Salamina - Guerre greco-persiane, 480 a.C.
La battaglia
di Salamina fu uno scontro navale che si svolse probabilmente il 23
settembre del 480 a.C., in piena seconda guerra persiana, che vide contrapposti la lega panellenica, comandata da Temistocle ed Euribiade, e l'impero achemenide, comandato invece da Serse I di Persia. Lo stretto tra la polis di Atene e l'isola di Salamina, sita nell'attuale golfo Saronico, fu il teatro dello scontro.
Eschilo in I Persiani testimonia così
la crudezza della battaglia : “E un alto
grido suonar s'udiva insieme: «O figli d'Èllade, movete, orsù, liberate la
patria, le spose, i figli liberate, e Vare dei Numi patri, e l'arche dei nostri
avoli!». Surse di contro, dalle file nostre, un rumorio di persiani
accenti: né d'indugi era tempo: già la nave alla nave battea col bronzeo
rostro. Fu d'un navile ellèno il primo cozzo, e sfracellò d'un legno di Fenicia
tutti gli aplustri; e nave contro nave chi qua chi là dirigono le prore.La gran
fiumana dell'armata persa resse da pria. Ma poi che la caterva dei legni nello
stretto era stipata, né luogo avea reciproco soccorso, anzi l'un l'altro con i
bronzei rostri si percoteano, gli ordini dei remi franti furono tutti; e i
legni ellèni accortamente l'investiano in giro.
Rovesce andaron le carene: sotto i frantumi dei legni, e sotto i corpi
insanguinati, scompariva il mare, spiaggia e scogli eran colmi di cadaveri; e
quante navi avean le schiere barbare, facean forza di remi, a sconcia fuga.
Ma, come tonni, o come pesci in rete già stretti, gli altri con troncon' di
remi, con le schegge e i frantumi, li colpivano, li sbranavano: e gemiti di
morte e trionfal clamore empieano il pelago, sin che li ascose de la notte il
volto.
Ma dir non ti potrei tutta la piena delle sciagure, pur se il mio racconto
durasse dieci anni continui. Sappi bene questo, però: che si gran numero
d'uomini in un sol di mai non fu spento.”
La battaglia di Salamina si combattè durante la seconda guerra
persiana Con il termine guerre persiane si definisce la serie di conflitti
combattuti tra le poleis
greche
e l'Impero persiano,
iniziati intorno al 499 a.C. e continuati a più riprese fino al 479 a.C. Alla fine del VI secolo
a.C., Dario I, denominato il "re dei re"
dei Persiani, regnava su un impero immenso che si estendeva dall'India alle sponde
orientali dell'Europa
(nello specifico le zone orientali della Tracia).
Nel 546 a.C.
infatti, il suo predecessore Ciro il
Grande, fondatore dell'impero, aveva sconfitto il re della
Lidia, Creso,
e i suoi territori, comprendenti le colonie
greche della Ionia, furono incorporati all'Impero
achemenide. Le città-stato ancora governate da sistemi tirannici
condussero ognuna per proprio conto l'annessione all'Impero persiano, la sola Mileto riuscì a imporre le proprie
pretese. Questa situazione di frammentazione aveva comportato la perdita
definitiva da parte delle colonie di ogni indipendenza (prima godevano comunque
di ampie autonomie) e una drastica riduzione della loro importanza commerciale,
a causa del controllo totale che i Persiani esercitavano sugli stretti di
accesso al Mar Nero.
Dopo la sconfitta in questa battaglia navale di Salamina, perduta la flotta,
fulcro nevralgico e vitale della sua armata , Serse ritornò in Asia con
la gran parte dei soldati rimanenti e concesse a Mardonio di scegliere alcune unità per portare
a termine la conquista della Grecia: quanti passarono sotto il suo comando
vennero tuttavia sconfitti l'anno successivo durante la battaglia di Platea, quasi contemporanea alla battaglia di Micale che si svolse in Asia. Dopo
questa guerra i Persiani rinunciarono a qualsiasi altro tentativo di
conquistare l'entroterra greco: si può dire che gli scontri di Salamina e
Platea segnarono il punto di svolta nel contesto degli scontri tra Greci e
Persiani, dato che da allora i Greci cominciarono una politica aggressiva nei
confronti degli avversari che ebbe l'apice della propria pericolosità con la battaglia dell'Eurimedonte.
