Una lunga vita è segno di buona salute e l’invecchiamento della popolazione mondiale ci dà prova di un miglioramento della salute nel mondo, nonché dei grandi progressi realizzati nella medicina. Tuttavia, come dichiarò Kofi Annan, l’ex Segretario Generale delle Nazioni Unite “questa è una rivoluzione che ha ripercussioni economiche, sociali, culturali, psicologiche e spirituali, ed è una rivoluzione che colpisce particolarmente i paesi in via di sviluppo in cui il processo di invecchiamento della popolazione è e sarà sempre più rapido che in altri paesi”.
Di fatto, questi paesi si troveranno ad affrontare l’aumento delle malattie non trasmettibili, legato a un cambiamento degli stili di vita, continuando però a lottare contro la denutrizione, le complicazioni del parto e le malattie infettive, come l’HIV. Questo doppio carico di “infermità” peserà molto sulle loro risorse, già scarse.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità s’è mossa a tal proposito per
promuovere l’idea dell’invecchiamento attivo,
un concetto che aspira a fomentare politiche che mantengano le persone attive
il più a lungo possibile al fine di prevenire o ritardare le infermità e le
incapacità legate all’anzianità. In particolare, l’invecchiamento dovrà
accompagnarsi ad attività che mantengano la maggiore autonomia possibile della
persona, ad esempio non abbandonando i propri impegni lavorativi (seppur per
poche ore o giorni la settimana), dedicandosi ad attività di volontariato, educative, formative e di partecipazione ad
eventi sociali. In particolare, un gruppo di lavoro dell’OMS ha rapportato il
fattore dell’invecchiamento biologico ad altri tre: malattia, lavoro e stile di
vita. (1)
Gli stereotipi sono duri a morire, ma la realtà è testarda e alla fine ottiene la meglio sul luogo comune. Questa volta tocca all'età anagrafica, argomento delicato che tocca la suscettibilità di donne e uomini. Perché se arrivare ai 60 anni conclamati vuol dire un pò sentirsi archiviati nel libro del non desiderabile, è pur vero che il mondo è cambiato e l'età della vecchiaia per buona parte delle persone è ancora di là da venire.
Ma ora la semplice percezione diventa ufficiale: da oggi la popolazione italiana può considerarsi più giovane: si è ufficialmente «anziani» dai 75 anni in su. La svolta arriva dal Congresso nazionale della Società italiana di gerontologia e geriatria (Sigg). «Un 65enne di oggi ha la forma fisica e cognitiva di un 40-45enne di 30 anni fa. E un 75enne quella di uno nel 1980 aveva 55 anni», spiega Niccolò Marchionni, professore dell'Università di Firenze e direttore del dipartimento cardiovascolare dell'Ospedale Careggi. «Oggi alziamo l'asticella dell'età a una soglia adattata alle attuali aspettative di vita nei Paesi con sviluppo avanzato», dice Marchionni: «in Italia l'aspettativa di vita è aumentata di circa 20 anni rispetto alla prima decade del 1900. Non solo, larga parte della popolazione tra 60 e 75 anni è in ottima forma e priva di malattie per l'effetto ritardato dello sviluppo di malattie e dell'età di morte». (2)
Per i governi l’invecchiamento della popolazione in genere è una sfida da
affrontare principalmente su due fronti: in primo luogo comporta un aumento dei
costi sanitari per fornire adeguato sostegno alle persone anziane e, in secondo
luogo, comporta l’aumento della spesa pensionistica. Due voci di spesa che
vanno a incidere sui debiti pubblici che oggi, ancora di più, sono sotto
pressione per le iniziative che i vari Stati stanno mettendo in atto per
superare l'emergenza Covid-19 e favorire la ripartenza dell'economia. Per gli
operatori finanziari, invece, la crescita degli over 70 è un bel trend da
cavalcare. Per le banche sono
un bacino di potenziali clienti che detengono una parte rilevante dei risparmi
nazionali, per le compagnie di
assicurazione rappresentano un'opportunità in più per offrire polizze
Long Term Care, per le società di
gestione la cosiddetta silver economy è invece un'occasione di
investimento da proporre ai sottoscrittori di fondi comuni anche se mancano i
prodotti realmente a loro dedicati.
