Sulle pareti della domus orationis (cappella interna
riservata alle monache di clausura, che potevano così assistere alle
celebrazioni liturgiche),del Convento di Santa Chiara ( ora sala museale ),
sono ancora visibili tracce di affreschi, datati tra la fine del Duecento e
l’inizio del Trecento. Il ciclo pittorico, venuto alla luce nel recente
intervento di restauro dell’edificio, illustra scene della vita di Gesù,
alternandole ad episodi della vita di San Francesco. L’ambiente, risparmiato
dal terremoto degli inizi del Settecento, è stato più volte modificato nel
corso del tempo e l’assetto spaziale stravolto, per cui oggi porzioni delle
pitture sono interrotte da pareti e da uno scalone, aggiunti in un secondo
momento. Il ciclo è articolato su due registri sovrapposti, conservati solo
parzialmente: in quello superiore sono ancora leggibili gli episodi della
Predica davanti ad Onorio III, il Battesimo di Cristo, San Francesco che riceve
le stimmate e Gesù nella casa del Fariseo; in quello inferiore sono
rappresentate la Flagellazione e la Crocifissione. Nell’oratorio si sono
conservati altri due dipinti, risalenti al XVI secolo: la pala con la
Crocifissione sull’altare maggiore in stucco e la Vergine col Bambino tra San
Francesco e Santa Chiara nella lunetta del portale d’accesso. (1)
La fondazione del monastero di Santa Chiara, che sorge
sulla parte occidentale di Piazza
Garibaldi e che è in parte nascosto ,
guardando dalla piazza stessa da una costruzione che si frappone alla vista, risale probabilmente tra il 1260
e il 1269 . Anni in cui la beata Floresenda o Floresella, figlia del conte di
Palena, Tommaso di Caprifico soggiornò a Sulmona e volle arricchirla di uno
dei più belli insediamenti monastici delle clarisse nel
Regno di Napoli .Portando già una ricchissima dote che nel tempo si arricchì
ulteriormente grazie soprattutto alle
numerose ed ingenti donazioni. . Un luogo ricco di storia e di avvenimenti
storici ; sede della real Camera di Santa Chiara e studio di teologia dove per esempio fu
formulata la riforma dell’ordine religioso a cui il
convento apparteneva.
Come la maggior parte degli edifici conventuali francescani sorgeva al di fuori
del nucleo urbano più antico, in quanto
si apriva non solo all’attuale piazza ma
anche a tutta la parte occidentale della città che confinava con la Porta
Napoli e che vide dopo molti anni, appunto
in occasione della riforma dell’ordine francescano , altri insediamenti come quello di S. Francesco dei “ zoccolanti” a differenza di quelli della “scarpa” che rimasero all’interno delle mura cittadine.
Dunque l’’intero complesso monastico occupa una vasta area
che dall’antica piazza Maggiore, a cui fa da sfondo, arriva con i suoi campi a
lambire il tratto orientale delle mura di cinta del XIV secolo, sorte per
racchiudere i nuovi borghi in formazione. Esso si sviluppa su un quadrilatero e
comprende la chiesa aperta ai fedeli, con la retrostante cappella ad uso
interno, il campanile, l’edificio conventuale vero e proprio, organizzato su
due piani attorno ad un chiostro rettangolare, il parlatorio ed alcune case di
pertinenza che si affacciano su una piazzetta-sagrato.
La clausura fu per le suore scuola e laboratorio di
attività lavorative. Numerose erano le
attività artigianali e delle arti femminili come il ricamo. D al Quattrocento
nacque l’arte del confetto e la sua lavorazione artistica che nei secoli ha reso celebre Sulmona nel
mondo.
Il Convento venne più volte ricostruito, restaurato ed
ingrandito, sia per far fronte alle crescenti esigenze di spazio, sia a causa
dei danni provocati dai frequenti terremoti che distrussero molte volte la
città, e in particolare quello del 1456
e del 1706, tanto che attualmente si conserva ben poco della struttura
originaria.