Un gran numero di storici ritiene che una eventuale vittoria persiana avrebbe ostacolato lo sviluppo della civiltà greca e in senso più esteso di quella occidentale, affermando quindi che questa battaglia sia stata una delle più importanti di tutti i tempi
Nella battaglia di Salamina si fronteggiarono due avversari Temistocle e Serse I .
Temistocle (530 a.C. ca - 461 a.C.)
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| Temistocle |
Temistocle
nacque ad Atene tra il 530 e il 520 a.C., da una famiglia nobile. Nell'anno
493-492 fu eletto arconte per opera della parte democratica, espressione dei
gruppi imprenditoriali marittimi, preoccupati dalla repressione persiana della
rivolta ionica, e subito trasformò il Pireo nel porto militare di Atene,
nonostante l'opposizione dei proprietari fondiari, avversi all'allargamento dei
commerci.
Temistocle riuscì a liberarsi - mandandoli in esilio - dei suoi principali
oppositori: Milziade e soprattutto Aristide, uomo di fiducia degli Alcmeonidi,
famoso per la sua probità (per la quale venne denominato il Giusto) e per il
ruolo - forse ingrandito dalla leggenda - avuto nella battaglia di Maratona
(490). Nel 486 Temistocle ottenne che le rendite delle miniere del Laurio
venissero impiegate nella costruzione di navi (483-482): così la flotta
ateniese crebbe di 100 triremi. Mentre si preparava la spedizione di Serse
contro la Grecia, Temistocle costituì una lega difensiva di tutte le città,
eccetto Argo, superando gravi difficoltà, fra cui l'ostilità del santuario di
Delfi. Nel 481 fu messo alla testa delle forze ateniesi. Dopo la disfatta delle
Termopili, la flotta venne ritirata nel golfo Saronico, mentre Atene era
evacuata e la popolazione traghettata a Salamina.
Temistocle
si oppose al progetto di trasferire la flotta sulle coste del Peloponneso e,
secondo la tradizione, avvisò segretamente Serse di quel progetto, per
convincerlo a dare battaglia di fronte a Salamina. La battaglia avvenuta nel
settembre del 480 fu una vittoria decisiva.
Nel 479 Temistocle si occupò della ricostruzione di Atene, in particolare delle
mura e della fortificazione del Pireo. In seguito tentò di suscitare una
rivoluzione democratica nel Peloponneso; ma nel 471, messo in minoranza, venne esiliato.
Dall'esilio continuò la sua azione politica, e forse considerò possibile un
accostamento alla Persia, venendo così accomunato allo spartano Pausania
nell'accusa di «medismo»; condannato a morte dall'assemblea panellenica riunita
a Lacedemone, venne accolto da Artaserse, successore di Serse, e mandato a
vivere a Magnesia, dove morì nel 461.
Serse I (519 a.C. ca - 465 a.C.)
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| Serse I |
Successore
di Dario I fu il figlio Serse I, che per prima cosa represse con durezza le
rivolte scoppiate in Egitto e a Babilonia (484).
Alla ripresa delle ostilità con la Grecia Serse si mosse con attenzione e con
un imponente spiegamento di forze. Per evitare che si ripetesse il disastro del
490, il nuovo sovrano fece scavare un canale a nord del monte Athos e fece
costruire un ponte sullo Strimone; aspettò quindi che tutto il suo esercito si
raccogliesse, poi, nel 481, scese a Sardi, dove passò l'inverno. Si dice che il
carattere di Serse fosse semplicemente odioso. A questo proposito si raccontano
i seguenti episodi. Poiché il suo ospite di Sardi lo pregava che gli fosse
concesso di tenersi a casa il primogenito dei suoi cinque figli, Serse fece
tagliare in due il giovanotto e ci fece passare in mezzo il suo esercito.
