giovedì 6 agosto 2020

SILLABARI : Prossimo



La morte del prossimo, il saggio breve pubblicato per Einaudi nel quale  Luigi Zoja sviluppa il suo pensiero al riguardo,pone una questione : ci può essere amore in una cultura che ha bandito la vicinanza fisica, in cui le persone sono distanti e comunicano con la mediazione della tecnologia? C’è vera prossimità dove i mezzi di riproduzione ti danno l’illusione di essere vicino a persone che non conosci nemmeno? Non è forse il “prossimo”, come dice la parola stessa, quello che sta “immediatamente vicino a te”?

 

La presentazione del libro dice : “La globalizzazione - e la fine delle diffidenze della Guerra Fredda favoriscono la solidarietà con persone lontane. Questo amore per il distante sembra promosso anche dalle comunicazioni elettroniche e dai viaggi più facili. Ma quello che amiamo così è spesso un'astrazione, e chi ne paga il prezzo è l'amore per il prossimo richiesto per millenni dalla morale giudaico-cristiana. Come in un circolo vizioso, questa tendenza si salda con l'indifferenza per il vicino prodotta dalla civiltà di massa e dalla scomparsa dei valori tradizionali. E come nel momento in cui Nietzsche proclamò la "morte di Dio", siamo alla soglia di un territorio radicalmente nuovo. Dove la morale dell'amore non è più possibile per mancanza di oggetto.” (1)

 Scrive Maria Marcella Cingolani  (2)  : “   C’è differenza tra il simile ed il prossimo ? Ho letto su uno striscione nel corso di una manifestazione , questa scritta: "Difendi il simile, distruggi il Resto." E’ chiaramente una provocazione  ma  soffermiamoci  su noi stessi come simili  a noi stessi  attraverso la riflessione che ne fanno per esempio Agostino e Lacan  che sembrano all’opposto ma dicono in sostanza  che il simile è il nostro specchio e noi siamo lui. “


Scrive S.Agostino nelle sue Confessioni: "Io ho visto e considerato a lungo un piccino in preda alla gelosia: non parlava ancora e già guardava livido, torvo il suo compagno di latte".Scrive Lacan che l'Odio è una delle passioni dell'essere umano, insieme all'ignoranza ed all'amore.La genealogia dell'odio dunque sembra originare dal rapporto con l'immagine, dal rapporto che il soggetto instaura con l'immagine dell'Altro.Continua  la dott.a Cingolani : “Lacan teorizza questa condizione con il termine Stadio dello specchio, laddove il soggetto vive la sua prima estraneità proprio rispetto alla sua immagine riflessa in quanto percepita non coincidente con ciò che il soggetto stesso sente di essere.

Il bambino alla nascita vive una condizione di non autosufficienza, il suo apparato motorio non è ancora regolato , non riesce a stare in piedi e tanto meno a regolare i suoi movimenti. È la sua una condizione di frammentazione, di incompletezza che non riscontra nello sguardo di chi si prende cura di lui e tanto meno nello specchio che gli rimanda una immagine completa, totale, dunque una immagine ideale percepita come estranea: ciò che vedo allo specchio non coincide con ciò che sento di essere.

Molte volte le persone di fronte alla propria immagine si esprimono con la frase: Non sembro io. Questa mancata coincidenza tra l'immagine speculare e il soggetto sembra dunque introdurre in maniera molto primitiva la questione dell'estraneo laddove il primo estraneo con cui il soggetto viene a contatto sembra essere il soggetto stesso.

Il Mito di Narcisio ci propone proprio questa non coincidenza. L'immagine riflessa di Narciso fa scattare nello stesso l'altra passione dell'essere umano vale a dire l'Amore. Questa passione lo prenderà a tal punto da anelare una totale congiunzione con l'immagine stessa che porterà Narciso alla morte. Narciso tenta di eliminare l'alterità della propria immagine per realizzare una totale simmetria, un tutt'UNO con la stessa.

