lunedì 31 agosto 2020

MIRABILIA URBIS Fossa : S. Maria ad Cryptas






La Chiesa di S.Maria ad Cryptas a Fossa ,L’Aquila, rappresenta un caposaldo dell’ arte medievale abruzzese abbracciando ben tre secoli di storia. Un vero e proprio museo di immagini figurative.

Fossa  un  gruppo  di case addossato ad un alta rupe sulla quale svetta il castello d’Ocre. La zona fu abitata sin dall’epoca degli italici, almeno dal X secolo prima di Cristo, come testimoniano gli scavi che hanno portato alla luce una vasta  necropoli. Ma la vera sorpresa per gli amanti dell’arte si incontra poco prima di entrare in paese: l’apparentemente austera chiesa di Santa Maria ad Cryptas.

La facciata a forma di capanna con il portale ad arco acuto,, è uno dei primi esempi locali ispirato alle forme gotiche.
L'interno segue il modello cistercense con una sola navata divisa in tre campate conclusa da un presbiterio di forma quadrata. Di fronte al presbiterio la scaletta che conduce alla piccola cripta, che secondo gli storici era originariamente un ipogeo dedicato al culto della dea Vesta.

I CICLI DELLE NARRAZIONI  PITTORICHE

Il primo  ciclo  rappresenta le storie della Genesi, situato nella parete dell'arco trionfale, per proseguire sulla parete destra. La prima raffigurazione è quella di Dio rappresentato come un uomo giovane e imberbe che separa il sole dalla luna, nello stesso riquadro il Creatore è in posizione centrale tra le onde da un lato e le spighe di grano dall'altro. La seconda fase della narrazione si svolge nella prima campata della parete destra: le scene sono la divisione del Bene dal male e la Creazione degli animali, poi nel secondo registro la Creazione di  Adamo ed Eva, a sinistra poi il monito dell'Eterno contro l'albero della Vita. La presenza di Dio soltanto nella prima scena dimostra lo spirito creativo e originale dell'autore, così come il riquadro del Monito di Dio contro Adamo ed Eva; nel terzo registro della Genesi si trovano il Peccato originale, la Cacciata dal Paradiso Terrestre con la porta dell'Eden custodita da un cherubino (tipico elemento di aggiunta originale abruzzese). 

Il secondo ciclo rappresenta dei personaggi collocati in nicchie, recanti nella destra un cartiglio con messaggi. In base alla posta e ai nomi, alcuni di essi sono i Profeti, altri i santi. La terza campata, articolata in tre registri, presenta in alto due santi cavalieri, a sinistra San Giorgio che uccide il drago, e a destra San Martino che si toglie il mantello. Il committente infatti era esponente dell'ordine cavalleresco, gli affreschi del secondo registro mostrano l'Allegoria dei Sei mesi finali dell'anno, rappresentati attraverso le attività lavorative. Nel terzo registro si trovano i Tre Patriarchi Abramo, Isacco e Giacobbe che portano in braccio piccole figure che rappresentano gli eletti del Paradiso. Il ciclo della Passione di Cristo si svolge nel presbiterio, sulle pareti absidali. Sulla parete sinistra nel lunettone ci sono cinque figure con un libro, in basso incomincia la narrazione della Passione con le scene dell' Ultima cena, il Bacio di Giuda. A differenza di Bominaco c'è maggior particolarismo nella resa dei volti, e Giuda è ritratto separato dagli Apostoli. Presso il lunettone, separate dalle scene della Passione, si trovano il Cristo adulto Pantocratore, a sinistra San Giovanni Battista e San Paolo, a destra San Pietro e San Giovanni Evangelista; il secondo registro della Passione mostrano i riquadri della Flagellazione con scena particolare della decisione di Ponzio Pilato, e poi la figura del Cristo martoriato, poi la scena della Crocifissione con la Madonna e San Giovanni apostolo, poi la Deposizione. Sotto di questa c'è l'affresco ritraente il committente con lo scudo crociato, e accanto a lui personaggi vestiti secondo l'uso del tempo, ossia la famiglia del cavaliere, chiamato Guglielmo Amore, come riporta l'iscrizione.

Il terzo ciclo del Giudizio universale è uno dei più antichi d'Abruzzo, occupante la controfacciata, e suddiviso in cinque registri. Nel primo in alto c'è il Cristo in maestà affiancato da angeli con tromba, nel secondo dieci personaggi, e altri più recenti, aggiunti nel XVI secolo. Nel terzo ci sono le anime elette e quelle dannate. A separare i due gruppi ci sono angeli che portano dei cartigli recanti la sentenza divina.

Il giudizio universale, della fine del Duecento, occupa tutta la facciata interna ed è articolato su cinque fasce orizzontali sovrapposte.

La prima fascia in alto, di forma triangolare, è dedicata al Giudice. Il Cristo è seduto sul trono del giudizio all’interno di una mandorla coloratissima (l’arcobaleno della nuova alleanza) ed esibisce i fori dei chiodi della crocifissione sulle mani e sui piedi e la ferita della lancia sul costato. Contrariamente al solito la mandorla non appare in cielo, ma è ben piantata sulla terra, tra le piante di un giardino. Attorno al Giudice sono gli angeli trombettieri che, rivolti ai quattro angoli del mondo, suonano il risveglio dalla morte con le loro lunghe trombe e gli olifanti.

La seconda fascia è dedicata al tribunale celeste: i dodici apostoli sono in piedi, in due gruppi di sei separati da una finestra e capeggiati da Pietro e Paolo; alcuni portano in braccio gli scritti di cui sono autori mentre altri indicano col dito il giudice in alto.