Successivamente fece costruire due ponti che unissero l'Europa all'Asia: ma
quando questi furono distrutti da una tempesta, egli fece impiccare i suoi
ingegneri. Fece costruire quindi un ponte di barche sull'Ellesponto e sempre a
suon di frusta mandò avanti i suoi reggimenti atterriti dall'attraversamento.
La battaglia navale di Salamina la conosciamo per il racconto di Erodoto (1)) nella sua opera Le Storie e per il resoconto che ne fece il poeta Eschilo nella tragedia I Persiani.
Secondo Erodoto, Serse mise insieme un esercito formato da milioni di
uomini; storici contemporanei quali Hanson stimano a due o tre centinaia di
migliaia di soldati la forza messa assieme da Serse, mentre le stime di
Delbruck, per solito accurate, fanno ammontare il numero totale dei combattenti
a disposizione del gran re ad un massimo di 75.000 uomini. Crediamo che una
stima accettabile delle forze persiane possa arrivare attorno ai 200.000
combattenti, molti dei quali comunque servivano sulla flotta d'accompagnamento
formata da almeno 800 triremi oltre alle navi ausiliarie e da trasporto.
Si trattava comunque di una forza molto considerevole, in particolare per le capacità degli eserciti dell'epoca e, in ogni caso, decisamente superiore a quella che gli Elleni erano, nella migliore delle ipotesi, in grado di mettere in campo: circa 10.000 opliti per Sparta, tra i 7.000 e gli 8.000 per Atene, molti meno dalle città più piccole; la sola nota di ottimismo per i Greci veniva dalla grande flotta messa assieme dal lavoro di Temistocle che, come abbiamo detto, aveva dotato Atene di una consistente marina militare.
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| posizione delle flotte alla vigilia dello scontro |
I Persiani - secondo le valutazioni più accreditate era il 23 di settembre - si schierarono con la flotta divisa in tre squadre: a destra, presso la riva attica, le navi fenice di Sidone, Tiro e Arad, sotto il comando del persiano Megabazo; a sinistra, dalla parte di Salamina, le triremi di Caria, Ionia e Ponto al comando di Ariabigne; mentre le navi di Licia, Cilicia e il resto della squadra egizia occupavano il centro sotto il comando del fratellastro del re Achmene.
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| movimento delle flotte |
I Greci
facevano fronte con Euribiade sulla destra al comando delle navi lacedemoni e
corinzie; Temistocle comandava il resto della flotta, con al centro i vascelli
di Megara e Calcis e sulla sinistra, verso la riva dell'Attica, il contingente
omogeneo delle triremi ateniesi.
Mentre i Persiani, che cercando di forzare lo stretto si erano trovati in un
vero e proprio imbottigliamento, cercavano di recuperare un minimo di
allineamento, le due ali greche si gettarono sul nemico colpendo duramente le
triremi del gran re.
Nello stretto spazio a disposizione, affollato da centinaia di navi, gli
esperti equipaggi al servizio dei Persiani non furono in grado di mettere a
frutto il loro superiore addestramento e le loro maggiori qualità nautiche.
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| Attacco della flotta greca |
Nella grande confusione un gran numero di navi persiane finirono per essere speronate e, una volta a distanza ravvicinata, i contingenti di opliti imbarcati sulle triremi (2) elleniche si rivelarono un'arma assolutamente vincente. I soldati persiani, stimolati anche dalla presenza del loro re, combattevano bene, ma la situazione tattica era assolutamente favorevole ai Greci; sempre più imbottigliate, incapaci di manovrare, le triremi persiane una ad una cadevano sotto i colpi degli speroni greci o, se abbordate, subivano l'attacco della fanteria pesante imbarcata.
