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| Giuseppe Vermiglio |
Giuseppe
Vermiglio, Giaele e Sisara (1620 circa; olio su tela, 130 x 103 cm;
Milano, Pinacoteca Ambrosiana)
Durante il Seicento si contano numerosi dipinti violenti ed efferati, e uno di questi è Giaele e Sisara del piemontese Giuseppe Vermiglio (Alessandria, 1585 circa - 1635 circa), che racconta la vicenda dell’eroina biblica Giaele, che come la sua omologa Giuditta si trova ad affrontare il generale di un esercito nemico: in questo caso si tratta di Sisara, comandante dei cananei, che viene ospitato da Giaele nella sua tenda e convinto a riposarsi all’interno della tenda stessa. Addormentato, viene ucciso da Giaele con un grosso chiodo appuntito che la donna conficca nella sua tempia. Sono molti gli artisti che hanno raffigurato questa storia (tra i tanti, si ricordano, giusto per rimanere nel Seicento, Artemisia Gentileschi e Jacopo Vignali), ma l’opera di Vermiglio si distingue da molte altre perché rappresenta Sisara in termini insoliti, ovvero mentre si accorge della presenza di Giaele e cerca dunque di evitare il punteruolo dell’eroina, ma lei, con il suo martello, sta già per abbattersi con forza su di lui. L’omologo dipinto di Artemisia Gentileschi probabilmente ispirò l’opera di Vermiglio. Non sappiamo però quale sia la storia antica di questa tela, pubblicata per la prima volta nel 1991 e attribuita a Vermiglio soltanto nel 2000 in occasione di una monografica che seguì il ritrovamento di una serie di opere dell’artista.
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| Artemisia Gentileschi |
Anche Artemisia Gentileschi ha dipinto un Giaele e Sisara .In questa tela, ancora una volta, Artemisia Gentileschi raffigura una delle terribili eroine dell'Antico Testamento: si tratta di Giaele, la cui storia è narrata nel Libro dei Giudici. Dopo aver attratto nella propria tenda Sisara, il generale cananeo sconfitto dal popolo d'Israele, lo uccide nel sonno conficcandogli un picchetto della tenda nel cranio.
La scena dipinta da Artemisia non riproduce i toni tragici del racconto biblico; al contrario, essa è pervasa da un'atmosfera calma, che potrebbe, alla prima impressione, sembrare quasi idilliaca, quando si guardi col guerriero che giace sdraiato in un sonno ristoratore e par quasi che appoggi il capo sul grembo di una deliziosa fanciulla, vestita con un elegante abito di seta gialla e con i capelli ramati raccolti in una ricercata acconciatura.
Solo guardando le braccia scoperte e le mani della fanciulla ci si accorge che - armata di picchetto e martello - sta per colpire l'inconsapevole generale, che aveva creduto nella sua ospitalità. Il viso di Giaele è calmo, come di chi si accinge a un'azione consueta, né si coglie nella leggerezza dei gesti lo sforzo necessario ad assestare un colpo di eccezionale violenza. Manzoni (in Marzo 1821) tratteggia la scena con due soli ben più drammatici versi: «Quel [Dio] che in pugno alla maschia Giaele / Pose il maglio ed il colpo guidò.» (1)
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| Autoritratto Gentileschi |
Artemisia Gentileschi
è una delle più importanti pittrici italiane, artista della scuola Caravaggesca
per le sue pennellate che riprendono lo stile di Michelangelo Merisi, noto con
il nome di Caravaggio. Nata l’8 luglio 1593 a Roma era figlia di Orazio
Gentileschi, pittore e artista dell’epoca nativo di Pisa. Nel 1605 rimase
orfana di madre e questo probabilmente portò la giovane ad avvicinarsi al padre
e alla pittura.
Nel 1611 la vita di Artemisia ha una svolta inaspettata: il padre decide di affidare la sua istruzione artistica al suo collaboratore, Agostino Tassi, pittore dotato, ma dal carattere sanguigno e noto per i suoi trascorsi più che tempestosi: quest’ultimo si infatuò della diciottenne e tentò di sedurla diverse volte, nonostante i continui rifiuti da parte della Gentileschi che si negava con forza. La vicenda prende una piega drammatica quando Tassi, approfittando dell’assenza della protezione paterna, stuprò Artemisia.
Dopo la fine del processo, Artemisia verrà costretta ad un matrimonio riparatore con Pietro Antonio Stiattesi e si trasferirà a Firenze per evitare i continui sussurri malevoli che la perseguitavano a Roma dall’inizio del processo. Nonostante la reputazione di donna “rovinata” e lo scandalo dell’udienza giuridica la sua carriera artistica continua, diventa la prima donna membro dell’Accademia fiorentina delle arti del disegno, lavora a Firenze, Napoli e persino in Inghilterra e mantiene contatti epistolari con personaggi eminenti della cultura della sua epoca, come Galileo Galilei.
