martedì 11 agosto 2020

STORIE E VOCI DAL SILENZIO Jamm' mò’

 


Jamm’mo’  che significa “andiamo ora “ nacque come incitazione alla sollevazione civile dopo la soppressione di uno dei presidi più rilevanti della città di Sulmona ,il Distretto militare il 2 e 3 febbraio  1957. si sollevava l’intera cittadinanza per difendere il Distretto Militare da una soppressione che suonava come l’ennesimo scippo, l’ennesima spoliazione ai danni di una città. La sollevazione fu massiccia e unanime, innescata dalla presenza del prefetto dell’Aquila Ugo Morosi, giunto a ripristinare l’autorità istituzionale: il consiglio comunale infatti era dimissionario, in seguito al trasferimento nottetempo del Distretto nel capoluogo di provincia. Con un congruo bilancio di feriti e contusi, la comunità sulmonese tutta, senza distinzioni sociali, si oppose all’ennesima mortificazione. Vi sarà anche un processo penale che vedrà sul banco degli imputati molti di coloro che parteciperanno all’insurrezione cittadina.


Nel 2019 si è costituita a Sulmona anche una associazione denominata Jamm’ mo’ per  unire e rilanciare le speranze di una città piena di storia e di cultura ma che negli ultimi anni ha subito una serie di mortificazioni e di spoliazioni complice una politica  spenta e senza orgoglio, senza idee e senza strategie. I giovani che hanno dato vita a questo progetto  sono convinti che “Insieme si può'”. Una  voglia di cambiamento di rotta che la neonata Associazione di Promozione sociale denominata “JAMM MO’” vuole che si realizzi in un’area che raccoglie ben 5 valli (Valle Peligna, Alto Sangro, Sagittario , alta val Pescara e Subequana)

 

Tutto ha inizio   con la comunicazione  del  ministro Paolo Emilio Taviani, titolare del Dicastero della Difesa, in applicazione di alcune, direttive adottate dai comandi militari della NATO, tese a ristrutturare la rete degli eserciti alleati in Europa, deve sopprimere 48 dei Distretti Militari dislocati sul territorio nazionale. Tra questi è compreso quello di Sulmona. Corre voce, ma non vi è alcuna documentazione al riguardo, che ad un primo esame del Ministero della Difesa, il Distretto da sopprimere sarebbe stato, in Abruzzo, quello di L' Aquila. La circolare ministeriale, però, indica quello di Sulmona tra gli altri


Anche se una compiuta riflessione su quegli avvenimenti non è mai avvenuta per comprendere fino in fondo le ragioni della sollevazione di una città , a più di cinquant’anni dai quei fatti  ricordarli in un modo particolare come in questo post, sembra utile . La rivolta sulmonese del 1957 fornì lo spunto, all’epoca, per richiamare l’attenzione sulla Valle Peligna e per avviare quel dibattito che di lì a poco condurrà all’adozione di molteplici provvedimenti governativi in campo economico. Episodio che gli stessi protagonisti ritengono puramente accidentale nel suo scoppio, la rivolta non lo è, forse, nelle origini e nelle cause.
A questo proposito si segnala, in particolare, l’analisi della lotta intestina tra i locali esponenti dell’allora partito egemone in Sulmona, la Democrazia Cristiana (e di questi, uniti, contro i loro sodali aquilani), sceverata dal compianto Maurizio Padula, che un quarto di secolo fa ha dedicato un libro ai fatti del distretto.

 

I fatti di "Jamm' mò", in ogni caso, come una vera epopea che si rispetti, ebbero i loro cantori. Fiorì infatti in quel periodo una schiera di verseggiatori, anonimi ed illustri, che sentirono il gusto di celebrare le gesta dei sulmonesi in rivolta. Di Ottaviano Giannangeli sono le due composizioni che seguono:

NUNC EST EUNDUM (ovverosia Jamm' mò)


Dal torvo Morrone la fresca mattina


invade la valle. Sulmona supina


appare tra il verde. Nel cielo, più bella


sorridi Maiella.