La terza fascia è dedicata alla separazione dei risorti e ai cortei degli eletti e dei reprobi. A sinistra è un angelo che mostra una pergamena (filatterio) con le parole di Gesù riportate nel Vangelo di Matteo e rivolte ai buoni: «venite benedicti patris mei, possidete regnum» (venite benedetti del padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo); alla sinistra è l’angelo che mostra le parole evangeliche rivolte ai malvagi: «ite maledicti in ignem æternum» (via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno). I buoni, in corteo, vestono abiti dalle tinte tenui e mostrano tutto il loro giubilo attraverso i gesti della preghiera di ringraziamento. Sul fronte opposto il corteo dei malvagi a capo chino veste abiti dai colori più scuri e mostra i gesti della delusione e della rassegnazione.

La quarta fascia è una strip di fotogrammi di grande effetto che contiene le immagini di sepolcri simili nella struttura ma decorati nei colori più festosi:  le tembe si scoperchiano e i corpi dei sepolti avvolti nei sudari si rianimano e sollevano le braccia verso il giudice.

 

La fascia affrescata in basso, separata dal portone della chiesa, è dedicata alle scene del paradiso e dell’inferno. L’arcangelo Michele pesa le anime dei risorti sulla bilancia a doppio piatto e tiene contemporaneamente a bada con una lunga lancia il demonio che tenta di falsare la pesatura. Più a sinistra la Madonna accompagna i beati verso la porta del Paradiso. Per ragioni di spazio il Paradiso è raffigurato sulla parete vicina nelle sembianze del seno dei patriarchi: Abramo, Isacco e Giacobbe, seduti in un giardino di alberi paradisiaci, sollevano i lembi del loro mantello e accolgono in grembo una piccola folla di salvati.

 

A destra è l’inferno con un piccolo gruppo di dannati simbolici tra i quali spiccano Giuda, Caifa, l’avaro e la meretrice; i dannati si azzuffano, bruciano tra le fiamme dell’Ade, sono morsicati da serpi intraprendenti e lubriche e sono alla fine acciuffati da un grande Lucifero dai piedi d’aquila. L’estremo personaggio sepolto nel più profondo dell’inferno e raffigurato con un bicchiere in mano è il ricco Epulone, satollo e obeso, costretto a chiedere al povero Lazzaro nel seno di Abramo la pietà di un goccio d’acqua per bagnarsi la lingua riarsa.

 

 NECROPOLI

Scoperta nel 1992 nel cuore dell'antico territorio dei Vestini, lungo le sponde del fiume Aterno, la Necropoli di Fossa è un monumentale sito archeologico di notevole rilevanza storica poiché fu utilizzata come luogo di sepoltura per quasi un millennio.

I tumuli riportati alla luce coprono un'area di circa 2.000 mq e presentano caratteristiche diverse a seconda dell'epoca a cui appartengono. Le tombe più antiche risalgono alla prima Età del Ferro (XI-VIII secolo a.C.), mentre le più recenti alla fine dell'età romano-ellenistica.

La particolarità più conosciuta del sito, detto "piccola Stonehenge" dell'Abruzzo, sono i tumuli maschili circondati da menhir di altezza decrescente, il cui significato è tuttora oggetto di studio. Molti gli oggetti di uso quotidiano ritrovati nel corredo funebre, come rasoi in bronzo di forma rettangolare ed armi in ferro, che testimoniano la credenza in un aldilà in cui il defunto ne avrebbe avuto di nuovo bisogno. Nelle tombe femminili invece, prive di menhir, sono stati rinvenuti preziosi ornamenti in ambra, ferro e pasta vitrea.

PRIMA FASE: L’ETA’ DEL FERRO (IX-VIII secolo a. C.)
I primi due secoli (IX e VIII secolo a. C.) sono caratterizzati dall’ architettura sepolcrale dei tumuli, oltre che da semplici sepolture a “fossa terragna”, cioè fosse lunghe e strette
scavate nel terreno.

 

  

 SECONDA FASE: L’ ETÀ ORIENTALIZZANTE E ARCAICA (VIII-VI SEC. a. C.)  
Durante questo periodo persiste l’uso di realizzare tombe a tumulo, anche se le dimensioni si riducono ad un diametro costante di m 4 e non si usano più le file di menhir allineati su un fianco della crepidine. Assieme ai tumuli si trovano anche le semplici tombe a fossa; in alcuni casi è attestato l’uso di un tronco d’albero usato come sarcofago.

TERZA FASE: L’ETà ELLENISTICA (iv – ii SEC. a. c.)
La frequentazione della necropoli, in questo periodo, permette di comprendere alcuni importanti aspetti sociali della comunità vestina che viveva a Fossa; infatti la diversità delle tipologie sepolcrali è sempre più percepibile, tanto da far pensare a profonde stratificazioni sociali.

 

 

  Berta Giacomantonio, Santa Maria ad Cryptas, Fossa (AQ), Pro Loco, 2000, p. 30.

  Enrico Santangelo, La Chiesa di Santa Maria ad Cryptas, in Castelli e tesori d'arte della Media Valle dell'Aterno, Pescara, Carsa Edizioni, 2002, pp. 31-47, ISBN 88-501-0051-5.

Franco De Vitis e Ferdinando Bologna, La chiesa di Santa Maria ad Cryptas, in Sant’Angelo D’Ocre, Castelli (TE), Verdone editore, 2009, pp. 146-153.

Serena Cosentino e Gianfranco Mieli, La Necropoli Protostorica di Fossa, in Enrico Santangelo (a cura di), Castelli e tesori d'arte della Media Valle dell'Aterno, Pescara, Carsa Edizioni, 2002, pp. 117-123.