Nel dipinto Giaele e Sisara (1620), la scena dipinta mostra il momento in cui Giaele, dopo aver attirato nella propria tenda il generale cananeo Sisara, lo uccide nel sonno conficcandogli un picchetto nel cranio. A differenza del quadro di Giuditta del 1612, l’episodio biblico è qui dipinto con toni meno aggressivi e tragici; vi si scorge un’atmosfera più calma all’apparenza che viene interrotta dal braccio alzato della giovane Giaele che si appresta a conficcare il picchetto nel cranio del guerriero che giace addormento in un sonno tranquillo. (2)
La vicenda di Sisara è descritta
nel quarto capitolo del Libro dei
Giudici.
Iabin, sovrano dei Cananei, opprimeva i figli d'Israele da vent'anni. La profetessa Debora fece appello a Barac per attaccare Sisara, giovane generale del re nemico, che disponendo di un temibile esercito con 900 carri da guerra e controllando il territorio del Carmelo fino al lago di Galilea minacciava quindi di isolare le tribù del Nord dal resto d'Israele. Sotto l'impulso di Debora esse si schierarono insieme di fronte al pericolo.
Lo scontro avvenne ai piedi del monte Tabor, dal quale discese l'esercito guidato da Barak. L'armata di Sisara fu decimata al torrente Ghicon e il condottiero fuggì a piedi, da solo, dirigendosi verso la tenda di Eber, un Kenita che abitava non lontano da Kades e che egli riteneva fedele al suo re. Fu accolto da Giaele, la moglie di Eber, e si lasciò convincere da lei a riposare nella sua tenda.
Ma mentre il giovane dormiva, Giaele, armata di un piolo e di un martello, gli perforò la tempia. Poi la donna andò incontro a Barak rivelandogli che ormai il suo nemico non gli avrebbe più potuto nuocere.
" Allora Giaele tolse un picchetto dalla tenda, prese in mano un martello e si avvicinò a Sisara senza far rumore. Gli conficcò nelle tempia il picchetto, ma così forte che rimase piantato anche in terra. Sisara passò dal sonno alla morte ". – Gdc 4:18-21.
Segue un cantico di Debora, che
celebra la sconfitta di Sisara e la sua uccisione per mano di Giaele: secondo
questo testo Sisara sarebbe stato colpito mentre era sveglio e in piedi ("
cadde lungo disteso "). Nella parte conclusiva del cantico viene
data voce alle angosce della madre di Sisara, che nella sua casa aspetta invano
il ritorno del giovane, essendo ancora all'oscuro di quanto accaduto: da qui si
evince che i due vivevano insieme. La profetessa, che in precedenza aveva
esaltato il gesto di Giaele nonostante ciò costituisse un crimine contro le
regole dell'ospitalità, non sembra rimanere indifferente alla rievocazione
delle premure che il nemico aveva per la genitrice, presumibilmente vedova;
un'immagine che senza dubbio contribuisce a differenziare Sisara da tutti gli
altri oppressori d'Israele nella Bibbia, personaggi generalmente descritti a tinte
fosche oppure non caratterizzati affatto (la narrazione della drammatica fuga
di Sisara dopo la sconfitta può peraltro far pensare che egli sia soprattutto
pervaso dal terrore di premorire alla persona che l'ha messo al mondo).
L'anziana viene così risparmiata dall'ironia, che invece si riversa su una
vicina di essa, sbeffeggiata per la saggezza che le veniva a torto attribuita:
quest'altra donna, anonima come la madre di Sisara, si dice infatti certa che
le ragazze ebree sono state fatte prigioniere, con conseguente bottino delle
loro vesti. Da ultimo Debora sentenzia che la morte di Sisara appare giusta, in
quanto egli non era un adoratore dell'unico vero Dio (" Così periscano
tutti i tuoi nemici, Signore! Ma coloro che ti amano siano come il sole quando
sorge in tutto il suo splendore ").
Secondo il Libro di Samuele l'oppressione di cui erano vittime gli Ebrei in quel periodo era il castigo della loro infedeltà. Il Salmista implora il Signore di trattare i nemici d'Israele come aveva fatto con Sisara “ al torrente di Kison ”. (3)
Giudici 4 ( Versione CEI )
1 Eud
era morto e gli Israeliti tornarono a fare ciò che è male agli occhi del
Signore. 2 Il Signore li mise nelle
mani di Iabin re di Canaan, che regnava in Cazor. Il capo del suo esercito era
Sisara che abitava a Aroset-Goim. 3 Gli
Israeliti gridarono al Signore, perché Iabin aveva novecento carri di ferro e
già da venti anni opprimeva duramente gli Israeliti.