 


I bimbi alla scuola van seri, pensosi.


Son forse presaghi di tristi marosi?


Ovidio tentenna la testa: "Per Bacco,


di noia mi fiacco".

 


Peligni, Peligni, terrore di Roma


chi dunque vi ha posto il giogo, la soma?


Son morti nel cuore gli evviva, i peani


dei tempi lontani?

 


Corfinio, è sepolto per sempre l'orgoglio?


la guerra continua... lo ha detto Badoglio.


I socii ove sono?.. te li mostrerò:


Vajjù, Jamme mò!.

 


Là verso il Quadrivio la gente s'appressa,


si accresce come onda, sobbalza, fa ressa


intorno ad un'auto che avanza, che gira,


che attonita mira.

 


Sulmona si scuote. Un vento trasvola


di fremiti e d'ire. Davanti a una scuola


si nutre, conflagra la prima scintilla


accesa alla Villa.

 


- Studente, docente, sù, dacci una mano!


E tu non mancare, borghese, artigiano,


a questa crociata, a questa rivolta!


non siamo alla svolta?

 


Il ballo comincia. Un canto di guerra


si leva rombando tra il cielo e la terra.


Il grildo è raccolto. Ognuno ascoltò.


Vajjù, JAMME MÒ!

 


Arrivano gippe, gipponi, soldati,


reparti leggeri, reparti blindati,


galoppa la Celere dai monti, dal mare.


Ragazzi, che fare?

 


Gli arnesi di guerra?! guardate là sotto...


si prendano i selci del vecchio acquedotto;


togliete gli infissi, le porte e finestre


per armi e balestre!

 


Coraggio, al nemico sbarrate 'la strada!


Vi chiama a raccolta la vostra contrada!


Quegli alberi a terra! Spandetelo a fiume,


l'ardente bitume.

 


Sù, forza ragazzi! Ebbene, la storia


non v'ha raccontato di Quel di Portoria,


di quel che il piccolo sasso lanciò?


Vajjù, JAMME MÒ!

 


O care giornate del nostro riscatto:


lanciaste ai soprusi il grido di sfratto!


Oh vecchia campana peligna risuona!


Avanti Sulmona!

 


Risuona tra i monti Sirente e Maiella:


che Italia l'ascolti, la lieta novella!


Risuona tra i monti Morrone e Genzana,


peligna campana!

 


Oh santo vessillo che un giovane al vento


faceva garrire, raccogli il concento:


dei tanti drappelli fa' santa una lega


e al ciel ti spiega!

 


Sù, sù, Vittorito, Corfinio, Raiano,


Bugnara, Introdacqua, Pacentro, Cansano!


a Pratola e a Popoli, Sulmona volò


il tuo JAMME MÒ!

 

 

LE DU JURNATE DE SULMONE (2-3 febbraio 1957)


Lu popule s'arrevote tutte de botte


contre lu Guverne che lu vò fotte.


Quist'appunte sta annutate a nu librette


co la frase "arrevuleme lu distrette".

 


Pirciò m'arrevé nmente la battaija


e lu zulfarielle ch'appiccì la paija:


de matina prieste cumenzise la tresche,


come quande acchiappivene i tudesche.

 


Nu rione intere circundirene


le pratiche de lu distrette carechirene,


po', pe restabbilì l'assette,


ecchete che inviirene lu Prefette!

 


La stime, l'amore, che gli tributirene!


rinchiuse na iurnata lu tenirine.


A na cert'ore i brave cunsigliere


lu trasferirene ai Carabiniere.

 


Intante lu popule 'n fermente


piagneve senza botte, senza niente,


ardivene 'nterre sotte sotte


'na decine de robuste cannelotte.

 


Lu iuorne dope, senza cumplimente,


arrive de la Celere nu reggimente


ed ecch' a na cert'ore


ricumenze la mischie traditore.