Nell’Ottocento a fronte di un ampliamento
che nel 1837 attestavano le floride condizioni dell’istituto monacale
si registra la soppressione , con un periodo di declino. La proprietà passò prima al Ministero di Grazia e Giustizia
e infine, nel 1907, al Comune di Sulmona. Per l’adeguamento alle diverse e
mutate destinazioni d’uso (scuola, asilo, ricovero per anziani, ma anche campo
da gioco e sala cinematografica) vennero apportate ulteriori modifiche alle
strutture, soprattutto nella distribuzione degli spazi.
Sulla facciata del convento , al fianco della porta di ingresso si vede ancora la “ ruota degli esposti “ ,un meccanismo come una moderna porta girevole dove venivano deposti i neonati abbandonati e quindi affidati al monastero.
Il ricordo più forte e commovente che conservo di quella struttura negli anni
cinquanta e sessanta dello scorso secolo è quello dell’oratorio. Grazie all’intraprendenza di un sacerdote della famiglia di Don Orione quell’oratorio fu il luogo di incontro e di riferimento di alcune generazioni di
adolescenti che poterono fare non solo dello sport ,in particolare il calcio
nel grande campo sportivo lungo
la circonvallazione orientale. Ma anche assistere a spettacoli cinematografici tra cui
gli indimenticabili film western oggi di
“cult”, quelli che ripropone rai movie
il lunedì sera . Film con attori
italiani dal nome camuffato, prodotti a Cinecittà
, che raccontavano sempre le stesse storie
ovvero la lotta tra allevatori ed
agricoltori, l’impegno di sceriffi
votati alla legge e al suo rispetto,la conquista del west con le carovane in viaggio per
mesi nei territori degli indiani per
conquistare un pezzo di terra arida e in pieno deserto. E poi l’epopea dei
cercatori di oro e le cariche dell’esercito nordista. A differenza della Sala Antoniana gestita dai
francescani della chiesa di S.
Antonio al fianco del carcere giudiziario di S. Pasquale. Quei frati gestivano anche un istituto di formazione professionale . Nella loro sala
cinematografica proiettavano film altrettanto indimenticabili come le commedie
e tragedie shakespeariane trasposte su
pellicola e opere del melodramma
italiano. Noi a dolescenti potevamo
permetterci di ve dere dei film in quelle sale
perché il costo del biglietto era di poche lire a differenza delle altre
due sale cinematografiche il Pacifico e il Balilla il cui biglietto costava di più e la cui programmazione vedeva
in proiezione le opere del neorealismo
e della commedia italiana . Molti
anni dopo , quando le due sale
parrocchiali erano ormai chiuse,
prendemmo l’abitudine di andare al cinema Pacifico il venerdì sera perché in
quel giorno cambiava la programmazione e
il film veniva tenuto per il
weekend . Così
quei venerdì rimasero impressi
nel nostro cuore e nella nostra memoria per il gruppo di amici che si raccoglieva in quella sala e per i film
che vedemmo da Indagine du un cittadino
al di sopra di ogni sospetto alle opere
di Sordi, Antonioni, Monicelli, Ferrara
e molti altri.
Ma riprendiamo il nostr discorso sul Convento e la chiesa di S. Chiara. L’edificio conventuale ospita attualmente al primo livello il Polo Culturale Civico Diocesano di Santa Chiara, mentre il piano superiore è adibito a casa di riposo per anziani. Degli ambienti a pianterreno la cappella interna, insieme ad un altro vano ed al vasto refettorio, è utilizzata come spazio espositivo del Museo Diocesano di Arte Sacra; altri tre locali sono riservati alla Biblioteca Diocesana, nella cui sala di lettura - allestita nell'ex-parlatorio - è ancora possibile ammirare le mostre in pietra delle grate, dietro le quali le clarisse potevano incontrare i visitatori. Nei restanti ambienti è esposta la collezione d’arte moderna e contemporanea della Pinacoteca Comunale, collegata alla Rassegna Internazionale d’Arte Contemporanea che annualmente si svolge nella città.
