mercoledì 12 agosto 2020

SILLABARI : Fragilità

 

“Fragilità, il tuo nome è donna” afferma William Shakespeare.

La letteratura europea è piena di figure femminili che parlano di fragilità, a partire dalla bella Elena che per amore, secondo il mito, lascia Sparta e il marito Menelao per seguire il giovane amante Paride trascinando così la sua nuova patria in una guerra  di cui sappiamo gli esiti e di cui potremmo anche intuire le diverse ragioni stando alle scoperte archeologiche e all’opinione di alcuni storici.

L’immaginario  popolare   e la letteratura sia orale che scritta che ne è seguito ha fatto del comportamento di questa donna la causa scatenante  del conflitto . In realtà forse è stato solo un pretesto  per un conflitto commerciale  che da secoli  era in atto in quei territori .

 

 Ci narra questo fatto la stessa Saffo (metà del VI secolo a.C.) scrivendo:”Elena che superava/ogni donna in bellezza, abbandonato il suo illustre marito,/andò a Troia per mare,/scordando del tutto la figlia,/e i genitori."  La figura di Elena è sin dall’antichità lo stereotipo della femme fatale, si pensi solo all’origine etimologica del nome: Elein significa distruggere.

Dopo la follia della fuga con il principe troiano appare invece nell’Iliade (IX a.C.) una donna dal carattere molto forte che, al contrario delle altre donne del poema, prende parola in proprio, senza esserne richiesta da un uomo, descrive ciò che vede sul campo di battaglia, biasima il nuovo marito Paride che accusa di codardia e se stessa, ritenendosi una scellerata, si rammarica con Ettore dello stato presente dei fatti. E’ l’unica donna a non mischiare parole e lacrime, lasciandosi andare alla tristezza solamente dinnanzi al cadavere del cognato: “A questo pianto rinnovossi il lutto,/ed Elena fe' terza il suo lamento:/ O a me il più caro de' cognati, Ettorre, /poiché il Fato mi trasse a queste rive /di Paride consorte! oh morta io fossi /pria che venirvi! Venti volte il Sole /il suo giro compì da che lasciato /ho il patrio nido, e una maligna o dura /sola parola sul tuo labbro io mai /mai non intesi. E se talvolta o suora /o fratello o cognata, o la medesima/veneranda tua madre (ché benigno /a me fu Prìamo ognor) mi rampognava, /tu mansueto, con dolce ripiglio /gli ammonendo, placavi ogni corruccio. /Quind'io te piango e in un la mia sventura, /ché in tutta Troia io non ho più chi m'ami /o compatisca, a tutti abbominosa.”

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Queste parole sono le ultime ad essere pronunciate all’interno dell’Iliade; probabilmente Omero voleva lasciarle a colei che può essere considerata la donna per eccellenza, dolce ma determinata, fedele e infedele, moglie e amante, oggetto di amore e di odio al tempo stesso.

Si occupa successivamente di questa donna tanto bella quanto complicata Euripide (480-406), nella tragedia a lei dedicata. Elena stessa disconosce qualsiasi responsabilità riguardo la guerra di Troia affermando che gli dei hanno creato un simulacro simile a lei e sono stati loro a trarre in inganno gli assaliti e gli assalitori della guerra contro Priamo. Elena cerca ora la pace, cerca la tranquillità per la figlia legittima; ma dispera, perché crede morto il marito Menelao, che invece è vivo e approda, dopo un naufragio, sulle rive egiziane, dove il re di queste terre vuole contrarre matrimonio proprio con la bella Elena.

 

Originale è anche la figura della regina Didone nell’Eneide di Virgilio (I secolo a.C.) che accoglie e si innamora dell’eroe troiano Enea, che però poco tempo dopo deve riprendere il viaggio verso l’Italia; la donna allora disperata, sconvolta, vedendo andarsene via per sempre colui al quale è ormai legata da profondo amore, e con il quale ha pure ipotizzato nuove nozze, dopo aver invocato dagli dei una tremenda maledizione su Enea, sale sul rogo e si trafigge con la spada avuta in dono proprio da Enea, mentre la flotta troiana già naviga in mare aperto. “Tre volte levò il capo poggiando sui gomiti, /tre volte sul letto ricadde e, con gli occhi in alto erranti, /la luce al cielo cercò, e vedutala pianse.

 

Così Virgilio descrive la scena finale, con lo  sguardo dolente di Didone, ansioso, errante in ricerca  dell’ultima luce terrena, prima di sprofondare nell’ombra sotterranea. Viene così messa in evidenza la forte passione della donna che vive l’abbandono in maniera così traumatica da decidere di togliersi la vita, ragion per cui Dante sceglie di colloca tra i “peccator carnali/ che la ragion sommettono al talento”, i lussuriosi, divisi in due gruppi, a seconda che la loro passione sia bassa e bestiale o ardente e fatale, tale, quindi, da non contaminare la sostanziale nobiltà del personaggio, eternamente trasportati e sferzati da una violenta bufera, simbolo della bufera dei sensi da cui sono stati travolti in vita. Didone aveva infatti promesso di restare fedele al defunto marito Sicheo ma poi viene sopraffatta dalla passione per Enea: “L’altra è colei che s’ancise amorosa, e ruppe fede al cener di Sicheo…”. Anche la pittura ha dedicato spazio a questa donna potente, a questa regina, lottatrice, arresa al suo destino, ma soprattutto a questa innamorata, soprattutto nella rappresentazione pittorica del Guercino, altamente drammatica, che coglie proprio l’attimo in cui, mentre sullo sfondo s’allontanano le navi troiane, ed il dio dell’Amore, Cupido, s’invola, circondata dalle ancelle che piangono, Didone  morente, con la spada conficcata nel petto, cercando con lo sguardo quello della sorella che le è accanto sgomenta.

 

 

Eremo Rocca  S. Stefano mercoledì 12 agosto 2020

 

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