 


Le porte, le fenestre accatastate,


i banche, i cancielle tutte schiuvate


facirene capì ch'ivene arrevate


de Sulmone le due iurnate.

 


Pe le vie, a mane, a mane


s'aprivene le caruvane;


ogni tante sott'a na cunette


s'abbluccheve na camiunette.

 


Cuscì la Celere romane de lu caruselle


pe' la matosche! se l'ha viste belle:


impresse ié remaste chelle che so'


le parole famose: JAMME MO'!

 

Un altro verseggiatore, un sulmonese rimasto anonimo per essersi firmato con la sigla PATI, dette alle stampe, per i tipi della tipografia Labor di Sulmona, un libello intitolato "Il Bidone".

 

2 FEBBRAIO 1957

Il Distretto che han levato

un gran chiasso ha suscitato

e il fermento è aumentato

per il tiro a noi giocato.

Nuovi e vecchi tradimenti

accaldato hanno le menti

ed a questo poi il ministro

ha aggiunto un bel sinistro

quando a Roma bellamente

si è scusato vagamente.

Tutto il danno perpetrato

riferito poi in teatro,

traboccare ha fatto il vaso

per quest'ultimo sopruso.

Poi un dì, ecco t'arriva,

il Prefetto senza evviva.

Or comincia la sventura

del Prefetto testadura,

che beffando infin la gente

al Comun giunge ugualmente

e la folla che ha saputo

grida: "via, perch'è venuto?".

Ma la gente or ha una mira

e vieppiù sogghigna e adira,

e al Comune se ne andrà

in più grande quantità.

Al Prefetto impaurito

grida giungono all'udito.

"Come faccio a uscir di qua?;

chiede al Sindaco, "beh! che si fa?".

Il telefono squillando

allarmato ha il comando:

truppe e carri cingolati

fa arrivar ben lucidati.

Ma non bastano i soldati

né poi l'Arma e i poliziotti

e a frenare tanta gente

non son buon gli sfollagente.

E persino a profusione

lacrimogeni in funzione.

Qui la ciurma anche piangendo

non ripiega e sta godendo

nel tirar sassi alla forza

che si ripiega e si rinforza.

E non bastano le salve

ch'escon fuor dalle mitraglie,

qui s'aggiungon le campane

e le note sembran strane

alla gente che a quell'ora

crede sia la Candelora.

Ma alla forza quei rintocchi

fan piegar pure i ginocchi

e guardandosi negli occhi

dicon: "beh! che semo allocchi?"

...Nel Comune il poveraccio

divenuto è uno straccio,

da dieci ore o press'a poco

è assediato e non è poco.

Per tener la pelle addosso

egli esclama "Che far posso?".

Ma intanto al poveretto

par che il cuor esca dal petto,

per portarlo su di tono

somministran cardiocromo.

Poi a sera, in carro armato,

se la svigna macerato

ed a casa alfin tornato

con il naso un po' filato

ringraziando il buon Gesù

prega e giura: "Non lo faccio più".

 

3 FEBBRAIO 1957

Il bollor pare sedato

ed il sol splende indorato,

mentre, in piazza, di consueto,

or la gente di ogni ceto

si raggruppa e fa commenti

sui misfatti precedenti.

Ma con grande meraviglia

nota, invece, e se ne acciglia

quella celere temuta

e di notte trattenuta

con falò pece e bitume,

da ragazzi cui il barlume

per tardar, ha suggerito, q

uell'arrivo inaudito.

Ma per fare esibizioni

come il circo coi leoni

il tenente ch’è un romano

sollevata ha una mano

e così per fare i belli

fanno pure i caroselli.

Fendon l'aria i manganelli

per colpire donne e monelli

e la folla scompigliata

nei porton si è riparata.

Il tenente ormai sicuro,

che un colpo ha inferto duro,

fa cessar quel carosello

e il piacer lo fa più bello.