Serena Cosentino, Vincenzo d'Ercole e Gianfranco Mieli, La Necropoli di Fossa vol. I - Le testimonianze più antiche, Pescara, Carsa Edizioni, 2001, p. 240, Vincenzo d'Ercole e Enrico Benelli (a cura di), La Necropoli di Fossa vol. II - I corredi orientalizzanti e arcaici, Pescara, Carsa Edizioni, 2004, p. 256, Vincenzo d'Ercole e Maria Rita Copersino (a cura di), La Necropoli di Fossa vol. IV - L'età ellenistico-romana, Pescara, Carsa Edizioni, 2003, p. 392,

Eremo Rocca S. Stefano  lunedì 31 agosto 2020

 

sabato 29 agosto 2020

LETTERA DALL’EREMO : Insegnaci a contare i nostri giorni

 




Dice il Salmista “Insegnaci a contare i nostri giorni e giungeremo alla sapienza del cuore” (Salmo 90/89/,12). Il Siracide (8,9) afferma: “Non trascurare i discorsi dei vecchi, perché anch’essi hanno imparato dai loro padri; da loro imparerai il discernimento e come rispondere nel momento del bisogno”

- (Siracide 25; 4-6) “Quanto s’addice il giudicare ai capelli bianchi e agli anziani il saper dare consigli! Quanto s’addice la sapienza agli anziani, il discernimento e il consiglio alle persone onorate; corona dei vecchi è un’esperienza molteplice, loro vanto è temere il Signore”, e i Proverbi (17,61) “Corona dei vecchi sono i figli dei figli, onore dei figli i loro padri.

Anche il Nuovo Testamento pervaso della luce di Cristo ha presente la vecchiaia e annovera importanti figure di anziani: Elisabetta e Zaccaria, genitori di Giovanni Battista; Simeone che a lungo aveva atteso il Messia e prendendo il Bambino tra le braccia benedice Iddio “ Ora lascia o Signore che il Tuo servo vada in pace....”; Anna, la vedova di 84 anni ; Nicodemo, lo stimato componente del Sinedrio.

La vecchiaia alla luce dell’insegnamento cristiano si propone come tempo favorevole per il compimento dell’umana avventura e rientra nel disegno divino relativo ad ogni uomo come tempo in cui tutto converge per poter cogliere il senso della vita e raggiungere la “ sapienza del cuore”.

Queste qualità vanno sottolineate ancor più oggi in cui viviamo la dinamica della longevità di massa.

Nella lettera di Giovanni Paolo II agli anziani (ottobre 1999) egli avvertì “ l’urgenza di ricuperare la giusta prospettiva da cui considerare la vita nel suo insieme prospettivo. E la prospettiva giusta è l’eternità, della quale la vita è preparazione significativa in ogni sua fase”.

Accogliere l’impegno, allargare le opportunità, creare contesti favorevoli per quanti intendono viverla positivamente nell’apertura e nel servizio, rompere l’isolamento di coloro che la vivono come un trauma: perché in un mondo e in una società vieppiù globalizzata (multietnica, multiculturale, multigenerazionale, multi religioso, etc. ) ci potrà essere progresso vero se saranno rispettate tutte le componenti, inclusi gli anziani i cui carismi vanno riconosciuti e valorizzati perché capaci di favorire il passaggio dal “multi” all’ “inter”. “Custodi di una memoria collettiva” : gli anziani sono onorati e rispettati laddove viene onorata e rispettata la vita in tutte le sue fasi; laddove la persona viene considerata per la sua dignità e non per le sue produttività mercantili, laddove ciascuno resta padrone della propria vita, senza diventare oggetto di “accanimento terapeutico” o peggio di “morte dolce” perché l’esistenza vaposta nella prospettiva giusta dell’eternità.

“I nostri lunghi anni di vita – ha ricordato Benedetto XVI il 18 settembre 2010 in visita alla residenza per anziani St Peter a Londra – ci offrono l’opportunità di apprezzare la bellezza dei più grandi doni che Dio ci ha dato, il dono della vita così come la fragilità dello spirito umano.

Mentre cresce il nostro normale periodo di vita, le nostre capacità fisiche spesso vengono meno.

Il mio predecessore, Papa Giovanni Paolo II, ha sofferto pubblicamente negli ultimi anni della sua vita. Appariva chiaro a tutti che viveva questo in unione alla sofferenza del nostro Salvatore.

La sua letizia e pazienza nell’affrontare i suoi ultimi giorni furono un significativo e commovente esempio per tutti noi che dobbiamo portare il carico degli anni che avanzano.

Questo periodo può essere tra gli anni spiritualmente più fruttuosi della nostra vita. Questi anni sono un’opportunità per ricordare in una preghiera affettuosa tutti quelli che abbiamo amato in questa vita e porre tutto quello che siamo stati ed abbiamo fatto davanti alla grazia e alla tenerezza di Dio. Questo sarà di grande conforto spirituale e ci permetterà di scoprire di nuovo il Suo amore e la Sua bontà tutti i giorni della nostra vita”.

Queste considerazioni di Benedetto XVI fanno ancor più capire – diremmo per testimonianza e competenza diretta e personale dei problemi della longevità –

il senso delle belle parole da Lui rivolte il 7 maggio dello scorso anno con chiaro riferimento alla Fondazione Opera Immacolata Concezione quando nella visita in Veneto, all’Angelus disse : “Le idee e le realizzazioni

nell’approccio alla longevità, preziosa risorsa per le relazioni umane, sono una bella ed innovativa testimonianza della carità evangelica proiettata in dimensione sociale”.

