La carestia indiana causata a più riprese (1769-70, 1876-79 1896-1900) dalle politiche economiche e amministrative britanniche, costò la vita a 27 milioni di cittadini del Regno Unito paragonabile solo all collasso della dinastia Ming (1635-1662) che lasciò sul campo 25 milioni di cinesi.
«Dopo la prima guerra mondiale ci fu la più grande carestia di tutta la storia. Nella sola Cina settentrionale morirono di fame 15.000 persone al giorno. Ma la penuria di viveri fu anche peggiore dopo la seconda guerra mondiale: un quarto del mondo moriva di fame! E da allora molti continuano a patire la fame. »
L’India ha visto nel corso dei secoli spaventose
carestie con milioni di morti. Alcuni esempi: la più grave carestia che si
ricordi avvenne nel 1769-70; sarebbe perito un terzo della popolazione del
Bengala, più di dieci milioni di persone, diverse decine di milioni in tutta
l’India. Fra il 1860 e il 1880 ci furono sei grandi carestie. Fra il 1860 e il
1908, ve ne furono venti. La carestia del 1865-66 costò tre milioni di vite
umane, quella del 1876-78 più di cinque milioni. Nel 1896-98, morirono altri
cinque milioni; nel 1899-900, tre milioni e mezzo.
Disse Radindranath Tagore La mancanza cronica di cibo e acqua, la mancanza di igiene e di assistenza medica, la trascuratezza nei mezzi di comunicazione, la povertà delle misure educative, l’onnipresente spirito di depressione che vidi di persona, prevalente nei nostri villaggi dopo oltre un secolo di dominio britannico, mi fa perdere ogni illusione sulla loro benevolenza.
Scrive Ramtanu Maitra Gli analisti britannici imputano alla siccità il crollo della produzione agricola che portò alle carestie, ma questa è una mera menzogna. I britannici, impegnati nelle guerre in Europa (e altrove) e nell’impresa coloniale in Africa, esportarono grano dall’India per sostenere le proprie operazioni militari, causando così la penuria di cibo in India. Gli abitanti che si trovarono a vivere nelle zone colpite delle carestie vagavano senza meta, ridotti a scheletri ricoperti di pelle, e morivano a milioni. La natura satanica di questi dominatori britannici non verrà mai ribadita a sufficienza.
Una politica sistematica di spopolamento .
Benché non esistano censimenti accurati, nell’anno 1750 la popolazione indiana era intorno ai centocinquantacinque (155) milioni. Quando ebbe fine il dominio britannico, nel 1947, la popolazione dell’India non ancora divisa era intorno ai trecentonovanta (390) milioni. In altre parole, durante i centonovanta anni di saccheggio e di carestie organizzate, la popolazione crebbe di duecentoquaranta (240) milioni. Dal 1947 e per sessantotto (68) anni la popolazione del subcontinente indiano (India, Pakistan, Bangladesh) andò crescendo fino a raggiungere quasi il numero di un miliardo e seicento milioni. Nonostante la povertà e i difetti nella sua economia, con l’indipendenza dall’Impero Britannico la popolazione aumentò di un miliardo e duecento milioni di persone in quasi un terzo del tempo.
I dati mostrano che in questo ultimo periodo il subcontinente indiano fu colpito dalla siccità in alcune regioni, ma senza che questa si trasformasse in carestie. Ciò non toglie che la carenza di cibo e di sistemi di distribuzione di generi alimentari ancora uccida migliaia di persone ogni anno. È da notare anche che prima che gli scarponi britannici calcassero il suolo indiano la carestie che pure si ebbero, furono registrate con molta minore frequenza, intorno a una per secolo.
Da ciò si evince che non vi furono ragioni naturali
delle carestie durante il controllo coloniale. Esse si ebbero soltanto perché
l’Impero le progettò, con l’intento di rafforzarsi con il saccheggio e
l’adozione di una politica di spopolamento non dichiarata. La ragione fu quindi
la convinzione che questa politica avrebbe ridotto i costi del controllo
imperiale sulla regione. (1)
“I britannici si rifiutarono di prestare un soccorso adeguato alle vittime della carestia motivando che tale misura avrebbe incoraggiato l’indolenza. Sir Richard Temple, che nel 1877 era stato selezionato per organizzare gli sforzi di soccorso in piena carestia, decise che la razione di cibo per gli indiani affamati dovesse ammontare a sedici once di riso al giorno, meno della dieta per i prigionieri del campo di concentramento di Buchenwald destinato agli ebrei nella Germania di Hitler. La ritrosia dei britannici nel rispondere con urgenza e vigore alla penuria di cibo ebbe come esito una serie di circa due dozzine di sconcertanti carestie, durante l’occupazione britannica dell’India. Queste spazzarono via decine di milioni di persone. La frequenza delle carestie mostrò un sconcertante tendenza a crescere nel XIX secolo. (2)
Un’altra
grande carestia si verificò al tempo della seconda guerra mondiale e precisamente
nel Bengala . La regione faceva parte dell'India
britannica, ma l'Esercito imperiale giapponese aveva
occupato la Birmania
e controllava il golfo del Bengala. L'emergenza iniziò in
seguito ad un'inondazione che nell'ottobre 1942 distrusse i raccolti. Il numero
delle vittime, a seconda delle stime, varia tra i due e i quattro milioni di
persone.