Ecco ancora i dimostranti

col cartello andare avanti

dove han scritto, nero e grande,

un invito al comandante:

"a lasciar questo paese

arcistufo delle offese".

Il tenente alla romana

li ammonisce e li richiama:

"state bboni" e in quel momento

un matton riceve al mento.

Qui una tipica espressione

"alla carech" - JAMM' MO"

strana suona e si capisce

alla forza che smarrisce.

Pure Ovidio ognor pensoso

par sorrida ed è gioioso

e incurante strizza l'occhio

a un impavido marmocchio

che additando verso i tetti

rivoltar fa quegl'inetti,

poi burlandoli oiboh!

loro grida: "picchialò! ".

Or per far salva la pelle

più non van per le melle,

già fregati coi portoni

sono stati quei fresconi;

quei portoni a doppio accesso

ch'evitar poi ha permesso

ai ragazzi furbi e lesti

di finir contusi e pesti.

Ricordar io devo infine

quelle provvide sentine

c'han permesso ai dimostranti

d'impedire d'andare avanti

alla Celere infuriata

proprio lì all'Annunziata.

E persin nell'Ospedale

dove audaci, a gran pedale,

implorando per pietà

sono usciti per di là.

Qui la celere ignorando

per corsie girovagando

ritrovata infin la porta

ha subìto, a farla corta,

ciò che sotto i gioghi infami

han provato un dì i Romani.

Or rimar non posso troppo

che ogni tanto esce un intoppo;

per finir questa canzone

or dirò di quel bidone

che a qualcuno è parso strano:

far girar con qualche mano

si potesse il cilindrone

grosso quanto un cisternone.

il rumor sinistro e strano

aumentando a mano a mano

mette in fuga i celerini

bianchi ormai come cerini.

Una ridda fiammeggiante

poi sprigiona il carburante

sparso e acceso sopra il fusto

accentuandone il trambusto.

Or la notte è già discesa

su Sulmona ben difesa;

per la strade è buio pesto

e sapor han di funesto.

E la Celere sfinita

in caserma è riparata;

ma sfiniti, e pare a josa,

vanno a casa i rivoltosi.

Poi la forza per rifarsi

ha pensato d'appostarsi

nei crocicchi e per il corso

dove agguantano pel dorso

tutti quel che passan là

per sfogar la curiosità.

Tutto ciò fin qui narrato

spero ben d'aver rimato;

nel timor d'aver errato

chiedo d'esser scusato

per aver di questi eventi

spifferato ai quattro venti.

 

Non solo gli improvvisati verseggiatori locali si interessarono ai fatti di "Jamm' mò": anche a livello nazionale si trovò chi ebbe da ridire sui fatti di Sulmona in versi e strofette. Mario Amendola, sceneggiatore di testi per riviste, avanspettacolo e programmi radiofonici produsse il seguente gioiello:

 

PRIMO: E lasciando Venezia dove vogliamo andare?

SECONDO: Ma è ovvio a Sulmona!... È la località di moda (Cantano sull'aria di "'Ramona") Sulmona / che ti succede per favore?/Sulmona/ma perché mai tanto furor?

SECONDO (canta su l'aria de "La sirena del laghetto"): Voglion toglierle il Distretto/come fu come non fu, /e Sulmona questo/proprio non lo vuole mandar giù. /Ma lasciatele il Distretto/grande industria in verità / (per i grandi capitali che ci spendono i soldà) /. (Viene avanti un rigido funzionario del Ministero della Guerra che canta sul motivo "Ma l'amore no")

FUNZIONARIO: Ma il distretto no/lasciarlo non si può/ormai così ha deciso il Ministero.

I TRE TIPI (si inginocchiano davanti al funzionario congiungono le mani e cantano sull'aria di "Munasterio e Santa Chiara"): Ministero della Guerra/cambia quest'idea bizzarra/Non le togliere il Distretto,/usa almeno un po' di tatto/non la fare disperar.

