Ai tempi di Gesù la sposa aspettava nella casa dei genitori l’arrivo dello sposo. Dopo il tramonto del sole, lo sposo arrivava con un corteo nuziale per portarla nella sua casa. Alcune damigelle seguivano la sposa. Diverse ragioni potevano causare il ritardo dello sposo come, per esempio, lunghi discorsi con i genitori della sposa sui doni e sulla dote. Il tirare in lungo le trattative era di buon auspicio. Ma non è lo stesso per le spose di cui si parla nel Vangelo di oggi. Qui si tratta infatti del ritorno di Cristo e tutto è riassunto nelle ultime parole: “Vegliate, dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora”, cioè: “Siate pronte per l’arrivo di Cristo”. Così la parabola delle vergini poteva cominciare con questa frase: “Per il regno dei cieli accadrà come per le dieci vergini che uscirono, con le loro lampade, incontro allo sposo”. Agli occhi di Gesù, è saggio chi veglia, cioè chi pensa sempre, nel suo animo, al giorno del ritorno del Signore e all’ora della propria morte, chi vive ogni giorno nell’amicizia di Dio, nella grazia santificante, e chi si rialza subito se, per debolezza, cade. Allora “Vegliate”, perché nessuno, all’infuori di Dio, conosce il giorno e l’ora.
Dal libro della Sapienza
Sap 6,12-16
La sapienza è radiosa e indefettibile,
facilmente è contemplata da chi l'ama e trovata da chiunque la ricerca.
Previene, per farsi conoscere, quanti la desiderano.
Chi si leva per essa di buon mattino non faticherà, la troverà seduta alla
sua porta.
Riflettere su di essa è perfezione di saggezza, chi veglia per lei sarà presto
senza affanni.
Essa medesima va in cerca di quanti sono degni di lei, appare loro ben
disposta per le strade, va loro incontro con ogni benevolenza.
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 25,1-13
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: "Il regno dei
cieli è simile a dieci vergini che, prese le loro lampade, uscirono incontro
allo sposo. Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; le stolte presero le
lampade, ma non presero con sé olio; le sagge invece, insieme alle lampade,
presero anche dell'olio in piccoli vasi.
Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e dormirono. A mezzanotte si levò
un grido: "Ecco lo sposo, andategli incontro!". Allora tutte quelle
vergini si destarono e prepararono le loro lampade. E le stolte dissero alle
sagge: "Dateci del vostro olio, perché le nostre lampade si
spengono".
Ma le sagge risposero: "No, che non abbia a mancare per noi e per voi;
andate piuttosto dai venditori e compratevene".
Ora, mentre quelle andavano per comprare l'olio, arrivò lo sposo e le vergini
che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa.
Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire:
"Signore, signore, aprici!". Ma egli rispose: "In verità vi
dico: non vi conosco".
Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l'ora".
Il capitolo 25 del vangelo di Matteo si apre con l’ultimo dei cinque
discorsi che suddividono
la sua opera, a imitazione dei cinque libri della legge ritenuti scritti da
Mosè. Ebbene, questo capitolo
contiene l’ultimo accenno, l’ultima volta, in cui l’evangelista parla del regno
dei cieli che, va
ricordato, non è un regno nei cieli, ma significa il regno di Dio. E
l’evangelista lo fa ricollegando
questo discorso del regno dei cieli con questa parabola, alla fine del discorso
della montagna, al
capitolo settimo. In particolare quando Gesù afferma che “non chi dice signore
signore”, non
bastano gli attestati di ortodossia per essere in comunione con lui, ma chi
collabora all’azione
creatrice del Padre, “chi compie la volontà del Padre mio”. E Gesù aveva
concluso il discorso della
montagna con l’immagine di un uomo pazzo che va a costruire la casa sulla
sabbia e al primo
maltempo la casa crolla, e la persona saggia, intelligente che invece la
costruisce sulla roccia. Era
immagine di chi ascolta la sua parola, ma poi non la mette in pratica e quindi
la sua vita va in rovina, e chi invece l’ascolta e poi la pratica. Leggiamo
allora il capitolo 25 di Matteo.
“Allora”, l’evangelista si collega alla venuta del Signore nelle sue
manifestazioni nella storia
umana, “il regno dei cieli”, che ricordo significala società alternativa che
Gesù è venuto a realizzare,“sarà simile a dieci vergini”, vergini s’intende
ragazze ancora non sposate, quindi in età damatrimonio “che presero le loro
lampade”, per lampade non si deve intendere la piccola lampada di uso
domestico, ma qui si tratta di torce, “e uscirono incontro allo sposo”, una
immagine di Dio, dal profeta Osea in poi, era che lui era lo sposo e il suo
popolo la sposa. “Cinque di esse erano stolte”,letteralmente pazze, e qui
l’evangelista adopera lo stesso termine che Gesù proibisce di usare nella sua
comunità, dice “chiunque dice pazzo al proprio fratello”, e questo termine era
stato usato
appunto alla conclusione del discorso della montagna per il pazzo che va a
costruire la sua casa sulla sabbia e va in rovina. “E cinque sagge”, sagge come
l’uomo che invece costruisce sulla roccia.