Il disastro è attribuibile a una molteplicità di fattori, legati al conflitto, ed acuito da alcune decisioni politiche, in particolare la strategia inglese della "terra bruciata" tramite l'acquisto e l'immagazzinamento di riso, per impedire gli approvvigionamenti ai giapponesi (che avevano già occupato la Birmania e progettavano l'invasione dell'India), e il rifiuto di inviare cibo da altre zone dell'Impero britannico.
Dunque durante i cento novant’anni di
saccheggio e di sfruttamento per mano britannica, il subcontinente indiano subì
una dozzina di grandi carestie, che nel loro insieme uccisero milioni di
indiani di ogni regione. Quanti milioni di indiani perirono in questo modo non
è facile da stimare con esattezza, tuttavia i dati forniti dai dominatori
britannici indicano che potrebbero essere sessanta. Ovviamente, la cifra reale
potrebbe essere di gran lunga superiore.
Ancora una carestia si verificò nel 2009 tanto che i giornali indiani scrivevano a quel L’India
si trova in un momento molto difficile: quest’anno il monsone è praticamente
mancato ed il governo si prepara ad affrontare un’emergenza. Quasi metà del
Paese soffre per la siccità e ciò potrebbe ridurre la produzione di riso del
10%. Il ministro dell’agricoltura, Sharad Pawar, ha però assicurato che il
governo userà le sue riserve per tener sotto controllo i prezzi ed aumentare la
disponibilità del riso. Se i prezzi aumenteranno, infatti, il governo centrale
immetterà sul mercato le sue scorte di riso e frumento.
Dieci Stati hanno già dichiarato l’emergenza siccità in 246 distretti. Ciò equivale al 46% dei distretti di tutto il pese. I giornali riportano casi di suicidi di contadini disperati: nel Vidarbha, solo la scorsa settimana si sono uccisi sei agricoltori. Il ministro Pawar ha detto che il governo centrale provvederà granaglie supplementari agli Stati per distribuirli a oltre 115 milioni di persone che vivono sotto la soglia della povertà. Nel frattempo egli ha proibito qualsiasi esportazione di riso, frumento e zucchero.
Per tranquillizzare la situazione, il ministro delle finanze, Pranab Mukherjee, ha detto che il governo è pronto ad importare granaglie per affrontare l’impatto della siccità e garantire la disponibilità di beni essenziali. Con ogni probabilità nel Paese il prezzo del cibo rimarrà elevato. Lo scorso anno i prezzi degli alimentari sono diminuiti nel mercato mondiale, ma in India sono saliti. La paura è che quando l’India comincerà a comperare granaglie sul mercato mondiale, anche i prezzi cresceranno.
Sulla stampa indiana si continua ad informare sulle conseguenze della siccità, ma appaiono anche notizie come questa: “Frumento sufficiente per alimentare per un anno 1,5 milioni di famiglie sta marcendo nel Punjab. Mentre siccità e scarsità di cibo minacciano il paese, il Punjab, granaio dell’India, sta sciupando 1,8 milioni di metri cubi di frumento.” I giornali riportano che a Khamanu, distante 50 km dalla capitale Chandigarh, enormi mucchi di sacchi sono accumulati senza cura, dimostrando negligenza ed insensibilità. Centinaia di migliaia di sacchi da 50 kg sono deteriorati perché rimasti all’aperto per mesi e forse anni. Gli agricoltori hanno protestato per la mancanza di infrastrutture governative nel granaio della nazione. A causa di ciò, molto frumento prodotto in loco, viene esportato ed usato come mangime per animali. (3)
La
Banca asiatica per lo sviluppo (Adb) ha annunciato nel 2008 stanziamenti d’emergenza per
aiutare i circa 1,7 miliardi persone che in Asia vivono con meno di 2 dollari
al giorno, maggiori vittime della crisi alimentare. Essa è però criticata
perché continua a trascurare gli investimenti nell’agricoltura. perché in oltre 40 anni ha dedicato poca attenzione
all’agricoltura, destinandole appena l’11% dei fondi per la regione
Asia-Pacifico. Osservano che l’ambizioso progetto che essa ha approvato per
eliminare la povertà entro il 2020, trascura investimenti diretti
nell’agricoltura, seppure Kuroda insista che lo sviluppo di strade e
infrastrutture porta benefici anche l’agricoltura. Nel 2007 agricoltura e
risorse naturali hanno avuto finanziamenti per soli 510 milioni di dollari,
meno dei 930 milioni del 2006. L’Adb, invece, ha dato a trasporti e
comunicazioni finanziamenti per 1,5 miliardi nel 2006 e 4,2 miliardi nel 2007.
Supachai Panitchpakdi, segretario generale della conferenza Onu sul Commercio e lo sviluppo, osserva che “l’attuale crisi non è risolvibile con misure d’emergenza. Occorre investire nello sviluppo delle campagne”, perché non si tratta di un problema contingente ma strutturale.