FUNZIONARIO (batte il piede per terra facendo scaturire una vampata di zolfo infuocato dal terreno, poi continua, cantando sempre sul motivo di "Ma l'amore no"): Ma il Distretto no/il Distretto non si può/Ormai così ha deciso il Ministero/e a Sulmona che vuol dimostrar si suonerà... (Tutti e quattro si prendono per mano e fanno il girotondo cantando sul motivo del "Valzer di pover gente"): Il valzer dello sfollagente/che sfascia le teste/così come niente./Mentre lei dice: il Distretto occorre,/ecco la Celere accorre!/Lei prima t'abbotta la testa/poi senza pensarci t'acchiappa e t'arresta/poi dirà "Ha ragione ci scommetto, dobbiamo ridarle il Distretto!". (La rivista finisce; a conclusione, quattro belle ragazze abruzzesi, in costume caratteristico ci cantano il coretto di chiusura).

CORO DI CHIUSURA: Qui finisce la rivista/che con animo innocente/prende in giro certa gente/che di sè parlare fa.

 

Le operette "immortali" rintracciate e qui riportate, nonostante siano il frutto di spiriti provinciali o tutt'al più goliardici, testimoniano ancora una volta come la rivolta di Sulmona abbia avuto tutte le caratteristiche racchiuse nella espressione dialettale "Jamm' mò"; ma ne esiste un'ultima anonima, che per le sue caratteristiche, linguistiche, letterarie e per la struttura complessiva sembra scaturisce direttamente dalla cultura popolare, senza alcuna intermediazione; la diamo qui di seguito:

 

LE TRE IURNATE DE SULMONE


Stu Guverne, dorma dorme,


passe uogge pe' demane,


sole nghe le bomb'ammane


lu putemme resbià!

 


Pe' piarce mo' pe fesse,


ce facirene la promesse


c'a Sulmone lu Destrette


nun l'avriene cchiù levate.


Ma se l'hanne po' purtate,


ste fetiente sbrevugnate!

 


A sta bella futteture


che ce porte tante danne,


la pacienza da tant'anne


s'è perdute adderetture!.

 


E de sere e de matine


senza tante meravije


s'hanne viste i sulmuntine


pe' tre juorne senza brije!


T'hanne fatte la battajje


nghe la stupefa sberraje


ca la cucce ha aula fà


dentre e fore a sta cettà.

 


I celerine strafettente


mo se l'hanna recurdà


chesta bella lezzione


recevute da Sulmone.

 


La miserie 'de la vite


mo' l'avessa fa pentì,


stu guverne tante cane


c'a lu puoste de le pane


te fa da' manganellate


a lu povere affamate!.

 

La trascrizione dialettale di questa composizione si avvicina molto alla lingua parlata, così come risultano tipicamente popolari sia le invettive che le espressioni figurate. Anche il verso, l'ottonario, è quello più comunemente usato nelle composizioni popolari. In ogni caso, tutte le composizioni concorrono alla celebrazione delle gesta del popolo sulmonese in rivolta. Si trattò di una vera epopea, con tanto di epica, scritta e orale.

 