“Le stolte presero le loro lampade, ma non presero con sé l’olio. Le sagge invece,
insieme alle
loro lampade, presero anche l’olio in piccoli vasi. Poiché lo sposo tardava, si
assopirono tutte e si
addormentarono”, il tema non è quello della vigilanza perché tutte quante si
addormentano, ma si
tratta di avere la capacità o no di andare incontro allo sposo.
“A mezzanotte si alzò un grido: ecco lo sposo! Andategli incontro”, qui Gesù
non si rifa agli
usi matrimoniali del tempo, ma anzi li inverte, perché non erano le ragazze che
andavano incontro
allo sposo, ma era la sposa che, accompagnata dalle sue amiche, entrava nella
causa dello sposo.
Perché questa diversità? Appunto per attirare l’attenzione dell’uditorio.
“Allora tutte quelle vergini
si destarono e prepararono le loro lampade”, e qui c’è il problema. “Le stolte
dissero alle sagge:
dateci un po’ del vostro olio perché le nostre lampade si spengono”, può
sembrare strana ora la
risposta negativa delle sagge che dicono “No, perché non venga a mancare a noi
e a voi; andate
piuttosto dai venditori e compratevene”, ma agiscono con raziocinio perché
meglio in poche con le
lampade per andare incontro allo sposo, piuttosto che in tanti però al buio.
Quindi quest’olio
rappresenta qualcosa che tutti possono avere, però che non può essere prestato
e vedremo di
capirlo andando avanti.
“Ora, mentre quelle andavano a comprare l’olio, arrivò lo sposo”, l’evangelista
ci dà
l’immagine dell’incontro nuziale, la vita del credente non è fatta di chissà
quali penosi sacrifici, ma
è un crescendo di gioia nel rapporto con lo sposo, “e le vergini che erano
pronte entrarono con lui
alle nozze, e la porta fu chiusa”, anche questa è un’altra incongruenza. Nel
matrimonio, nelle nozze
tutto il paese era invitato e le porte non si chiudevano, ma l’evangelista
appunto ricalca queste
stranezze per attirare l’attenzione dell’uditorio, e infatti si rifà a quanto
Gesù aveva espresso al
termine del discorso della montagna.
“Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: “Signore,
signore, aprici!”,
esattamente come coloro che hanno gridato “signore signore” e il Signore dice
io non vi conosco, e
gli aveva detto “non vi conosco operatori di iniquità”, letteralmente
costruttori del niente. Non basta
il credere, non basta l’attestato di ortodossia, non basta la fedeltà alla
dottrina, il Signore ci chiede
di essere collaboratori alla sua azione creatrice e l’azione creatrice di Dio
si fa comunicando vita.
Ecco cos’è l’immagine di questo olio. Nel vangelo, sempre nel vangelo di
Matteo, Gesù dirà “così
risplenda la vostra luce davanti agli altri uomini perché vedano le vostre
opere buone e rendono
gloria al vostro Padre che è nei cieli”. Ecco questa luce, questo olio che dà
la luce sono le opere
buone e le opere buone uno non è che le può prestare all’altro, o ci sono o non
ci sono.
E quindi lo sposo qui risponde esattamente come Gesù agli operatori di
iniquità, “Ma egli
rispose: In verità io vi dico: non vi conosco”. Gesù, il Signore, non conosce
chi ha una relazione con lui basata sull’ortodossia, sugli attestati di
fedeltà, ma chi questa ortodossia, questi attestati di
fedeltà li traduce in atteggiamenti pienamente umani, andando incontro ai
bisogni e alle necessità,
alle sofferenze degli altri.
E poi l’invito finale “Vegliate dunque”, qui vegliare non significa restare
svegli la notte perché
di fatto tutti quanti dormono, ma significa essere pienamente consapevoli e
attenti di quello che
accade, vivere con pienezza qualunque istante della propria vita per essere
capaci di collaborare
all’azione creatrice del Signore. (p. Alberto Maggi ) (1)
L’immagine dell’olio è molto conosciuta nella Bibbia ebraica. L’olio viene usato dai patriarchi per ungere le pietre che segnalano la misteriosa presenza di Dio (Gen 28,18; 35,14), ed è necessario per le lampade che servono per il culto: nel libro dell’Esodo si dice che l’olio deve tenere viva la fiamma che arde nel tabernacolo, quella fiamma che “sta davanti alla Testimonianza, perché dalla sera alla mattina essa sia davanti al Signore” (Es 27,21).