Oggi, giornata di festa, ringraziamo il Signore per le meraviglie del suo Amore che ha consentito di completare questo straordinario contesto capace di dare cittadinanza civile e spirituale alle generazioni distanti, grazie ad una prospettiva di vita protesa verso l’eternità. L’intercessione di Maria Immacolata faccia sì che tutti qui si sentano sempre come quei barellieri del raccontoevangelico che superano ogni ostacolo per portare il paralitico, calandolo dal tetto, davanti a Gesù, il figlio di Dio in terra affinché lo guarisca dalle infermità fisiche essendo convinti che Gesù possa farlo. E Gesù vista la loro Fede, compie il miracolo : E’ la Fede che fa vincere le sfide della 3° Età. Perché, come ha ricordato Benedetto XVI, chi insegna ed applica il principiodell’ “Onora il Padre e la Madre” è ricambiato da Dio con la benedizione che egli ha promesso alla terra in cui questo comandamento viene osservato”.

 

Eremo Rocca S. Stefano  sabato 29 agosto 2020

LINEA D’OMBRA L’invecchiamento attivo. Longevità come risorsa ,opportunità di impegno, ampliamento dei diritti .

 


Una lunga vita è segno di buona salute e l’invecchiamento della popolazione mondiale ci dà prova di un miglioramento della salute nel mondo, nonché dei grandi progressi realizzati nella medicina. Tuttavia, come dichiarò Kofi Annan, l’ex Segretario Generale delle Nazioni Unite “questa è una rivoluzione che ha ripercussioni economiche, sociali, culturali, psicologiche e spirituali, ed è una rivoluzione che colpisce particolarmente i paesi in via di sviluppo in cui il processo di invecchiamento della popolazione è e sarà sempre più rapido che in altri paesi”.

Di fatto, questi paesi si troveranno ad affrontare l’aumento delle malattie non trasmettibili, legato a un cambiamento degli stili di vita, continuando però a lottare contro la denutrizione, le complicazioni del parto e le malattie infettive, come l’HIV. Questo doppio carico di “infermità” peserà molto sulle loro risorse, già scarse.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità s’è mossa a tal proposito per promuovere l’idea dell’invecchiamento attivo, un concetto che aspira a fomentare politiche che mantengano le persone attive il più a lungo possibile al fine di prevenire o ritardare le infermità e le incapacità legate all’anzianità. In particolare, l’invecchiamento dovrà accompagnarsi ad attività che mantengano la maggiore autonomia possibile della persona, ad esempio non abbandonando i propri impegni lavorativi (seppur per poche ore o giorni la settimana), dedicandosi ad attività di volontariato, educative, formative e di partecipazione ad eventi sociali. In particolare, un gruppo di lavoro dell’OMS ha rapportato il fattore dell’invecchiamento biologico ad altri tre: malattia, lavoro e stile di vita. (1)

Gli stereotipi sono duri a morire, ma la realtà è testarda e alla fine ottiene la meglio sul luogo comune. Questa volta tocca all'età anagrafica, argomento delicato che tocca la suscettibilità di donne e uomini. Perché se arrivare ai 60 anni conclamati vuol dire un pò sentirsi archiviati nel libro del non desiderabile, è pur vero che il mondo è cambiato e l'età della vecchiaia per buona parte delle persone è ancora di là da venire.

Ma ora la semplice percezione diventa ufficiale: da oggi la popolazione italiana può considerarsi più giovane: si è ufficialmente «anziani» dai 75 anni in su. La svolta arriva dal Congresso nazionale della Società italiana di gerontologia e geriatria (Sigg). «Un 65enne di oggi ha la forma fisica e cognitiva di un 40-45enne di 30 anni fa. E un 75enne quella di uno nel 1980 aveva 55 anni», spiega Niccolò Marchionni, professore dell'Università di Firenze e direttore del dipartimento cardiovascolare dell'Ospedale Careggi. «Oggi alziamo l'asticella dell'età a una soglia adattata alle attuali aspettative di vita nei Paesi con sviluppo avanzato», dice Marchionni: «in Italia l'aspettativa di vita è aumentata di circa 20 anni rispetto alla prima decade del 1900. Non solo, larga parte della popolazione tra 60 e 75 anni è in ottima forma e priva di malattie per l'effetto ritardato dello sviluppo di malattie e dell'età di morte». (2)

Per i governi l’invecchiamento della popolazione in genere è una sfida da affrontare principalmente su due fronti: in primo luogo comporta un aumento dei costi sanitari per fornire adeguato sostegno alle persone anziane e, in secondo luogo, comporta l’aumento della spesa pensionistica. Due voci di spesa che vanno a incidere sui debiti pubblici che oggi, ancora di più, sono sotto pressione per le iniziative che i vari Stati stanno mettendo in atto per superare l'emergenza Covid-19 e favorire la ripartenza dell'economia. Per gli operatori finanziari, invece, la crescita degli over 70 è un bel trend da cavalcare. Per le banche sono un bacino di potenziali clienti che detengono una parte rilevante dei risparmi nazionali, per le compagnie di assicurazione rappresentano un'opportunità in più per offrire polizze Long Term Care, per le società di gestione la cosiddetta silver economy è invece un'occasione di investimento da proporre ai sottoscrittori di fondi comuni anche se mancano i prodotti realmente a loro dedicati.

Ma la longevità è una risorsa che va ben oltre l’impatto economico sui bilanci statali e degli operatori finanziari. Solo rimanendo in un ambito prettamente economico va innanzitutto ricordato che le generazioni meno giovani, soprattutto nel contesto emergenziale attuale e nello scenario post-Covid che abbiamo alle porte, dovranno sempre di più intervenire per supportare finanziariamente figli e nipoti.