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| la flotta persiana viene imbottigliata |
Le perdite furono molto alte: circa 200 triremi persiane affondate, mentre i Greci lamentarono la perdita di soli 42 vascelli. Il braccio di mare era ormai ricoperto di rottami galleggianti tra cui cercavano scampo i superstiti degli equipaggi persiani. Gli Ateniesi, resi furiosi dalla distruzione della loro città, si distinsero nella lotta non concedendo quartiere nemmeno ai marinai persiani che cercavano scampo tra i relitti. In breve tempo la battaglia si trasformò in una carneficina, e solo poche delle navi persiane impegnate riuscirono a trovare scampo nella fuga. Serse non rimase a vedere fino in fondo la propria sconfitta, una volta divenuto chiaro che l'esito dello scontro sarebbe stato disastroso per la propria flotta lasciò il suo trono in collina e rientrò, forse già meditando il suo ritorno in patria, al campo persiano. Nella prima grande battaglia navale della storia il genio tattico e l'acume politico di Temistocle avevano assicurato alla coalizione ellenica una vittoria davvero decisiva; privata dell'appoggio della flotta e in continua crisi di rifornimenti la sorte dell'invasione persiana era ormai segnata.
(1) Erodoto nato nell'anno 484 a.C. ad Alicarnasso e quindi coevo di Serse e della sua spedizione. Scrisse la sua opera Storie (ἱστορίαι, Historiai) in un arco di tempo compreso approssimativamente tra il 440 e il 430 a.C., cercando di identificare le origini delle Guerre Persiane, allora considerate un evento relativamente recente, essendosi queste concluse in modo definitivo solo nel 450 a.C.. L'approccio che Erodoto ha nel narrare tali avvenimenti non è paragonabile con quello dei moderni storici, dato che utilizza uno stile romanzesco: tuttavia, è possibile identificarlo come il fondatore del metodo storico moderno, perlomeno per quanto concerne la società occidentale. Infatti, come disse Tom Holland, "per la prima volta, un cronista si mise a rintracciare le origini di un conflitto non appartenente a un tempo così passato da poter essere detto fantasioso, non per volontà o per desiderio di qualche divinità, non per la pretesa di un popolo di prevedere il destino, ma mediante spiegazioni che avrebbe potuto verificare personalmente." Alcuni storici antichi successivi a Erodoto, pur avendo seguito le orme lasciate dal celebre storico, cominciarono a criticare il suo operato: il primo di questi fu Tucidide, che definì i suoi testi come quelle di un poeta che "nell'esaltazione del canto amplia ogni particolare facendolo prezioso" e di un cronista dedito "più al diletto dell'ascolto, che a severa indagine della verità".Tuttavia, Tucidide scelse di cominciare le proprie ricerche storiografiche laddove Erodoto aveva terminato, ossia a partire dall'assedio della polis di Sesto, ritenendo evidentemente che il suo predecessore avesse svolto un lavoro non bisognoso di revisione o di riscrittura. Pure Plutarco criticò l'operato di Erodoto nella sua opera Sulla malignità di Erodoto, descrivendo lo storico greco come vicino ai barbari: questa osservazione permette però di comprendere e apprezzare il tentativo di imparzialità storica promosso da Erodoto, che non si schierò eccessivamente dalla parte degli opliti ellenici.