Il premio Nobel per la pace Rajendra Pachauri è convinto che “l’Asia non potrà risolvere la crisi incombente, senza cambiamenti nell’agricoltura”.
Nel
2013 ancora oltre 12 mila villaggi del
distretto di Marathwada, in Maharashtra, attraversarono un periodo di grave siccità e una conseguente carestia dovuta ai danni ingenti subiti dalle
coltivazioni registrati nel corso dell’ultimo anno. Due monsoni e le piogge
scarse hanno distrutto i raccolti delle stagioni di piantagione di kharif e
rabi. Le coltivazioni di jowar e bajra, due tipi di miglio locale, quelle di
cotone e legumi locali sono stati completamente spazzati via dopo il monsone
del 2012 durante la stagione del kharif. Stessa cosa è accaduta nella stagione
del rabi. Circa 16 mila ettari di jowar e 22 mila di cotone sono andati
distrutti nei villaggi di Shirur Taluka, nel distretto di Pune. Quello di
Jalna, noto per essere il più grande produttore di lime dolce, è stato il più
gravemente colpito dalla siccità che ha distrutto circa 55 mila ettari di
coltivazioni. La pianta del lime dolce è difficile da coltivare, inizia a dare
frutti solo dopo 5 anni e molti accorgimenti. Al quinto anno produce frutti per
i futuri 25 anni. Per gli agricoltori di Jalna questa catastrofe corrisponde
alla perdita di un anno di duro lavoro. Anche canna da zucchero e grano sono
andati completamente distrutti. L’ultima grave carestia registrata nella
regione di Maharashtra è stata quella del 1972, nel corso della quale la
popolazione non aveva nulla da mangiare ma almeno aveva l’acqua, a differenza
delle famiglie di Marathwada che stanno spendendo tutti i loro averi per
procurarsela. La situazione potrebbe essere peggiore a Shirur, dove gli
abitanti di Bankawadi sono costretti a bere acqua inquinata, maleodorante, presa
da pozzi dai quali anche gli animali rifiutano di bere. Il Ministro
dell’agricoltura indiano ha dichiarato che la situazione idrica nello Stato è
molto grave e che il Paese sta registrando la peggiore siccità degli ultimi 50
anni. (4).
Cristina
Barbetta il 22 aprile 2020 su Vita.it (5) scrive : “ Il mondo sta affrontando non solo
«una pandemia, ma anche una catastrofe umanitaria globale, la peggiore dalla
Seconda guerra mondiale», ha detto David
Beasley, direttore esecutivo del World Food Programme (WFP) al Consiglio di Sicurezza dell’Onu
in un briefing video, martedì 21 aprile.
Il direttore esecutivo del WFP, agenzia dell’Onu, e la più grande organizzazione umanitaria del mondo, ha affermato che è necessario agire con urgenza per evitare una catastrofe.
La pandemia di Covid-19 potrebbe quasi raddoppiare il numero delle persone che soffrono la fame acuta nel mondo entro la fine del 2020. Questo l’allarme lanciato da David Beasley e dal World Food Programme, il giorno stesso della pubblicazione da parte di WFP, insieme a 15 partner umanitari internazionali, del nuovo Rapporto sulle crisi alimentari globali, il Global Report on Food Crises.
In un briefing al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite David Beasley afferma che prima ancora dell’emergenza Coronavirus egli già da tempo aveva detto a molti leader mondiali «che il 2020 avrebbe dovuto affrontare la peggiore crisi umanitaria dalla seconda guerra mondiale per una serie di ragioni». Tra quelle che il direttore esecutivo di World Food Programme menziona: la guerra in Siria, in Yemen, la crisi in Sud Sudan, Burkina Faso e la regione del Sahel centrale. La crisi economica in Libano con un impatto su milioni di rifugiati siriani, la Repubblica Democratica del Congo, il Sudan, l'Etiopia… Inoltre i disastri naturali e i cambiamenti climatici.» (...) «Quindi oggi voglio sottolineare che con Covid-19 non stiamo soltanto affrontando una pandemia globale, ma anche una catastrofe umanitaria globale. Milioni di civili che vivono in zone di conflitto, inclusi donne e bambini, dovranno affrontare di essere portati quasi alla fame, con lo spettro della carestia, una possibilità molto vera e pericolosa”. (....)
(1)https://movisol.org/la-carestia-del-bengala-e-gli-altri-genocidi-che-i-britannici-vi-nascondono/
(2)– B.M. Bhatia, Famines in India, A Study in Some Aspects of the Economic History of India, 1860-1945 – 1963 (Asia Publishing House, Bombay).
(4) (AP) (18/2/2013 Agenzia Fides) http://www.fides.org/it/news/41036-ASIA_INDIA_Carestia_e_siccita_per_migliaia_di_villaggi_nel_distretto_di_Marathwada
(5) http://www.vita.it/it/article/2020/04/22/il-mondo-a-rischio-di-carestia-di-proporzioni-bibliche-a-causa-della-p/155145/



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