In Italia secondo l’Istat esistono oltre 17 milioni di persone che hanno più di 60 anni e questo numero, è destinato a crescere nel corso dei prossimi anni (secondo alcune stime demografiche potrebbero salire a 23 milioni nel 2040). Oltre 7 milioni sono ultra 75enni. «Questa parte della popolazione, pari a quasi a un terzo – spiega Priore -, detiene la maggior parte delle risorse conoscitive oltre che quelle finanziarie del Paese, ma ha scarsa o nulla visibilità. Eppure la gran parte degli italiani over 60 vive in una casa di proprietà, i mezzi e il tempo di cui dispone consente loro di aiutare economicamente i familiari (30% dei casi), di avere una vita sociale più ricca frequentando più spesso gli amici, di fare sport (il 14,4% tra i 65 e i 74 anni) e di andare in vacanza. Sono tipicamente spenditori netti, in condizione di rivedere i propri investimenti immobiliari e di liquidare le attività finanziarie, così sostenendo la domanda di beni e servizi. I consumi restano infatti più alti della media per casa, salute e alimentari. Risultano in crescita anche le attività di volontariato. I Longennials costituiscono la terza economia del mondo, dopo USA e Cina, già da oggi e per i prossimi 25 anni».
Rispetto a 10 anni fa, gli anziani spendono di più per internet (utilizzato da quasi il 30% dei 6474enni), per attività culturali (teatro, cinema e musei) e per la pratica sportiva. E anche le piccole e medie imprese, nota ossatura dell’azienda Italia, si caratterizzano per una importante presenza di esponenti e manager agée. Gli imprenditori over 60 sono il 53%, percentuale che supera l’80% nelle imprese familiari con fatturato superiore a 50 milioni di euro.  (3)

“Il fenomeno dell’invecchiamento della popolazione,dice Giovanni Bazoli nella relazione al convegno Civitas Vitae  dellUCID Padova ( 4) , che caratterizza i Paesi maturi dell’Occidente, dipende da due fattori: il calo della natalità e l’allungamento della vita.Quando Malthus scrisse il suo famoso saggio, sia i ricchi sia i poveri generavano tanti figli quanti erano capaci di generarne. I demografi chiamavano questo fenomeno sociale “fecondità naturale”. Ogni donna aveva in media cinque figli: un valore molto elevato secondo gli standard di oggi, ma che è stato la norma per gran parte dell’umanità.Attualmente il tasso di fecondità planetario è attorno a due figli e mezzo, che rappresenta il punto più basso di tutta la storia umana ed è in continua diminuzione. Quindi l’attuale sovrappopolazione della terra dipende dalla prolificità delle generazioni che ci hanno preceduto e dal fenomeno, sempre più accelerato nel nostro tempo, del progressivo allungamento della vita. A livello europeo il 2008 (lo stesso anno che ha segnato l’inizio della gravissima crisi finanziaria ed economica nella quale siamo immersi) viene considerato come l’anno di una vera e propria svolta demografica. Si ritiene infatti che i Paesi dell’Unione nel loro insieme abbiano iniziato una fase di accelerato invecchiamento. E’ stato calcolato che a partire da tale anno la popolazione con più di 60 anni è cresciuta alla media di due milioni all’anno, trend che si prevede sarà mantenuto per i prossimi 25 anni. Ciò vuol dire che l’intera Unione Europea conosce oggi una fase demografica opposta a quella che è stata all’origine del boom capitalistico. Dal baby boom siamo passati al baby crash: un rovesciamento che pone problemi di grande portata sul piano della crescita economica.Per inquadrare tali problemi nella giusta prospettiva occorre riflettere sulla distanza radicale che corre fra l’atteggiamento della società odierna nei confronti della vecchiaia rispetto a quello delle società antiche. (…)

In una società fondata su principi utilitaristici, come è la società d’oggi, è quasi inevitabile che la longevità sia vista invece in tutt’altro modo. Cioè, per l’appunto, come fonte di gravi problemi dal punto di vista economico, a causa dei costi che comporta il sostegno a categorie sociali non più attive. Basta pensare alle difficoltà che incontrano tutti i Paesi del mondo nella definizione dei sistemi pensionistici, sanitari e assistenziali. Sono difficoltà che concorrono a mettere in discussione la stessa sopravvivenza dello Stato sociale. Ma non basta: secondo alcuni studiosi la terza età rappresenterebbe addirittura un ostacolo allo sviluppo economico, perché una popolazione sempre più anziana riduce i consumi, crea problemi di forza lavoro, necessità di servizi di bassa produttività. Qualcuno è arrivato addirittura a considerare l’inversione di tendenza demografica come una delle precondizioni della crisi attuale, in quanto l’invecchiamento della popolazione incide in modo negativo sulla capacità di risparmio delle famiglie, sul livello della tassazione, sui costi fissi delle strutture sociali.Il capitalismo – o per lo meno quella forma di capitalismo che abbiamo conosciuto negli ultimi decenni – si regge sul costante aumento dei consumi, alimentati da quel meccanismo che alcuni studiosi hanno definito “desiderio reso godimento”. Ed è evidente che una popolazione invecchiata non è in grado di stare al passo con tale dinamica. Le persone anziane avvertono di meno i bisogni. 

Con il crescere dell’età del capo famiglia le spese della famiglia decrescono e varia anche la tipologia dei consumi. L’evoluzione demografica configura, sotto questo profilo, uno dei principali fattori strutturali destinati ad influenzare la domanda nel mondo per i prossimi decenni.Sotto vari profili l’invecchiamento della popolazione rappresenta dunque un problema dal punto di vista economico; ma è da sottolineare che, paradossalmente, il problema non è superato neppure quando le persone longeve rimangono attive, ossia continuano a svolgere un ruolo nella vita politica, economica, civile. Anche in questo caso, infatti, esse vengono considerate come un ingombro e un ostacolo per la società, perché occupano posizioni che si ritiene debbano spettare ai più giovani.Si è arrivati, da questo punto di vista, a coniare un’espressione indegna: “rottamare i vecchi”. Si badi bene: non viene neppure impostato un confronto in termini di merito per stabilire se in un dato ruolo risulti più produttivo l’apporto dell’uomo più avanti negli anni o quello di soggetti anagraficamente più giovani. No, il quesito è risolto a priori perché pregiudizialmente si è decretato che il vecchio vale di meno, ormai è “rotto”, è quindi da “rottamare”.In questa affermazione si manifesta, con evidenza, qualcosa di più grave ancora di quanto detto sin qui, ossia una certa tendenza al disprezzo per l’anziano.