È l’olio usato per ungere il capo del sacerdote, quale è Aronne, che porta le offerte a Dio (Es 29,7); serve anche per ungere gli oggetti come la tenda del convegno e l’arca dell’alleanza, il candelabro e gli altari (Es 30,26-27), necessari per ricevere le offerte, e, ovviamente, anche le offerte stesse, prima che queste siano presentate al Signore (Lv 2,1). È l’olio col quale viene unto il primo re d’Israele, Saul (1Sam 10,1), e il suo successore, il santo re Davide (1Sam 16,13ss.). Nella letteratura sapienziale è segno dell’abbondanza e della gioia, della forza e della ricchezza (Sal 91,11: “Tu mi doni la forza di un bufalo, mi cospargi di olio splendente”), ma soprattutto – mi pare – l’olio è segno di qualcosa che va acquistato a caro prezzo, con la fatica quotidiana e la laboriosità.
Molto significativo a questo riguardo è un brano dall’ultimo capitolo dei
Proverbi, quello sulla donna forte che è difficile da trovare, e che è
più preziosa delle perle (Pr 31,10-31). Il v. 18 di quest’inno dice
che tale donna “è soddisfatta, perché il suo traffico va bene, neppure di notte
si spegne la sua lampada”. Ciò è possibile perché, come spiega il testo sacro,
questa donna si alza di buon mattino e va a dormire a sera tardi, pensa al bene
del marito e dei figli, e anche a quello dei poveri, compra i beni più preziosi
quali tappeti, porpora e campi, e li conserva con parsimonia.
Questa donna, secondo alcuni studiosi, non è una semplice creatura, ma è piuttosto il simbolo della sapienza. L’olio che viene conservato nella sua lampada, quindi, è come il concentrato di questa capacità sapienziale di gestire la vita. È una realtà che non si fabbrica e nemmeno si trova per strada, magari all’angolo, dov’è seduto il primo ambulante, ma che va ricercata con pazienza e tenacia, nel posto giusto, e al tempo opportuno: “Andate piuttosto dai venditori e compratevene”, dicono le vergini sagge (Mt 25,9). Le vergini stolte della parabola pensano di trovare subito l’olio che manca loro, ma non è così; ci mettono infatti molto tempo, e quando tornano, troppo tardi, le nozze sono già iniziate.
Ecco perché la nostra parabola è centrata sul tema della vigilanza. Esclusivamente matteana, segue, insieme alle altre due conservate in Mt 24,45-25,30, l’invito a vegliare (Mt 24,42), invito che ritorna proprio alla fine del vangelo odierno. Tutte e tre le parabole sono basate su un presupposto: il ritardo della venuta del Signore, cioè della parusia. Le comunità delle origini (rappresentate dall’intero gruppo delle dieci vergini), avevano quasi sicuramente l’idea che il ritorno del Signore fosse imminente, ma ogni giorno che passava sembrava negare l’attesa e la speranza. Ecco che diviene necessaria la virtù della prudenza, che consiste “nel mettere in gioco la possibilità di una lunga attesa, senza venir meno alla fedeltà al proprio compito” (Alberto Mello). L’incontro col Signore che tornerà è sicuramente un incontro gioioso, perché è simboleggiato dalle nozze col Messia (rappresentato, nella parabola, dallo sposo), ma richiede preparazione e costanza, equipaggiamento e intelligenza; prudenza significa non lasciarsi scappare le opportunità per prepararsi. È inevitabile perdersi nell’attesa, cioè “addormentarsi”, come fanno – si noti bene – tutte e dieci le vergini: quello che conta non è cadere assopiti per la fatica, è essersi preparati all’incontro.
La nostra società sembra aver perso il senso della preparazione e
dell’attesa, e non solo per l’incontro col Figlio dell’Uomo. Molte cose vengono
conseguite in fretta e senza sforzo. Ora abbiamo anche le lauree brevi per
poter entrare prima nel mondo del lavoro, e diventare appena possibile bravi
consumatori. La cultura al tempo di Gesù era quella in cui il legno andava
fatto stagionare per anni per poter essere usato, dove i vestiti andavano
tessuti a mano, dove i polli razzolavano nell’aia e le mucche non venivano
ingrassate con mangimi strani che le fanno diventare pazze.
Ora non è più così, ma la parabola di oggi ci dice, comunque e in ogni caso, che per vivere dobbiamo conservare con fatica la nostra razione quotidiana di olio, e non ce ne possiamo dimenticare mai. Ancora di più: a questa razione ci possiamo pensare solo noi, e non possiamo delegare nessuno: «la risposta delle vergini prudenti (“No, che non abbia a mancare per noi e per voi”) ce le può fare apparire antipatiche, ma è un modo per dire che, nel giudizio finale, nessuno è più in grado di fare qualcosa per un altro: ognuno deve rispondere di sé» (Mello). Dio ci doni la Sapienza, quella che siede accanto a Lui in trono, perché ci assista nell’attesa quotidiana, e nella nostra fatica di ogni giorno (Sap 9,1-10). (2)
(1)Fonte:https://www.studibiblici.it/
https://incammino.blog/2020/11/06/p-alberto-maggi-osmecco-lo-sposo-andategli-incontro/
(2) Fonte del commento – il sito “La Parte Buona” Commento a cura di p. Giulio Michelini


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