Dunque, JAMM' MO, e si innalzano le prime barricate. Tra le 15 e le 16 del 2 febbraio del 1957, la popolazione di Sulmona in rivolta erige due barricate nel tratto di Corso Ovidio compreso tra il Quadrivio e la quattrocentesca fontana del Vecchio, a ridosso dell'acquedotto medievale. Gli agenti di Pubblica Sicurezza ed i Carabinieri non riescono a tenere la piazza, ma di lì a qualche momento ricevono rinforzi da Pescara. Con la Mobile pescarese la forza pubblica riguadagna il terreno perduto; le due barricate vengono in parte abbattute ed in alcuni punti della città vengono formati dei posti di blocco. Diminuisce l'intensità della rivolta, ma non a danno della qualità. Il Centro Storico è per il momento interdetto ai civili; tutta la zona adiacente a Palazzo San Francesco è pattugliata dalla polizia, ma nelle case che si affacciano sulle strade del Centro storico c'è fermento: una pattuglia di giovani comunisti, coadiuvata da altri giovani che con la politica non avevano mai avuto che vedere, sta organizzando un attacco particolare alle forze dell'ordine. Madri, sorelle e conoscenti di questi giovani hanno messo sul fuoco grossi caldai d'acqua a bollire; l'uso che se ne vuol fare è evidente: si intende raffreddare la animosità della polizia con scrosci d'acqua bollente. Fortuna vuole che il leader di questi giovani si rechi da un ex capo partigiano, ufficiale dell'Esercito Italiano nella campagna di Grecia e di Albania, rimasto in quella zona dopo 1'8 settembre nei ranghi partigiani, Claudio Di Girolamo, capogruppo comunista al Comune. Di Girolamo si rende conto che l'uso di una tale arma potrebbe scatenare una reazione molto pericolosa da parte delle forze dell'ordine ed affannosamente si reca in tutte le case dove si sta preparando il piano bellicoso ed impedisce che si prosegua in tal senso. 

Intanto il Prefetto pone in atto il primo tentativo di sfuggire alla trappola: il Marchese Mazara, dalle scale del portale meraviglioso di San Francesco della Scarpa, che dà su, Corso Ovidio, cerca di arringare i rivoltosi e di ridurli alla calma. L'azione costituisce in pratica un diversivo per consentire al Prefetto di uscire dal portone di via Mazara. La paura però gioca un brutto scherzo al funzionario: temendo l'accorrere improvviso dei sulmonesi in rivolta, il dottor Morosi esita troppo sull'uscio del portone di Via Mazara tanto che qualcuno si rende conto della manovra e sottrae la folla al comizio improvvisato dal Sindaco. Di nuovo il Prefetto deve rintanarsi all'interno del Comune. Visto che non riesce a trarsi d'impaccio con la forza disponibile sulla piazza, il dottor Morosi ricorre di nuovo al telefono e questa volta chiede aiuto alla Celere di Roma e di Senigallia.

 

"Addì 9 agosto 1954 A tutti i corrispondenti di stampa Sulmona. Prego le SS.LL. favorire nel mio ufficio giovedì prossimo 12 c.m., alle ore 19 precise, per importanti comunicazioni. Ringrazio ed ossequio. Il vice sindaco ingegner C. Giorgi".

La genericità di questa convocazione, concisa e suggestiva al punto da sollecitare il senso professionale di qualsiasi giornalista, avvia quella parte della storia di Sulmona sfociata nei moti popolari denominati "Jamm' mò". I fatti del 2 e 3 febbraio del '57 trovano la loro origine proprio nelle quattro righe di questa convocazione ad una conferenza stampa. Le importanti comunicazioni cui si riferisce il vice sindaco riguardano alcune voci sulla sorte del, Distretto Militare che dovrebbe essere soppresso. 

Purtroppo, alla data della spedizione di questa convocazione, è ormai tutto deciso. Il ministro Paolo Emilio Taviani, titolare del Dicastero della Difesa, in applicazione di alcune, direttive adottate dai comandi militari della NATO, tese a ristrutturare la rete degli eserciti alleati in Europa, deve sopprimere 48 dei Distretti Militari dislocati sul territorio nazionale. Tra questi è compreso quello di Sulmona. Corre voce, ma non vi è alcuna documentazione al riguardo, che ad un primo esame del Ministero della Difesa, il Distretto da sopprimere sarebbe stato, in Abruzzo, quello di L' Aquila. La circolare ministeriale, però, indica quello di Sulmona tra gli altri. E quando la notizia trapela, il sindaco Ercole Tirone ed il vice sindaco Clelber Giorgi corrono a Roma per vederci più chiaro. I funzionari del sottosegretariato non parlano. "Non ho avuto né conferma né smentita, ma soltanto la comunicazione che, per ora, l'attuazione della soppressione dei 48 distretti è soppressa", dirà alla confeI1enza stampa l'ingegner Giorgi. Anche il sindaco Tirone ha avuto una fitta serie di incontri riservati con 'personalità', ma non ottiene altro se non impassibili 'no comment'.