4 In quel tempo era
giudice d'Israele una profetessa, Debora, moglie di Lappidot. 5 Essa sedeva sotto la
palma di Debora, tra Rama e Betel, sulle montagne di Efraim, e gli Israeliti
venivano a lei per le vertenze giudiziarie. 6 Essa
mandò a chiamare Barak, figlio di Abinoam, da Kades di Nèftali, e gli disse:
«Il Signore, Dio d'Israele, ti dà quest'ordine: Va', marcia sul monte Tabor e
prendi con te diecimila figli di Nèftali e figli di Zàbulon. 7 Io attirerò verso di te
al torrente Kison Sisara, capo dell'esercito di Iabin, con i suoi carri e la
sua numerosa gente, e lo metterò nelle tue mani». 8 Barak le rispose: «Se
vieni anche tu con me, andrò; ma se non vieni, non andrò». 9 Rispose: «Bene, verrò
con te; però non sarà tua la gloria sulla via per cui cammini; ma il Signore
metterà Sisara nelle mani di una donna». Debora si alzò e andò con Barak a
Kades. 10 Barak convocò Zàbulon e
Nèftali a Kades; diecimila uomini si misero al suo seguito e Debora andò con
lui.
11 Ora Eber, il Kenita, si
era separato dai Keniti, discendenti di Obab, suocero di Mosè, e aveva piantato
le tende alla Quercia di Saannaim che è presso Kades.
12 Fu riferito a Sisara
che Barak, figlio di Abinoam, era salito sul monte Tabor. 13 Allora Sisara radunò
tutti i suoi carri, novecento carri di ferro, e tutta la gente che era con lui
da Aroset-Goim fino al torrente Kison.
14 Debora disse a Barak:
«Alzati, perché questo è il giorno in cui il Signore ha messo Sisara nelle tue
mani. Il Signore non esce forse in campo davanti a te?». Allora Barak scese dal
monte Tabor, seguito da diecimila uomini. 15 Il
Signore sconfisse, davanti a Barak, Sisara con tutti i suoi carri e con tutto
il suo esercito; Sisara scese dal carro e fuggì a piedi. 16 Barak inseguì i carri e
l'esercito fino ad Aroset-Goim; tutto l'esercito di Sisara cadde a fil di spada
e non ne scampò neppure uno.
17 Intanto Sisara era
fuggito a piedi verso la tenda di Giaele, moglie di Eber il Kenita, perché vi
era pace fra Iabin, re di Cazor, e la casa di Eber il Kenita. 18 Giaele uscì incontro a
Sisara e gli disse: «Fermati, mio signore, fermati da me: non temere». Egli
entrò da lei nella sua tenda ed essa lo nascose con una coperta. 19 Egli le disse: «Dammi
un po' d'acqua da bere perché ho sete». Essa aprì l'otre del latte, gli diede
da bere e poi lo ricoprì. 20 Egli
le disse: «Sta' all'ingresso della tenda; se viene qualcuno a interrogarti
dicendo: C'è qui un uomo?, dirai: Nessuno». 21 Ma
Giaele, moglie di Eber, prese un picchetto della tenda, prese in mano il
martello, venne pian piano a lui e gli conficcò il picchetto nella tempia, fino
a farlo penetrare in terra. Egli era profondamente addormentato e sfinito; così
morì. 22 Ed ecco Barak inseguiva
Sisara; Giaele gli uscì incontro e gli disse: «Vieni e ti mostrerò l'uomo che cerchi».
Egli entrò da lei ed ecco Sisara era steso morto con il picchetto nella tempia.
23 Così Dio umiliò quel
giorno Iabin, re di Canaan, davanti agli Israeliti. 24 La mano degli Israeliti
si fece sempre più pesante su Iabin, re di Canaan, finché ebbero sterminato
Iabin re di Canaan.