 C'è una canzone di Loredana Bertè che declama :"...quando ambiziosa come nessuna, mi specchiavo nella luna e l'obbligavo a dirmi sei bellissima..."

 Un altro Mito ci illumina ancora di più sulla questione, parlo del Mito di Caino. Caino uccidendo Abele tenta di distruggere, eliminare l'Altro Ideale , l'immagine dell'Altro dissimile, estraneo, impossibile da eguagliare, l'Altro idealizzato che si è fatto Prossimo e dunque rivale. Questo iato, questo distacco che il Soggetto percepisce tra ciò che sente di essere e l'immagine speculare idealizzata è ciò che introduce la questione dell'aggressività. La mancata coincidenza innesca nel Soggetto una sensazione di incompletezza se vogliamo costitutiva, infatti come sopra detto fin da subito quest'ultimo vive una condizione di mancanza rispetto alla propria immagine.Definisce Lacan questa matrice speculare una identificazione primaria che struttura il soggetto come rivalizzante con se stesso.

Il prossimo  che è l’altro dunque sta  tra l'odio, dunque, come passione dell'essere umano che  è più primitivo dell'Amore, in quanto l'amore viene a situarsi nel luogo della Domanda. La domanda d'amore è già un passo avanti , è già una richiesta rivolta all'Altro.

C'era una pubblicità in cui un ragazzo telefonicamente rivolgeva alla sua innamorata una domanda : "Mi ami, quanto mi ami e ancora e ancora." L'odio si fa passione fin da subito alla luce della propria mancanza, impatta fin da subito con l'idea dell'Altro migliore, ideale, l'Altro che possiede, che ha ciò che a me manca, l'Altro che gode, l'Altro che mi nuoce, l'Altro rivale che mi abita e che voglio espellere. Caino uccidendo Abele tenta di espellere, rigettare da se questo intruso, questo estraneo rivalizzante da cui si sente abitato.

Il detto “ Amare l'Altro come se stesso” sembra seguire la via narcisistica dell'amore , vale a dire Io mi amo nell'altro come se l'altro fossi sempre io in una utopica possibilità di reciprocità e simmetria. Io amo nell'Altro il simile a me, la mia copia immaginaria. Questa questione diventa insostenibile quando l'Altro si fa Prossimo e dunque non più assimilabile, l'Altro che propone la sua diversità. E' a questo punto che l'odio - più atavico dell'amore - si ripropone in tutta la sua crudezza, in tutta la sua lucidità.

 

L'Altro di un'altra cultura, di un altro colore, con stili di vita diversi, ideologie diverse, usi e costumi diversi diventa l'estraneo che mi abita e dunque quanto di più lontano dall'immagine del Simile.

Alla base dell'odio razzista non ci sono tanto questioni sociologiche e religiose, quanto il fatto che il prossimo diverso destabilizza, rompe un equilibrio già da sempre precario e come tale può sottrarre ed appropriarsi , in via immaginaria, di una qualche forma di godimento laddove il versante dell'avere, del possesso viene presentato come la panacea, il rimedio, la soluzione alla fragilità, alla precarietà, all'insicurezza che sono alla base della struttura umana.

Quanto più si propaganda l'idea del tutto possibile, di una spinta al godimento senza limiti, di una felicità conquistata sul versante dell'avere, del possesso, della conquista facile dei beni che possono sopperire e rimuovere la mancanza e l'insicurezza che abita l'essere umano tanto più emerge l'odio, l'aggressività nei confronti del prossimo, del diverso sia esso straniero ,sia esso vicino di casa, quando da simile si fa prossimo.

 

Si suole dire che dopo una qualsiasi forma di catastrofe che colpisce una comunità le persone siano molto solidali, si sviluppi fin da subito uno spirito di condivisione: l'altro simile non spaventa e non intacca l'immagine narcisistica. Ma quando il simile si diversifica allora le cose cominciano a complicarsi soprattutto se si pensa che... l'erba del vicino è sempre più verde.