Questo, più o meno, è quanto riferisce l'ingegner Giorgi ai giornalisti.

 

La decisione di sopprimere il Distretto Militare di Sulmona, adottata contro ogni logica di un'equa ristrutturazione logistico-militare, ed ultima spoliazione in ordine di tempo di altri uffici amministrativi di varia natura - tutti riassorbiti dal capoluogo provinciale - esasperò questo risentimento non tanto per l'episodio in sé, quanto invece perché chiariva, al di là di ogni ragionevole dubbio, che sul piano della gestione clientelare del potere il gruppo democratico cristiano di L'Aquila non era disposto a concedere nulla agli "amici" delle altre zone. Il blocco degli "amici" di Sulmona e della Valle Peligna si convinse che veniva messa in discussione la propria sopravvivenza, minacciata di morte per asfissia causata dalla invadente potenza dei capi aquilani e dalla povertà endemica della zona, destinata a durare nel tempo. E l'immediata concretizzazione della difesa della propria esistenza venne trovata nella mobilitazione popolare in difesa del Distretto Militare, periodicamente ricorrente, dallo sciopero dell'agosto del '54 fino alle dimissioni del consiglio comunale il 30 gennaio del '57. In questa data il gruppo dirigente della Democrazia Cristiana sulmonese, di fronte al trafugamento notturno del Distretto Militare, rispose con il "suicidio" di tutte le istituzioni civili cittadine. Ma il 'cupio dissolvi' posto in atto con le dimissioni di tutti gli organi dell'ente locale sulmonese, non travolse il gruppo dirigente DC che in tutte le situazioni, anche le più drammatiche, è sempre riuscito a salvaguardare la propria identità e compattezza qualitativa, anche se quantitativamente compromessa. A distanza di oltre un quarto di secolo da quei fatti, riesaminandoli nella loro completezza, si ha l'impressione che la prima parte della vicenda "Jamm' mò", durata ben tre anni e mezzo, altro non sia stata che una vicenda interna della Democrazia Cristiana; che, cioè, sia stata una partita giocata e vinta dalla DC aquilana da una parte contro la DC sulmonese dall'altra. Una partita fatta concludere in maniera dignitosa e retorica non da un democristiano, bensì da un personaggio dignitoso e retorico che con la Democrazia Cristiana aveva poco da spartire: il liberale Marchese Mazara. 

Se perciò si è parlato di rivolta borghese per dare un'etichetta a "Jamm 'mò", con molta probabilità ci si è lasciati condizionare, oltre che dai numerosi personaggi che occuparono la ribalta, anche dall'aspetto di questa prima parte della vicenda che, sebbene opportunamente dissimulato, si leggeva tra le righe. La seconda parte di "Jamm' mò" nasce da una rivolta popolare ma produce gli effetti che erano stati perseguiti, ma non ottenuti nella prima. Nella prima fase i protagonisti li troviamo tutti all'interno dell'entourage democristiano e sono figure di liberi professionisti, ufficiali a riposo ed esponenti della vecchia nobiltà locale; il popolo, se ci si passa il termine, aveva svolto soltanto una funzione di comprimario, utile allo svolgimento della commedia, ma sul tessuto di una trama intrecciata da altri. Nella seconda fase i protagonisti della prima vengono spazzati via ed i comprimari occupano prepotentemente la scena, non rispettando più le battute del copione. Viene però inconsapevolmente avviato quel processo che consentirà ai notabili DC locali di farsi "borghesia di stato", nonostante la sconfitta ad opera dei boss aquilani. 

 

 

Fonte  http://digilander.libero.it/nadiapad/cap6.htm

Eremo Rocca  S. Stefano  martedì  11 agosto 2020














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