giuseppe vermiglio caravaggesco anche nella zuffa
Campione
d'Italia Arresti per porto d'arma abusivo, risse da osteria, processi per
essersi azzuffato con il padrone di casa che esige gli arretrati dell'affitto:
più che di quadri commissionati ed eseguiti, i pochi documenti che ci parlano
del pittore lombardo Giuseppe Vermiglio e della sua lunga permanenza a Roma in
gioventù ci restituiscono brandelli di una vita turbolenta, che richiama
inevitabilmente alla memoria quella di un suo collega lombardo ben più famoso
(e facinoroso): Michelangiolo Merisi da Caravaggio. Gli anni, del resto, sono
gli stessi. La fuga del Caravaggio da Roma a seguito della famigerata zuffa
della Pallacorda risale al maggio 1606, mentre il primo documento romano che
attesta la presenza di Vermiglio è del 1604 (l'ultimo, del 1619). È dunque più
che probabile che i due si siano effettivamente conosciuti. In ogni caso, i
vicoli del centro di Roma in cui Vermiglio e i suoi compari davano sfogo alle
loro intemperanze da scapestrati erano gli stessi in cui risuonavano gli echi
della compulsiva litigiosità del Caravaggio, che per un affronto o un diverbio
ai margini di un campo da gioco era capace di accendersi come uno zolfanello,
mettendo subito mano alla spada. Ma Vermiglio non si limitava a prendere a
modello i comportamenti rissosi del suo più anziano e celebre compaesano: ne
imitava anche il linguaggio pittorico rivoluzionario. Lo rivela un buon numero
di suoi quadri su
temi palesemente ispirati a celebri composizioni
caravaggesche, ma lo dimostra soprattutto l'unica sua opera romana firmata e
datata (1612), quella pala con L'Incredulità di san Tommaso che figura
sull'altare di una delle chiese più segrete e sconosciute di Roma, San Tommaso
ai Cenci, dove la scovò Roberto Longhi in una delle sue giovanili
perlustrazioni caravaggesche. Nella piccola ma godibilissima personale che la
Galleria Civica di Campione d'Italia dedica in questi giorni al poco noto
artista lombardo (Giuseppe Vermiglio. Un pittore caravaggesco tra Roma e la
Lombardia, a cura di D. Pescarmona, fino al 3 dicembre) non è stato possibile
esporre l'affascinante pala romana, ma l'ottimo catalogo - in pratica la prima
monografia dedicata all'artista - apre giustamente le sue pagine con una densa
scheda dedicata al dipinto, che con i suoi violenti «sbattimenti» di luce e
d'ombra e la sprezzante fierezza d'impasto con cui sono resi i volti degli
apostoli (una vera e propria galleria di ritratti in cui occhieggia,
seminascosto in ultima fila, un malinconico autoritratto) denuncia la pronta
adesione di Vermiglio al verbo caravaggesco. Ma a guardar bene, in certi
impacci anatomicoprospettici e nella staticità paratattica della composizione
denuncia anche quelle che saranno le maggiori debolezze del pittore. Il quale,
una volta tornato a Milano, dove nel '20 sposò la figlia quindicenne di un
notaio, mise, per così dire, la testa a partito, adattandosi al clima di
ortodossia controriformata imposto dal cardinal Federico Borromeo. Impermeabile
alle suggestioni del sulfureo e concitato manierismo del trio
CeranoMorazzoneProcaccini, Vermiglio preferì così temperare il
crudo realismo
caravaggesco degli esordi, ricorrendo al dolcificante della tradizione lombarda
dei leonardeschi e al filtro idealizzante del naturalismo bolognese. A capo di
una bottega operosissima, Vermiglio si affermò soprattutto in provincia,
lavorando per comunità monastiche come quella dei Canonici lateranensi e dei
Certosini di Pavia, che apprezzavano la sua pittura devota e pacata, impreziosita
da una stesura cromatica smaltata e come vetrificata. Dalle opere più riuscite
di questa fase, quando la spoglia sintassi della composizione trova accenti di
nitida verità ottica memori dell'imprinting caravaggesco, si sprigiona un
intenso profumo di casta e silente meditazione contemplativa, tanto da
giustificare un paragone tra Vermiglio e il massimo cantore seicentesco della
vita monastica, lo spagnolo Zurbarán. (4)
Giuseppe
Vermiglio (Alessandria,
1585 – 1635) Giaele e Sisara,
opera di Giuseppe Vermiglio esposta presso la Pinacoteca Ambrosiana di Milano.
Olio su tela cm. 130 x 103, anno di realizzazione 1620 circa.
La conoscenza sul Vermiglio è molto frammentaria. Nato ad Alessandria, trascorre i primi due decenni del XVII secolo a Roma. Qui entra nella bottega Adriano Monteleone e si avvicina al caravaggismo.
Circa nel 1620 torna in Piemonte, dove svolge la sua carriera di pittore nelle città di Novara e Alessandria oltre che Milano e Mantova in Lombardia.
L'opera più aderente al caravaggismo è L'apparizione di Gesù a San Tommaso nella Chiesa di San Tommaso ai Cenci a Roma; altre sue opere, più legate alla cultura lombarda si trovano a Brera, alla Galleria Sabauda di Torino, nel Duomo di Pavia, nel Duomo di Tortona e nel Museo di Sant' Eustorgio a Milano.
(1)https://it.wikipedia.org/wiki/Giaele_e_Sisara
(2)https://losbuffo.com/2017/07/11/lo-stupro-che-cambio-la-vita-di-artemisia/
(3)https://it.wikipedia.org/wiki/Sisara
(4)di ANTONIO PINELLI 13 novembre 2000 sez. https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2000/11/13/giuseppe-vermiglio-caravaggesco-anche-nella-zuffa.html

Eremo Rocca S. Stefano giovedì 26
novembre 2020



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