Ma la longevità è una risorsa che va ben oltre l’impatto economico sui bilanci statali e degli operatori finanziari. Solo rimanendo in un ambito prettamente economico va innanzitutto ricordato che le generazioni meno giovani, soprattutto nel contesto emergenziale attuale e nello scenario post-Covid che abbiamo alle porte, dovranno sempre di più intervenire per supportare finanziariamente figli e nipoti.
In Italia secondo l’Istat esistono oltre
17 milioni di persone che hanno più di 60 anni e questo numero, è
destinato a crescere nel corso dei prossimi anni (secondo alcune stime
demografiche potrebbero salire a 23 milioni nel 2040). Oltre 7
milioni sono ultra 75enni. «Questa parte della popolazione, pari a
quasi a un terzo – spiega Priore -, detiene la maggior parte delle risorse
conoscitive oltre che quelle finanziarie del Paese, ma ha scarsa o nulla
visibilità. Eppure la gran parte degli italiani over 60 vive in una casa di proprietà, i mezzi e il tempo
di cui dispone consente loro di aiutare
economicamente i familiari (30% dei casi), di avere una vita sociale più ricca frequentando
più spesso gli amici, di fare sport (il
14,4% tra i 65 e i 74 anni) e di andare in vacanza. Sono tipicamente spenditori netti, in condizione di
rivedere i propri investimenti
immobiliari e di liquidare le attività finanziarie, così sostenendo la domanda di beni e servizi. I consumi restano infatti più alti
della media per casa, salute e alimentari. Risultano in crescita anche le attività di volontariato. I Longennials
costituiscono la terza economia del mondo, dopo USA e Cina, già da oggi e per i
prossimi 25 anni».
Rispetto a 10 anni fa, gli anziani spendono di più per internet (utilizzato
da quasi il 30% dei 64‐74enni), per attività culturali (teatro,
cinema e musei) e per la pratica sportiva. E anche le piccole e medie imprese, nota ossatura dell’azienda Italia, si
caratterizzano per una importante presenza di esponenti e manager agée. Gli
imprenditori over 60 sono il 53%, percentuale che supera l’80% nelle imprese
familiari con fatturato superiore a 50 milioni di euro. (3)
“Il fenomeno dell’invecchiamento della popolazione,dice Giovanni Bazoli nella
relazione al convegno Civitas Vitae dellUCID Padova ( 4) , che caratterizza i
Paesi maturi dell’Occidente, dipende da due fattori: il calo della natalità e
l’allungamento della vita.Quando Malthus scrisse il suo famoso saggio, sia i
ricchi sia i poveri generavano tanti figli quanti erano capaci di generarne. I
demografi chiamavano questo fenomeno sociale “fecondità naturale”. Ogni donna
aveva in media cinque figli: un valore molto elevato secondo gli standard di
oggi, ma che è stato la norma per gran parte dell’umanità.Attualmente il tasso
di fecondità planetario è attorno a due figli e mezzo, che rappresenta il punto
più basso di tutta la storia umana ed è in continua diminuzione. Quindi
l’attuale sovrappopolazione della terra dipende dalla prolificità delle
generazioni che ci hanno preceduto e dal fenomeno, sempre più accelerato nel
nostro tempo, del progressivo allungamento della vita. A livello europeo il
2008 (lo stesso anno che ha segnato l’inizio della gravissima crisi finanziaria
ed economica nella quale siamo immersi) viene considerato come l’anno di una
vera e propria svolta demografica. Si ritiene infatti che i Paesi dell’Unione
nel loro insieme abbiano iniziato una fase di accelerato invecchiamento. E’
stato calcolato che a partire da tale anno la popolazione con più di 60 anni è
cresciuta alla media di due milioni all’anno, trend che si prevede sarà mantenuto
per i prossimi 25 anni. Ciò vuol dire che l’intera Unione Europea conosce oggi
una fase demografica opposta a quella che è stata all’origine del boom
capitalistico. Dal baby boom siamo passati al baby crash: un rovesciamento che
pone problemi di grande portata sul piano della crescita economica.Per
inquadrare tali problemi nella giusta prospettiva occorre riflettere sulla
distanza radicale che corre fra l’atteggiamento della società odierna nei
confronti della vecchiaia rispetto a quello delle società antiche. (…)
In una società fondata su principi utilitaristici, come è la società d’oggi,
è quasi inevitabile che la longevità sia vista invece in tutt’altro modo. Cioè,
per l’appunto, come fonte di gravi problemi dal punto di vista economico, a
causa dei costi che comporta il sostegno a categorie sociali non più attive.