Occorre dunque  re-interpretare l’invecchiamento in termini di risorsa, considerando questa fase di vita una vera opportunità di sviluppo, di ampliamento della libertà personale, di rispetto dei diritti della cittadinanza lungo tutto l’arco della vita..

(1)Scheda "Anziani" di Unimondo: www.unimondo.org/Guide/Diritti-umani/Anziani.

(2) https://www.ilmessaggero.it/salute/ricerca/anziani_75_anni_aspettativa_vita_italia-4142211.html

(3) https://www.ilsole24ore.com/art/emergenza-covid-si-riparte-gli-anziani-terzo-millennio-ADwUWDR?refresh_ce=1

(4) https://ucidpadova.files.wordpress.com/2013/01/interventi-convegno-civitas-vitae.pdf

Eremo Rocca S. Stefano  sabato  29 agosto 2020

 

venerdì 28 agosto 2020

MIRABILIA URBIS Chiesa e Convento di Santa Chiara

 


Sulle pareti della domus orationis (cappella interna riservata alle monache di clausura, che potevano così assistere alle celebrazioni liturgiche),del Convento di Santa Chiara ( ora sala museale ), sono ancora visibili tracce di affreschi, datati tra la fine del Duecento e l’inizio del Trecento. Il ciclo pittorico, venuto alla luce nel recente intervento di restauro dell’edificio, illustra scene della vita di Gesù, alternandole ad episodi della vita di San Francesco. L’ambiente, risparmiato dal terremoto degli inizi del Settecento, è stato più volte modificato nel corso del tempo e l’assetto spaziale stravolto, per cui oggi porzioni delle pitture sono interrotte da pareti e da uno scalone, aggiunti in un secondo momento. Il ciclo è articolato su due registri sovrapposti, conservati solo parzialmente: in quello superiore sono ancora leggibili gli episodi della Predica davanti ad Onorio III, il Battesimo di Cristo, San Francesco che riceve le stimmate e Gesù nella casa del Fariseo; in quello inferiore sono rappresentate la Flagellazione e la Crocifissione. Nell’oratorio si sono conservati altri due dipinti, risalenti al XVI secolo: la pala con la Crocifissione sull’altare maggiore in stucco e la Vergine col Bambino tra San Francesco e Santa Chiara nella lunetta del portale d’accesso. (1)

La fondazione del monastero di Santa Chiara, che sorge sulla  parte occidentale di Piazza Garibaldi  e che è in parte nascosto , guardando dalla piazza stessa da una costruzione che si frappone  alla vista, risale probabilmente tra il 1260 e il 1269 . Anni in cui la beata Floresenda o Floresella, figlia del conte di Palena, Tommaso di Caprifico soggiornò a Sulmona  e volle arricchirla di   uno dei più  belli  insediamenti monastici delle clarisse nel Regno di Napoli .Portando già una ricchissima dote che nel tempo si arricchì ulteriormente  grazie soprattutto alle numerose ed ingenti donazioni. . Un luogo ricco di storia e di avvenimenti storici ; sede della real Camera di Santa Chiara  e studio di teologia dove per esempio  fu  formulata   la riforma dell’ordine religioso a cui il convento apparteneva.

Come la maggior parte degli edifici conventuali francescani sorgeva al di fuori del nucleo urbano più antico,  in quanto si apriva non solo  all’attuale piazza ma anche a tutta la parte occidentale della città che confinava con la Porta Napoli e che vide dopo molti anni, appunto  in occasione della riforma dell’ordine francescano ,  altri insediamenti come  quello di S. Francesco dei “ zoccolanti”  a differenza di quelli della “scarpa”  che rimasero all’interno delle mura cittadine.

Dunque l’’intero complesso monastico occupa una vasta area che dall’antica piazza Maggiore, a cui fa da sfondo, arriva con i suoi campi a lambire il tratto orientale delle mura di cinta del XIV secolo, sorte per racchiudere i nuovi borghi in formazione. Esso si sviluppa su un quadrilatero e comprende la chiesa aperta ai fedeli, con la retrostante cappella ad uso interno, il campanile, l’edificio conventuale vero e proprio, organizzato su due piani attorno ad un chiostro rettangolare, il parlatorio ed alcune case di pertinenza che si affacciano su una piazzetta-sagrato.

 

La  clausura  fu per le suore scuola e laboratorio di attività lavorative. Numerose  erano le attività artigianali e delle arti femminili come il ricamo. D al Quattrocento nacque l’arte del confetto e la sua  lavorazione artistica  che nei secoli ha reso celebre Sulmona nel mondo.

Il  Convento  venne più volte ricostruito, restaurato ed ingrandito, sia per far fronte alle crescenti esigenze di spazio, sia a causa dei danni provocati dai  frequenti  terremoti che distrussero molte volte la città,  e in particolare quello del 1456 e del 1706, tanto che attualmente si conserva ben poco della struttura originaria.
Nell’Ottocento a fronte di un ampliamento  che nel 1837  attestavano le  floride condizioni dell’istituto  monacale  si registra  la soppressione  , con un periodo di declino. La proprietà  passò prima al Ministero di Grazia e Giustizia e infine, nel 1907, al Comune di Sulmona. Per l’adeguamento alle diverse e mutate destinazioni d’uso (scuola, asilo, ricovero per anziani, ma anche campo da gioco e sala cinematografica) vennero apportate ulteriori modifiche alle strutture, soprattutto nella distribuzione degli spazi.

