La domanda non è come mai un giorno un pubblico ministero
abbia deciso di fare lo scrittore . La domanda è piuttosto , come mai un
ragazzino che da grande voleva fare lo scrittore si sia trovato invece a fare il magistrato ,
e per molti anni , fino ad un’età
ampiamente adulta, non abbia scritto un solo rigo. La risposta – o
almeno una delle risposte – è: paura
Paura di provarci davvero e scoprire di non essere capace . Per via di
quella paura – ho cercato e naturalmente rovato – ogni sorta di espedienti e
diversivi per rinviare il momento della
verità E in un certo senso anche fare il magistrato- un lavoro che mi è
piaciuto e che ho amato tantissimo – è
stato una specie di gigantesco diversivo. Poi dai diversivi sono passato a manovre di avvicinamento.[…]
C’è un momento che probabilmente segnò una svolta decisiva :
dopo due libri editi con Giuffrè, lo stesso editore mi aveva chiesto di
scrivere un manuale pratico che illustrasse l’applicazione di moduli psicologici e retorici
all’indagine e al processo
penale. Dopo aver prodotto faticosamente una sessantina di pagine mi resi conto che non avevo davvero voglia di scrivere quel libro. Mi chiesi :” E’ davvero questo che vuoi fare
?” Mi risposi che in realtà avevo voglia di fare altro e forse si stava avvicinando il momento in
cui non avrei potuto ulteriormente
rinviare. Ricordo con precisione di aver
percepito che stavo per passare dalla
fase della vita in cui si dice :” un giorno farò lo scrittore , alla fase in cui si dice :” Avrei voluto
fare lo scrittore” . Come tutte le percezioni che hanno a che fare con il trascorrere irrimediabile del tempo ,non fu una
sensazione piacevole. Sei mesi dopo cominciai a scrivere quello che sarebbe
diventato il mio primo romanzo.
Intendiamoci . Ci avevo provato tante
volte prima . Ogni due tre anni mi veniva
un’idea per una storia , costruivo uno schema , prendevo appunti, leggevo
manuali di scrittura creativa per darmi
coraggio. Poi buttavo giù tre o quattro
pagine , mi accorgevo che non erano buone
- non sono mai buone le prime pagine ma allora non conoscevo il
meccanismo – pensavo che il momento non era arrivato e smettevo.
Poi accadde una cosa che per me è tuttora inspiegabile. Il 5 o il 6 settembre del 2000 cominciai a scrivere , continuai a farlo per nove mesi , tutti i giorni, e il 5 o il 6 di maggio dell’anno dopo il romanzo era finito.
Quel romanzo - che si sarebbe intitolato “Testimone inconsapevole” – è stato scritto con una determinazione e, direi, una sorta di misteriosa sicurezza che non ho mai più ritrovato scrivendo gli altri libri. Mi chiudevo in mansarda tutte le sere , di ritorno dall’ufficio e dicevo : “ Vado a lavorare”. Che per un non scrittore quale io ero è un’affermazione quanto meno bizzarra.
Quel libro è stato scritto con una tecnica cinematografica ,
e anche questo è un dato interessante, credo.
Allude ad una consapevolezza tecnica
del tutto assurda per uno che non aveva mai scritto non dico un romanzo ma nemmeno un
racconto. Quando parlo di tecnica
cinematografica intendo dire che
scrivevo parti del romanzo come se girassi
scene di un film, senza quasi
nessuna relazione con la sequenza finale
della storia. Alla fine come si fa per i film , ho effettuato il montaggio e il
romanzo ha preso la sua forma finale ,
come per una sorta di magia . E’ un metodo che continuo ad utilizzare , ma non
mi è mai più accaduto di praticarlo con
la stessa lucida consapevolezza della
prima volta.
(Testo raccolto da Stefano Salis e pubblicato in forma di articolo sul Sole 24 Ore del 21 marzo 2010. Si tratta della lezione magistrale tenuta dallo scrittore barese Gianrico Carofiglio nel corso del Festival Libri Come tenutosi a Roma nell’Auditorium dal 25 al 28 marzo 2010 ideato da Marino Sinibaldi e organizzato dalla Fondazione Musica per Roma e articolato nelle sezioni Scrivere come, Pubblicare come. Leggere come .
Il romanzo di cui parla Carofiglio è alla 53^ edizione e insieme al secondo e terzo romanzo ha venduto oltre 1,6 milioni di copie.
Sellerio a gennaio del 2010 ha pubblicato Le perfezioni provvisorie .)

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