Ciò che sta venendo sempre meno è la cultura del limite con cui ogni soggetto deve fare i conti e senza la quale non si potrà mai apprezzare il senso profondo della vita al di là dell'effimera competizione, del continuo confronto con l'Altro che è sempre Prossimo e non potrà mai essere assimilato come Simile con il rischio di fare la fine di Narciso.

 

Vorrei concludere questa poco esaustiva trattazione su un tema così delicato e complesso con le parole di Freud estrapolate dal Disagio della Civiltà :" Esiste una tendenza nativa dell'uomo alla cattiveria, all'aggressione, alla distruzione, alla crudeltà. L'uomo cerca di soddisfare il proprio bisogno di aggredire a spese del suo prossimo, di sfruttarne la forza lavorativa senza ricompensarlo, di servirsene sessualmente senza il suo consenso, di impossessarsi dei suoi beni , di umiliarlo, di farlo soffrire, di torturarlo, di ucciderlo".

 

(1) Luigi Zoja, psicoanalista di fama mondiale, in questo scritto, affronta la più grande piaga della contemporaneità: la morte del prossimo.

“Per millenni, un doppio comandamento ha retto la morale ebraico-cristiana: “ama Dio e ama il prossimo tuo come te stesso”. A fine dell’Ottocento, Nietzsche ha annunciato: Dio è morto. Passato anche il novecento, non è tempo di dire quello che tutti vediamo? È morto anche il prossimo”.

Il prossimo è, come dice la parola, la persona che vedi, che senti, la persona vicina, su cui puoi posare la mano, che puoi toccare come ha fatto Tommaso che non crede che Gesù sia tornato: vuole prima vederlo e toccarlo.

Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il prossimo tuo come te stesso” recita il vangelo di Luca riproponendo ciò che era già scritto nell’Odissea: “Vengono tutti da Zeus – cioé, per il Greci, dal corrispondente Dio Padre – gli ospiti e i poveri” e “un dono anche piccolo è caro” aveva detto Nausicaa che accoglie il naufrago nudo – Ulisse – che esce da un cespuglio e mentre le ancelle fuggono impaurite dimostra cortesia allo sconosciuto che invoca la sua misericordia. Gli regala delle vesti, lo ospita presso la dimora di suo padre e gli fornisce una nave per il ritorno in patria.

Nell’Odissea, “dono”, è dosis“. La radice indoeuropea è “do” che significa sia dare che prendere, indicando l’universalità e l’equilibrio del rapporto fra i prossimi. Non è un caso che la parola “dose” significhi ancora oggi “la giusta quantità. “Donando al prossimo, amando il prossimo, noi rendiamo il dovuto anche a Dio”.

L’isolamento oggi avanza mettendo sullo sfondo uno dei bisogni fondamentali dell’essere umano: il bisogno di prossimità e di contatto che si perverte travestendosi di sessualità e di altri impulsi formalmente permessi.

Il disagio aumenta proporzionalmente al dissolversi della “comunità” come luogo dove poter sperimentare l’altro da sé. Le pareti domestiche sono diventate sempre più spesse creando il luogo ideale per l’incubazione di paura, disperazione,  sofferenza, malattia mentale. Venendo meno il prossimo viene meno la nostra capacità di amare.

E siccome abbiamo bisogno di adorare qualcuno, il posto di Dio è stato preso dall’uomo e dalle suo opere. La tecnica è stata elevata a modello e scopo. Lo spazio celeste è stato riempito dalla scienza, dalla tecnica e dall’economia che sono diventate le nuove divinità con “l’elevazione alle stelle del proprio desiderio personale”. Desiderare viene da de-sidera, cioè smettere (de) di affidarsi agli astri (sidera), cioè fare a meno di affidarsi al cielo, a Dio.

L’uomo è trasfigurato nel culto delle celebrities, in uomini e donne perfetti che rendono colui che ci sta vicino sempre più lontano nella sua banalità e imperfezione.

 

 

(2)Dott. Maria Marcella Cingolani   http://www.ascolto-ansia.it/psicologia_riflessioni/simile-prossimo.html

 

Eremo Rocca S. Stefano giovedì  6 agosto 2020

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