Ulteriori critiche a Erodoto vennero mosse nel panorama culturale
dell'Europa rinascimentale, a dispetto delle quali i suoi scritti rimasero però
molto letti. Tuttavia, Erodoto venne riabilitato e riprese a essere ritenuto
affidabile durante il XIX secolo, quando ritrovamenti archeologici
confermarono la sua versione degli eventi. L'opinione oggi prevalente in
relazione all'operato di Erodoto è quella che lo legge come un lavoro sì
notevole sotto il profilo storico, ma meno affidabile per quanto concerne
l'esattezza delle date e la quantificazione dei contingenti stanziati per i
vari scontri.[52]
Tuttavia, vi sono ancora alcuni storici che ritengono il lavoro compiuto dallo
storico greco come non affidabile, frutto di elaborazioni personali Cercando di fornire un giudizio globale, è
difficile negare che la sua ingenuità, a tratti vicina all'acriticità,
l'inesperienza tattica, politica e strategica, e le digressioni su argomenti
secondari siano difetti che ben giustificano il disprezzo in cui si imbatté
nelle epoche successive. Tuttavia, bisogna tenere conto di questi elementi
(che, combinati con la raccolta sostanziosa di fonti, lo collocano tra l'orale
tradizione omerica
e quella analitica di Tucidide) inquadrandoli nel contesto intellettuale e
letterario a lui contemporaneo. Inevitabile fu la fusione tra il mitico e lo
scientifico in un'epoca in cui i due generi non erano ancora sufficientemente
distinti e in cui, per di più, l'astrazione nello scritto era al suo stadio
primitivo. Per far fronte a questa necessità di concretizzazione (per le
strategie politiche e militari) ricorse quindi ai dialoghi, che potrebbero
essere tanto inventati, quanto frammenti tramandati per via orale.Un altro
storico che scrisse in relazione a questi combattimenti è stato Diodoro
Siculo, storico siciliano in attività durante il I secolo a.C.
e noto in particolar modo per la sua opera di storia universale nota come Bibliotheca historica, nella quale trattò
tale tematica appoggiandosi agli studi già compiuti dallo storico greco Eforo di Cuma.
Gli scritti provenienti da tale fonte non si discostano dai dati forniti da
Erodoto.[55]
Anche altri autori toccarono questa tematica nei loro scritti, pur non
approfondendola e senza fornire resoconti numerici: Plutarco, Ctesia di
Cnido e il drammaturgo Eschilo
che fu presente in questa battaglia. Anche reperti archeologici, inclusa la Colonna serpentina, confermano le affermazioni
di Erodoto.
(2) La trireme .Nave
di linea classica dell'epoca remiera, la trireme o triere ebbe origini molto
antiche; si ritiene che sia lo sviluppo, pare invenzione dei Corinzi, della
nave a due ordini cui era stato aggiunta una piattaforma fuori bordo per
appoggiare il terzo ordine di remi, e si affermò particolarmente nelle marine
greca e romana. Fu caratterizzata dai tre ordini di remi sovrapposti. Aveva, in
genere, un albero con vela quadra, ma talvolta anche due e, più raramente, un
bompresso (in Grecia). Ai lati della poppa stavano due remi-timone e, a poppa
estrema, un padiglione per gli ufficiali. Tutte le navi da guerra impegnate
nella battaglia di Salamina erano navi di questo tipo. La principale arma della
trireme era uno sperone in quercia posto a prua, sul prolungamento della
chiglia, talvolta laminato di bronzo.
Sino al sec. V le flotte da guerra erano formate da navi a 50 remi, 25 per
lato, pentecontori, possedute in piccolo numero di unità, poco veloci e poco
manovrabili. Prima di Temistocle, anche dopo l'introduzione della trireme, 40
unità furono il massimo degli effettivi delle flotte messe assieme dai maggiori
centri navali, come Samo. La trireme, sino all'introduzione della quinquereme
nelle marine ellenistiche, rimase la nave da guerra greca tipica, unica e
costante. Lo scafo era leggero, senza ponte, più sottile delle navi mercantili,
e di media era lungo 35-40 metri e largo soltanto da 6 a 7 metri. La prora era
molto alta, curvata a forma di falce, con una testa di ariete o altro simile
oggetto in bronzo. Ai due lati della prora venivano dipinti due enormi occhi
allo scopo di tenere lontana la malasorte.
Durante la guerra del Peloponneso la prora venne rinforzata con una trave
perpendicolare all'asse longitudinale dello scafo, che andava da lato a lato e
fuoriusciva, in modo da proteggere le scalmiere sporgenti della parte prodiera
in relazione alla tattica navale del tempo. I banchi dei rematori non erano
posti su tre piani differenti in modo da rendere libera la manovra del remo a
ogni rematore erano tutti sullo stesso piano, ma disposti a «spina di pesce»,
vertice in avanti, cosicché, su ogni banco, sedevano tre rematori per parte,
ognuno manovrando un remo.








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