più pesante. Un’altra volta, Roberto, approfittando di un cancello rotto, entra nuovamente nel comprensorio. Alberta è scesa per implorarlo di lasciarla in pace ma capisce di essere stata costantemente seguita da lui: conosce tutti i suoi spostamenti e orari. Le rivela con precisione, quale vestito indossasse in un determinato giorno e dove si era recata. Sempre in quella occasione, Roberto, al culmine del diverbio, la minaccia di morte e le sferra dei violenti ceffoni colpendola all’altezza dell’orecchio e provocandole la perforazione del timpano (diagnosticata al pronto soccorso).
Alberta è riuscita a divincolarsi e a chiamare la polizia, ma anche in questo frangente l’uomo è riuscito a dileguarsi in tempo. Dopo questo secondo episodio gravissimo, si sono susseguite altre cinque denunce a distanza di pochi giorni una dall’altra. Nonostante ciò, Roberto ha continuato a molestare sia Alberta sia sua madre e sua figlia con telefonate a ogni ora del giorno e della notte, lettere minatorie infilate nella buca delle lettere, scritte con lo spray in strada, davanti casa, con nomi, cognomi e insulti pesantissimi. In seguito alle notifiche delle denunce, ecco cosa diceva Roberto ad Alberta: “Mi hai denunciato, mi hanno chiamato i carabinieri. Ti farò scontare tutto, non avrai una vita facile. Qualsiasi uomo ti avvicinerà, ti rovino il matrimonio”.
Era come essere all’inferno. Oggi, nel Centro al quale si è rivolta, Alberta può contare su un sostegno psicologico per ricostruire l’autostima minata nelle fondamenta dalle continue minacce di Roberto e su un’assistenza legale da parte delle avvocate dell’équipe.
Questo articolo è stato pubblicato sul mensile dell’Anpi Patria Indipendente, numero 6 del 2013
Rita quando il male è economico
«A 23 anni mi sono sposata, a 24 ero laureata, a 25 ho avuto il mio primo
figlio. A casa erano tutti fieri di me. A ripensarci, una tipa in gamba lo ero
sempre stata, ma non mi ero mai sentita cullata così tanto da una corrente
calda di accettazione e riconoscimento. I miei erano contenti di me, ma
soprattutto si compiacevano del mio uomo. Aveva circa tre anni più di me e si
stava affermando velocemente in una professione di prestigio.
All’ inizio ci aiutarono tutti e quattro i genitori e nel giro di pochissimi
anni eravamo autonomi sul piano economico. Giorgio, mio marito, bruciava le
tappe: si era discostato dalla sua formazione universitaria, una laurea in
filosofia, e ora era ” in carriera” in un istituto di credito. A quel tempo, i
suoi impegni non creavano problemi alla famiglia, stavamo bene. Io, sociologa,
avevo interrotto ogni ambizione professionale per star dietro al bambino. Mi
piaceva curare il nostro appartamento, crescere mio figlio, ascoltare musica,
perdermi dietro a certi pensieri tutti miei quando la casa mi apparteneva.
Giorgio tornava ogni sera più stanco e crollava dal sonno, certe volte nemmeno
assaggiava le cene magnifiche che cucinavo. Allora rimanevo indispettita tra le
portate pronte e i fornelli sporchi, poi mi rifugiavo nella musica di Brahms.
Andai avanti così per un po’, mediamente stordita, finché una sera mio marito
mi parlò. Gua dagnava parecchio, certo, ma non abbastanza per tenersi al passo
coi suoi colleghi: cene in ristoranti alla moda, vacanze in località
prestigiose, possesso di determinati status symbol.
Era questo che ci serviva ora, secondo lui. Serviva per la sua carriera, a entrambi, al figlio che avevamo e a quelli che eventualmente sarebbero venuti. Mi beavo delle sue parole e non percepivo la contraddizione con ciò che affermava subito dopo: che, per il momento, sarebbe stato meglio non avere altri bambini, che era meglio andassi a lavorare. Ero o non ero laureata? Non che pensassi di fare la casalinga a vita, però avrei preferito fare le cose con i miei tempi. In realtà, non mi parve un grande sacrificio accelerarli un po’.