Sulla facciata del convento , al fianco della porta di ingresso si vede ancora la “ ruota degli esposti “  ,un meccanismo come una moderna porta girevole dove venivano deposti i neonati abbandonati  e quindi affidati al monastero.

Il ricordo più forte e commovente  che conservo di quella struttura negli anni cinquanta e sessanta dello scorso secolo è quello dell’oratorio.  Grazie all’intraprendenza di un sacerdote  della famiglia di Don Orione  quell’oratorio fu  il luogo di incontro  e di riferimento di alcune generazioni    di adolescenti che poterono  fare non solo  dello sport ,in particolare  il calcio  nel grande campo sportivo  lungo la circonvallazione orientale. Ma anche  assistere a spettacoli cinematografici tra cui gli indimenticabili film western oggi  di “cult”, quelli che ripropone  rai movie il lunedì sera . Film  con attori italiani dal nome camuffato, prodotti  a Cinecittà , che raccontavano sempre le stesse storie  ovvero la lotta tra  allevatori ed agricoltori, l’impegno di sceriffi  votati alla legge e al suo rispetto,la conquista  del west con le carovane in viaggio per mesi  nei territori degli indiani per conquistare un pezzo di terra arida e in pieno deserto. E poi l’epopea dei cercatori di oro  e le cariche  dell’esercito nordista.  A differenza della Sala Antoniana  gestita dai  francescani  della chiesa di S. Antonio al fianco del carcere giudiziario di S. Pasquale.  Quei frati gestivano anche un istituto  di formazione professionale . Nella loro sala cinematografica proiettavano  film  altrettanto indimenticabili come le commedie e tragedie shakespeariane  trasposte su pellicola  e opere del melodramma italiano. Noi a dolescenti  potevamo permetterci di ve dere dei film in quelle sale  perché il costo del biglietto era di poche lire a differenza delle altre due sale cinematografiche il Pacifico e il Balilla  il cui biglietto costava di  più e la cui programmazione  vedeva  in proiezione le opere del neorealismo  e della commedia italiana .  Molti anni dopo , quando  le due sale parrocchiali  erano ormai chiuse, prendemmo l’abitudine di andare al cinema Pacifico il venerdì sera perché in quel giorno cambiava la programmazione  e il film  veniva tenuto per il weekend  .  Così  quei venerdì rimasero  impressi nel nostro cuore e nella nostra memoria per il gruppo di amici che  si raccoglieva in quella sala e per i film che  vedemmo da Indagine du un cittadino al di sopra di ogni sospetto  alle opere di Sordi, Antonioni, Monicelli, Ferrara  e molti altri.

Ma riprendiamo  il nostr discorso sul Convento e la chiesa di S. Chiara. L’edificio conventuale ospita attualmente al primo livello il Polo Culturale Civico Diocesano di Santa Chiara, mentre il piano superiore è adibito a casa di riposo per anziani. Degli ambienti a pianterreno la cappella interna, insieme ad un altro vano ed al vasto refettorio, è utilizzata come spazio espositivo del Museo Diocesano di Arte Sacra; altri tre locali sono riservati alla Biblioteca Diocesana, nella cui sala di lettura - allestita nell'ex-parlatorio - è ancora possibile ammirare le mostre in pietra delle grate, dietro le quali le clarisse potevano incontrare i visitatori. Nei restanti ambienti è esposta la collezione d’arte moderna e contemporanea della Pinacoteca Comunale, collegata alla Rassegna Internazionale d’Arte Contemporanea che annualmente si svolge nella città.

La chiesa di S. Chiara . Salite le scale  e attraversatol un androne  che  si apre  al centro di un basso corpo di fabbrica   che sovrasta le scale stesse , ti appare  d’un tratto la facciata della chiesa. Te la trovi a picco davanti agli occhi  . Una specie di sagrato così piccolo e intimo che  ti sembra di entrare in un mondo diverso da quello che hai appena lasciato nella vastità della piazza Maggiore ,da piazza Garibaldi. Ti appare nella sua interezza  la facciata del tempio e - a sinistra - gli splendidi portali di ingresso al monastero delle clarisse. Il prospetto della chiesa, inquadrato da un ordine di lesene binate su alto basamento in pietra, è finito ad intonaco e si conclude, in alto, con un timpano curvilineo spezzato che accoglie nel mezzo un fastigio barocco in stucco con oculo ellittico centrale. Il portale, realizzato con conci di pietra sagomati secondo stilemi barocchi, è impreziosito da un timpano dal profilo curvilineo, interrotto nel mezzo per accogliere un medaglione in pietra di forma ellittica; in alto, in asse con il portale, si apre un’ampia finestra rettangolare con timpano mistilineo e motivo a conchiglia. Le ante lignee del portone d’accesso, risalenti al 1671, dopo il recente restauro sono state esposte all'interno della chiesa.

E’ il percorso,  quello attraverso  la scalinata ,l’ingresso nell’androne che da sul sagrato, attraverso il sagrato stesso e la porta della chiesa  che compie la statua della Madonna che scappa in piazza. Dopo la sua corsa dalla porta della chiesa di S. Filippo  all’arcata dell’acquedotto medioevale  dove l’attende la statua del Cristo risorto  per tutta la piazza la statua entra nella Chiesa di S, Chiara  dove  anticamente veniva sostituita  la base  leggera per la corsa con una base più pesante.  

La Chiesa subì danni dal terremoto  del  1706 e fu ricostruita  dall’ architetto bergamasco Pietro Fantoni (lo stesso artefice del rifacimento della chiesa della SS. Annunziata), che rispettò le volumetrie e l’articolazione spaziale del precedente fabbricato. Sul suo fianco destro si erge il campanile a pianta quadrata, che si sviluppa su quattro ordini; la parte superiore crollata nel 1587 è stata poi ricostruita.