La chiesa di S. Chiara . Salite le scale e attraversatol un androne che si
apre al centro di un basso corpo di fabbrica che
sovrasta le scale stesse , ti appare d’un
tratto la facciata della chiesa. Te la trovi a picco davanti agli occhi . Una specie di sagrato così piccolo e intimo
che ti sembra di entrare in un mondo diverso
da quello che hai appena lasciato nella vastità della piazza Maggiore ,da
piazza Garibaldi. Ti appare nella sua interezza la facciata del tempio e - a sinistra - gli
splendidi portali di ingresso al monastero delle clarisse. Il prospetto della
chiesa, inquadrato da un ordine di lesene binate su alto basamento in pietra, è
finito ad intonaco e si conclude, in alto, con un timpano curvilineo spezzato
che accoglie nel mezzo un fastigio barocco in stucco con oculo ellittico
centrale. Il portale, realizzato con conci di pietra sagomati secondo stilemi
barocchi, è impreziosito da un timpano dal profilo curvilineo, interrotto nel
mezzo per accogliere un medaglione in pietra di forma ellittica; in alto, in
asse con il portale, si apre un’ampia finestra rettangolare con timpano
mistilineo e motivo a conchiglia. Le ante lignee del portone d’accesso,
risalenti al 1671, dopo il recente restauro sono state esposte all'interno
della chiesa.
E’ il percorso, quello attraverso la scalinata ,l’ingresso nell’androne che da sul sagrato, attraverso il sagrato stesso e la porta della chiesa che compie la statua della Madonna che scappa in piazza. Dopo la sua corsa dalla porta della chiesa di S. Filippo all’arcata dell’acquedotto medioevale dove l’attende la statua del Cristo risorto per tutta la piazza la statua entra nella Chiesa di S, Chiara dove anticamente veniva sostituita la base leggera per la corsa con una base più pesante.
La Chiesa subì danni dal terremoto del 1706 e fu ricostruita dall’ architetto bergamasco Pietro Fantoni
(lo stesso artefice del rifacimento della chiesa della SS. Annunziata), che
rispettò le volumetrie e l’articolazione spaziale del precedente fabbricato.
Sul suo fianco destro si erge il campanile a pianta quadrata, che si sviluppa
su quattro ordini; la parte superiore crollata nel 1587 è stata poi
ricostruita.
La chiesa costituisce uno dei più significativi esempi di barocco in Abruzzo.Gli stucchi caratteristici di questo stile ne adornano le pareti e le volte. La ristrutturazione settecentesca ,come abbiamo detto, a cura dell’architetto Fantoni, senza alterarne la volumetria, ma riproponendo il semplice impianto planimetrico a sala della chiesa originaria, con una misurata alternanza di pieni e di vuoti conferisce una nuova veste all’edificio .
Infatti furono
apportate modifiche .Fu sopraelevata l’area presbiteriale con
l’inserimento di una cupola ellittica a profilo ribassato e sui i muri perimetrali, furono aperte due nicchie per due altari minori in raffinato commesso marmoreo di
scuola pescolana. Le pareti sono scandite da paraste corinzie che sostengono
un’alta trabeazione modanata, su cui imposta la copertura a botte lunettata.
Sulle pareti laterali sono collocati sei coretti, in legno intagliato e dorato,
destinati alle monache e per questo dotati di fitte grate che consentivano loro
di partecipare alla liturgia nel rispetto del voto di clausura, essendo la
chiesa aperta anche ai fedeli.