Il lavoro che trovai non era quello che avrei preferito ma non mi dispiaceva. Però non bastava. Giorgio mi spedì dai miei genitori a chiedere un prestito cospicuo. Benché non fossero ricchi, avevano tanta ammirazione e rispetto per mio marito che furono contenti di collaborare al benessere della nostra famiglia. Inoltre, tenevano loro il bambino ora che ero fuori casa quasi tutto il giorno. Così ci comprammo una macchina di lusso. Poi fu la volta della nuova casa.
Quella dove stavamo l’avevano comprata i nostri genitori in una zona che si era molto rivalutata e la vendemmo a un prezzo di tutto rispetto. Neanche un terzo, tuttavia, del valore di quella che Giorgio scelse: attico e superattico in zona residenziale. La rata del mutuo era inverosimile ed era un problema pagarla ogni sei mesi. Mi procurai una consulenza molto ben retribuita da affiancare al mio lavoro principale, ma la tempistica dei pagamenti non era mai regolare.
Mi ricordo di un Natale orribile, con la rata del mutuo che incombeva e circa 6.000 euro guadagnati che non arrivavano. Mio marito si trasformò in un mostro, mi urlava che non gli davo i soldi, che i suoi li aveva spesi tutti per la casa, per la scuola privata del bambino, per i miei capricci. Che ero una sanguisuga, una stronza, una tirchia, un’egoista. Stupefatta dall’irrazionalità di quelle accuse, tutte false e tutte ingiuste, accolsi con un certo sollievo la decisione di non partecipare al cenone organizzato dai miei e di restarsene a casa. La mia famiglia ebbe per lui parole di grande apprezzamento quando comunicai che era indisposto. Lavorava tanto, poverino, la sua carriera era coronata dal successo e non ci faceva mancare nulla. Mi sentivo sporca per le bugie che ero costretta a sostenere. A notte fonda, quando rientrai a casa col bambino, lui non c’era.
Di fatto, le sue assenze si facevano sempre più frequenti. Avrei dovuto capirlo subito, invece rimasi come una scema quando mi fu chiaro che fu solo per questo che la nostra relazione finì. Aveva cominciato a trattarmi male. Ripenso ancora con un brivido ai suoi sguardi di freddezza, di giudizio, di disprezzo. Non mi picchiò mai, ma quasi quasi lo avrei preferito. Almeno mi sarebbe stato più semplice oggettivare la mia condizione di vittima, e avrei affrontato con meno dolore la fine di un rapporto nel quale credevo fortemente. Forse…
Quando gli comunicai che volevo separarmi, accettò subito. Si licenziò dall’azienda in cui svolgeva il ruolo di manager e prese una consulenza che sicuramente si era premurato per tempo di ottenere. Girò la proprietà della macchina a sua madre, prosciugò il conto in banca, nel quale finivano anche i miei soldi perché lì venivano addebitate le rate del mutuo che di comune accordo pagavamo insieme. Tutto ciò per non pagare gli alimenti al bambino, per non collaborare alle spese di casa, per indurmi a lasciare la casa tutta a lui e andare a vivere dai miei che, come scrisse il suo avvocato, erano ancora “giovani e validi” e in buone condizioni economiche.
L’avvocata del servizio antiviolenza si sta impegnando per modificare le decisioni del tribunale civile in mio favore. Stiamo producendo carte e testimonianze per rivedere gli accordi patrimoniali. Le operatrici e le psicologhe, da parte loro, fanno molto per sostenermi, aiutarmi a ricominciare, a sentirmi nuovamente una donna in gamba. Mi ci vorrà ancora un bel po’ per riabbracciare, dentro me stessa, la ragazza felice che ero soltanto dieci anni fa».
Questo articolo è stato pubblicato sul mensile dell’Anpi Patria Indipendente, numero 6 del 2013
Eremo Rocca S. Stefano martedì 24 novembre 2020
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