La chiesa costituisce uno dei più significativi esempi di barocco in Abruzzo.Gli stucchi caratteristici di questo stile  ne adornano le pareti e le volte. La ristrutturazione settecentesca ,come abbiamo detto, a cura dell’architetto Fantoni, senza alterarne la volumetria, ma riproponendo il semplice impianto planimetrico a sala della chiesa originaria, con una misurata alternanza di pieni e di vuoti conferisce una nuova veste all’edificio .

Infatti   furono apportate modifiche  .Fu  sopraelevata l’area presbiteriale con l’inserimento di una cupola ellittica a profilo ribassato e  sui i muri perimetrali,  furono aperte due nicchie   per due altari  minori in raffinato commesso marmoreo di scuola pescolana. Le pareti sono scandite da paraste corinzie che sostengono un’alta trabeazione modanata, su cui imposta la copertura a botte lunettata. Sulle pareti laterali sono collocati sei coretti, in legno intagliato e dorato, destinati alle monache e per questo dotati di fitte grate che consentivano loro di partecipare alla liturgia nel rispetto del voto di clausura, essendo la chiesa aperta anche ai fedeli.

Dietro la facciata  è la  cantoria , costruita  nel corso del XVIII secolo. L’altare maggiore, risalente al 1735, circa trent’anni dopo si arricchì della pala con la Gloria di Santa Chiara, firmata da Sebastiano Conca (1679 – 1764), noto pittore di scuola napoletana attivo anche a Roma e a Torino. Il primo altare lungo il fianco destro è ornato da un olio su tela raffigurante una Natività, opera di incerta attribuzione, ma senza dubbio di grande pregio dato che fu stimata ben più della tela del Conca. Sotto l’altare successivo, dedicato a San Francesco d’Assisi, è collocato il corpo di Floresella, come ricorda una lapide in pietra: “qui giace il corpo / della Beata Floresella / fondatrice e dotatrice / di questo monastero di S. Chiara / Anno del Signore 1260”. Sul secondo altare a sinistra è posto lo Sposalizio della Vergine, olio su tela del sec. XVI del sulmonese Alessandro Salini. Sul primo altare di sinistra è una statua lignea raffigurante Sant’Antonio Abate, molto rimaneggiata e probabilmente da datare ad un periodo successivo. All’ingresso della chiesa, sul lato di destra, sotto la cantoria, è stato sistemato il portone in legno di rovere e pioppo, opera di un intagliatore locale, decorato ad intaglio con riquadri con raffigurazioni di santi e sante francescani entro cornici dal contorno variato, con in alto due stemmi a forte rilievo.

Dalla gradinata che prospetta sulla piazza (costruita nel 1714), attraverso un ampio portale settecentesco a tutto sesto, realizzato con conci di pietra sagomati, si accede ad un cortiletto selciato su cui affacciano la chiesa e i due portali di ingresso al convento e al parlatorio, che con le loro mostre rappresentano uno dei più raffinati e riusciti esempi di decorazione barocca.

Il Covento ,dal primitivo impianto planimetrico ad “L”, nel XVI secolo si passò con successive addizioni alla pianta quadrangolare attuale; un porticato - 1518 - circonda i lati settentrionale e occidentale del chiostro, mentre delle arcate sul lato orientale fanno ipotizzare la volontà di realizzare un porticato continuo sui quattro lati. Nel 1623 fu realizzato il parlatorio, collocato nella piazzetta antistante all’ingresso e consistente in un vasto ambiente comunicante, tramite una serie di aperture con grate, con l’interno della clausura. Prima di allora i parlatori si trovavano all’interno della chiesa. Il monastero di Santa Chiara raggiunse il suo massimo splendore nel corso del Settecento, quando furono completate le costruzioni sui tre lati del recinto della clausura e arricchiti gli interni con decorazioni barocche. Nel corso del XVIII secolo si provvide non solo a restaurare, ristrutturare e ricostruire ciò che era andato distrutto nel terremoto del 1706, ma anche a completare il complesso edilizio con l’aggiunta di altri locali. Intorno al 1837 si portarono a compimento gli ultimi ampliamenti, con l’aggiunta di nuovi fabbricati sul lato nord verso la piazza.

ll complesso rappresenta ancora, per l’organizzazione degli ambienti e le rigorose modalità di comunicazione con l’esterno, valida testimonianza della vita di clausura che vi si conduceva, nonostante le pesanti alterazioni attuate dopo la sua soppressione. Gli ambienti monastici del piano terra erano di servizio, legati all’organizzazione della vita claustrale: parlatorio, cappella interna, refettorio, cucina, dispensa, cantine e altro; il piano superiore ospitava, invece, l’educandato, il coro, il dormitorio. L’impianto originario di quest’ultimo, costituito da una serie di lunghi corridoi su cui si aprivano le stanzette delle religiose, è stato quasi completamente stravolto dai numerosi rifacimenti, tanto che solo di una piccola parte delle celle rimane traccia, nell’ala occidentale adiacente alla chiesa. Il monastero, chiuso nel 1918, alla morte dell’ultima clarissa che ancora vi dimorava, conserva, nei locali che furono del refettorio e in altri ambienti, affreschi del XV – XVI secolo; nell’ex-cappella molto interessante è il ciclo pittorico pertinente alla chiesa primitiva.

 

(1)    http://www.visit-sulmona.it/poi/294/chiesa-e-convento-di-santa-chiara/3#sthash.o8bj5D8l.dpbs

Eremo Rocca S. Stefano venerdì  28 agosto 2020