Basta pensare alle difficoltà che incontrano tutti i Paesi del mondo nella
definizione dei sistemi pensionistici, sanitari e assistenziali. Sono
difficoltà che concorrono a mettere in discussione la stessa sopravvivenza
dello Stato sociale. Ma non basta: secondo alcuni studiosi la terza età
rappresenterebbe addirittura un ostacolo allo sviluppo economico, perché una
popolazione sempre più anziana riduce i consumi, crea problemi di forza lavoro,
necessità di servizi di bassa produttività. Qualcuno è arrivato addirittura a
considerare l’inversione di tendenza demografica come una delle precondizioni
della crisi attuale, in quanto l’invecchiamento della popolazione incide in modo
negativo sulla capacità di risparmio delle famiglie, sul livello della
tassazione, sui costi fissi delle strutture sociali.Il capitalismo – o per lo
meno quella forma di capitalismo che abbiamo conosciuto negli ultimi decenni –
si regge sul costante aumento dei consumi, alimentati da quel meccanismo che
alcuni studiosi hanno definito “desiderio reso godimento”. Ed è evidente che
una popolazione invecchiata non è in grado di stare al passo con tale dinamica.
Le persone anziane avvertono di meno i bisogni.
Con il crescere dell’età del
capo famiglia le spese della famiglia decrescono e varia anche la tipologia dei
consumi. L’evoluzione demografica configura, sotto questo profilo, uno dei
principali fattori strutturali destinati ad influenzare la domanda nel mondo
per i prossimi decenni.Sotto vari profili l’invecchiamento della popolazione
rappresenta dunque un problema dal punto di vista economico; ma è da
sottolineare che, paradossalmente, il problema non è superato neppure quando le
persone longeve rimangono attive, ossia continuano a svolgere un ruolo nella vita
politica, economica, civile. Anche in questo caso, infatti, esse vengono
considerate come un ingombro e un ostacolo per la società, perché occupano
posizioni che si ritiene debbano spettare ai più giovani.Si è arrivati, da
questo punto di vista, a coniare un’espressione indegna: “rottamare i vecchi”.
Si badi bene: non viene neppure impostato un confronto in termini di merito per
stabilire se in un dato ruolo risulti più produttivo l’apporto dell’uomo più
avanti negli anni o quello di soggetti anagraficamente più giovani. No, il
quesito è risolto a priori perché pregiudizialmente si è decretato che il
vecchio vale di meno, ormai è “rotto”, è quindi da “rottamare”.In questa
affermazione si manifesta, con evidenza, qualcosa di più grave ancora di quanto
detto sin qui, ossia una certa tendenza al disprezzo per l’anziano.
Occorre dunque re-interpretare l’invecchiamento in termini di risorsa, considerando questa fase di vita una vera opportunità di sviluppo, di ampliamento della libertà personale, di rispetto dei diritti della cittadinanza lungo tutto l’arco della vita..
(1)Scheda "Anziani" di Unimondo: www.unimondo.org/Guide/Diritti-umani/Anziani.
(2) https://www.ilmessaggero.it/salute/ricerca/anziani_75_anni_aspettativa_vita_italia-4142211.html
(4) https://ucidpadova.files.wordpress.com/2013/01/interventi-convegno-civitas-vitae.pdf
Eremo
Rocca S. Stefano sabato 29 agosto 2020

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