Dietro la facciata è la cantoria , costruita nel corso del XVIII secolo. L’altare maggiore,
risalente al 1735, circa trent’anni dopo si arricchì della pala con la Gloria
di Santa Chiara, firmata da Sebastiano Conca (1679 – 1764), noto pittore di
scuola napoletana attivo anche a Roma e a Torino. Il primo altare lungo il
fianco destro è ornato da un olio su tela raffigurante una Natività, opera di
incerta attribuzione, ma senza dubbio di grande pregio dato che fu stimata ben
più della tela del Conca. Sotto l’altare successivo, dedicato a San Francesco
d’Assisi, è collocato il corpo di Floresella, come ricorda una lapide in
pietra: “qui giace il corpo / della Beata Floresella / fondatrice e dotatrice /
di questo monastero di S. Chiara / Anno del Signore 1260”. Sul secondo altare a
sinistra è posto lo Sposalizio della Vergine, olio su tela del sec. XVI del
sulmonese Alessandro Salini. Sul primo altare di sinistra è una statua lignea
raffigurante Sant’Antonio Abate, molto rimaneggiata e probabilmente da datare
ad un periodo successivo. All’ingresso della chiesa, sul lato di destra, sotto
la cantoria, è stato sistemato il portone in legno di rovere e pioppo, opera di
un intagliatore locale, decorato ad intaglio con riquadri con raffigurazioni di
santi e sante francescani entro cornici dal contorno variato, con in alto due
stemmi a forte rilievo.
Dalla gradinata che prospetta sulla piazza (costruita nel
1714), attraverso un ampio portale settecentesco a tutto sesto, realizzato con
conci di pietra sagomati, si accede ad un cortiletto selciato su cui affacciano
la chiesa e i due portali di ingresso al convento e al parlatorio, che con le
loro mostre rappresentano uno dei più raffinati e riusciti esempi di
decorazione barocca.
Il Covento ,dal primitivo impianto planimetrico ad “L”, nel
XVI secolo si passò con successive addizioni alla pianta quadrangolare attuale;
un porticato - 1518 - circonda i lati settentrionale e occidentale del
chiostro, mentre delle arcate sul
lato orientale fanno ipotizzare la volontà di
realizzare un porticato continuo sui quattro lati. Nel 1623 fu realizzato il
parlatorio, collocato nella piazzetta antistante all’ingresso e consistente in
un vasto ambiente comunicante, tramite una serie di aperture con grate, con
l’interno della clausura. Prima di allora i parlatori si trovavano all’interno
della chiesa. Il monastero di Santa Chiara raggiunse il suo massimo splendore
nel corso del Settecento, quando furono completate le costruzioni sui tre lati
del recinto della clausura e arricchiti gli interni con decorazioni barocche.
Nel corso del XVIII secolo si provvide non solo a restaurare, ristrutturare e
ricostruire ciò che era andato distrutto nel terremoto del 1706, ma anche a
completare il complesso edilizio con l’aggiunta di altri locali. Intorno al
1837 si portarono a compimento gli ultimi ampliamenti, con l’aggiunta di nuovi
fabbricati sul lato nord verso la piazza.
ll complesso rappresenta ancora, per l’organizzazione degli
ambienti e le rigorose modalità di comunicazione con l’esterno, valida
testimonianza della vita di clausura che vi si conduceva, nonostante le pesanti
alterazioni attuate dopo la sua soppressione. Gli ambienti monastici del piano
terra erano di servizio, legati all’organizzazione della vita claustrale:
parlatorio, cappella interna, refettorio, cucina, dispensa, cantine e altro; il
piano superiore ospitava, invece, l’educandato, il coro, il dormitorio. L’impianto originario di quest’ultimo, costituito da una serie di lunghi
corridoi su cui si aprivano le stanzette delle religiose, è stato quasi
completamente stravolto dai numerosi rifacimenti, tanto che solo di una piccola
parte delle celle rimane traccia, nell’ala occidentale adiacente alla chiesa.
Il monastero, chiuso nel 1918, alla morte dell’ultima clarissa che ancora vi
dimorava, conserva, nei locali che furono del refettorio e in altri ambienti,
affreschi del XV – XVI secolo; nell’ex-cappella molto interessante è il ciclo
pittorico pertinente alla chiesa primitiva.
(1) http://www.visit-sulmona.it/poi/294/chiesa-e-convento-di-santa-chiara/3#sthash.o8bj5D8l.dpbs


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